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Quando fallire è un successo per lo scrittore

Successo scrittoreAvete letto bene: il modo peggiore di affrontare una carriera da scrittore è abbattersi, demoralizzarsi, deprimersi quando arrivano gli insuccessi. Fallire è umano, dopo tutto. Non esiste qualcuno che ha sempre vinto, altrimenti ci sarebbe il suo ritratto in tutti gli edifici religiosi del mondo.

Come possiamo avere successo quando otteniamo un fallimento? Analizzando quel fallimento e cambiando rotta alla prossima storia da scrivere.

Rifiuti editoriali

Fanno parte del gioco. Tempo fa, ormai sono due anni, ho inviato un mio manoscritto sul blogging a diverse case editrici, credo quattro o cinque. Soltanto una mi ha risposto, ne ho parlato nel mio articolo sull’attesa di risposte dagli editori. Fu un altro rifiuto, della serie prima sì e poi no.

Un’altra casa editrice, 40K, chiedeva invece delle idee da sviluppare poi in un ebook. Ho inviato ben 3 proposte e non sono state accolte.

Io sono ancora vivo. E continuo a scrivere.

Che cosa non andava nel mio manoscritto sul blogging? A ripensarci ora, tutto. C’era tutto ciò che si può facilmente trovare online, quindi non vale la pena revisionarlo ancora né riscriverlo. E nelle 3 proposte? Non lo so, neanche le ricordo tutte, ma non erano certo da Premio Pulitzer.

Ora sto scrivendo un altro libro sul blogging, da un’idea nata il 15 agosto scorso. E non c’è nulla nel mercato editoriale su ciò che sto scrivendo. È buona come idea? Sì, per me sì, m’è piaciuta proprio perché non è la solita idea su un libro sul blogging. Se sarà pubblicato o meno è prematuro dirlo, così come se sarà un successo, però da quei fallimenti ho capito che bisogna avere un’idea forte e anche originale, quando si vuol scrivere di un tema abusato.

Storie non finite

Ho iniziato a scrivere romanzi fantasy che poi non ho mai terminato. Ne ho parlato nel mio articolo sugli errori nella scrittura creativa. Ma ci sono anche vari racconti iniziati e mai finiti. Restano come file nel computer a consumare byte.

Da cosa è dipeso? Credo di avere la risposta: nella mancanza di affinità con la storia. Nel caso del fantasy, io stavo scrivendo un romanzo non mio, che non mi apparteneva, perché qualcun altro, prima di me, l’aveva scritto. Negli altri casi, be’, magari l’idea non aveva funzionato, o almeno non aveva funzionato per me.

La parola magica quindi è affinità. Dobbiamo essere legati alla storia da scrivere, sentirla nostra, non poterne fare a meno, sentirne la mancanza e la nostalgia quando non possiamo continuare a scriverla.

Sconfitte alle gare letterarie

Come sapete, alla mia prima gara letteraria mi hanno distrutto. E anche a quelle seguenti. Ma poi ho cominciato a vincerle, ricordo ancora la gara chiamata Grand Prix, due scrittori-piloti che in coppia gareggiavano con altre coppie, punti conquistati in base ai racconti o saggi scritti. Ero in squadra con Ferruccio e ci siamo classificati al 3° posto.

A USAM di Edizioni XII non ho mai vinto, forse un solo piazzamento al 3° posto. Ma partecipavo ogni mese e ogni volta prendevo sia complimenti sia critiche negative. Da quelle prime sconfitte ho imparato molto e non ho più commesso quegli stessi errori.

Critiche e commenti negativi

Arrivavano specialmente nel forum di Edizioni XII, che frequentavo di più. Non sempre ero d’accordo con le critiche, ma è normale, però molte volte c’era stato quasi una sorta di editing, che ti mostrava i punti deboli della storia e del linguaggio.

Il problema dei commenti negativi è solo uno, secondo me: lo scrittore si affeziona troppo a ciò che scrive. Come se fosse un dio che non può sbagliare. Come se ogni brano della sua storia fosse intoccabile, perfetto, sacro.

E se capitasse con un editor di ferro? Certo, l’autore ha sempre l’ultima parola – o, almeno, così dovrebbe essere – ma deve anche capire che certe parti della sua opera potrebbero migliorare. Tanto a modificarle e riscriverle sarà sempre lui.

Anche qualche commento negativo nel blog – pochissimi, per fortuna, ma ci sono stati – ha fatto bene. Tutto questo prepara uno scrittore ad affrontare la pubblicazione reale, lo prepara alla collaborazione con l’editore.

Pubblicazioni non vendute

Ok, io non ho venduto nessun ebook né libro, finora, ma questa parte va contemplata nel post. Chi ha venduto poco e niente di voi che leggete può dire la sua nei commenti: come vi ha aiutato a migliorare?

C’è da chiedersi prima di tutto “perché il mio libro non vende?” I motivi possono essere tantissimi, per esempio:

  1. è scritto bene il libro? C’è stato editing?
  2. Ha una buona copertina?
  3. Da quale casa editrice è venduto?
  4. Quanto è presente in libreria?
  5. Ha fatto promozione editoriale?
  6. Il libro è stato sufficientemente pubblicizzato nei principali canali di comunicazione della casa editrice?
  7. Quanto costa?
  8. A chi è rivolto?
  9. Ci sono pubblicazioni simili nel mercato?
  10. Quanto vende quel genere? Quanto è richiesto?

Fermiamoci qui. Rispondere a tutte le domande richiederà tempo. In alcuni casi bisognerebbe dare una risposta a certe domande prima di scrivere il libro.

Se non vendiamo, non dipende dal lettore che non ci capisce, non è colpa della società né della crisi economica né di internet che risucchia la vita delle persone né della sfortuna né degli influssi di Giove che non è allineato con Venere né, tanto meno, del gattino nero che ha dovuto attraversare la strada proprio quando stavamo passando noi.

Se non vendiamo, è colpa nostra.

Non abbiamo saputo vendere. Non abbiamo saputo creare un prodotto editoriale valido e che incontri i gusti dei lettori del momento.

Lo scrittore non deve sperimentare? Non deve scrivere ciò che vuole? Certo, l’importante, poi, è che prenda atto dei fallimenti e li trasformi in successi per la sua opera successiva. Se continua a sbagliare, tanto vale smettere di scrivere, non trovate?

Quali sono stati i vostri fallimenti nel mondo editoriale?

Siete riusciti a invertire la rotta e fare meglio della volta precedente? O siete testardi e preferite cambiare il mondo e non vendere mai neanche una copia?

45 Commenti

  1. LiveALive
    19 novembre 2014 alle 07:45 Rispondi

    Io sono testardo e continuo a non voler vendere neanche una copia. Davvero, non mi interessa particolarmente: non ho pubblicato niente e ora come ora non mi interessa neppure farlo. In realtà, preferisco non avere visibilità, proprio perché non voglio essere giudicato, neanche quando utile.

    Un mio testo l’ho inviato a una decina di case editrici. Mi ha risposto solo una a pagamento, dicendo che non era nei loro standard (!). Per fortuna: era un testo orribile, ne ero già conscio all’epoca. Ne ho fatti leggere, però, alcuni stralci su internet, ad amici e sconosciuti, e sono piaciuti, quindi mi basta così.

    Ecco, nota: io ho detto che ora come ora non voglio pubblicare, ed è vero. Ma poi mi ritroverò un manoscritto tra le mani, e mi dirò: “per cosa ho scritto tutti questi mesi?”, e allora mi sa che proverò a inviarlo lo stesso.

    • Daniele Imperi
      19 novembre 2014 alle 13:29 Rispondi

      Ah, gli editori a pagamento fanno pure i difficili? :)

      Certo, se non ti interessa pubblicare, il discorso è diverso.

  2. Chiara
    19 novembre 2014 alle 08:46 Rispondi

    Una volta una persona, dopo che avevo commesso uno sbaglio sul lavoro, mi ha detto due frasi che, ancora oggi, utilizzo come spunto:

    1) “Nella vita non esistono fallimenti, solo feedback”
    2) “L’unico modo per non sbagliare è non fare niente”

    Questo mi ha insegnato a vivere gli errori con umiltà e ad utilizzarli come spunto per imparare e per migliorare me stessa. Io so di non essere perfetta, a maggior ragione considerando il fatto che ho ripreso a scrivere dopo molti anni (ne parlerò probabilmente anche nel “meme”) dunque ogni critica ed ogni consiglio sono utili per migliorarmi, purché espresse con rispetto e costruttività.
    Penso di aver ricevuto soltanto una volta una critica propriamente negativa su un mio scritto e, anche se all’inizio mi ferì, compresi che la persona dall’altra parte aveva un serio problema con se stessa e l’attacco era un modo per colmare il proprio senso di inferiorità. In altri casi, invece, le critiche mi hanno aperto gli occhi sui miei difetti e stimolata a migliorare. Ho riscritto una parte di una scena dopo un’opinione di Salvatore Anfuso, il quale evidenziava che ero stata un po’ “pigra” … ho cambiato ambientazione e uno dei personaggi coinvolti. Il risultato è completamente diverso.
    In linee generali io ragiono così: qual è il mio obiettivo? è pubblicare? è vendere? No, in questo momento a me interessa diventare una brava scrittrice. Tutto il resto potrà essere una conseguenza, forse non immediata ma frutto di una gavetta importante. Dunque non mi servono lodi sperticate. Mi serve comprendere quali siano i miei punti di forza e gli aspetti che devo migliorare. Punto.

    • Daniele Imperi
      19 novembre 2014 alle 13:33 Rispondi

      Sono d’accordo sulla seconda frase, ma non sulla prima.

      Certo, le critiche devono essere costruttive e mai offensive, altrimenti diventano attacchi alla persona e non commenti all’opera.

      Salvatore mi sa che è un rompitasche come pochi… ah, ma sta proprio qui sotto :D

      I miei obiettivi sono migliorare e pubblicare. Ma pubblicare significa anche vendere.

      Un giorno mi invento una specie di maratona della scrittura, una corrida per scrittori :)

      • Salvatore
        19 novembre 2014 alle 15:40 Rispondi

        Diciamo che senza offendere dico quello che penso. Non è detto che abbia ragione, i gusti e le scelte spesso sono soggettivi e questo a Chiara l’ho sottolineato più volte. Consigliare (criticare) qualcuno mi mette sempre un po’ di imbarazzo. La componente soggettiva è troppo preponderante. Voglio dire, al di là della grammatica nuda e cruda, tutto il resto è frutto di scelte e quindi di gusti…

        • Chiara
          20 novembre 2014 alle 08:45 Rispondi

          Assolutamente sì, infatti non tutti i consigli vanno presi come oro colato. MTS una volta mi ha suggerito di modificare una roba, ma era frutto di una scelta precisa dunque ho preferito non farlo. Tu invece avevi avuto ragione. E ti dirò di più: sapevo che mi avresti detto quelle cose prima ancora di mandarti il pezzo perché era una cosa che avevo già capito da sola ;)

          • Daniele Imperi
            20 novembre 2014 alle 09:57

            MTS faceva un editing dei racconti in gara :D
            Mica mi ricordo di questa storia, però, complimenti per la memoria… se hai ancora il link, me lo mandi?

        • Daniele Imperi
          20 novembre 2014 alle 09:56 Rispondi

          Anche io dico quello che penso, cercando di non offendere nessuno. Ma non sempre è così. Concordo sulle scelte, al di là della correttezza del linguaggio.

      • Chiara
        20 novembre 2014 alle 08:48 Rispondi

        Tu, Daniele, hai alle spalle una gavetta più lunga della mia (e credo anche qualche anno in più) mentre io sono ancora agli inizi. Sicuramente gli obiettivi di pubblicare e vendere arriveranno quando il romanzo sarà concluso ed inizierò la revisione. Ora vorrei più che altro conquistare una maturità tecnica e scrivere un’opera di qualità. :)

        “Fallimento” è semplicemente una parola. Nessun errore è irrimediabile. Pertanto io credo anche nella veridicità della prima frase. Se non sbagliassimo mai, non potremmo evolverci.

        • Daniele Imperi
          20 novembre 2014 alle 10:00 Rispondi

          Ben 15 anni in più, purtroppo :D

          È vero che se non sbagliassimo, non potremmo evolverci. Ma se un libro fallisce, ossia non vende, non piace, ecc., non puoi riproporlo. Puoi migliorare considerando gli sbagli di quel libro. Ma il danno ormai è fatto.

  3. Salvatore
    19 novembre 2014 alle 09:49 Rispondi

    Secondo me l’influsso di Giove allineato con Venere è importantissimo. Detto questo, l’unico motivo per cui non mi abbatto, diversamente da quando smisi di scrivere molti anni fa, è che vedo dei progressi. Ci sono enormi differenze fra un racconto scritto anche solo un anno fa e uno invece recente, quasi fossero due autori diversi ad averli scritti. Credo che questo sia importante.
    Per quanto riguarda le critiche, be’, una volta mi arrabbiavo da matti. Non so neanche spiegarlo, era viscerale. Oggi invece ricerco più le critiche che i complimenti. Le critiche ti aiutano a capire, a crescere, i colplimenti fanno bene all’ego, certo, ma solo a quello.
    Non ho mai pubblicato né ho mai proposto niente a nessuna casa editrice, quindi al momento non ho esperienze dirette da sventolare.

    • Daniele Imperi
      19 novembre 2014 alle 13:35 Rispondi

      Forse il fatto che quasi nessun mio racconto mi piaccia a partire già dal giorno successivo alla pubblicazione, è buon segno.

      La prima volta con le critiche è dura: io volevo ammazzare tutti :D

      • Salvatore
        19 novembre 2014 alle 15:31 Rispondi

        “La prima volta con le critiche è dura: io volevo ammazzare tutti” – questo è confortante. ;)

  4. Sylvia Baldessari
    19 novembre 2014 alle 11:24 Rispondi

    Ciao Daniele,

    Come consideri l’optare subito per l’auto pubblicazione, senza prima proporre il tuo libro a un editore?

    Un errore?

    Nel senso: domani termino il mio primo manoscritto e scelgo immediatamente la via self…

    • Daniele Imperi
      19 novembre 2014 alle 13:36 Rispondi

      Ciao Sylvia,

      no, non è un errore. Lo sarebbe se non affidi il tuo testo a un editor prima della pubblicazione e se non curi tutti gli aspetti del libro.

  5. Sonia Zoda
    19 novembre 2014 alle 13:40 Rispondi

    Vendere.
    Se il successo è vendere, se il proprio valore è di questa misura, mi sa che non è poi così difficile.
    Basta conoscere molto bene la tecnica, per qualsiasi campo di applicazione e dare alla gente ossia, al polso dei consumi contemporanei, ciò che si aspetta.
    Ho venduto enciclopedie (non so se posso fare il nome, ma fu una delle più note a cavallo di anni 80′ e 90′) porta a porta, siccome alla fine, la rappresentanza è uno di quei lavori che non mancano mai, mi lessi anche Ford per imparare e usai gli allora corsi di una nota azienda di cosmesi dove lavorava mio padre e zio, il quale aveva un salone. Negli stessi anni in cui cercavo indipendenza, in famiglia avevamo un ristorante. La vendita e le sue tecniche sono cambiate poco, infatti e le varianti dipendono dai consumi, dal tipo di consumo. In quegli anni valeva più il prodotto del servizio, la concretezza di un toccare con mano e la faccia del venditore era una garanzia di serietà. Poi è diventata come ti entro nella psiche per capire cosa vuoi e te lo offro e quindi tutte le tecniche per convincere che il tuo servizio risponde alle richieste psicologiche del consumo.
    Credo e lo dico sinceramente, che un artista sia costretto ad una scelta basilare se vuole vivere della sua arte. O nicchia o niente. Vendere è vendersi a chiunque e chiunque non consuma arte. Forse è un lentissimo procedere, facile che ci si muore intanto, forse è puro romanticismo ma per me, è l’unico modo.
    Giungo alla scrittura in tempi successivi al disegno. Disegnavo ovunque anche sulle mani se non trovavo altro. Ho venduto tantissimo, perché allora, io disegnavo qualunque soggetto e quindi, senza saperlo, offrivo materiale richiesto in quel momento e contesto. Di una grandissima mole di lavori (quindi più o meno buoni a livello tecnico) tanti sono rimasti con me a prendere polvere anche se debitamente tutelati. Li ho venduti per caso, taluni e mi sono accorta del perché. Erano diventanti ‘contemporanei’, rispondevano ad una richiesta.
    Il mio autore preferito è Stephen King, dei suoi libri mi piacciono ed è un’eufemismo soltanto alcuni e tanti invece non mi hanno entusiasmato. Ma quando lo citano criticandolo, me ne scuso, ma equivale ad una bestemmia per le mie orecchie, perché è vero che un dio può e deve sbagliare altrimenti non è neppure vivo, ma lo è se, scrive di un pagliaccio e nessun’altro saprà scrivere di un’altro pagliaccio né simile, né diverso.

    • Daniele Imperi
      19 novembre 2014 alle 13:50 Rispondi

      Non la vedo proprio così per l’editoria, almeno nel mio caso.

      Certo che puoi fare nomi. Mio padre era rappresentante della Utet negli anni 70.

      Nell’arte vale la nicchia, anche secondo me.

      Finora quello che ho letto di Stephen King m’è piaciuto, Joyland meno di tutti, ma è comunque un bel libro.

  6. SAM.B
    19 novembre 2014 alle 13:59 Rispondi

    Ricordo bene come ho reagito al primo commento negativo che ho ricevuto: “Basta, faccio pena, non scrivo più!” XD
    Ricordo anche come ho reagito a uno dei successivi: “mercanteggiando” sui punti criticati, ovvero ribattendo a ognuno con le mie argomentazioni con l’intenzione di far sputare al criticone “okay, hai vinto, hai ragione tu”.
    Tutto questo è successo molto tempo fa: una decina d’anni, quasi. Non dico che adesso ho raggiunto uno stato di grazia tale che una stroncatura non mi suscita alcuna emozione negativa… però ho trovato il modo di accettarle, trarne qualcosa di utile o lasciarmele scivolare addosso – dipende da come vengono formulate. Le mie bamboline voodoo, ormai, prendono la polvere; gli spilloni li ho persi ^^
    Anche il non essere selezionata a un concorso non mi fa più impressione. Onestamente, non ricordo neanche più perché ci sia sempre rimasta tanto male, in passato, al punto di fermarmi con la stesura delle mie storie – a volte anche per mesi.
    Adesso attendo di rifare tutto il percorso alla prima occasione in cui pubblicherò e non venderò niente :D

    • Daniele Imperi
      19 novembre 2014 alle 14:04 Rispondi

      Da te mi sarei aspettato una strage :D

      Ho ribattutto anche io, nel senso che spiegavo il perché avessi scritto a quel modo o accettavo appunto la critica.

      Non essere selezionato mi è dispiaciuto, ma non più di tanto. Ad alcune gare letterarie, invece, non ci sono rimasto bene, non perché volessi vincere io per forza, ma perché avevo l’impressione si andasse avanti per conoscenze e simpatie.

  7. Sonia Zoda
    19 novembre 2014 alle 14:02 Rispondi

    Ho l’intera collezione è uno dei best, è La Torre Nera a pari merito con Salem’s Lot e Insomnia.
    Sì piacciono quasi tutti, alcuni meno, come anche ciò che scrivo e ciò che disegno, qualcuno mi piace di più, qualcuno meno, altri li cestino e poi magari… me ne pento anche.
    Piace molto anche suo figlio Joe Hill, con tutti i se e i ma, credo abbia una strada più facile e anche più difficile della mia.
    Ho un’idea tutta mia di editoria, prima o poi, la svilupperò con i metodi artistici di vendita e senza altra pressione che quella interiore, già bella incandescente di suo.

    • Daniele Imperi
      19 novembre 2014 alle 15:21 Rispondi

      Del figlio non ho nulla, ma un’amica mi ha consigliato La vendetta del diavolo e NOS4A2 .

  8. Ferruccio
    19 novembre 2014 alle 14:16 Rispondi

    Anche io ho imparato tante cose dalle esperienze che citi.

    • Daniele Imperi
      19 novembre 2014 alle 15:21 Rispondi

      E di preciso cosa?

      • Ferruccio
        19 novembre 2014 alle 15:51 Rispondi

        Uno a dare il giusto peso alle opinioni altrui
        Due che c’è sempre da imparare e più vogliamo meno ne sappiamo.
        Nei forum per esempio io trovo che c’è comunque troppa soggettività

  9. Fabio Amadei
    19 novembre 2014 alle 16:24 Rispondi

    Penso che le critiche siano salutari se a farle è qualcuno che ha “le palle” per poterle fare, perché è sempre un insegnamento di cui far tesoro. Molti anni fa, noi forza vendita, avevano un direttore commerciale della vecchia scuola, con un bruttissimo carattere ma che aveva a cuore i problemi dei venditori. Era pronto a criticarti anche aspramente ma mai a livello personale, ti insegnava i fondamentali del lavoro in modo diretto ed efficace. Era così burbero che i titolari della ditta lo licenziarono per telefono, non avendo il coraggio di affrontarlo. Al suo posto presero un direttore commerciale che proveniva da un settore molto diverso dal nostro ma aveva una grande parlantina e prometteva grossi aumenti di fatturato.
    Fece spendere molti soldi in pubblicità che non diede nessun risultato. Una cosa che mi colpì nei colloqui personali con il nuovo direttore fu il menefreghismo assoluto di fronte a quello che non condividevo. Rispose che potevo pensarla come volevo. In poche parole capii che a lui della rete vendita non fregava nulla.
    Risultato? La ditta rischiò di fallire e lui venne sostituito.

    • Daniele Imperi
      19 novembre 2014 alle 18:20 Rispondi

      Bella storia. Scommetto che la ditta non ha avuto il coraggio di riassumere il vecchio direttore :)

      Le critiche devono essere sempre formulate in modo da essere dirette al prodotto e non al produttore.

  10. Banshee Miller
    19 novembre 2014 alle 18:17 Rispondi

    Se vendi poco o niente, vuol dire che qualcosa non funziona. Perciò bisogna cambiare. E qui viene il bello. Che cosa? Saperlo avrebbe evitato l’errore iniziale, ovvio, ma qualcosa va cambiato. Già solo questo rende l’insuccesso utile. Io per adesso sto procedendo a tentativi, per ora infruttuosi come vendite. Sono talmente tante le cose che si possono cambiare da non aver alternative.
    Vedo che ritieni assolutamente determinante la qualità “formale” del testo (editing, no sbavature, ortografia perfetta). Sono cose importanti e male non fanno di sicuro, secondo me però non sono determinanti per le vendite. Certo un testo pieno di errori e buchi e ripetizioni in modo imbarazzante non venderà, ma se si resta sopra una certa soglia credo che il tutto possa venire trascurato (dal lettore/compratore). Il contenuto invece deve essere assolutamente “azzeccato”. Deve essere lì, nel posto giusto, nel momento giusto, per le persone giuste, allora vende. Azzeccarlo è il problema. Ritengo tuttavia che uno scrittore debba scrivere ciò che sa scrivere, senza perdersi troppo a rincorrere quello che potrebbe vendere. Rischierebbe di snaturarsi e di non ottenere nulla comunque.

    • Daniele Imperi
      19 novembre 2014 alle 18:23 Rispondi

      Esatto, c’è qualcosa che non funziona.

      Non ho capito cosa intendi per soglia sopra cui stare. Cosa può essere trascurato?

      D’accordo che bisogna scrivere ciò che sappiamo scrivere, certo. Sono possibilità in più per vendere.

      • Banshee Miller
        20 novembre 2014 alle 08:38 Rispondi

        Per soglia sopra cui stare intendo un livello minimo di decenza, che potrebbe essere, almeno, un testo che si lascia leggere. Sempre in ottica vendite. Intendo che per il lettore medio che si lascia un po’ trascinare dalle mode non è poi tanto importante l’editing e l’ortografia.

        • Daniele Imperi
          20 novembre 2014 alle 09:52 Rispondi

          Non so quanto siano importanti per il lettore medio ortografia e grammatica, ma se metti in vendita un libro, possono comprarlo tutti, quindi il prodotto deve essere creato puntando sulla qualità.

  11. Mara Dall'Asen
    19 novembre 2014 alle 19:47 Rispondi

    Credo di aver capito cosa intende per soglia Banshee, se sei un lettore da tanti anni, rileggendo riesci a sentire se la musicalità del testo va bene, certo devi estraniarti da quello che hai scritto e leggere solo le parole, possibilmente ad alta voce. Si trovano tante cose così, poi devi cercare le parole che sono tranelli, insomma una volta che c’è la storia si può riuscire a fare un lavoro accettabile. Chi legge non è così attento agli errori, ai refusi, può notare la ripetizione, ma se è coinvolto dalla storia non cambia la percezione del libro. Forse i lettori peggiori sono proprio gli scrittori, io da quando ho cominciato a scrivere mi accorgo che leggo in modo diverso… e la cosa non mi piace! Prima riuscivo a percepire solo la storia, il pathos… ora mi accorgo dei refusi… che tristezza! ciao Mara

    • Daniele Imperi
      20 novembre 2014 alle 09:55 Rispondi

      Che qualche lettore non sia attento agli errori non significa che lo scrittore è giustificato a scrivere libri con errori grammaticali. Se fai errori grammaticali, non sei scrittore.

      Anche io da quando leggo molto e scrivo molto, leggo in modo diverso e noto tantissimi errori.

  12. Mara Dall'Asen
    20 novembre 2014 alle 12:56 Rispondi

    No calma, parlavo di errori non grammaticali. E lo scrittore deve sempre dare il massimo, punto. Per quel che riguarda la sintassi, non lo so, oggi vedo tante cose su libri di case editrici importanti che in altri tempi sarebbero state degli errori. Forse anche la lingua sta cambiando, anche noi non scriviamo più come nel ‘800.

  13. Lisa Agosti
    20 novembre 2014 alle 19:05 Rispondi

    Per quanto riguarda le pubblicazioni non vendute, ho comprato questo manuale che si chiama “78 Reasons why your book may never be published and 14 reasons why it just might” e la ragione numero uno per cui un libro potrebbe non essere mai pubblicato è : Non l’hai scritto.
    L’autore poi proibisce al lettore di continuare la lettura finchè non si è finito di scrivere il libro.
    Le altre 77 ragioni non le so… :)

    • Daniele Imperi
      20 novembre 2014 alle 19:16 Rispondi

      Direi che la ragione numero 1 è la migliore :D
      Intendi di non leggere il proprio libro fin quando non lo abbiamo finito di scrivere?

      • Lisa Agosti
        20 novembre 2014 alle 19:56 Rispondi

        No, scusa, mi son spiegata male. L’autore del libro proibisce di proseguire la lettura del manuale finché non si è finito il proprio libro, quindi io potrò leggere le altre 77 ragioni solo quando avrò finito il mio romanzo, eliminando così la ragione numero uno.

        • Daniele Imperi
          21 novembre 2014 alle 07:52 Rispondi

          Ah, non avevo capito. Interessante questo libro… me lo compro :)

  14. Mara Dall'Asen
    20 novembre 2014 alle 21:35 Rispondi

    Non mi piace fare nomi, ma c’è una scrittrice molto famosa in Italia, giovane, che scrive secondo me con una sintassi tutta sua e comunque non è la sola!

    • Daniele Imperi
      21 novembre 2014 alle 07:53 Rispondi

      Una sintassi tutta sua? Se ti va, puoi mandarmi il nome per email? Vorrei leggere qualcosa.

  15. Mara Dall'Asen
    21 novembre 2014 alle 23:27 Rispondi

    Scusa la tua mail qual’è? Le iniziali sono C.G.

  16. Kinsy
    22 novembre 2014 alle 09:48 Rispondi

    Hai ragione, gli insuccessi sono davvero tanti, ma fanno parte della gavetta!
    Hai proprio ragione quando dici che ci si affeziona a quello che si scrive. I propri scritti sono come dei figli e a volte è difficile accettare le critiche, ma queste sono davvero essenziali se ci si vuole migliorare!

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