Scrivere è comunicare

Il blog per scrittori, blogger e copywriter

Lo straniero

Un racconto di fantascienza

Lo straniero

Prefazione

Ho scoperto questo diario per caso, in una grotta, vicino ai resti dello straniero che vi si era rifugiato per morire lontano dai suoi inseguitori. Quel giorno ero in giro per una delle mie solite passeggiate montane della domenica, quando mi imbattei nella caverna e, da speleologo di­lettante, non potei fare a meno di dare un’occhiata. Là, a pochi metri dall’entrata, feci la mia drammatica sco­perta. In quel cadavere riconobbi lo straniero che le autorità avevano cercato per giorni, invano.

Non svelerò l’ubicazione della grotta, ormai lui è morto e là riposano le sue spoglie, che ho coperto con delle pietre per evitare che insetti e altri animali ne facessero scempio e perché, anche se la sua cultura era diversa dalla nostra, credo che ogni essere vivente abbia diritto a una sepoltura.

Quando avvenne il fatto, ormai diversi anni fa, io avevo seguito la vicenda in televisione, col fiato sospeso e una certa rabbia che si faceva strada dentro di me. Non capivo l’atteggiamento del governo, i suoi preconcetti, ma soprattut­to non capivo l’uso della forza per fronteggiare una situa­zione come quella.

Erano gente pacifica, dopotutto.

Forse si temeva un’immigrazione di massa? Non avremmo po­tuto accettarla, e di questo ero consapevole, ma nessuno si prese il disturbo di chiedere, di informarsi, di capire perché quegli stranieri fossero venuti fino a noi.

Che cosa cercavano? Da dove venivano? Chi erano? Possibile che soltanto io mi sia posto queste domande?

Ma ormai il danno è fatto.

Il governo non perse tempo e adottò subito tutte le stra­tegie possibili per allontanare gli ospiti indesiderati. E questo significò una cosa sola: truppe armate per sparare a vista.

Fu una carneficina.

Un massacro.

Ma per fortuna uno di loro sopravvisse, almeno il tempo necessario per lasciare le sue memorie e far luce su quella tragica vicenda. Le ferite che lo straniero aveva riportato erano mortali e non gli furono concesse che poche ore per raccontare la sua piccola storia e lo sterminio della sua gente.

Ho tradotto il suo diario, scritto con quello che somigliava a un tablet e che rinvenni proprio accanto al corpo. Fu un lungo lavoro, poiché non co­noscevo la sua lingua e dovetti impararla, grazie a tutto il materiale che il governo divulgò dopo lo sterminio, e questo richiese degli anni. Avrei potuto affidarmi a un tradutto­re, ma quanto del diario sarebbe stato rispettato?

Il tablet, poi, si rivelò più complicato del previsto, anche perché le mie conoscenze informatiche non sono certo invidiabili. Riuscii però a capire come funzionava e perfino a trasferire i testi al mio vecchio portatile, che mi permise di stampare quelle pagine.

Pubblico ora il diario integralmente e il lettore giudichi da sé.

Diario

Sono ferito e sto perdendo le mie forze. Tutti i miei compagni, eccetto me, sono stati uccisi dopo un terribile attacco. E anche io presto me ne andrò. Sono riuscito a nascondermi in questa grotta, in cui finora sembra nessuno pensi a cercare, e lascio queste memorie affinché un giorno sia diffusa la verità su quanto è accaduto.

 

La nostra nave era in avaria. Il viaggio era stato lungo e avevamo dovuto far fronte a diverse tempeste. Avevamo subito dei danni, alcuni riparati, ma altri troppo gravi. Non siamo riusciti a trovare un porto, così siamo sbarcati dove è stato possibile, dove, almeno, c’era sufficiente spazio per farlo.

Il luogo ci è sembrato accogliente. La spiaggia era deserta, fatta eccezione per due o tre individui che fuggirono appena ci videro. Un cane ci abbaiò contro, ma poi fuggì anche lui.

Poco lontano vedemmo una città e, dietro di noi, quella enorme massa d’acqua che lascia senza fiato.

Dissi ai miei compagni di incamminarci, così prendemmo la nostra roba e ci avviammo lungo il litorale, sotto un cielo nuvoloso e grigio e col vento che ci soffiava addosso.

Avevamo percorso alcune decine di metri, quando sentimmo le sirene. In un primo momento non ci badammo e continuammo a camminare in direzione della città. Poi la strada che costeggiava la spiaggia cominciò a riempirsi di gente che ci additava.

Mi sembrarono davvero curiosi.

I loro abiti erano diversi dai nostri – non c’era da aspettarsi l’opposto – e i loro atteggiamenti erano… non so come definirli. Antiquati, forse. Sì, mi sembrò gente di un’arretratezza inverosimile.

Era la prima volta che vedevano stranieri?

Mi convinsi di sì.

Qualcuno dei miei amici diede segno di nervosismo, ma io lo tranquillizzai. In fondo, non eravamo là con cattive intenzioni. Non avevamo neanche armi, né con noi né a bordo della nave.

A che ci sarebbero servite?

Stavo pensando a questo quando sopra di noi il vento si fece più intenso e un rumore assordante riempì l’aria. Alzammo lo sguardo e scoppiammo a ridere.

Era un elicottero. Credo che si scriva così. Qualcuno parlò con un megafono e noi continuammo a ridere.

Poi spararono.

I primi proiettili non ci colpirono, ma sollevarono nuvole di sabbia attorno a noi. Così ci fermammo, chiedendoci il perché di quell’ostilità.

Feci un cenno di saluto, per far capire che eravamo arrivati in amicizia, ma quelli continuarono a sparare sulla spiaggia.

Eravamo allibiti. E preoccupati, anche. Che cosa stava succedendo?, mi chiesi.

Dopo alcuni minuti uno dei miei indicò la strada. Laggiù, in mezzo a tutta quella gente accorsa, ora ancor più incuriosita dagli spari, c’erano alcune telecamere che ci riprendevano. Qualcuno parlava a un microfono, ci indicava, tornava a guardare il cameraman. Eravamo l’evento del giorno.

Quando sentimmo altre sirene e vedemmo squadre di uomini armati precipitarsi giù dalla strada e correrci incontro, tre dei miei amici – eravamo dodici in tutto – furono presi dal panico e tentarono di fuggire. Li richiamai, certo che quel gesto avrebbe messo ancor più in agitazione le squadre, ma non mi ascoltarono.

Li vidi morire uno dopo l’altro.

I soldati fecero fuoco e li colpirono alle spalle. Spararono su gente disarmata, che non aveva commesso alcun crimine, se non quello di essere spaventata da tutto quel trambusto.

Fu a quel punto che accadde la tragedia.

Gli altri miei compagni rimasti si voltarono verso di me, parlando tutti assieme a voce alta e io non riuscii a calmarli, né a sentire le loro parole. Ma erano terrorizzati e questo si leggeva nei loro sguardi.

Che cosa potevo fare?

La gente sulla strada urlava, i cronisti – mi pare che li chiamassero così – erano aumentati e tentavano di avvicinarsi, ma altri soldati glielo impedivano.

Dovevamo prendere una decisione e subito.

«Vado a parlare con loro», dissi ai miei amici. E sperai che servisse a qualcosa.

Tentarono di dissuadermi, ma non vedevo altre soluzioni né loro avevano proposte.

E quella fu l’ultima volta che parlai ai miei compagni di viaggio.

Mi mossi e andai incontro ai soldati. Quello che pareva essere il capo urlò qualcosa alle squadre e gli uomini puntarono le armi e spararono all’impazzata.

Io fui colpito a un fianco, ma non gravemente. Caddi e quella fu forse la mia fortuna, poiché i soldati continuarono a sparare alla stessa altezza e quelle raffiche infinite di proiettili arrivarono in un attimo contro i miei amici, falciandoli e uccidendoli all’istante.

Quando tornò il silenzio, o meglio quando cessarono di sparare, sbirciai con un occhio e vidi i soldati pronti per un’altra scarica. Poi due di loro avanzarono circospetti. Ne dedussi che volevano controllare se ne fosse rimasto vivo qualcuno, così mi finsi morto.

Cascarono nel tranello. Uno mi colpì con un calcio e proseguì assieme al collega verso gli altri corpi.

Sembrarono soddisfatti e se ne tornarono indietro.

E io ne approfittai.

Avevo trascorso anni, nella mia terra, a perfezionare le tecniche di mimetismo. A muovermi veloce e senza esser visto. A nascondere le mie tracce.

E così fuggii.

Ebbero appena il tempo di vedermi schizzare via, veloce come un fulmine nonostante la mia ferita.

Mi spararono contro più volte e qualche colpo andò a segno, ma riuscii a resistere e a svanire.

A quel punto iniziò la caccia all’uomo.

Prima di trovare la grotta, mi nascosi in mezzo alla vegetazione. Sentii gli elicotteri sorvolare la zona di continuo, vidi decine di soldati battere le strade e le campagne attorno, ma non mi trovarono.

Poi scese la notte, ma l’inseguimento non finì. Avevo però il buio dalla mia parte e, anche se non conoscevo il posto, riuscii comunque a non farmi avvicinare.

Fu solo verso l’alba che, stanco e sfinito per il dolore e le ferite, trovai quell’apertura nella roccia e vi entrai.

Mi lasciai cadere a terra esausto e persi conoscenza.

Quando rinvenni, il buio era sceso di nuovo. Lontano, molto lontano, potevo sentire il rombo dell’elicottero che continuava la sua ricerca. Ma attorno a me udii solo i rumori della natura.

Guardai le mie ferite. Oltre al colpo al fianco, avevo proiettili sulle gambe e sulla schiena. Qualcuno era fuoriuscito, ma gli altri erano rimasti dentro. Sapevo che mi mancavano poche ore prima di morire.

Così decisi di scrivere gli ultimi avvenimenti, dal nostro arrivo fino all’ultimo momento della mia vita. Forse, un giorno, qualcuno avrebbe letto questo breve diario, mi dissi, e avrebbe potuto conoscere la nostra storia, il nostro viaggio almeno, e capire qualcosa di noi.

Ripensando alle ultime ore, continuo a chiedermi il perché di tutto questo. In cosa avevamo sbagliato? Che impressione avevamo dato a quella gente, per spingerla a un comportamento simile?

Eppure cercavamo soltanto di comunicare. Volevamo aiutar­li, visto che la loro tecnologia era così primitiva e quel popolo ci appariva infinitamente arretrato.

Volevamo solo parlargli della nostra terra.

Volevamo mostrar loro il nostro pianeta, che ruota attorno a due soli a dieci miliardi di anni luce da qui.

10 Commenti

  1. Lucia Donati
    28 ottobre 2012 alle 10:01 Rispondi

    Lo sapevo che erano extraterrestri…

    • Daniele Imperi
      28 ottobre 2012 alle 10:12 Rispondi

      E come facevi a saperlo? :) Si capisce così tanto?

      • Lucia Donati
        28 ottobre 2012 alle 10:21 Rispondi

        No…forse ho capito un po’ il tuo modo di ragionare (forse assomiglia al mio).

  2. Alessandro C.
    28 ottobre 2012 alle 22:47 Rispondi

    il tema dell’incontro/scontro col “diverso” ha sempre un fascino particolare :)

  3. Romina Tamerici
    29 ottobre 2012 alle 17:37 Rispondi

    Gli uomini non capiscono assolutamente niente. Extraterrestri o no, li avrebbero uccisi tutti. Gli esseri umani hanno la pretesa di essere le uniche forme di vita intelligenti e per nel vano tentativo di dimostrarlo continuano a fare idiozie.

  4. Marcello
    2 aprile 2013 alle 20:30 Rispondi

    Bello, mi piace una cifra. E’ semplice, diretto e ricorda un pochino Brown ;)

    • Daniele Imperi
      2 aprile 2013 alle 21:11 Rispondi

      Grazie Marcello :)
      Oddio, Dan Brown? :|

      • Lorenzo
        27 dicembre 2015 alle 02:14 Rispondi

        Credo si riferisca a Fredric Brown, nel racconto la sentinella.

        • Daniele Imperi
          27 dicembre 2015 alle 09:53 Rispondi

          Ciao Lorenzo, grazie e benvenuto nel blog. Non conosco quel racconto.

  5. L’io narrante e la sincerità nella scrittura
    1 marzo 2014 alle 05:01 Rispondi

    […] straniero: questo racconto è scritto in prima persona, ma i protagonisti sono due. Due diari, che hanno un senso nella […]

Lasciami la tua opinione

Nome e email devono essere reali. Se usi un nickname, dall'email o dal sito si deve risalire al nome. Commenti anonimi non saranno approvati.