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Svelarsi con la scrittura

Svelarsi con la scrittura

Scrivere è rivelare una parte di noi agli altri. Magari in un blog tematico – o forse è più corretto dire “tecnico” – è più difficile svelare certi lati di noi stessi, ma di sicuro scrivendo narrativa raccontiamo qualcosa di personale e intimo.

Forse non è così chiaro, forse non è nemmeno immediato capirlo, in alcuni casi è addirittura impossibile, però in una storia lʼautore mette qualcosa di sé. Potrebbe essere un personaggio che riflette lʼautore stesso, potrebbe essere una situazione che ha vissuto, o una storia basata su una riflessione, su un problema che sente.

O magari la storia è soltanto una scusa per mostrare una sua visione del mondo, anche se lo fa attraverso un romanzo fantasy o persino horror.

Non so se in questi casi possiamo dire che lʼautore stia lanciando un messaggio ai lettori, ma secondo me no. Credo che abbia soltanto scelto di scrivere senza alcuna restrizione, libero da pudori e timidezze.

Svelarsi con la scrittura

Riflettevo su questo nei giorni scorsi. Rivedendo i racconti pubblicati nel blog e lʼelenco dei romanzi che vorrei scrivere, mi sono posto questo problema: quanto, cioè, un lettore possa capire di me leggendo quelle storie, che impressione avrà di me come persona e non come autore.

Mi sono chiesto quanta libertà mi devo concedere quando scrivo, se applicare o meno una sorta di autocensura nel caso che da una mia storia si sveli troppo, si scoprano lati che voglio lasciare nascosti, idee che preferisco tenere per me.

Mi sono anche chiesto quanto valga una scrittura autocensurata, quanta forza potrà perdere una storia se lʼautore applica queste restrizioni alla sua libertà di espressione e di narrazione.

Ben poco valore, forse, avranno quelle storie purgate dallʼautore stesso, atto forse più crudele e grave delle passate censure letterarie. E parecchia forza perderanno quelle storie senza più le emozioni dellʼautore, senza più quella rabbia che ha fatto esplodere la sua scrittura sulla carta.

Saranno storie senza passione? Penso di sì. Perché forse risulteranno più fredde al confronto, forse ne risulterà una scrittura “calcolata”, studiata a tavolino secondo formule precise.

La vera forza di un autore

Non risiede soltanto nella storia che scrive, né nei personaggi che crea, né nello stile usato. Ma sta anche, e forse soprattutto, nella passione senza freni né inibizioni con cui la scrive. Sta nel suo svelarsi, perché è chiaro che, pubblicando una storia, lʼautore scenda in campo per far sentire la sua voce.

Questo suo svelarsi, questo svelare parti nascoste, sentimenti, emozioni, idee e ideali, è forse lʼunico elemento che rende un autore diverso dagli altri, che può farlo apprezzare come disprezzare. Ma in questo potenziale disprezzo io vedo comunque un successo: perché ha smosso le emozioni altrui, ha scatenato discussione, ha spinto alla critica.

Non credo che esista o sia mai esistito un autore disprezzato da tutti. Non è quindi qualcosa di cui preoccuparsi.

Ciò di cui dobbiamo invece preoccuparci è se siamo in grado di uscire allo scoperto, se sappiamo scrivere senza quei freni che mettono a rischio la nostra riservatezza.

Perché sono convinto che la vera timidezza di un autore alle prime armi sia quella di vedersi svelato, di mostrarsi al pubblico non più come un comune mortale, ma come scrittore, come qualcuno, cioè, che non può essere liquidato come semplice “narratore di storie”, ma come “generatore di emozioni”.

E non generi emozioni se non ne provi, se non metti quelle emozioni nella tua scrittura, se non la rendi calda e anche violenta, cruda e anche piena di umorismo. Una scrittura viva in grado di cambiare lo stato dʼanimo del lettore.

Siete disposti a uscire allo scoperto, dopo quanto ho scritto? Avete mai autocensurato i vostri testi?

62 Commenti

  1. Serena
    17 novembre 2015 alle 07:51 Rispondi

    Ogni tanto, quando parlo di libri al laboratorio, uso il concetto di scrittura “onesta” o “disonesta”. Credo sia proprio ciò di cui parli qui: la verità della scrittura sta nel modo e nella misura in cui lo scrittore mette le sue emozioni in ciò che scrive. Ad un estremo c’è la scrittura commerciale, all’altro un uomo o una donna.
    Bello questo testo. E sì, ti rivela.

    • Daniele Imperi
      17 novembre 2015 alle 12:44 Rispondi

      Scrittura “onesta” o “disonesta” mi piace come definizione. Credo anche io che sia ciò che intendevo.

  2. Samantha
    17 novembre 2015 alle 08:02 Rispondi

    Riflettevo su questo nei giorni scorsi. Rivedendo i racconti pubblicati nel blog e lʼelenco dei romanzi che vorrei scrivere, mi sono posto questo problema: quanto, cioè, un lettore possa capire di me leggendo quelle storie, che impressione avrà di me come persona e non come autore.

    Il lettore non deve capire te. I tuoi personaggi anche se riflettono solo una parte di te stesso, un atteggiamento, un ossessione, un pensiero, sono loro e solo loro che vivono e catturano il lettore. Loro non sono te, sono loro stessi. Il lettore non può immedesimarli in te perchè non scriverai mai confessando tutto. Esistono autobiografie ma come dice Amos Oz non sono mai confessioni. Si porta a galla, ma è la punta dell’iceberg.
    I temi invece sono ricorrenti. I temi su cui gireranno i tuoi racconti. C’è una parola chiave che ripeti sempre? E su quella si sviluppa tutto. La mia parola è dentro di sè, la tua?

    • Daniele Imperi
      17 novembre 2015 alle 12:46 Rispondi

      Non ho scritto che i miei personaggi sono me e che il lettore debba capire me, ma che in tutta una storia qui e là ci sia l’autore. Nei temi, ma non solo. Anche in certi comportamenti dei personaggi.
      Non so quale sia la parola chiave che ripeto sempre, non credo di averne solo una.

  3. nani
    17 novembre 2015 alle 08:28 Rispondi

    Non lo so.
    Certo, e’ naturale che qualcosa delle mie esperienze arrivi sulla carta, anche se non per forza il mio vissuto personale. Magari sono le cose che ho osservato e che mi hanno colpita. Anche in questo caso il testo parla di me, mi dirai. O forse, diro’ io, parla attraverso di me.
    Naturalmente, nel processo la storia prende qualcosa di me, ma di certo cerco di limitare il piu’ possibile, perche’ non sono io il protagonista, non sono le mie esperienze quelle descrivo, ma quelle dei miei personaggi. E loro, nella maggior parte dei casi, non reagiscono mai come farei io. :D Se lo facessero, mi limiterei a scrivere un bel diario intimo, di quelli che non interessano a nessuno, nemmeno a chi li scrive, passati un po’ di anni.
    Alla fine, scrivere vuol dire guardare il mondo in modo diverso dalla gente comune e saper tradurre cio’ che si e’ visto su carta, in modo che anche il lettore possa sperimentare quel mondo trasfigurato. Lo scrittore diventa una lente che, certo, deforma in qualche modo la realta’, ma con studiata precisione, non sulla scia di emozioni incontrollate. Altrimenti corri il rischio di non raggiungere lo scopo.

    • Daniele Imperi
      17 novembre 2015 alle 12:49 Rispondi

      Anche io limito il più possibile, altrimenti scriverei sempre storie polemiche :D
      E i personaggi non posso reagire sempre come reagirei io, altrimenti le storie sarebbero tutte uguali. Nel racconto che sto scrivendo uno dei personaggi è quasi l’esatto opposto di me.
      Non penso di fare una traduzione mia del mondo che vedo. Forse ne faccio una mia versione.

  4. Chiara
    17 novembre 2015 alle 09:25 Rispondi

    Io penso che qualunque idea, personaggio, scena o ambientazione (anche quelle apparentemente più importanti) siano strettamente legate a noi e al nostro essere: diversamente, non saremmo in grado di concepirle. Per quanto cerchiamo di mascherarci, non saremo mai completamente nascosti all’interno dei nostri testi. Pertanto, non credo nel valore dell’autocensura, specialmente in prima stesura: la scrittura è catarsi, e questa catarsi deve avvenire grazie la nostra arte. In revisione il testo sarà ripulito dalle parti più imbarazzanti o grossolane, ma noi rimarremo liberi.

    • Daniele Imperi
      17 novembre 2015 alle 12:50 Rispondi

      Bella anche questa definizione della scrittura: concepire idee legate a noi stessi. Nascondersi del tutto significa scrivere in modo troppo calcolato, e magari è anche impossibile farlo.

  5. Luciano Dal Pont
    17 novembre 2015 alle 09:27 Rispondi

    Io ho capito, Daniele, ciò che hai voluto esprimere con questo post che forse da alcuni è stato leggermente frainteso, come mi pare di capire dai commenti fin qui letti. Non si tratta di mettere a nudo sé stessi attraverso le storie che si raccontano, non si tratta di raccontare attraverso i personaggi il nostro vissuto, è chiaro che ogni personaggio è studiato e concepito come una persona a se stante, con la sua storia di vita che non è la nostra, con le sue azioni, con le sue emozioni, con le sue idee, con le sue scelte, con il suo particolare modo di reagire a determinati stimoli esterni rispetto alle situazioni nelle quali si trova calato. In altre parole, se io scrivo una determinata scena nella quale agiscono ad esempio due personaggi, ognuno di quei due personaggi ha una propria individualità e una propria emozionalità e un proprio vissuto, e sono peculiarità che appartengono a loro, non a me, io li ho studiati e li ho elaborati nella scheda dei personaggi in modo da conferire loro quelle caratteristiche personali che ho pensato e deciso dovessero avere in funzione della storia che avevo in mente. Poi, certo, può anche accadere che un personaggio rifletta un po’ di me stesso, che abbia un modo di pensare e di agire simile al mio, che condivida con me alcune emozioni, il modo di intendere e di interpretare la vita e persino che abbia parte del mio vissuto e delle mie esperienze, ma ciò è da considerarsi come un fatto occasionale e direi quasi accidentale.
    Invece è nel modo di raccontare la storia, a prescindere dal tipo di storia e dai personaggi che in quella storia agiscono e si muovono, che può emergere il vero me stesso, cioè l’uomo e l’autore, con il suo modo di vivere e di pensare. Perché se io faccio agire in un certo modo un personaggio che ha una sua storia di vita diversa dalla mia, e ne descrivo le azioni ma soprattutto i sentimenti, le emozioni che prova anche in relazione a ciò che gli accade, ecco, è proprio in quella descrizione che emerge molto di me stesso, è proprio nel mio pervicace tentativo (che spero riuscito) di coinvolgere in un certo modo il lettore facendo nascere in lui esattamente quelle emozioni che sto provando io mentre scrivo e che desidero trasmettere non solo attraverso la storia che sto raccontando, ma anche e soprattutto attraverso il modo in cui la sto raccontando, che mi metto a nudo come persona prima ancora che come scrittore, e ciò può benissimo accadere anche quando scrivo un romanzo che non ha assolutamente niente di autobiografico, nemmeno di striscio, nemmeno in una minima parte della storia di vita di uno solo dei personaggi.

    • Daniele Imperi
      17 novembre 2015 alle 12:55 Rispondi

      Non intendevo infatti raccontare attraverso i personaggi il mio vissuto, anche perché non saprei cosa raccontare.
      Di certo non scriverò di temi che non mi colpiscono. E non creerei personaggi troppo distanti da me, perché non riuscirei a definirli bene e non mi piacerebbe neanche scriverne.

      • Luciano Dal Pont
        17 novembre 2015 alle 13:47 Rispondi

        Sono d’accordo ma solo in parte, soprattutto per quanto riguarda il fatto di creare personaggi anche molto distanti da noi stessi. Può essere difficile farlo, certo, e forse anche poco piacevole in certi casi, eppure io sono convinto che uno scrittore ci debba riuscire, e debba anche essere capace di farlo in modo realistico, convincente e coinvolgente per i lettori. Non è facile, ma chi ha mai detto che quello dello scrittore sia un mestiere facile? D’altra parte se dovessimo creare solo personaggi vicini a noi, o in qualche modo a noi simili, avremmo una rosa di caratteristiche possibili ben definite e molto limitate, non trovi? Io ad esempio odio i bigotti e i perbenisti, eppure nei romanzi che sto scrivendo ci sono personaggi di questo tipo e, scusami la presunzione, penso anche di stare riuscendo a caratterizzarli piuttosto bene, comunque mi ci sto impegnando per riuscirci al meglio. Ovvio che li sto ponendo in chiave negativa, ed ecco che qui viene fuori tutto me stesso, tanto per tornare al tema principale del tuo post…

        • Daniele Imperi
          17 novembre 2015 alle 13:51 Rispondi

          Anche io creo personaggi distanti da me, ma non eccessivamente. Non so farti degli esempi, ma non metterei in campo personaggi che proprio ritengo indigesti, non come protagonisti o personaggi principali almeno.

  6. Cristina
    17 novembre 2015 alle 09:37 Rispondi

    E’ una riflessione che mi accompagna ogni volta che scrivo. Naturale che il mio io emerga, altrimenti mi limiterei a redigere un verbale di azioni e pensieri o una lista della spesa che non interessa a nessuno se non a me. D’altra parte nella scrittura c’è proprio questo, l’urgenza di comunicare qualcosa, e quindi ecco che ci disveliamo. O meglio disveliamo quello che vogliamo far conoscere agli altri, e lo possiamo fare direttamente oppure attraverso un personaggio o anche attraverso descrizioni o nel semplice uso di un lessico o di una punteggiatura. Portando il lettore nel nostro mondo. Facendogli vivere le nostre emozioni, le nostre passioni. E sì, Daniele, generatori di emozioni…mi piace

    • Daniele Imperi
      17 novembre 2015 alle 12:58 Rispondi

      Pensando al racconto che sto finendo, mi chiedo quale parte di me potrebbe esserci. Il protagonista… non potrei mai essere io, ma nemmeno una persona qualsiasi. Gli altri due personaggi idem. Però riconosco che nella storia ci sia parte di me, una parte che comunque è svelata nella nota finale che inserisco sempre nelle mie storie.
      Quindi forse in questo racconto è il tema che mi appartiene, quello sì, c’è e è sentito.

  7. ombretta
    17 novembre 2015 alle 09:56 Rispondi

    Credo che quando scriviamo usciamo sempre allo scoperto. Per quanto si costruisca un personaggio, anche se apparentemente diversissimo dall’autore, c’è sempre una parte di lui. E aggiungerei, che ci fa se emerge anche una piccola parte di chi scrive? La paura di dire un po’ più del dovuto si dovrebbe superare, soprattutto, come dice Chiara, nella prima stesura.

    • Daniele Imperi
      17 novembre 2015 alle 13:00 Rispondi

      E devo tornare ad accennare ancora al racconto in stesura: uno dei protagonisti è diversissimo da me, ma identico nel comportamento nei confronti di un altro personaggio. Non ci hai capito nulla, ma fidati :D

  8. Salvatore
    17 novembre 2015 alle 09:57 Rispondi

    Per rispondere alla tua domanda, nel mio caso: molto. C’è tanto di me in quello che scrivo, forse tutto. Certo: è rielaborato. Un po’ come quando con il pongo impasti colori diversi, creando delle forme che non pensavi di tirare fuori. Io credo che tutto quello che scriviamo non lo inventiamo affatto: è già dentro di noi. Tuttavia sono stupito che proprio tu, ermetico, tiri fuori un argomento come questo. Sicuro di sentirti bene? XD

    • Daniele Imperi
      17 novembre 2015 alle 13:02 Rispondi

      Penso anche io che stia tutto dentro di noi, in un modo o nell’altro.
      Riguardo alla tua domanda… in effetti è qualche giorno che non bevo birra, stasera rimedio e da domani tornerò ermetico :D

  9. piconi francesca romana
    17 novembre 2015 alle 10:19 Rispondi

    Per me scrivere è raccontare se stessi, come tu hai detto si può esprimere il nostro pensiero,anche, parlando di qualcosa che non ci riguarda strettamente. Io vorrei raccontare quello che accade nel mio cuore e nella mia anima, vorrei raccontare della vita e di come una persona normale,affronta i problemi di tutti i giorni, anche per sostenere chi, magari, si è trovato ad affrontare le mie stesse difficoltà. Per quanto riguarda la censura, la applico talmente tanto su me stessa, che sono anni che non scrivo più, forse, anzi sicuramente è così non voglio mettermi in condizione di sviscerare me stessa.

    • Daniele Imperi
      17 novembre 2015 alle 14:39 Rispondi

      Se però vuoi raccontare “quello che accade nel tuo cuore e nella tua anima per sostenere chi si è trovato ad affrontare le tue stesse difficoltà”, allora non puoi applicare nessuna censura, non trovi?

      • piconi francesca romana
        29 novembre 2015 alle 10:49 Rispondi

        verissimo, altrimenti non avrebbe senso.

  10. Amanda Melling
    17 novembre 2015 alle 12:28 Rispondi

    Personalmente mi ritrovo a scrivere storie che non sento di inventare, guardo dentro a una finestra e trascrivo il mondo che ci vedo. Credo che svelarsi troppo sia una pessima idea, nel senso che il target di lettori desidera sentirsi ripetere quello in cui già vuole credere. Insomma, se sei una voce fuori dal coro, e tutti gli scrittori sono un po’ sociopatici e strani, è meglio se non sveli cosa ti rende diverso dagli altri, una persona normale non può capire, altrimenti non sarebbe nella norma e saprebbe scrivere no?

    • Daniele Imperi
      17 novembre 2015 alle 13:03 Rispondi

      Il tuo ragionamento fila :)
      Non svelerò infatti perché mi sento diverso dagli altri, altrimenti dovrei fare polemica e litigare ogni volta che apro bocca.

  11. monia74
    17 novembre 2015 alle 12:44 Rispondi

    L’unica cosa che ho scritto nell’aletta del libro, nella mia biografia, è proprio questo:
    “Tutti i libri sono autobiografici. Non nella storia, ma nelle emozioni. Non si può scrivere di qualcosa che non si è mai provato”
    Sì, da aspirante scrittrice anch’io ho provato il senso di nudo al termine del primo libro. Per quanto la storia sia di fantasia, è ovvio che dentro ci sono io, con tutto ciò che di più intimo rappresento.
    Dubito però che questa nudità venga percepita allo stesso modo dal lettore, che leggerà comunque sulla base del suo punto di vista, filtrato dalle sue esperienze, e senza la possibilità di scindere la mia realtà dalla fantasia.
    Ma l’onestà e la trasparenza totale credo siano imprescindibili, perchè primo fra tutti io scrivo per me stessa, e mentire a me stessa non ha senso e non ha scopo.

    • Daniele Imperi
      17 novembre 2015 alle 13:06 Rispondi

      “Non si può scrivere di qualcosa che non si è mai provato”. Questo è senz’altro vero, ma come la mettiamo coi gialli, i thriller, l’horror e tutti quei romanzi in cui c’è violenza? Non credo che ogni scrittore sia stato un assassino.
      Il lettore quasi sempre non percepirà la “nudità” dell’autore, lo credo anche io. Anche perché non saprebbe dove cercarla.

      • Luciano Dal Pont
        17 novembre 2015 alle 14:30 Rispondi

        Mi inserisco in questa tua risposta a Monia74 perché in un certo senso si ricollega all’ultima che hai dato a me, e quasi un po’ la contraddice: ovvio che non è necessario essere stato un assassino per scrivere una storia in cui il protagonista principale sia un assassino. Il personaggio di uno dei romanzi che ho in lavorazione è un feroce e spietato serial killer che aveva (dico aveva, perché nel momento in cui racconta la sua storia si trova in carcere) la poco simpatica abitudine di rapire, torturare, violentare e uccidere ragazzini in età puberale. Il peggio è che sto scrivendo questo romanzo in prima persona, laddove il serial killer è l’io narrante, ho quindi la necessità di immedesimarmi moltissimo in lui. Però, davvero, posso assicurare tutti che le mie abitudini sessuali ed esistenziali sono un tantino diverse… :-) Comunque credo che alla fine ogni scrittore ha caratteristiche sue proprie che lo rendono diverso da ogni altro. Non migliore o peggiore, o non necessariamente almeno, solo diverso, ed è giusto che sia così.

      • Monia74
        17 novembre 2015 alle 18:18 Rispondi

        Ovvio, infatti non descrivi la tua esperienza in materia, ma l’emozione.
        Personalmente, quando ho dovuto descrivere il terrore che prova la protagonista di essere torturata, ho pensato a quando ero piccola e provavo terrore di notte ai rumori nel corridoio. L’emozione ce la devi avere dentro per poterla raccontare.
        Probabilmente non puoi scrivere di gelosia se non hai mai amato. Ma puoi scrivere del piacere dell’omicidio ripensando a quando qualcuno ti è passato davanti dopo 3 ore di coda :D

  12. Renato Mite
    17 novembre 2015 alle 14:28 Rispondi

    Io credo che uno scrittore degno di questo nome non possa fare altrimenti che svelarsi. Non si tratta di trascrivere vicende del proprio vissuto, bensì di imprimere nella trama e nelle reazioni dei personaggi i propri ideali, le proprie emozioni e le proprie aspettative. Sia in senso positivo che negativo, nel senso di ciò che abbiamo provato noi stessi o che avremmo voluto.
    Quando ho rispolverato i miei vecchi racconti per pubblicarli sul sito, anche a me è capitato di ritrovare al loro interno dei temi ricorrenti o un modo particolare di trasmettere un’emozione che è riconducibile a me. Quindi in definitiva, chiunque voglia scrivere in maniera non calcolata ma passionale non può evitare di esprimere se stesso in una certa misura, foss’anche solo nel suo stile di raccontare. Un po’ come quel principio, credo sia il principio di indeterminazione, che dice che quando osservi un fenomeno, questo fenomeno viene modificato dalla tua osservazione. Alla stessa maniera quando uno scrittore scrive una storia, la storia viene modificata dal suo raccontarla.
    Uno dei motivi che costringe le storie nei cassetti è che, come dici tu, l’autore deve trovare il coraggio di mostrarsi agli altri attraverso le sue storie.

    • Daniele Imperi
      17 novembre 2015 alle 14:34 Rispondi

      Ideali, emozioni e aspettative: concordo in pieno. Intendevo proprio questo. Ma i 3 elementi sono sparsi ovunque nella storia e non sempre è facile rintracciarli.

      • Renato Mite
        17 novembre 2015 alle 14:49 Rispondi

        Infatti, così l’autore si mimetizza nella storia.

  13. Simona C.
    17 novembre 2015 alle 15:03 Rispondi

    In quello che scrivo si trova tantissimo di me e del mio modo di pensare. Ci sono personaggi che parlano con la mia voce e personaggi che dicono e pensano l’opposto per discutere di una mia idea sotto diversi aspetti. Tratto, in diverse storie, tutti i temi che mi interessano e da questo si deduce chi sono, cosa mi piace e cosa detesto.
    Tutto questo senza che sia dichiarato, ma credo che per un lettore risulti evidente.
    Tempo fa, ho scritto sul mio blog un articolo sul fatto che, in certi casi, questa mia immersione nelle storie che racconto può anche essere limitante. Per esempio, non posso descrivere in maniera efficace un rapporto madre-figlia non avendolo purtroppo vissuto, quindi evito di mettermi in situazioni dalle quale non uscirei credibile. Per tutto il resto, però, c’è l’immaginazione che è l’arma più affilata di ogni scrittore :)

    • Daniele Imperi
      17 novembre 2015 alle 15:41 Rispondi

      Dai miei racconti non so quanto si possa capire di me, ma non mi interessa che si capisca facilmente. Su certi rapporti fra persone hai ragione, potresti risultare poco credibile.

  14. Francesco Magnani
    17 novembre 2015 alle 15:07 Rispondi

    All’inizio della mia avventura con il blog, avevo un po’ di timore a scrivere. Ora, scrivo liberamente e svelo molto di me stesso, perché penso sia importante uscire allo scoperto. Credo che i lettori apprezzino questa trasparenza.

    • Daniele Imperi
      17 novembre 2015 alle 15:42 Rispondi

      Quando apri un blog per la prima volta, come quando scrivi una storia per la prima volta, è normale questa paura. Con l’esperienza poi tutto diventa più semplice, anche svelarsi.

  15. Amanda Melling
    17 novembre 2015 alle 15:11 Rispondi

    Le esperienze traumatiche lasciano dei vuoti involontari, e scriverne sinceramente diventa nauseante. Inventare appunto un assassino, una situazione improbabile e non vissuta, è molto più semplice. Tutto dipende se è in ambito psicologico o fisico. Perché ad esempio certe malattie è difficile raccontarle senza conoscerle.

    • Daniele Imperi
      17 novembre 2015 alle 15:43 Rispondi

      Sulle malattie la penso allo stesso modo. Ma per quanto mi riguarda non mi interessa quel genere di storie.

    • Monia74
      17 novembre 2015 alle 18:29 Rispondi

      Esperienze traumatiche… io ho preso il coltello per il manico e ho esternato tutto. Ho pensato che ero la persona più qualificata per scrivere di cosa si prova (evento che ho adattato ad hoc per la storia). Io l’ho preso come un metodo per superare il trauma, ma ovviamente devi essere pronto a guardare in faccia ogni singola ombra. E il bello è che è servito a rendermi più forte.
      Del resto, per me è traumatico anche pensare al bambino che muore naufrago. Dipende da quanto ti fai toccare dalle cose.

      • nani
        18 novembre 2015 alle 03:40 Rispondi

        Io, invece, sono esitante davanti alla scrittura come terapia.
        Prima il trauma lo devi superare per poterne parlare come si deve ad un pubblico. Altrimenti diviene uno sfogo, o una terapia, appunto. Naturalmente non dico che sia il tuo caso, ma io dubito fortemente che il coinvolgimento emotivo personale in una scrittura possa dare frutti apprezzabili. Poi, ripeto, ci sono anche eccezioni.
        Calcolatrice? Forse razionale, ma per fortuna nella vita dei miei personaggi non ci metto becco, se la vedono da soli a reagire come vogliono alle circostanze. :)

        • monia74
          18 novembre 2015 alle 09:29 Rispondi

          Sì forse dipende da persona a persona. Io è da quando ho 12 anni che quando sto male prendo un foglio e scrivo. Forse è davvero una mia caratteristicha, chissà

          • Daniele Imperi
            18 novembre 2015 alle 09:43 Rispondi

            Sì, dipende dalle persone. Ho letto in varie parti che la scrittura è anche terapeutica. A me non succede questo, se sto male dentro, mi chiudo e non ho voglia di fare nulla :)

          • nani
            18 novembre 2015 alle 10:13 Rispondi

            Si’, la scrittura e’ terapeutica. Che il prodotto che esca da questa terapia sia degna di essere letta da un pubblico, questa e’ la mia riserva. :)

          • monia74
            18 novembre 2015 alle 11:23 Rispondi

            Scusa, (e poi mi fermo :) ) non ho detto che devi scrivere raccontando la tua esperienza come se fossi dallo psicologo.
            Ho detto che se ad es. ti hanno usato violenza e ti senti umiliata, scrivere di umiliazione e magari riscatto in forma fantasy, indossando i panni di un personaggio fantastico, con un antagonista mostruoso che fa un fine orribile, può essere catartico. ;)

          • nani
            18 novembre 2015 alle 12:49 Rispondi

            No, mi scuso io, perche’ non volevo sembrasse un attacco al tuo lavoro. :)
            E nonostante rimanga un po’ sospettosa su un uso simile della scrittura, sottolineo ancora una volta che non mi sogno minimamente di generalizzare, anche perche’ non posso parlare di qualcosa che non ho letto. ;)

          • monia74
            18 novembre 2015 alle 12:51 Rispondi

            Non lo sembrava, tutto a posto :) :)

  16. Amanda Melling
    17 novembre 2015 alle 15:12 Rispondi

    L’esempio degli esempi è King.

    • Daniele Imperi
      17 novembre 2015 alle 15:44 Rispondi

      In che senso? Si svela?

      • alessandro
        26 gennaio 2016 alle 20:22 Rispondi

        Certo, molto, Ling da giovane era un alcolista, nelle sue storie ci sono spesso personaggi alcolisti e riferimento agli alcolisti anonimi

        • alessandro
          26 gennaio 2016 alle 21:04 Rispondi

          King volevo dire

  17. poli72
    17 novembre 2015 alle 15:56 Rispondi

    E’ inevitable,e si vuole acquisire uno stile personale in quello che si scrive non mettere un po’ di se stessi ,del proprio carattere,del proprio modo di vedere le cose . Come hai Tu spesso spiegato in numerosi post ,l’emulazione di un autore amato e’ una delle prime ingenuita’ che compie uno scrittore acerbo, ad essa aggiungerei anche una sorta di autocastrazione letteraria in cui si cade quando si eliminano alcune parti di trama o alcune espressioni di pensiero ,magari proposte per voce dei personaggi ,che l’autore inesperto non ritiene all’altezza. All’altezza di cosa ,poi ,e’ sempre un ragionamento vacuo ,ma il solo fatto di averle pensate in esclusiva senza ritrovarle in qualche opera gia’ letta crea una sorta di panico ,di fobia in quanto porta a pensare che tale trovata possa essere banale ,scontata ,piatta. Come una barzelletta mal riuscita ,ove in luogo dell’apprezzamento del pubblico si ottiene platea muta o peggio ancora ce il tizio serio che ti apostrofa un bel ” Che c******!”. Eppure non e’ cosi’.Sappiamo tutti che l’individuo che approccia la vita nel modo piu’ naturale possibile , essendo pienamente se stesso ,mostrando tutti i difetti ,ma anche i pregi che ha, ottiene il miglior riscontro dagli altri.L’artificiosita’ del comportamento,il voler passare da quello che non si e’, il nascondere i propri sentimenti per vergogna o paura di aprire una parte della propria amìnima, crea soltanto figure grottesche e disinteresse . Tutto cio si puo’ benissimo traslare nel campo della scrittura.Essere se stessi e’ l’unica via percorribile per imprimere forza e vita alla storia .Mi vengono in mente certi politici degli anni ’80 come Forlani , Andreotti , Spadolini , Craxi e compagnia bella (se vi volete divertire ,andate su youtube) parlavano in modo artificialmente ricercato ,difficile,pieno di paroloni colti e toni solenni , col solo scopo di vendersi come persone estremamente colte e competenti .Ce li vedreste oggi ad una trasmissione in prima serata ? Forse una loro registrazione farebbe boom di vendite come sonnifero ! Io credo che il linguaggio del futuro e quindi anche quello della parola scritta sara’ ascoltato soltanto se espresso con la maggior spontaneita’ possibile,(rimanendo negli schemi della correttezza grammaticale e della chiarezza espressiva).Un autore che mette se stesso nell’opera che scrive e’ forse l’unico che ha la possibilita’ di infondergli un’anima.

    • Daniele Imperi
      17 novembre 2015 alle 16:18 Rispondi

      I politici sono tutti artificiosi, devono vendersi. Anche lo scrittore si vende, in un certo senso, ma c’è una sostanziale differenza di guadagno :)

  18. Tenar
    17 novembre 2015 alle 16:15 Rispondi

    Ci si svela per forza, ma sempre con il velo di una maschera e di una storia non nostra.C’è un continuo gioco tra svelarsi e nascondersi che è il bello della letteratura. Ogni storia che viene da noi racconta per forza qualcosa di noi. Anche solo il tipo di storia, le tematiche, il punto di vista. Persino le scelte più tecniche rivelano la nostra interiorità. D’altro canto non si può neanche dire: l’autore è il protagonista. L’autore è tutti i personaggi e non è nessuno. Gioca a nascondino con il lettore fino a che il divertimento diventa il gioco stesso e non catturare l’autore.

    • Daniele Imperi
      17 novembre 2015 alle 16:27 Rispondi

      Sì, anche le scelte tecniche su come narrare hanno qualcosa di personale, più difficile da trovare rispetto ai temi e al tipo di storie.

  19. massimiliano riccardi
    17 novembre 2015 alle 16:48 Rispondi

    Sarai stanco di sentirti fare i complimenti, ma porta pazienza e accetta di buon grado anche i miei: Ottimo articolo, forse, a parer mio, il più “sentito” tra i tanti. Personalmente scrivo attribuendo ai personaggi cose viste, vissute, subite, fatte, oppure li calo in situazioni che in qualche modo sono riconducibili al mio modo di pensare o che specificatamente odio. Ovvio che grazie alla narrazione condisco, amplio, sfumo, esagero. Mai scritto di cose che non conosco. Per fortuna o per sfortuna ho avuto, sopratutto in gioventù, una vita intensa e movimentata. Ora in qualche misura attingo. Non credo però che i romanzi che ho scritto mi caratterizzino, ho largamente distribuito e diversificato a tal punto da non riuscire nemmeno io ad avere un idea precisa. Non so che stile ho e nemmeno sono in grado di capire se riesco a trasmettere nel modo giusto. Come si dice? Chi se ne frega.
    Grazie Daniele per questo interessante spunto di riflessione.

    • Daniele Imperi
      17 novembre 2015 alle 18:02 Rispondi

      Grazie :)
      Neanche le mie storie mi caratterizzano, attingo a sensazioni, emozioni provate, sogni e riflessioni. Parti di me, quindi, difficilmente rintracciabili.

  20. Grazia Gironella
    18 novembre 2015 alle 10:49 Rispondi

    Il tema del post è molto importante. Devo dire che mi sento al sicuro, quindi molto libera, nell’infiltrare parti di me nei personaggi, forse perché di solito risultano frammentate e poco individuabili da chi non mi conosce bene. Questo per quanto riguarda la narrativa. Nei saggi, dove sono per forza più “nuda”, presto attenzione a esprimere i concetti nel modo giusto per entrare in comunicazione con il lettore. Per esempio certe volte tenderei a esprimere la mia opinione andando dritta al punto, ma so che questo può dare un’impressione di rigidezza e di giudizio che non mi corrisponde affatto, perciò cerco di correggermi. Non è una forzatura.

    • Daniele Imperi
      18 novembre 2015 alle 11:27 Rispondi

      I saggi sono diversi, hai ragione, non devi nascondere nulla. Andare dritto al punto non lo vedo come un atteggiamento rigido.

  21. Amanda Melling
    18 novembre 2015 alle 17:10 Rispondi

    No intendo che i protagonisti dei suoi libri non hanno nulla a che fare con lui. Ad esempio Carrie o il pagliaccio di It…è tutto nella testa, anzi, io quando ci trovo la personalità dentro a un manoscritto facilmente lo scarto. Lo scrittore deve essere neutrale di fronte ai suoi mostri e alle sue bellezze, altrimenti non è un buon lavoro. Anche gli scrittori che parlano di sentimenti, lo fanno usando le chiavi che funzionano a bloccare il lettore, ma non significa che credi in quello che scrivi, solo che sai scrivere egregiamente.

    • Daniele Imperi
      18 novembre 2015 alle 17:20 Rispondi

      Non è detto che lo scrittore debba credere a ogni cosa che scrive, perché in una storia ci sono tanti personaggi uno diverso dall’altro, ma non so quanto inventi di sana pianta. Riguardo a King, chissà, non sappiamo cosa gli passa per la testa :)

  22. Mara Cristina Dall'Asen
    19 novembre 2015 alle 00:04 Rispondi

    Credo che in ogni storia ci sia molto di chi la scrive, c’è il suo modo di sentire le cose e di trasformarle, rielaborarle in base alla propria sensibilità. Che non vuol dire scrivere solo di cose che si conoscono, ma provare a vivere vite diverse ed essere persone diverse. Scrivere e soprattutto pubblicare è un pò come mettersi nudi in piazza, non puoi nasconderti, sei tu che hai scritto quelle parole e che hai scelto quello lo schema. Chi conosce l’autore trova i punti di incontro con la storia, il lettore normale no, a meno che l’autore non lo si specifichi come ho fatto io nel primo romanzo (in parte autobiografico per quel che concerne le ricerche araldiche inserite e anche qualcos’altro). Io ho scoperto poi che scrivere mi fa stare bene e forse ha curato ferite e graffi, non profondi ma persistenti, della mia vita. Sono molto più serena da quando scrivo. Ciao Mara

    • Daniele Imperi
      19 novembre 2015 alle 07:50 Rispondi

      Sì, chi conosce benissimo l’autore potrà trovare gli elementi che gli sono comuni.
      In un certo senso la scrittura fa bene anche a me, perché la vedo come un’attività piacevole e quindi in quei momenti sono più sereno.

  23. Riccardo
    28 novembre 2015 alle 23:24 Rispondi

    No, secondo me censurarsi non è affatto una cosa buona, sai perché?
    Perché censurandoti non dai quell’emozione, non credo che si riesca a dare ciò che vuoi dare… non so se si capisce. Purtroppo mi sono auto-censurato in un racconto, non per farlo a posta, non me n’ero nemmeno accorto, ma rileggendo mi sembrava scritto da un Robot. Era meccanico, senza emozioni… perciò lo devo riscrivere da capo :(
    Quindi, alla scrittura non si mettono troppi filtri, a mio parere ;-)

    • Daniele Imperi
      30 novembre 2015 alle 09:30 Rispondi

      Hai ragione, la censura cancella ogni emozione dalla scrittura.

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