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Cosa imparare dal romanzo The Martian

Lezioni di scrittura (e editoria) da Andy Weir

The Martian

Ormai è una storia che si ripete da tempo e credo che sarà il mio neo distintivo finché avrò vita: io scopro libri da leggere andando al cinema, anziché andare al cinema dopo aver letto il libro da cui è stato tratto il film. Me ne sono fatto una ragione e mi sta bene così.

Sto leggendo The Martian. Quello che danno adesso al cinema. A me la fantascienza piace molto e quando sta per arrivare un nuovo film, scatta il conto alla rovescia. Che fosse un romanzo, prima di tramutarsi in celluloide, lo ignoravo. Me ne ha parlato un amico che aveva appena acquistato il libro. In realtà ho poi scoperto di aver conosciuto quel romanzo almeno un anno e mezzo prima, trovato nella recensione di unʼamica, ma ovviamente la mia memoria aveva fatto pulizia di quei dati, come al solito.

In quei giorni, allʼuscita del film, stavo leggendo altro, ma appena ho finito il romanzo in lettura, ho attaccato The Martian, 3 o 4 giorni dopo aver visto il film. E già dalle prime pagine ho capito che il buon Andy la sapeva lunga e aveva qualcosa da insegnarci.

Uso di un linguaggio colloquiale e diretto

I’m pretty much fucked.

That’s my considered opinion.

Fucked.

Che ve ne pare come incipit? La traduzione italiana, come al solito, non è precisa. Hanno voluto tradurre con:

Sono spacciato di brutto.

Questa è la mia ponderata valutazione.

Spacciato.

Quando avrebbero dovuto scrivere:

Sono praticamente fottuto.

Questa è la mia ponderata opinione.

Fottuto.

“Valutazione” in inglese non si traduce con “opinione”, o almeno non ho trovato questo termine. E “fucked”, cavolo, è “fottuto”. È il personaggio che parla e sta in una situazione che avrebbe fatto trascurare la buona educazione anche alla Regina Elisabetta.

Il romanzo non è narrato in prima persona, è narrato anche in prima persona. Andy Weir ha saputo gestire bene la narrazione alternando i punti di vista. Ma non posso dire di più per non rovinare la sorpresa a chi vuole leggerlo.

Quando parla Mark Watney, il protagonista, il linguaggio è in quel tono, il tono di chi parla liberamente e senza preoccuparsi di eventuali ascoltatori. È la situazione a richiederlo, lʼautore lʼha intuito e ha agito di conseguenza.

Questa estrema libertà nel linguaggio gli ha sicuramente consentito di scrivere quelle pagine velocemente – lo immagino, sia chiaro, non posso saperlo con certezza. Anche quando si passa alla terza persona il linguaggio, seppur non così colloquiale, resta comunque semplice.

Competenze tecniche per scrivere quel tipo di fantascienza

Chi è Andy Weir? A 15 anni lavorava in un laboratorio come programmatore (il Sandia Labs di Livermore). E poi ha lavorato come ingegnere del software. È appassionato di fisica relativistica, meccanica orbitale e storia dei viaggi spaziali.

Così, a occhio e croce, direi uno che può benissimo scrivere storie di fantascienza.

È necessario avere certe competenze tecniche per scrivere fantascienza? Sì, almeno per scrivere un romanzo come The Martian. Quando leggiamo di come Mark Watney risolve problemi per sopravvivere su Marte, in realtà lassù cʼè Andy Weir a risolvere quei problemi – anche se si è documentato su botanica e altre discipline.

“Tutta la scienza è reale”, ha detto lʼautore in unʼintervista apparsa sul San Jose Mercury News. “Tutta la tecnologia esiste oggi, sebbene parecchia sia di prossima generazione”. Pare fosse ossessionato dallʼesattezza dei dati e, leggendo il romanzo, ce ne rendiamo conto.

Originalità nella storia

The Martian ci appare subito come una storia originale. Non mi va di raccontare qualcosa della trama, ma, anche se si tratta “del solito salvataggio”, è unʼopera che merita di essere letta – e un film che merita di essere visto.

Weir è stato abile a creare una trama semplice, se vogliamo, ma condita di tantissimi particolari che la rendono unica e anche difficilmente imitabile, se non facendo uno spudorato plagio.

Nonostante le varie nozioni tecniche disseminate nel libro, la lettura è veloce e chiara. Il protagonista sta spiegando ciò che gli è successo nel suo giornale di bordo, quindi quelle nozioni sono necessarie, ma Weir riesce a farcele digerire senza bisogno di bicarbonato.

Tempestività nel proporre quel romanzo

Marte è negli obiettivi della NASA da un poʼ di tempo. Diciamo anche da oltre 50 anni. Il romanzo è uscito nel 2011 e in questi ultimi anni ci sono state diverse operazioni dellʼagenzia spaziale nei confronti del pianeta rosso.

Forse non si può proprio parlare di vera tempestività, ma di intelligenza nel proporre una storia sul secondo pianeta più conosciuto del sistema solare sì. In fondo si sta parlando da un poʼ di missioni umane su Marte, anche se la NASA ancora non si decide.

Cʼè parecchia documentazione su Marte e anche qualche macchinario che può tornare utile. È anche il pianeta più vicino, quindi quello più probabile da raggiungere se vogliamo ambientare una storia ai giorni nostri.

Col self-publishing puoi fare il botto

Andy Weir ha iniziato a pubblicare a puntate il suo romanzo The Martian nel 2011 nel suo sito. Su Archive è ancora possibile leggere parte della storia. Su richiesta dei lettori lʼautore ne fece una versione completa da scaricare nel suo sito, ma successivamente lo inserì su Amazon a 99 cent.

Lʼebook ha ottenuto subito recensioni positive, finché Andy Weir fu contattato da un agente. E infine arrivò la Random House, convinta che sarebbe stato un bel romanzo da vendere in edizione rilegata. E poi è entrata in gioco anche Hollywood e Andy ha fatto il botto.

Weir ha sempre pubblicato le sue storie gratis sul suo sito, senza far nulla per cercare lettori. Non si faceva pubblicità e non aveva una pagina su Facebook. Con la pubblicazione a puntate della storia The Egg i suoi lettori hanno iniziato ad aumentare.

Ha così iniziato a scrivere The Martian nel 2009, intrigato da scenari di emergenza, ha detto al San Jose Mercury News. Quindi lo ha pubblicato su Amazon nel 2012. “Amazon ha una portata straordinaria”, ha detto Weir. “Moltissime persone lo hanno comprato anziché leggerlo gratis sul sito”. Lʼebook è entrato nella Top200 di Amazon e è stato notato infine dalla Random House.

Da Houston è tutto.

Che ne pensate? Vi piace la storia di Andy Weir e del suo romanzo a puntate da 99 centesimi trasformato in un film hollywoodiano?

26 Commenti

  1. Serena
    26 ottobre 2015 alle 06:41 Rispondi

    Mi piace sì, che mi piace. Voglio vedere il film e anche leggere il libro! Nel frattempo aspetto che diventi film – per la regia di Ridley Scott – anche la serie di quell’altro povero sfigato di self publisher di Howey.
    …e mi fermo qui, ché abbiamo davanti una lunga e faticosa settimana. Buon lunedì ?

    • Daniele Imperi
      26 ottobre 2015 alle 10:28 Rispondi

      Sbrigati col film, se no non lo trovi più al cinema :)
      Howey mi pare di averlo sentito, vado a controllare chi è. Buon lunedì a te :)

  2. Chiara
    26 ottobre 2015 alle 09:04 Rispondi

    Mi capita sempre più spesso di leggere romanzi in cui la prima persona è alternata a una terza limitata o addirittura a un onnisciente. Devo ancora capire se si tratta di un esempio di maestria oppure di un becero stratagemma per avere la botte piena e la moglie ubriaca. :)

    • Daniele Imperi
      26 ottobre 2015 alle 10:29 Rispondi

      Nel caso di questo romanzo sono alternati pezzi di diario di bordo (quindi per forza prima persona) a pezzi di normale narrazione in terza.

  3. Simona C.
    26 ottobre 2015 alle 09:22 Rispondi

    Sono stata trascinata a veder il film, mentre volevo prima leggere il libro perché preferisco il percorso inverso al tuo. Il film mi ha comunque lasciato la voglia di leggere il libro perché (anche se scopro da te che la traduzione non è ottimale) sullo schermo mancano sempre quei dettagli e pensieri che non possono essere riportati al cinema. Per una storia così “personale” e in fondo incentrata su un solo personaggio, non avrei dato la parte a Matt Damon che, sì, mi piace, ma non è il massimo dell’espressività.
    Come ho già detto, all’estero non ci sono tanti pregiudizi sul self-publishing come in Italia e i lettori di Weir l’hanno dimostrato. Altrove il mercato si è auto-regolato col tempo e, mentre le schifezze marciscono nell’anonimato, ogni tanto appare una stella come questa.

    • Daniele Imperi
      26 ottobre 2015 alle 10:41 Rispondi

      Il percorso mio non è voluto, però :)
      Non sei la prima che non è soddisfatta di Matt Damon in quella parte.

    • nani
      26 ottobre 2015 alle 11:54 Rispondi

      A me, invece, e’ piaciuto. Matt Damon, dico. :)
      Mentre faceva Rambo pensavo: pero’, come riesce a sudare bene, sembra vero. E quando stava per ricongiungersi con gli altri (e non dico se ci riesce o no, cosi’ e’ uno spoiler solo a meta’ : +), ho trovato molto commovente la sua commozione. :D
      Mi e’ piaciuto. Non l’avrei mai creduto, ma mi e’ piaciuto. E il fatto di incrociare vari Pov mi intriga parecchio.

      • Daniele Imperi
        26 ottobre 2015 alle 12:07 Rispondi

        Anche a me è piaciuto come attore per quella parte. I POV incrociati sono intriganti, è vero, se vengono gestiti bene.

  4. Amelio
    26 ottobre 2015 alle 10:52 Rispondi

    Non amo molto il genere fantascienza, però non penso sia legale che lavorasse a 15 anni in un laboratorio come programmatore :O

    • Daniele Imperi
      26 ottobre 2015 alle 12:06 Rispondi

      Non siamo in Italia, ma negli USA, bisogna vedere in che modo lavorava e se era consentito.

      • Amelio
        26 ottobre 2015 alle 13:19 Rispondi

        Anche negli USA è considerato lavoro illegale.
        Lo dice la convenzione di Ginevra del diritto del bambino firmata da tutta l’ONU nel 1989.
        Viene considerato sfruttamento del lavoro minorile chi lavora tra i 5 e i 16 anni, in tutto il pianeta.
        Fonte https://it.wikipedia.org/wiki/Lavoro_infantile :)
        Chiaro che ad oggi non è più importante dichiarare che lavorasse a 15 anni :D

  5. Ulisse Di Bartolomei
    26 ottobre 2015 alle 11:24 Rispondi

    Buongiorno Daniele

    Ho degli interrogativi… “Tutta la tecnologia esiste oggi, sebbene parecchia sia di prossima generazione” forse qui c’è un errore di traduzione, un vero “fisico” non si esprimerebbe così. Una tecnologia che esiste non deve venire generata, ma casomai applicata quando altre tecnologie di supporto lo rendono possibile. Mi sembra di aver colto che andare su Marte comporta un viaggio di sei mesi e sei di ritorno, oltre al periodo di stazionamento esplorativo sulla superficie, e questo certamente non lo si fa mandandoci quattro persone in un gabbiotto grosso come un autobus e un’astronave grossa abbastanza da contenere una piccola comunità sarebbe finanziabile soltanto per missioni di concreto ritorno economico. La NASA “parla tanto” dimenticandosi che sulla Luna non sono più andati poiché di sassi ne abbiamo abbastanza già qui! D’altra parte l’ibernazione comporta dei problemi per ora insormontabili, come l’atrofizzazione dei muscoli e altre complicazioni, per cui per adesso la creatività fantascientifica si deve accontentare della fantasia illimitata degli scrittori e della rinuncia dei lettori alla congruità logica. Il film (e il libro) sarà sicuramente avvincente come lo è stato Avatar, ma deve essere chiaro che trattasi di un capolavoro estetico e la scienza è meglio lasciarla da parte. Molto interessante invece l’esperimento di Weir dei 99 centesimi. Ci avevo già pensato a proporre un testo a tal prezzo per un periodo limitato, ma l’ispirazione “induttiva” mi è venuta con il tuo articolo. Grazie e buona giornata.

    • Daniele Imperi
      26 ottobre 2015 alle 12:11 Rispondi

      Ciao Ulisse, la traduzione è letterale, ha scritto veramente così, a meno che “next generation” signifchi altro. Non c’è nessun gabbiotto, ma si parla di una stazione orbitante chiamata Hermes, che non è piccola, anzi tutt’altro.

      • Ulisse Di Bartolomei
        26 ottobre 2015 alle 13:45 Rispondi

        Forse intende che sarà applicata dalla prossima generazione di umani, oppure che l’è una tecnologia esistente, ma applicabile in un non ben ubicato futuro. E’ un atteggiamento quasi da “santone” scientifico… Capisco perché io non potrei scrivere fantascienza…

  6. Andrea Cabassi
    26 ottobre 2015 alle 11:29 Rispondi

    Solo una nota sulla traduzione iniziale: credo che un buon adattamento di “I’m pretty much fucked” non sia né “Sono spacciato di brutto” (è meno incisivo dell’originale, che usa il termine “fucked”) né “Sono praticamente fottuto” (è una traduzione senza adattamento: in italiano il termine “fottuto” lo senti solo nei film). Secondo me dovrebbe essere qualcosa di simile a “Sono nella m****”, che è quello che sentiremmo da un italiano cosciente di non trovarsi in un film ;-)

    • nani
      26 ottobre 2015 alle 11:59 Rispondi

      Invece, secondo me, sono nella m**** non rende.
      I’m fucked da’ l’idea di passivita’, ricevo qualcosa nel di dietro, sono fottuto. :)

    • Daniele Imperi
      26 ottobre 2015 alle 12:09 Rispondi

      Non c’entra che in italiano nessuno dica “fottuto”, quel personaggio è americano e quella è la parlata americana e va resa così.

      • Andrea Cabassi
        26 ottobre 2015 alle 12:35 Rispondi

        Mi sembra una presa di posizione molto miope

        • Daniele Imperi
          26 ottobre 2015 alle 12:45 Rispondi

          A me non sembra normale far parlare un americano come un italiano. Che credibilità può avere quel dialogo?

          • Simona C.
            26 ottobre 2015 alle 14:51

            D’accordo con Daniele: un americano parla come un americano.

  7. Andrea Cabassi
    26 ottobre 2015 alle 11:30 Rispondi

    PS: non è la prima volta che sento tradurre “fucked” con “spacciato”.

  8. Ulisse Di Bartolomei
    26 ottobre 2015 alle 13:26 Rispondi

    “Fuck” viene usato soprattutto dagli americani, in una varietà quasi illimitata di situazioni in cui l’agente si ritrova inadeguato e sorpreso in una circostanza del tutto imprevista. Si ricordi l’origine del termine alle Forche caudine”: i soldati romani neppure immaginavano che il loro buon gesto conseguisse tale esito. L’impronta emotiva dello “sgradito inaspettato” si è tramandata nei secoli e secoli… nel caso americano, Il dialogo del ceto medio basso si è stereotipato come di individui che passano il tempo a pararsi il didietro… e che cercano di esorcizzarlo nel linguaggio. Fuck, drop, get sono tra i lemmi abusati e che rendono spesso la traduzione complicata.

  9. enri
    26 ottobre 2015 alle 19:01 Rispondi

    Sì che mi piace la sua storia, e a chi non piacerebbe …
    Non ho letto il libro ma ho visto subito il film. Rimedierò presto.
    Per la fantascienza anch’io preferisco vedere prima il film. Se si tratta invece di un romanzo storico o un fantasy o una saga o un thriller, opto sempre prima, se possibile, per la carta stampata.
    Grazie per il post. Ciao

    • Daniele Imperi
      27 ottobre 2015 alle 08:18 Rispondi

      Io ho appena finito di leggerlo, hanno cambiato qualcosa del romanzo, ma era inevitabile e comunque nulla di importante, dettagli che nel film era meglio tagliare più altre soluzioni forse più idonee per il film.
      Perché preferisci vedere prima il film se si tratta di fantascienza?

  10. Sabrina Scansani
    28 ottobre 2015 alle 00:42 Rispondi

    Considerando che studio e lavoro per fare questo nella vita, ovvero scrivere romanzi e fare film, e oltretutto la fantascienza è proprio il mio campo… Uhm, direi che il mio fegato si è corroso dall’invidia… :D scherzi a parte, il film l’ho trovato notevole dal punto di vista cinematografico e mi è piaciuto moltissimo. Io evito di guardare i trailer prima di aver visto i film, per non rovinarmi la trama, e The Martian non ha fatto eccezione. Tuttavia, la locandina era uno spoiler lampante, con quel ‘bring him home’. E nonostante quindi sapessi già come sarebbe andato a finire, ho avuto l’ansia dall’inizio alla fine, e non è una cosa facile. Sul libro non mi pronuncio, ma lo leggerò senz’altro… Se la prosa è piacevole come i dialoghi, non resterò delusa

    • Daniele Imperi
      28 ottobre 2015 alle 08:14 Rispondi

      Quella frase nella locandina in effetti potevano risparmiarsela, magari scrivendo una domanda che creasse suspense.
      I dialoghi sono come nel film, e anche la prosa non è da meno. Certo, nel film ci sono stati tagli e lievi modifiche per adattarlo, come al solito, ma secondo me sono entrambi ben riusciti.

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