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Strade

Un racconto drammatico

Vide l’auto allontanarsi e fra la polvere e il fumo un volto di bambina che si voltava a guardarlo. Poi la vettura scomparve oltre un dosso e quando riapparve era troppo lontana per riconoscere alcunché di familiare, gente con cui aveva vissuto ora svanita per sempre insieme al suo futuro. Stette lì sul ciglio della strada nell’attesa che tornassero, che fosse un gioco come quelli fatti sulle colline la domenica o al parco nei pomeriggi di sole ma nessuno tornò indietro e dopo un’ora si stancò e si allontanò incamminandosi sul terreno di erba medica zampettando e annusando fiori e pietre e piante e oggetti lanciati dalle auto in corsa su quella strada grigia e bollente sotto il sole estivo.

La campagna era una landa infuocata e svuotata da forme di vita in cui solo spartane cicale cantavano monotone odi al loro dio alato, attaccate a tronchi di alberi silenti, irriconoscibili carapaci contro il legno, immobili dive che imponevano la loro presenza nell’aria afosa del pomeriggio. Alzò la testa cercando di identificare da dove provenisse quel suono, lassù in mezzo all’intreccio di rami e foglie e ombre e barlumi di luce viva che pulsavano come stelle lontane. Poi continuò a zigzagare fra i cuscinetti d’erba e i cespugli seguendo una traccia che l’aveva incuriosito.

Quando raggiunse di nuovo la strada riconobbe l’odore dell’auto e allora corse su quella striscia scura e calda di asfalto che si scioglieva al sole abbaiando contro il vuoto e la scia di profumi e plastica e abiti e cose appartenuti alla sua famiglia. La lingua che penzolava dalla bocca gocciolante di bava seguiva i movimenti alternati del respiro affannato, mentre gli occhi si scurivano di un’ombra di malinconia che avrebbe cambiato il suo sguardo e il modo di osservare e capire e giudicare ciò che lo circondava.

Tornò in mezzo ai campi seguendo tracce nascoste che solo lui poteva vedere con quel suo fiuto che riusciva a penetrare i segreti della natura. Riposò sotto un grosso leccio, in mezzo a ciuffi di ginestre e erbaccia secca e si appisolò dopo alcuni minuti ma il rumore di un’auto in corsa lo destò. Spalancò gli occhi drizzandosi sulle zampe e annusò l’aria. Tornò ad accucciarsi sulla terra dove l’ombra dell’albero sembrava un mantello di tenue frescura che leniva la sua sete. Dormì fin quando il sole se ne andò dietro le colline azzurre lontane sull’orizzonte e le ombre della sera rabbuiarono la campagna. I grilli lanciarono le loro stridenti note e quando scese la notte e piccole luci volanti pulsarono qua e là il cane alzò la testa e prese a correre inseguendole e tentando di afferrarle con le fauci aperte. Nuove esperienze che per un momento gli fecero dimenticare dove si trovava.

Il mattino si svegliò affamato ma non trovò nessuno a versargli cibo nella ciotola né mani ad accarezzarlo. Sentiva ancora attorno al collo la presenza del collare, eppure non c’era più, gli era stato tolto il giorno prima quando chi l’aveva nutrito per due anni l’aveva lasciato sulla strada a vivere la sua vita. Prese ad annusare il terreno e gli alberi intorno e conobbe nuovi odori e aromi e anche effluvi di altri come lui passati lì tempo prima. Alzò una zampa e orinò qui e là marcando la zona, poi trotterellò via allontanandosi in cerca di qualcosa da mangiare.

Cominciò a masticare un pezzo di legno ma si stancò presto di quel gioco. Si guardò attorno come per scegliere la strada da seguire e infine alzò il muso a catturare e identificare un odore estraneo. Si infilò fra gli alberi e oltrepassò campi assolati su cui i primi braccianti erano chini al lavoro e qualcuno osservò quella figura solinga e inoffensiva che ricambiò lo sguardo in una muta e timida implorazione che nessuno comprese. Se li lasciò alle spalle e saltellò su rocce e cuscinetti d’erba e infine imboccò una sterrata che lo portò a un casolare recintato. Un abbaiare inferocito lo accolse ma affrontò il suo simile piegando il collo e sollevando le orecchie, chiedendosi che cosa fosse e volesse quel piccolo essere dal muso accartocciato e gli occhi nascosti da un ciuffo di peli lunghi. Una voce lo zittì e quando l’uomo apparve e lo guardò da dietro la recinzione, gli urlò qualcosa che non capì. Il cane rimase lì a osservare quei due come fossero esseri mai visti e infine li ignorò e se ne andò via per la sua strada.

Fiutò il suolo e distinse altri odori che riconobbe. Cibo. Auto. Cose che appartenevano agli umani. Accelerò il passo e scorse fra una siepe incolta e un muro di sassi una casa e una vettura ferma e un uomo e un altro cane che lo fissarono con curiosità. Una farfalla gli volò davanti al muso e svanì nella calura del giorno. Sentì un verso sconosciuto e il vento gli portò un forte olezzo che provò a riconoscere. Avanzò con cautela tenendo d’occhio i due che continuavano a osservarlo senza muoversi e giunse nei pressi di un recinto di legno. Dentro vide due maiali che sguazzavano in una poltiglia di fango, paglia, escrementi e resti di cibo e che non si curarono di lui, così si allontanò chiedendosi cosa fossero e accennò ad avvicinarsi all’uomo guaendo dalla fame. L’uomo si diresse verso la casa e poco dopo uscì con qualcosa in mano. Si avvicinò al muro e gli lanciò un pezzo di pane. Il cane annusò il cibo e lo divorò, tornando a guardare l’uomo come se si aspettasse di riceverne ancora. Ma l’uomo si allontanò.

Proseguì sulla sterrata in cerca di altro cibo. Seminascosto dall’erbaccia secca e gialla e mezzo interrato, un secchio nero di plastica attirò la sua attenzione. Era inclinato e dentro stagnava un po’ d’acqua sporca e calda che il cane bevve come fosse a un ruscello montano.

Si leccò il muso e continuò a trotterellare lungo la strada silente che tagliava campi e prati. Inseguì una lucertola che scomparve fra i bui interstizi di un muro di sassi e corse lungo una stradina di erba soffice che si perdeva nella vegetazione spontanea e infestante a ridosso di un terreno. Osservò dall’alto gruppi di galline che beccavano la terra e lo guardavano di sottecchi con un occhio spalancato. La rete metallica che li separava sfumò i suoi sogni di sfamarsi con quelle facili prede.

Il sole alto bruciava le sue ultime risorse e il cane cercò refrigerio sotto un gigantesco leccio. Se ne restò lì con la lingua penzoloni a trascorrere il tempo, accucciato sull’erba fresca finché sopraggiunse il sonno e allora si addormentò senza più pensieri.

 

Vide decine di volte la luna alzarsi nel cielo scuro e sotto la pioggia che cadeva e il sole che bolliva la strada camminò come un vagabondo esperto che non temeva più la fame. Gironzolava con indolenza per i campi nell’attesa che qualcuno lasciasse del cibo incustodito e talvolta riusciva a entrare nei pollai attraverso buchi nella rete e allora era tutto un frullare di ali e penne che volavano e un coccodiare terrorizzato e sangue.

Si divertiva a correre dietro gatti che gli soffiavano rizzando i peli e incurvando la schiena e qualche volta fu lui stesso inseguito da contadini che lo presero a sassate.

Conobbe il fucile e il suo rumore sordo e l’odore della polvere da sparo e il bruciore dei pallini sulla coscia. Imparò a riconoscerlo e si tenne alla larga dagli uomini che l’imbracciavano.

Un giorno come un altro incontrò una cagna durante i suoi giri di perlustrazione e annusò quel corpo che gli portò nuovi afrori. Anche lei l’annusò e si fronteggiarono sotto il cielo primaverile senza timore e infine si allontanarono fianco a fianco come due amanti ritrovati e quel giorno fu l’inizio di una nuova vita perché avvertì sensazioni prima estranee e ora parte del suo corpo e della sua mente.

 

Si svegliò sotto un cespuglio, sbadigliando e stirandosi, e annusò l’aria. Si incamminò sul campo incolto seguendo tracce segrete e orinando qui e là ora su un tronco ora su un muro. Imboccò la stradina di terra battuta e raggiunse il casolare dove l’uomo che vi andava ogni mattina gli lasciava sempre un pezzo di pane unto. L’addentò e in pochi morsi lo finì. Trotterellando sulla strada si allontanò e prese a seguire piste su piste finché arrivò alla lunga striscia d’asfalto su cui si fermò a osservare. Nella sua mente tornarono immagini vaghe e perdute e ricordi di odori che non aveva più trovato. L’auto che si fermava e qualcuno che lo faceva scendere, gli toglieva il collare e l’incitava ad andare. Poi l’auto che ripartiva, sotto la calura della giornata estiva, e il buio davanti a lui.

Tempo che era trascorso e non era più. Volti ora sfocati che non riusciva a distinguere. Voci non più sentite, suoni persi nel limbo di altri suoni scoperti.

Si voltò, incamminandosi col suo solito trotto e lasciandosi alle spalle quella strada coi suoi odori e reminiscenze e gente che non ricordava più e cose che gli erano appartenute.

Davanti a lui altre strade l’accolsero, sentieri che si perdevano nei boschi e sterrate e piste e campi e sotto il sole di quel giorno nuovo il cane si dileguò nella campagna silente come un miraggio tremolante che svanisce e il rumore di un’auto che si ferma sul ciglio della strada è ormai troppo lontano per lui, inizio di nuovi vagabondaggi e stenti e nuove strade da percorrere.

5 Commenti

  1. Romina Tamerici
    1 luglio 2012 alle 09:25 Rispondi

    Un bel racconto. Il tema dell’abbandono mi sta molto a cuore. Anch’io di recente ho scritto un breve brano su questo tema che è finito nell’e-book “Vita da cani”. Mi sono piaciute molto le similitudini che hai usato e il modo molto preciso di descrivere i dettagli senza annoiare. Il secondo paragrafo è a livello stilistico il mio preferito.

  2. Franca
    1 luglio 2012 alle 16:44 Rispondi

    incantevole

  3. Daniele Imperi
    1 luglio 2012 alle 19:05 Rispondi

    @Romina: grazie, il paragrafo sulle cicale?

    @Franca: grazie :)

  4. Lucia Donati
    1 luglio 2012 alle 23:00 Rispondi

    Bravo, Daniele.

  5. Romina Tamerici
    2 luglio 2012 alle 09:02 Rispondi

    Sì, proprio quello sulle cicale!

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