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Da cosa dipende il successo di un libro?

Successo del libro

Lasciando perdere le considerazioni sul fatto che sia possibile o meno vivere scrivendo romanzi, un qualsiasi libro pubblicato ha, potenzialmente, le stesse probabilità di un altro di avere successo.

Per successo intendo buone vendite e buona accoglienza del pubblico. Che poi arrivi qualche recensione negativa ci sta, è da mettere in conto. In fondo anche Manzoni, Dante e Tolkien ne hanno avute: chi siamo noi per non averne?

In un articolo su Problogger, che parlava in generale di prodotti e del successo ottenibile, Darren Rowse elencava 3 elementi da cui dipende la riuscita di un prodotto:

  1. la sua qualità
  2. la possibilità di diffusione
  3. la potenza del marketing

E questi tre elementi sono propri per ogni tipo di prodotto, dunque anche per un libro, romanzo o saggio che sia.

Questo che significa? Che cosa dovrebbe suggerirci?

Che, forse, è possibile costruire il successo di un libro a tavolino. Fare in modo, cioè, che un libro abbia un successo annunciato.

Nessuna sicurezza, ovvio, ma soltanto riuscire a ottenere alte probabilità di successo, di vendite e apprezzamenti.

Qualità del prodotto

Tempo fa abbiamo visto come sia possibile migliorare la qualità di un libro. Fra i modi che avevo elencato cʼera anche quello di sognare il successo e qui sto in pratica dicendo che possiamo quasi stabilirlo a priori.

Ma consideriamo un altro aspetto della faccenda. Ricordate le orribili copertine degli ebook autopubblicati? A posteriori non possiamo dire che erano insuccessi annunciati? E non avremmo potuto dirlo a priori, anche?

Ricordate le campagne di sensibilizzazione di Obbobbrio sulla cattiva qualità dei libri in self-publishing? E i tanti post usciti in altri blog, questo compreso, contro quegli autori che hanno fatto tutto da sé senza curarsi minimamente della qualità dei loro manoscritti?

Non possiamo allora fare il ragionamento inverso, anzi creare un percorso inverso di lavoro? Se, fin da ora, sappiamo benissimo tutti cosa possa portare al fallimento un progetto editoriale, non sappiamo forse cosa possa invece portarlo al suo successo?

La qualità di un prodotto editoriale, di un romanzo, di un libro o ebook in genere è data da due figure soltanto:

  1. lʼautore, che ha saputo scrivere una buona storia
  2. lʼeditore, che ha saputo valorizzarla (leggi: buon editing e buona confezione del prodotto-libro)

La qualità ha caratteristiche ben precise.

Dimensioni del pubblico

Perché chi ha successo continua ad averne? Perché ha un pubblico di riferimento enorme, che aumenta sempre più. A meno che non faccia qualche cavolata, continuerà a imbarcare successi.

Da che cosa è dato il pubblico di un libro?

Se abbiamo a disposizione 10 persone a cui vendere il nostro romanzo, possiamo vendere un certo numero di copie. Se ne abbiamo a disposizione 1000, il numero di copie che riusciremo a vendere sarà sensibilmente maggiore.

Ma chi è questo potenziale pubblico a cui vendere il nostro libro, o che potrà andare in libreria e sceglierlo?

  • Il bacino di utenza del libro: ogni romanzo, ogni saggio, ogni manuale ha una sua nicchia di appassionati. Per quanto piccola, esiste. Se scriviamo un urban fantasy, siamo sicuri che esiste un pubblico di lettori che ama il genere urban fantasy. Idem per lʼhorror, per il giallo, per le storie dʼamore, per qualsiasi altro genere narrativo. Più è grande questo bacino di utenza, questo pubblico potenziale di lettori, più copie potremmo vendere del nostro libro.
  • La rete di contatti dellʼautore: e qui casca lʼasino! Sì, perché torniamo al solito discorso sullʼimportanza di avere un blog e almeno un profilo social, ancora sul discorso dello scrittore eremita che deve scomparire dal XXI secolo, perché ormai anacronistico. Che cosa è la rete di contatti? Facciamo presto a dirlo. Se il vostro blog ha 20.000 iscritti alla newsletter e i vostri profili su Facebook e Twitter ne raccolgono insieme altri 50.000, direi che avete una rete consistente di persone interessate a ciò che scrivete e fate. Se annunciate di aver pubblicato un libro, qualche migliaio di copie vendute è assicurato. Viceversa, il vostro blog è letto da 4 persone e non avete profili sui social. Annunciate adesso di aver pubblicato un libro. Chiaro il discorso?

Bacino di utenza e rete di contatti sono il pubblico potenziale che acquisterà il libro: più sono grandi le dimensioni di questi due “elementi” e più saranno alte le probabilità di vendere un bel mucchio di copie.

Strategie di marketing

Cʼè chi dice che alcuni esperti di marketing riescano a vendere anche sabbia nel deserto. O acqua salata in unʼisola tropicale. O pettini ai calvi. Possiamo continuare allʼinfinito, tanta è la bravura di questi mostri del marketing.

Forse sono soltanto dicerie, leggende del mondo del commercio, ma non credo più di tanto. Alcune grosse campagne di marketing hanno funzionato e anche in editoria.

Quante volte ci siamo trovati di fronte a pubblicità e altre invenzioni del marketing su romanzi e film e poi ne siamo rimasti delusi? Però, intanto, ci siamo cascati, se vogliamo dire così. Abbiamo comprato quel libro e siamo andati al cinema a vedere quel film.

Uno dei famosi tre elementi chiave del successo non ha funzionato a dovere in quel caso: la qualità del prodotto. Una cosa da niente.

Ma nessuno può obiettare che un prodotto si venda soltanto se si sa come venderlo. Se il reparto marketing della casa editrice ha saputo creare una strategia di vendita coi fiocchi.

I 3 elementi chiave del successo di un libro

Li abbiamo conosciuti. Io non so se bisogna avere molta fortuna per averli tutti e tre disponibili per il nostro libro.

So solo che lʼautore è direttamente responsabile della qualità del suo libro, ha una certa responsabilità anche sulle dimensioni del pubblico (se scrivi un manuale su come riparare la molla di un aggeggio che non usa più nessuno, non lamentarti se vendi solo la copia che compra tua madre; se te ne stai rintanato nella tua stanza e nessuno ti conosce, non lamentarti se quando esce il tuo libro nessuno ne sa niente), e una minima sulle strategie di marketing, perché lʼautore dovrebbe rimboccarsi le maniche e darsi da fare con la promozione.

So però che sarebbe bello e fruttuoso averli tutti e tre. So anche che si può arrivare, volendolo, ad averli tutti e tre.

O no?

49 Commenti

  1. Banshee Miller
    15 luglio 2015 alle 08:04 Rispondi

    D’accordo su tutto tranne una cosa. Non sempre rovesciare il percorso fa ottenere il risultato contrario. Anzi, spesso non è possibile. Se devo calciare un rigore alla finale del torneo delle scuole e sono emozionato, non servirà a niente sapere perfettamente come tirare una bella banana tre metri sopra la traversa, l’opposto della banana, un bel tiro in porta, non darebbe la certezza di segnare. Certo è un buon inizio, ma non è nulla più che evitare di “andarsela a cercare”. Sapere come non si fanno le cose non vuol dire saper fare le cose. Però è già qualcosa, questo sì…

    • Daniele Imperi
      15 luglio 2015 alle 13:44 Rispondi

      Sì, hai ragione, quello che intendo è che è appunto una basa per poter lavorare meglio.

  2. Ferruccio
    15 luglio 2015 alle 08:49 Rispondi

    Io credo che a questi tre punti fondamentali ne vada aggiunto uno che li può fare decollare in maniera strepitosa anche se mancano: le aspettative del pubblico. Ci sono sempre periodi storici in cui un libro improvvisamente va a coprire una carenza richiesta inconsciamente dai lettori

    • Daniele Imperi
      15 luglio 2015 alle 13:45 Rispondi

      Sì, però questo tipo di aspettativa come lo scopri? E puoi riuscire a coprirlo sempre?

      • Ferruccio
        16 luglio 2015 alle 08:02 Rispondi

        Secondo me ci sono libri che sembrano telefonati!

        • Daniele Imperi
          16 luglio 2015 alle 08:13 Rispondi

          Telefonati? Che intendi?

          • Ferruccio
            16 luglio 2015 alle 09:39 Rispondi

            Penso a certi romanzi che escono montati ad arte. Spesso libri di pessimo livello. Ultimo caso il vincitore dello Strega

  3. Chiara
    15 luglio 2015 alle 09:00 Rispondi

    Forse la cosa più intelligente che ho fatto è stata aprire il blog molto, moltissimo tempo prima che il romanzo possa definirsi pronto. In questo modo, posso dedicarmi anche agli aspetti 2 e 3. Il primo, invece, è un’assoluta priorità: non pubblicherei nulla, se non avessi la certezza assoluta (basata sul parere di lettori competenti) di aver scritto un bel romanzo. Io credo che a prescindere dai gusti individuali, la qualità sia un dettaglio oggettivo: a me può non piacere la fantascienza, ma ciò non significa che la Trilogia della Fondazione sia una boiata…

    • LiveALive
      15 luglio 2015 alle 10:08 Rispondi

      Non preoccuparti, che la qualità come dato oggettivo non è una cosa filosoficamente sostenibile XD anche perché, altrimenti, non si spiega la fine che ha fatto Tibullo…

      • Daniele Imperi
        15 luglio 2015 alle 13:48 Rispondi

        Che fine ha fatto Tibullo?

        • LiveALive
          15 luglio 2015 alle 14:46 Rispondi

          Un tempo era considerato uno dei massimi poeti dell’antichità. Oggi invece lo sentiamo come noiosissimo, e non se lo ricorda nessuno. Era di qualità per la sensibilità del passato, non è di qualità per la sensibilità odierna. L’opera è sempre quella, ma l’opera non é mai funzionante in sé stessa: la qualità dell’opera è un rapporto tra le caratteristiche dell’opera e quelle dei fruitori.

          • Daniele Imperi
            15 luglio 2015 alle 14:55 Rispondi

            Anche se oggi lo ritengono noioso, non significa che non siano di qualità le sue opere. Ho letto qualcosa di lui al liceo, ma magari cerco qualche sua opera e me lo leggo.

          • Tenar
            15 luglio 2015 alle 15:08 Rispondi

            Conosco almeno un super fan di Tibullo, che ha chiamato la figlia Delia per via delle sue poesie. Insomma, essere ancora conosciuto dopo così tanto tempo e avere anche solo un pugno di sinceri estimatori non è poi tanto male, no? Non so se basti a sancire la qualità oggettiva delle sue poesie, ma mi sembra un buon indizio.

          • LiveALive
            15 luglio 2015 alle 17:54 Rispondi

            Chiaro che l’apprezzamento “di qualcuno” (sulla cui abilità critica non so nulla tra l’altro) non è che possa contare molto: qualsiasi autore, se letto, può trovarsi i suoi estimatori, anche Paul de Kock (nome a caso di un autore mediocre che abbiamo letto in quattro cani). Vale anche per gli autori di successo duraturo: Dumas padre per esempio è sempre amatissimo (suo è il libro che preferisco in assoluto), ma molti critici continuano a presentarlo come un autore pop di serie B. Per gli autori viventi, poi, è doppiamente vero: per esempio, Harold Bloom, di netto il più importante critico vivente, considera la Rowling orribile. Io non sono d’accordo con questo approccio, ma in fondo io non sono un critico professionista.
            Tu Daniele lo sai come la penso: se una cosa non è apprezzata, non è di qualità, esattamente come una bistecca che nessuno riesce a mangiare non può essere ben cotta. Confondi lo scopo con i mezzi: la “buona cottura” non esiste in sé: è quella che permette lo scopo, cioè mangiare la bistecca con gusto. Ugualmente, la “qualità” dell’opera non esiste in sé, ma è quella che permette lo scopo, cioè un’opera è di qualità quando produce in molti una percezione estetica positiva (e il criterio varia nello spazio e nel tempo). Ho argomentato il tutto in un micro-saggio di 3000 paroline, se vuoi te lo invio…

      • Chiara
        16 luglio 2015 alle 08:53 Rispondi

        Non sono d’accordo.
        Noi abbiamo fatto gli stessi studi, ma io credo che – pur a fronte di meccanismi interpretativi e gusti individuali – esistano dei canoni che, seppur socialmente indotti, offrono dei parametri per definire la qualità di un’opera, in un dato luogo e in un dato tempo. :)

        • Daniele Imperi
          16 luglio 2015 alle 09:15 Rispondi

          La penso allo stesso modo.

        • LiveALive
          16 luglio 2015 alle 10:14 Rispondi

          In un dato luogo e tempo, però. Che vuol dire tutto e niente. Più è ampia la base che prendi (spazialmente, temporalmente), meno il canone esiste. Io posso individuare con certezza il mio canone personale, cioè posso dire cosa, in questo momento, mi piace. Ma già prendendo una città finisce per non esistere nessun canone, perché esisteranno persone con gusti opposti. Se poi vuoi prendere il mondo intero, ancora peggio: esistono culture con gusti non assimilabili ai nostri, esistono autori di art brut e outsider art che agiscono al di fuori della tradizione estetica, tutta arte che noi non possiamo comprendere perché seguono tutto un altro ideale di qualità. E temporalmente, poi, è evidente che la definizione di qualità cambia di continuo. Vorrei far notare che c’è molta gente che crede che secondo il canone attuale I Promessi Sposi siano un romanzo orribile. E in realtà è anche difficile dargli torto, secondo il canone attuale: troppo lento, troppo descrittivo, con un narratore asfissiante; non a caso all’estero non lo considerano neanche, Bloom lo ha inserito nel canone ma non lo menziona mai tra i grandi italiani (che per lui, sostanzialmente, sono solo Dante e Calvino; forse anche Pavese, e al limite Pirandello come ispiratore del postmodernismo). Ma stiamo parlando, appunto, del canone attuale: non solo non è valido per il tempo passato, ma, probabilmente, non è valido neppure per tutti i luoghi presenti. Bisognerebbe inoltre distinguere tra le classi di lettori, cioè tra lettori “pop” e lettori se vogliamo “elitari”, perché c’è chi sbava sulla Rowling ma non riesce a leggere l’Ulysses, e c’è chi invece come Bloom dice che la Rowling è orribile ma riconosce la grandezza di Joyce; e c’è anche chi riesce a leggerle tutti e due adattando i suoi schemi mentali. Ma complessivamente, fidati: non esiste alcuna qualità, è solo un nostro modo di sentire tutt’altro che oggettivo. Non è oggettiva la scelta della persona di cui ci si innamora (altri possono odiarla, noi stessi possiamo stupircene…), e non è oggettiva neppure la percezione che suscita una data opera. Non è altro che un accordo tra le caratteristiche dell’opera e quelle del fruitore, e ciò è innegabile – ma le caratteristiche dell’opera da sole sono insignificanti, non sono indice di qualità, lo diventano solo in relazione a caratteristiche compatibili di un fruitore.

    • Daniele Imperi
      15 luglio 2015 alle 13:47 Rispondi

      Hai fatto bene infatti ad aprire il blog prima, ti sei fatta conoscere prima :)
      Sulla trilogia della Fondazione hai ragione, letta e apprezzata e sto proprio ora leggendo l’ultimo capitolo della saga.

  4. Salvatore
    15 luglio 2015 alle 09:43 Rispondi

    Sono abbastanza d’accordo su tutto, tranne il discorso dei social. Io raccolgo, tra blog, facebook e twitter, un migliaio circa di “seguaci”, ma chi sono sti seguaci? La maggior parte è gente a cui non importa nulla di quello che scrivo o faccio. Vuole solo un contatto per aumentare a sua volta il numero di contatti. Alla fine, se di quel migliaio ne rimane un decimo, cioè un centinaio, di persone che effettivamente per un motivo o per l’altro mi seguono è già tanto.

    • Ferruccio
      15 luglio 2015 alle 09:54 Rispondi

      Salvatore. Capisco cosa intendi, ma secondo me l’ambiente dei social, come il blog va curato e alimentato. Se voglio un profilo che faccia capire che sono uno scrittore devo darmi da fare affinché il social mi presenti e mi faccia conoscere in questo modo.
      Tra i miei amici su facebook ho diversi scrittori “famosi” e sui social valgono una pippa

      • Salvatore
        15 luglio 2015 alle 16:03 Rispondi

        Ferruccio: credo di non lasciare fraintendere ai miei contatti il perché o il cosa faccio, sia sul blog, sia nei vari social. Dedico il tempo che posso, ma sono attivo e attinente agli interessi dichiarati. Non credo ci si possa sbagliare, almeno se ci si sofferma solo un minimo a leggere; ma proprio un minimo. Quello che contesto è proprio lo strumento in sé – più i social che il blog a dir la verità, perché il blog in questo senso mi sembra invece funzionare bene -; nei social, ad esempio, ho quotidianamente una decina di nuovi follower, ma quando vado a vedere chi sono (tra retwittatori spietati e venditori di folletto) mi pare improbabile che possano essere interessati a quello che scrivo. Diciamocelo: il 90% dei contatti raccolti tramite facebook e twitter (in particolare quest’ultimo) non è affine ai propri interessi. Forse su Google+ va meglio, ma c’è anche molto meno traffico. Mi pare, almeno.

        • Daniele Imperi
          15 luglio 2015 alle 16:15 Rispondi

          Succede anche a me. Ma non così spesos come a te, devo dire. Io sui social attiro blogger e autori per la maggior parte. Poi, ovvio, capita anche chi è solo in cerca di follower.

          • Ferruccio
            16 luglio 2015 alle 08:07 Rispondi

            Lo so Salvatore che non lasci fraintendere chi sei. Io lo dicevo più in maniera oggettiva. Cerco di capire come usano i social altri blogger e altri scrittori. Io. probabilmente come te attiro di tutto (in senso buono). Vedo scrittori di nome che non riescono ad avere interazioni e “scrittorucoli” e magari blogger con la faccia tosta che invece ci vanno a nozze con i social. La gente sa che io sono uno scrittore e un blogger ma da uno a dieci so valorizzare questo solo fino a 6

    • Daniele Imperi
      15 luglio 2015 alle 13:50 Rispondi

      Non sempre il numero di seguaci sui social è valido come pubblico. Io ho anche contatti stranieri, che non comprerebbero un mio libro in italiano. Se però quei contatti sono veramente interessati a te, allora ecco che le probabilità di vendere più copie aumentano.

  5. LiveALive
    15 luglio 2015 alle 10:07 Rispondi

    Ma non li hai messi in ordine di influenza XD ti dico però che per me, come mi hanno confermato anche diversi autori di successo ed editori, praticamente il 90% del successo del libro viene dal passaparola. La qualità non c’entra proprio nulla, se no le 50 Sfumature non sarebbe uno dei libri più venduti di tutti i tempi. L’importante per il resto è che si veda facilmente, e che tante persone entrino a conoscenza del libro: pubblicità in TV, totem espositivi e robe così; ma credo diventerà sempre più potente quell’arma che è la richiesta di pubblicare un selfie col libro. Inutile dire però che nulla si può confrontare con il nome famoso: quello è un successo a priori, può deludere solo le aspettative. Considera, inoltre, che la buona storia non basta: un Fantasy, per dire, avrà a disposizione solo l’1-1,5% del pubblico, perché quella è la percentuale dei lettori di fantasy (ed è il secondo genere più letto in Italia, dopo il giallo, che ha il 2%). Ci sono libri che per loro natura non possono vendere tanto, che devono accontentarsi di rivolgersi a una nicchia: si vende tanto solo se si scrivono le solite cose, quello che il pubblico vuole sentirsi dire, le storie che ha già letto, come nella musica pop, dove il pubblico vuole le linee melodiche che ha già sentito… Ma scrivere di genere è già un tagliarsi le gambe da soli, appunto perché i generi sono sempre una nicchia insufficiente per un reale successo di vendite; e infatti è rarissimo che i grandi autori internazionali scrivano di genere (Stephen King è un caso; ma paragoniamolo con quelli che davvero contano, con McCarthy, Roth, DeLillo, Pynchon, Auster, DFW… Auster ha scritto un giallo che è tutto fuorché un giallo XD).
    Ferruccio ha detto una cosa molto intelligente, ripresa credo dalle postille al Nome della Rosa: Eco dice che l’autore deve essere anche filosofo: filosofo per capire che cosa vuole il pubblico, che però non chiede,perché neppure il pubblico sa di volerlo. Lui ha iniziato a scrivere di complottismo, e ha avuto ragione, era quello che volevamo.

    • Daniele Imperi
      15 luglio 2015 alle 13:54 Rispondi

      Non ho deciso un ordine di apparizione :)
      Ci sono casi e casi sul successo dei libri. Il passaparola conta, ma secondo me dipende in parte anche da quei 3 fattori.
      La pubblicità in TV come la ottieni? Sono rari i libri che ci finiscono e sono sempre degli stessi autori o di gente conosciuta.

  6. Tenar
    15 luglio 2015 alle 15:02 Rispondi

    Tra le chiavi del successo io non dimenticherei la distribuzione. Il libro deve essere facilmente reperibile sia in digitale che in cartaceo (se presente in entrambe le forme). So che molti self preferiscono dare l’esclusiva ad Amazon e io, da non self, non posso dare loro ne ragione ne torto, ma mi chiedo se non sia meglio averlo su tutte le piattaforme.
    E, in generale, se ho sentito parlare bene di un libro, magari non sono convintissima di comprarlo, ma me lo trovo davanti, in libreria o, che so, tra quelli consigliati in uno store di e-book, è molto più facile che lo acquisti. Per andarmelo a cercare con difficoltà devo essere davvero davvero convinta dell’acquisto. Sono pigra, certo, ma la maggior parte dei lettori sono anche più pigri di me…

    • Daniele Imperi
      15 luglio 2015 alle 15:23 Rispondi

      Hai ragione, anche io credo che sia meglio distribuirlo in ogni piattaforma, tanti più che Amazon non vende ebook per il Kobo.
      Non è questione di pigrizia, secondo me, è un comportamento normale per tutti, credo. In fondo è pieno di libri: se non trovo subito il tuo, ne trovo uno di un altro autore.

  7. Samantha
    15 luglio 2015 alle 16:38 Rispondi

    Prendiamo il mio romanzo. Ti aspetto. Titolo forse banale, ha un suo significato, ma questo è un altro discorso. Vorrei che uscisse allo scoperto. I familiari lo hanno comprato perchè gli facevo pena. Gli amici per solidarietà con i famigliari. Gli altri non so chi siano.
    Per me un libro si basa molto sulla copertina. Se buca allora quel passaparola ha un miglior effetto. 50 sfumature non l’ho letto. non mi ha detto niente neanche la copertina, ma faceva leva sui sogni trasgressivi della gente. Chi l’ha letto, non mi ha detto strepitoso. Anzi.
    Ora come posso far esplodere il mio romanzo? Ci metto una granata sotto e lo lancio tipo fuoco d’artificio?

    • Daniele Imperi
      15 luglio 2015 alle 16:48 Rispondi

      Che cosa hai fatto finora per farlo uscire allo scoperto? E che ha fatto la casa editrice? (Secondo me poco).

  8. Samantha
    15 luglio 2015 alle 16:57 Rispondi

    Ho fatto tre presentazioni in tre ambiti diversi. Ho pubblicizzato il libro su faccia di libro creando la famosa pagina libro che secondo me non produce l’effetto voluto da me, il passaparola. Ho stampato delle cartoline per pubblicizzarlo e l’ho fatte girare. Faccio parte di diversi gruppi di interazione-vedi riciclo riuso etc-dove si possono incontrare molte persone. Ho dato il libro in conto vendita a una libreria. Lo pubblicizzo sui vari canali, ma secondo la gente non ama la pubblicità continua. Io non so vendere un libro, a volte mi sembra di vendere pomodori.
    La casa editrice, poco.

    • Daniele Imperi
      15 luglio 2015 alle 17:06 Rispondi

      La pagina di FB del libro non funziona, ci ho scritto su un post per farlo capire :D
      Cartoline: sono molto limitate. Hanno valore locale.
      Gruppi: riciclo e riuso? E che c’entra col tuo libro?
      Libreria: idem come per le cartoline.
      Pubblicità continua: alla gente dà fastidio ;)
      La casa editrice non ha fatto nemmeno editing, secondo me, altrimenti non ti avrebbe fatto passare 4 o 5 punti interrogativi di seguito :)
      Qui nel blog ho scritto vari articoli su come promuovere il libro, prova a leggerne qualcuno, prepara un piano, hai tutta l’estate per farlo, così in autunno hai le idee chiare e metti in azione il piano. Non farlo adesso e ad agosto perché è solo tempo sprecato, come puoi immaginare.

  9. Samantha
    15 luglio 2015 alle 17:09 Rispondi

    Editing fatto. Tre punti interrogativi. Li hanno lasciati come cifra stilistica( ora scatenerò un putiferio)

  10. Daniele Imperi
    15 luglio 2015 alle 17:20 Rispondi

    Cifra stilistica? No, il punto è solo uno, interrogativo o esclamativo. La domanda non cambia se metti due, tre o quattro.

    • LiveALive
      15 luglio 2015 alle 18:26 Rispondi

      Adesso è anche un editor professionista.
      (È uno scherzo, eh XD)
      (Anche se non lo è neanche tanto, perché la grammatica convenzionale e quella di un’opera artistica sono diverse: in fondo, un’opera può anche rinunciare alla punteggiatura, come l’ultimo capitolo dell’Ulisse)

  11. Poli72
    15 luglio 2015 alle 20:46 Rispondi

    La qualita’ svetta sopra gli altri requisiti secondo me.Distribuzione e marketing sono importanti , ma subordinati al prodotto.Se il prodotto e’ valido ,di qualita’ ,verra’ spinto dal marketing per un certo periodo , ma successivamente si autosostentera’ nel mercato col passaparola ,coi feedback dei lettori ,etc.
    Attenzione ! Per qualita’ cosa si intende?
    Una domanda a cui e’ molto difficile rispondere.
    “50 sfumature di grigio” a me non piace.Ha venduto 100 milioni di copie , e l’autrice non e’ che fosse tanto piu’ di una sconosciuta.E’ un romanzo di qualita’?
    “Il nome della rosa” a me piace.Ha venduto 50 milioni di copie , la meta’ e meno velocemente del sopradetto.Significa che ” 50 sfumature di grigio ” e’ qualitativamente superiore al ” nome della rosa”?
    No’ e’ palese.Se ambedue i romanzi sono corretti dal punto di vista grammaticale ,
    dal lato letterario e artistico “il nome della rosa” stravince.
    Allora si tratta di una operazione di marketing bella e buona?
    Nemmeno, secondo me.Non all’inizio almeno.Il marketing e la distribuzione hanno dei costi . Chi tira fuori i soldi ed investe in campagne pubblicitarie non e’ cosi’ stupido da farlo per spingere il primo pinco pallino che gli presenta il suo manoscritto.E la gente non la puoi prendere per i fondelli propinando spazzatura per diamanti.
    E.L.James ,l’autrice, non era oltretutto una scrittrice famosa o una V.I.P. conosciuta per altri meriti.Non era una web-star ,tenutaria di blog o pagine social frequentate da milioni di affezionati. Men che mai era una miliardaria capace di pagarsi da sola la costosa campagna di marketing globale.
    Quel libro allora ha qualita’? Certo. La sua specifica ,ma ce l’ha.La qualita’ di riuscire ed essere una storia dove il lettore di quel genere di romanzi riesce ad immedesimarsi e provare emozioni.Cosi’ come i lettori a cui piace il genere storico-thriller hanno provato forti emozioni e immedesimazione in Guglielmo da Baskerville di Eco.Questo e’ il senso vero della qualita’, secondo me.Gli esperti di marketing lo sanno vedere all’interno delle migliaia di scritti che valutano quotidianamente,e scelgono di conseguenza.

    • LiveALive
      15 luglio 2015 alle 21:15 Rispondi

      50 Sfumature di Grigio è nettamente superiore al Nome della Rosa relativamente al canone dell’arte pop. Il Nome della Rosa (che comunque è uno dei libri più venduti di tutti i tempi) è nettamente superiore a 50 Sfumature relativamente al canone della letteratura “alta”. Ma sono entrambi approcci legittimi. Non è forse legittimo dare a un gruppo di persone ciò che vogliono, anche se quello che vogliono, ad altri, pare una boiata priva di qualità? Ci sono persone che non riescono a leggere il Nome della Rosa ma apprezzano le 50 Sfumature: non hanno diritto, queste persone, ad avere un testo che riescono a fruire con semplicità e piacere? …io però comunque mi occupo di altra letteratura, quindi mi permetto di usare 50 sfumature come esempio di cattivo testo XD

      • Poli72
        15 luglio 2015 alle 23:20 Rispondi

        Quindi mi pare di intendere che anche per te la qualita’ e’ relativa all’argomento trattato e al pubblico di riferimento.Comunque resta secondo me l’originalita’ della trama ,il vero punto forte sul quale puntare.Il non riproporre qualcosa di gia’ letto, in un’epoca nella quale perfino il cinema sforna a ripetizione remarke e copiature .

        • LiveALive
          16 luglio 2015 alle 00:28 Rispondi

          Certo, sono d’accordo sulla qualità. Il problema dell’originalità è che, a volte, non dipende dall’opera, ma da ciò che ne fanno. Per esempio, il Signore degli Anelli è banale soprattutto perché è stato troppo copiato… L’originalità è per oggi, non per i posteri. Comunque, come dice Philip Glass, un artista dovrebbe creare un nuovo linguaggio: siamo qui per questo. Il punto è che se uno vuole provare a fare i soldi deve fare il contrario, dare al pubblico ciò che si aspetta, ciò che dice di volere.

    • Daniele Imperi
      16 luglio 2015 alle 08:03 Rispondi

      50 sfumature di grigio è un romanzo apparso in inglese, quindi leggibile in svariati paesi, a differenza de Il nome della rosa che è in italiano. Ok, è stato tradotto, ma la diffusione del primo è stata senz’altro maggiore.
      Mettici anche i due generi: il primo è erotico e raccoglie una massa di sfigate che sognano ancora il principe azzurro, il secondo è un romanzo storico, che raccoglie invece una piccola nicchia.
      Il primo è scritto di sicuro con un linguaggio semplice, il secondo è scritto da Umberto Eco.
      Non possiamo fare paragoni.

      • Tenar
        16 luglio 2015 alle 12:06 Rispondi

        Sfatiamo un mito. 50 sfumature ha dietro un’operazione di marketing estremamente raffinata. L’autrice ha lavorato anni in televisione come produttrice di serie tv (sconosciuta come nome al pubblico, ma non agli editori…). Ha fiutato un filone ancora “vergine”, lo ha testato come fanfiction (50 sfumature nasce “ufficialmente” come fanfiction in un apposito sito) e, constatata la vendibili del prodotto, ha fatto pubblicare il libro in pompa magna.

        • Daniele Imperi
          16 luglio 2015 alle 12:08 Rispondi

          E direi che ha avuto quindi la strada spianata.
          La fanfiction non è una sorta di spin-off di un’opera esistente?

        • LiveALive
          16 luglio 2015 alle 12:22 Rispondi

          Di Guida Astrologica per Cuori Infranti ho letto solo l’estratto, e l’autrice sinceramente mi sta pure simpatica, ma l’impressione che mi ha dato è quello dell’apoteosi del pop: credevo fosse un libro costruito a tavolino…

  12. Simona
    17 luglio 2015 alle 10:34 Rispondi

    Manca il quarto elemento chiave del successo: la botta di fortuna.
    Non basta fare bene tutti i compitini per avere successo, il genio incompreso è un classico nella storia del mondo.
    Certo, la fortuna è agevolata da determinate azioni. Ampliare la rete di contatti aumenta le possibilità di incappare nell’editore o nell’esperto di marketing che lancerà la tua opera e non sul Web. Bisognerebbe procedere come quando si cerca lavoro, spargendo la voce tra i conoscenti che a loro volta hanno altri conoscenti.
    Il panettiere sotto casa può avere un fratello che fa l’editor per una grande casa editrice. Il tuo parrucchiere potrebbe essere il presidente del più grande club di lettura della provincia.
    “Sono venuta a fare la piega perché domenica ho una presentazione dei miei libri a Milano.”
    “Davvero? Inviterò i membri del club.” (se dopo c’è un buffet, ovviamente)
    Non si sa mai da dove può arrivare la botta di fortuna, quindi bisogna lasciare aperte tutte le porte e coltivare le conoscenze.
    Il problema, poi, è il tempo. Se lavori di giorno e scrivi di notte, quanto ti puoi dedicare al marketing (blog, social, parrucchiere)?

    • Daniele Imperi
      17 luglio 2015 alle 10:51 Rispondi

      La fortuna non esiste :D
      Si tratta solo di una coincidenza di fattori e azioni.
      Voce fra i conoscenti? Non so, non credo che lo farei, sono sicuro al 100% che non porterebbe nessun frutto.

      • Simona
        17 luglio 2015 alle 12:18 Rispondi

        Non credo nella fortuna tipo vincere la lotteria, ma gli incontri fortunati esistono e più incontri si fanno, più possono capitare.
        Spargere la voce anche fuori dal Web non fa mai male. Ho trovato occasioni interessanti in questo modo. Lascia perdere la barzelletta del parrucchiere, ma avendo amici artisti (musicisti, disegnatori, realizzatori di serie per il Web) la mia rete “umana” mi ha portato più collaborazioni, occasioni e vendite che la rete “virtuale”. Questo, però, perché sono inesperta nel web marketing. Devo aggiornarmi :)

  13. Grazia Gironella
    21 luglio 2015 alle 13:40 Rispondi

    Se non è facile averli tutti e tre a un buon livello, è comunque necessario sforzarsi in quelle tre direzioni. Il resto è del tutto fuori dal nostro controllo come autori.

    • Daniele Imperi
      21 luglio 2015 alle 14:00 Rispondi

      Sì, come minimo bisogna lavorare per raggiungere quei 3 livelli. Il resto, hai ragione, dipende da tanti altri fattori e noi non siamo più in gioco.

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