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Terra estrema – Un racconto post-apocalittico

Terra estrema
In un mondo dove non esiste più nulla come si potrà sopravvivere?

Si svegliò sotto una crosta di brina. Sollevò il braccio intorpidito con cui teneva stretta la compagna, la mano in un gesto protettivo sul ventre rigonfio di vita scalciante. Attento a non far rumore, si alzò, le ossa doloranti in quell’atmosfera densa e fredda. Guardò il cielo: il sole era un globulo di luce spenta e falsa, il suo calore divenuto un ricordo assieme a tutto il resto.

Osservò il mondo attorno: chilometri e chilometri di terreni spogli, brulli, congelati da strati di ghiaccio e brina. Un’infinita distesa di monotona distruzione. L’uomo ripensò alle città. Quanto tempo era passato?, si chiese. Non restava più nulla, ora, tutta la civiltà, l’architettura, la tecnologia azzerate dall’Onda. Sparuti gruppi di esseri confusi vagabondavano senza un motivo né una destinazione lungo strade non più esistenti, su quel suolo contaminato e marcio.

Erano i giorni dell’Attesa, come li aveva chiamati qualcuno. I Filosofi della nuova era, pazzi che predicavano il passato e il futuro, minando ancor più la traballante certezza dei rimasti.

L’attesa dell’ultim’ora.

L’uomo si alitò sulle mani, poi se le ficcò in tasca.

«Sei sveglio.»

Si voltò verso la donna e sorrise. «Anche tu.»

«Ho dormito troppo.»

«Devi riposare.»

«Sì, ma dobbiamo trovare un rifugio, manca poco.»

«Lo troveremo.»

«Che giorno è, oggi?»

«Me lo chiedi sempre.»

«E tu non me lo dici mai.»

«Non è nessun giorno, oggi. Non ce ne sono più.»

«Il tempo non è stato bruciato. Oggi dev’essere un giorno della settimana.»

«Non ci sono più settimane. Non hanno più senso, adesso che tutto è finito.»

«Ci siamo ancora noi.» La donna si tirò su a sedere. «E lui», disse poi toccandosi il ventre.

L’uomo la osservò, chiedendosi com’era potuto succedere. Erano stati attenti, ma è difficile farla alla natura, si disse.

«Lo so che stai pensando», disse la compagna.

«Sei diventata anche tu una filosofa?»

«Lo vedo dal tuo sguardo. Tu non lo vuoi il bambino.»

«Certo che lo voglio.»

«E allora perché mi hai guardato così?»

«Perché siamo stati due incoscienti.»

«È stato il caso. È successo e basta.»

«Non doveva succedere.»

«Ma è successo.»

«Lo so. Ma non doveva succedere.»

 

Camminavano facendo scricchiolare il terreno gelato, come un costante calpestio su vetri rotti. Intabarrati in doppi giacconi, avvolti da lunghe sciarpe tarmate, i piedi imbarcati in scarponi fasciati da pezzi di plastica. L’uomo portava un grosso zaino sulle spalle, la donna il frutto della loro passione nel ventre.

Stremati dalle quotidiane notti all’addiaccio, si spostavano durante il giorno in cerca di un posto riparato, che non trovavano mai. Talvolta sapevano di attraversare una città, lo indovinavano da resti di carcasse di vetture e frammenti di cemento qui e là, ma quasi sempre era impossibile capire che cosa fosse stata un tempo l’area in cui stavano passando.

L’uomo ripensò a quando, alcuni mesi prima, si era ritrovato davanti l’enorme cartello. Era rimasto a guardarlo per alcuni minuti, prima di scoppiare a ridere fin quasi alle lacrime. Ironia d’una sorte beffarda.

ROMA 4

DIPARTIMENTO DI FISICA SPERIMENTALE

Dove tutto cominciò. Esperimenti non autorizzati andati oltre le previsioni. Allarmismi fatti tacere con denunce e arresti. Sciami sismici che distrussero le prime città. Manifestazioni trasformate in guerriglia urbana. Poi quel silenzio innaturale. Cellulari che smisero di funzionare. Segnali TV svaniti. Satelliti che non rispondevano.

Infine l’Onda.

Quando accadde, l’uomo era sottoterra. Riparava un binario della metropolitana. Ricordò il rumore sordo, la sensazione di pressione che minacciò di schiantarlo. Cadde e si tappò le orecchie. Il naso iniziò a sanguinare. Gli parve di sentire il vento, come una tromba d’aria che spazzasse via ogni cosa. Poi più nulla. Perse i sensi.

Quando rinvenne, si alzò e cercò di uscire, ma trovò i varchi bloccati dai detriti. Restò sottoterra diversi giorni, o almeno così credette. Il tempo scivola via diversamente nel sottosuolo. Lavorò duramente per togliere i materiali di crollo e infine riuscì a risalire in superficie.

Non c’era più niente là fuori.

Ovunque andasse con lo sguardo, non vide che deserto di rovine. I ruderi più alti non arrivavano che a pochi centimetri. La città, la Roma che aveva vissuto, irriconoscibile in quel territorio marziano. Uno strato di terra rossiccia copriva ogni cosa. Il cielo ambrato offuscato da polveri in sospensione che ancora oggi, dopo anni, perduravano come allora.

«A che pensi?» La donna lo richiamò alla realtà.

«A com’era prima.»

«Forse da qualche parte è rimasto qualcosa.»

«Forse.»

«Non ci credi, lo sento.»

«No, non ci credo», disse. «L’avevano prevista l’Onda. Avevano detto che avrebbe spazzato via tutto sul pianeta.»

«Ma non possiamo essere sicuri, no?»

«No, non possiamo.»

«E allora forse c’è ancora qualcosa.»

«Forse, ma io non ci credo.»

«Tu non credi più a niente.»

«Non c’è rimasto più niente. Come faccio a credere ancora a qualcosa?»

 

Il cartello era ancora lì, monumento e monito, inno ferreo all’errore umano. Una lapide metallica infissa sul cimitero del mondo. L’uomo ricordò i giorni in cui s’era affannato a cercare le cause dell’esplosione. Ma non era rimasto nulla attorno, a parte quel cartello. Così aveva rinunciato e si era diretto a nord.

Il terreno su cui camminava divenne via via sempre più freddo. Il sole, perennemente opacizzato dalla nube di polveri sottili, non riuscì più a scaldare la terra e ben presto una coltre di ghiaccio ricoprì il suolo, ovunque.

I primi giorni furono terribili, rammentò l’uomo. Ogni volta che si coricava aveva la certezza di non risvegliarsi al mattino. Eppure era ancora lì, vivo. Imparò a mettere a nudo il terreno, rimuovendo la patina di ghiaccio e sdraiandosi su un telo di plastica che aveva cura di tenere sempre asciutto nello zaino. Ma dormire a quel modo, senza un tetto sopra la testa, era un martirio. Al mattino si svegliava a pezzi, infreddolito, le membra anchilosate e le ossa che sembravano sul punto di spezzarsi.

«Devi smetterla di pensare», disse la donna.

L’uomo sorrise. Era difficile nasconderle qualcosa, le bastava poco per capire i suoi pensieri.

«Adesso ho bisogno di te», aggiunse. «Non puoi rintanarti sempre nei tuoi ricordi.»

«Non posso cancellarli», disse.

«Lo so. E non voglio che tu lo faccia, ma ho bisogno di tutta la tua attenzione. Manca poco.»

«Sarò pronto, quando sarà il momento.»

«Devi promettermelo.»

«Sarò pronto», disse.

 

Il momento venne tre giorni dopo.

Non erano riusciti a trovare un rifugio, ma lungo la strada si erano imbattuti in una pozza d’acqua e avevano deciso di fermarsi lì. L’uomo dissodò il terreno creando una buca e mettendo a nudo la carne del pianeta. Usò la pala che aveva recuperato sotto la metropolitana. Non finiva mai di complimentarsi con se stesso per tutto ciò che aveva portato con sé dall’area di lavoro. Più avanzavano e più la desertificazione del mondo appariva come l’unica realtà possibile in quell’incubo che era divenuta la loro esistenza. Si chiese come fossero riusciti a sopravvivere quegli anni, senza più piante e senza più nulla. Mangiavano ciò che trovavano lungo la strada, potevano essere brandelli di carne bruciata congelata sotto lo strato di ghiaccio o tuberi e radici scavati nella terra indurita. La donna i primi tempi s’era rifiutata di mangiare quella carne. Non sono cannibale, aveva detto. Devi mangiare, aveva insistito l’uomo. O tanto vale che ti tagli le vene. E lei s’era decisa.

«Siediti», disse l’uomo, dopo aver steso il telo di plastica sulla terra. «È calda.»

Dal terreno saliva sempre calore. Più scavava e più l’uomo lo sentiva aumentare. Il pianeta non era ancora morto? O un nuovo cataclisma si preparava a cancellare i rimasugli di umanità che punteggiavano ancora il mondo come sparute formiche spaesate e disperse?

«Ci siamo», disse la donna.

«Sdraiati. Vado a lavarmi le mani», disse l’uomo.

L’acqua era fredda. Si lavò strofinandosi le mani una con l’altra, ma non poté sbiancare anni di sporcizia. Non aveva un asciugamano e così le scrollò più volte nell’aria gelida del mattino. Sentì la donna muoversi sul telo dietro di lui e si alitò sulle dita per scaldarle.

Poi uno schiocco. E il suono d’un pianto.

Rimase fermo, gli occhi fissi davanti a lui, alla pozza d’acqua dove onde concentriche disegnavano liquide circonferenze che interferivano sull’immagine speculare del cielo livido. Lo sguardo era altrove, dentro di lui, nei suoi ricordi e nei suoi mille quesiti. Si era chiesto più volte se fosse stato pronto a essere padre, anche prima dell’Onda. Ma in quei mesi di gravidanza quella domanda s’era affacciata nella sua mente ogni giorno, ogni ora, a tormentarlo.

Non doveva succedere, si disse.

Accadde.

Proprio in quel momento, proprio quando lui era voltato, destino bastardo che gli aveva impedito di assistere alla nascita del figlio, che gli aveva fatto voltare le spalle come una metafora caduta dal cielo con la forza d’un meteorite.

Si voltò.

La donna lo stava allattando e sorrideva.

«Hai fatto tutto da sola. Dovevi chiamarmi.»

«È un maschio», disse.

«L’avevi detto. Voi donne lo indovinate sempre.»

«È dentro di noi, non dentro di voi.»

«Dovevi chiamarmi», ripeté l’uomo.

«È uscito senza avvertirmi. L’ho solo preso, gli ho dato una sculacciata e eccolo qui.»

«È piccolo.»

«Che t’aspettavi?»

«Non lo so», rispose alzando le spalle. «Prendo uno straccio e ti pulisco.»

«Come lo chiamiamo?»

«Non ci ho ancora pensato. Tu come vuoi chiamarlo?»

«Non lo so nemmeno io.»

«Ci penseremo.»

 

L’uomo apparve il giorno dopo.

Lo videro da lontano, macchia scura che avanzava nel deserto. Poi sparì, riapparve e sparì ancora.

«Forse è un animale», disse la donna, stringendo il neonato a sé.

«No, è un uomo. Allontaniamoci.»

«Magari ha bisogno d’aiuto.»

«Andiamocene.»

Si incamminarono a passo svelto finché il cielo non iniziò a scurirsi. Scelsero un punto e l’uomo scavò per creare una zona su cui piazzare il telo. La donna e il figlio si addormentarono presto e lui restò di guardia, in mano una spranga di ferro che la notte teneva sempre vicino.

Sentì un rumore e aprì gli occhi. S’era addormentato e era già mattino. Si voltò verso la donna e vide l’altro.

Le puntava un grosso coltello contro.

L’uomo si alzò e fece per avvicinarsi.

«Se ti muovi, li sbudello tutti e due», gli intimò lo straniero gettandogli appena un’occhiata.

«Non abbiamo niente», disse l’uomo. «Che vuoi?»

«Il bambino», rispose l’altro rivolto alla donna. «Dammelo.»

Lei non aprì bocca, irriggidita dal terrore. Stringeva il neonato, cullandolo. A tratti guardava il compagno, poi tornava a guardare l’uomo che la minacciava.

Sapevano cosa succedeva in giro. I pochi sopravvissuti incontrati ne avevano parlato. Sbandati che vagavano in cerca di carne tenera. Di qualsiasi genere.

Accadde senza che nessuno potesse rendersene conto.

L’uomo, che stringeva ancora la spranga, la lanciò contro lo straniero, colpendolo al volto. La donna si alzò, allontanandosi. Il compagno corse a recuperare la sbarra, ma lo straniero gli fu addosso appena si avvicinò.

Lottarono in terra.

La donna dopo alcuni secondi non distingueva più uno dall’altro. Un groviglio di stracci che si rotolava nel fango gelato, sbuffi d’aria sputati dai polmoni, gemiti di sofferenza e sfinimento. Metallo che oscillava e si abbatteva sui corpi.

Vide uno dei due rialzarsi. Sanguinava da un fianco. I loro sguardi s’incrociarono. Era il suo compagno. L’altro giaceva a terra, si muoveva ma appariva stordito. La donna vide l’uomo avvicinarsi e colpire lo straniero in testa con la spranga, una, due, tre, quattro volte, ogni volta con più forza e accanimento. Schizzi di sangue, grumi di carne e capelli e materia cerebrale si sparsero intorno.

«Basta», disse con un filo di voce. «È morto, basta.»

Si fermò. Gli occhi avevano una luce di follia malinconica. Ansimava. Raccolse il coltello dell’altro e se l’infilò sotto la cintura. «Andiamocene», disse.

Raccolsero le loro cose e lasciarono il corpo nel fango arrossato.

«Sei ferito», disse la donna.

«Sto bene.»

«Fammi vedere.»

«Sto bene», ripeté. «Andiamocene.»

S’incamminarono.

 

Due giorni dopo si aggravò. La donna lo vide rallentare, fermarsi, accasciarsi a terra. Respirava piano e gli occhi sembravano persi nel mäelstrom di pensieri e ricordi che si era impossessato di lui da anni. Gli aveva lavato la ferita, l’aveva fasciata, ma la lama, sporca, era andata a fondo e aveva prodotto una brutta infezione.

«Vai», disse l’uomo.

«Che dici?»

«Vai», ripeté. «Sai come scavare un giaciglio. Prendi il coltello e lo zaino. Sta’ attenta.»

«Io resto con te, che dici?»

«La mia strada finisce qui.»

«No…»

«Dagli il mio nome. Vuoi?»

La donna annuì. «Non ce la posso fare da sola.»

«Sì che puoi. Devi. E poi adesso siete in due.»

«Lui è così piccolo.»

«Crescerà. Vai, adesso. Non voglio che mi vedi quando…»

«Io…»

«Vai», disse con un soffio di voce.

Poi un rantolo e il silenzio. Gli occhi senza più sguardo. La bocca semiaperta, il corpo immobile in una fredda istantanea di morte.

La donna lo chiamò, anche se sapeva che non poteva risponderle. Lo chiamò ancora, le lacrime e la disperazione che le sommergevano la mente. Tenne stretto al petto il bambino, sentendo il suo calore e il respiro calmo e regolare. «Gli darò il tuo nome», disse. Poi si chinò, chiuse quegli occhi spenti con un tocco leggero della mano e sfilò lo zaino mettendoselo sulle spalle. Prese anche il coltello, che assicurò a un foulard che teneva in vita.

Osservò il paesaggio attorno e la vista del deserto, come sempre, l’angosciò. Il sole, una sfera di luce sbiadita e nebulosa, era alto. Guardò per l’ultima volta l’uomo, poi si girò e s’incamminò.

E non si voltò più indietro.

Postfazione

Chi ha letto La strada di Cormac McCarthy troverà parecchie analogie con questo racconto – chi non ha letto quel romanzo, farebbe bene a rimediare. Le storie apocalittiche mi hanno sempre affascinato e questa mi è venuta in mente ripensando a quel romanzo. Così ho immaginato uno scenario simile, ma peggiore, e non più un uomo e un bambino, ma un uomo e la sua compagna incinta.

Come vada a finire la storia di quella donna e del suo bambino appena nato non si sa.

Magari un giorno mi verrà in mente di scriverla.

15 Commenti

  1. Fabrizio Urdis
    7 gennaio 2014 alle 09:58 Rispondi

    Bel racconto.
    Con pochi particolari sei riuscito a creare un mondo senza perderti in dettagli inutili.
    Unica pecca, un po’ duro da leggere a inizio giornata :)

    • Daniele Imperi
      7 gennaio 2014 alle 13:05 Rispondi

      Grazie :)
      In effetti mi sto accorgendo di aver perso l’abitudine di inserire troppi dettagli.

      • Marcello
        9 gennaio 2014 alle 10:03 Rispondi

        Fai bene. Io, come ti ho detto, ho sempre visto che tu riesci a sopperire alla mancanza di dettagli molto bene e attraverso i dialoghi. Qui ci sei riuscito con i dialoghi e la narrazione.
        Potrebbe essere migliorato il paragrafo della nascita del bimbo, anche se in effetti l’uomo si allontana e rimane da solo per un po’ di tempo, non vedendo tutta la difficoltà della sua compagna durante il parto.

        Per quanto riguarda il paragrafo finale, riprendendo quel che dice Giuliana, forse potrebbe essere narrato, ma magari altererebbe il sapore della storia, ergo: si potrebbe descrivere la donna che si volta, rimane incerta, poi si rivolta verso la strada, fa qualche passo, si ferma e si volta di nuovo indietro… qualcosa del genere.

        E infine: è un bel racconto :)

        Saludos!

        • Daniele Imperi
          9 gennaio 2014 alle 10:09 Rispondi

          Grazie :)

          Beh, diciamo che mandandolo a un editor chissà quante cose avrebbe trovato da cambiare/migliorare :)

          Mi ricordo che mi avevi detto dei dettagli. Il bello è che ho smesso di inserirne troppi senza accorgermene.

  2. Giuliana
    7 gennaio 2014 alle 16:27 Rispondi

    Bello, mi è piaciuto molto, hai reso perfettamente l’atmosfera apocalittica in cui la storia è ambientata senza appesantirla con descrizioni troppo lunghe. E, lasciatelo dire, scrivi davvero, davvero, davvero bene. L’unico dettaglio che se vogliamo non mi ha entusiasmato perché lo trovo un po’ banale rispetto al resto del racconto, è il paragrafo finale. Quel “girarsi e incamminarsi senza voltarsi più indietro” mi sa di già sentito. So che è quello che accade, ma forse potevi esprimerlo in altro maniera, con parole diverse. O forse la fine stessa poteva essere differente, in qualche modo inaspettata. Ovviamente, prendilo come un parere soggettivo, che non toglie alcunché alla bellezza dello scritto :)

  3. MikiMoz
    9 gennaio 2014 alle 00:12 Rispondi

    Ciao baby, finalmente sono riuscito a leggerlo!
    MOLTO BELLO.
    Mi piace innanzitutto che sia ambientato in Italia (Roma 4 è in Italia, no? :p), ma è assolutamente universale… potrebbe essere ovunque, un po’ come il mondo postapocalittico di Ken il Guerriero.
    Complimenti, ben scritto e ben ritmato.

    Moz-

    • Daniele Imperi
      9 gennaio 2014 alle 07:38 Rispondi

      Grazie, Miki :)

      Roma 4 è un distretto dell’Università, che poi esiste sul serio :)

      • MikiMoz
        9 gennaio 2014 alle 12:56 Rispondi

        Bene, allora avevo capito bene.
        Certo, che coi ricercatori pagati due lire in Italia riescano a creare terremoti artificiali la vedo dura, però la tua fantasia distopica è persino ottimista XD

        Moz-

        • Daniele Imperi
          9 gennaio 2014 alle 13:06 Rispondi

          Ahah, ottimista dici?

          • MikiMoz
            9 gennaio 2014 alle 13:34

            Beh, hai descritto una Italia dove i ricercatori dell’università sono così ben pagati da potersi permettere studi sui terremoti artificiali.
            Nella realtà non ci sarebbe nessuno in quel laboratorio: tutti fuggiti all’estero XD

            Moz-

  4. Claudia
    15 ottobre 2014 alle 00:42 Rispondi

    Hai descritto molto bene lo scenario, si prova davvero il senso di smarrimento e l’opprimente impotenza davanti alla catastrofe.
    Ma un appunto lo devo fare :) non è così semplice partorire, ne so qualcosa credimi.

    • Daniele Imperi
      15 ottobre 2014 alle 08:13 Rispondi

      Grazie :)
      Sul parto, beh, non è di mia competenza. Mi sono basato su quanto visto sempre nei film, che a questo punto avrebbero bisogno di documentazione :D

  5. Pietro
    18 novembre 2014 alle 08:15 Rispondi

    letto, come il resto, tutto d’un fiato: è bello (ed affascinante) constatare come dall’Ispirazione (“La strada”) nasce comunque qualcosa di nuovo.
    Un Grazie per tutti i tuoi scritti che mi ‘rapiscono’ e mi permettono comode, emozionanti, curiose e magiche esplorazioni…

    • Daniele Imperi
      18 novembre 2014 alle 08:53 Rispondi

      Ciao Pietro, benvenuto nel blog e grazie mille per la lettura e i complimenti :)

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