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Storie di uomini o di eventi?

Dai più spazio alle azioni o ai personaggi?
Storie di uomini o di eventi?

L’unica cosa fondamentale affinché mi piaccia una trama è che presenti una serie di eventi “umani”.

Se una trama non mette l’umanità al suo centro, faccio fatica a sviluppare un qualsiasi tipo di empatia. LiveAlive su Cosa deve offrire una storia.

In quel commento – ne ho estrapolato due parti – ci sono concetti su cui non concordo appieno. Secondo me ogni storia è un evento umano, anche se basata esclusivamente sull’azione. Se prendiamo una storia di serie B come Fast&Furious, allora sì che c’è poco da sviluppare empatia. È una storia nata per magnetizzare il pubblico con auto veloci e gare sorprendenti. E belle figliole, ovviamente.

Ma anche i vari 007 che abbiamo visto sono tutti imperniati sull’azione e poco sul risvolto umano. Forse possiamo ipotizzare che esistano generi letterari – anche se finora ho fatto esempi di film – più portati per mostrare l’umanità dei personaggi che non le mere azioni.

Eventi e personaggi nei generi letterari

Ma forse non è così. Forse ogni genere letterario può incentrare la storia, secondo l’estro dell’autore, soltanto sull’azione o sulle emozioni e la psicologia dei personaggi. Ho letto i gialli di Englert, per fare un esempio, dove compare un cane senziente, che in realtà, a differenza del classico giallo, sono focalizzati sulle emozioni e le riflessioni dei personaggi.

Anche nel Fantastico, che di solito mostra un lungo viaggio e assurdi combattimenti, possiamo trovare storie che si discostano dalle tendenze. Il mago di Earthsea di Ursula Le Guin mi è sembrato uno di questi, così come Il volo del drago di Anne McCaffrey.

I romanzi paradossali di Walter Moers, invece, credo siano abbastanza bilanciati. Non ho visto solo azione e viaggi e stranezze fantastiche, ma anche molta introspezione.

Forse le scrittrici sono più portate a mostrare la psicologia del personaggio, piuttosto che le pure azioni, rispetto agli scrittori? Io sono convinto di sì. Parliamoci chiaro: noi uomini siamo più terra terra, mentre le donne puntano più al cuore. Che ne pensate?

“Una realtà è fatta di scenari e personaggi”

E una storia rappresenta una realtà, anche se fittizia. Forse dovremmo davvero rivedere la nostra narrativa e creare storie più umane, perché in fondo sono gli uomini a fare le storie, con le loro scelte.

Ma prima della scelta, ben prima dell’azione viva e pura che dà il via, il ritmo, il senso a tutta la storia, c’è la difficoltà che sta dietro quella scelta. Ci sono la riflessione, la paura, il dubbio, il ripensamento, l’errore, l’accettazione, la speranza, l’emozione.

Storie di uomini e di eventi

Lo abbiamo imparato da Alessandro Manzoni e dai suoi Promessi sposi. In quel romanzo, che a molti non piace, che vorrebbero togliere dalle scuole – se non l’hanno già fatto (in quel caso brucino all’inferno) – in quel romanzo c’è molto da capire di una storia.

Con le sue sottotrame, le forti caratterizzazioni dei personaggi, la loro diversificazione, le trasformazioni che mostrano durante la storia, le storie parallele, gli intoppi che creano la storia stessa, I promessi sposi sono la dimostrazione, l’esempio anzi, di come un romanzo sia una storia di eventi e personaggi. Completa. Come devono esserlo tutte le storie che raccontiamo.

Nel mio romanzo per il self-publishing – il P.U. che ha già visto 3 titoli, nessuno dei quali buono – mi sto sforzando in questo senso. C’è anche da dire che io non inserisco molte azioni nelle mie storie, non mi sembrano così movimentate, anzi piuttosto statiche.

Però, almeno per i personaggi principali, sto bilanciando la parte d’azione e quella psicologica. E in una storia del genere la riflessione del personaggio non può mancare, altrimenti l’intero romanzo perderebbe di credibilità.

Azione o umanità?

Potete fare un bilancio delle vostre storie e della vostra narrativa? Sono più dedicate al lato umano o alla mera azione?

26 Commenti

  1. LiveALive
    26 giugno 2014 alle 09:06 Rispondi

    Inutile dire come la penso XD Permettimi però di giustificare la mia posizione (guarda il caso: appena svegliato, stavo proprio pensando a quel mio commento…).
    Naturalmente esistono trame che si concentrano sulla psicologia (Madame Bovary) e libri che si concentrano sull’azione (una marea di thriller e libri “action”). Io però ritengo che se in un testo di puri eventi non abbiamo una forte componente umana (una scena psicologica ogni tanto, anche se inserita in contesto thrill), allora è impossibile capire emotivamente la storia.
    Immagina un libro che segue la vita di una città dalla sua nascita come gruppo di capanne di fango fino ai giorni nostri, passando attraverso alluvioni, pestilenze, guerre, saccheggi e ricostruzioni, fino all’invasione aliena. D’Annunzio progettava qualcosa del genere… Immagina però che questa città non sia vista dal punto di vista degli uomini che vedono le loro case crescere ed essere distrutte, ma dalla prospettiva di un Dio neutrale che vede i palazzi crescere come erba. In questo caso, tutta l’emozione viene distrutta, appunto perché non vedendo la cosa da una prospettiva umana, non possiamo cogliere i suoi risvolti emotivi.
    Se ci sono umani in scena, stessa cosa. Permettimi un esempio pirandelliano. Un uomo esce dalla banca, scivola sulla banana, e tu ridi. Perché lo deridi? Perché sei fuori da lui, non capisce, non lo vedi più come umano. Ma immagina un ordine diverso delle scene: l’uomo si sveglia nella macchina, dà uno sguardo alla casa da cui è stato sfrattato, va in banca ma viene calciato fuori, scivola sulla banana, si spacca la gamba, ma non ha l’assicurazione e nessuno lo cura… Ora non fa più ridere. Perché? Perché questa volta c’è umanità, e cioè questa volta puoi capire come devi porti nei confronti della scena. Se non c’è umanità, non lo capisci, e non puoi introiettare alcuna emozione.
    Se c’è qui qualche giocatore di Metal Gear, questo lo sa bene. Sono giochi stealth, si corre, si spara, e insomma c’è tanta azione… Ma l’analisi della condizione umana non manca mai. Sì, Snake ed Eva scappano in moto da Grosnij Grad facendosi strada a colpi di RPG-7 mentre sono inseguidi da un carrarmato alto tre piani come lo Shagohod… Per tutto questo avviene DOPO che il giocatore ha potuto capire il rapporto tra i personaggi. Se Kojima non avesse fatto così, togliendo le scene psicologiche tra Snake ed Eva, allora tutto il climax finale non avrebbe avuto alcun senso, non avrebbe trasmesso alcuna emozione, soprattutto la parte della fuga nella foresta che, invece, è una delle più intense.

    Rispondo alla tua domanda su uomini e donne.
    Purtroppo non sono Tiresia (che visse sia come uomo che come donna), e non so che c’è nella testa dell’altro sesso… Si discuteva di ciò anche sul blog di Giulio Mozzi, Vibrisse, e non si è capito bene se è in qualche modo possibile capire se un testo è scritto da un uomo o da una donna, al di l dell’argomento. Certo, alcuni casi sono tosti, come Anna Karenina: sembra rappresentare una donna alla perfezione, ma come faccio a dirlo non essendo io donna? Ma ammettendo anche sia vero: non è che la moglie di Tolstoj ci ha messo lo zampino? L’aveva già fatto con Natasha…
    è difficile da dire. Sono abbastanza sicuro che, istintualmente, una donna scriva in modo diverso da un uomo, ma uno stile maturo di basa su stilemi che può applicare un uomo come una donna. Ciò nonostante, nel contenuto, è sempre possibile che delle differenze si vedano. Per esempio, tempo fa ho letto il racconto di una ragazza, dove il protagonista maschile pensava a una tipa che metteva le mani vicino “al suo sesso”… Si vede che l’autrice non è mai stata nella testa di un ragazzo XD il termine “sesso” usato in quella accezione è cosa puramente femminile e non si può sbagliare… Certo, ora che lo so, io posso imitare lo stile femminile. Non credo, comunque, che ci siano differenze così decisive, né credo che le donne siano più concentrate sull’interiorità e gli uomini più sull’azione. Da giovani, forse, ma non quando bisogna scrivere sul serio.

    • Daniele Imperi
      26 giugno 2014 alle 13:57 Rispondi

      Una componente umana deve esserci sempre, anche negli horror, anzi in quelli forse di più, perché sarebbero più credibili.

      Secondo me è possibile capire se un testo è scritto da un uomo o da una donna e tempo fa volevo fare questo esperimento.

      Anzi, lo studio e lo farò al più presto.

  2. Ivano Landi
    26 giugno 2014 alle 09:59 Rispondi

    Senza ombra di dubbio do la priorità al lato umano. Chi sta seguendo la mia blog novel mi ha talvolta manifestato stupore a proposito di quanta poca azione ci sia in una storia che si offre come un thrilling con risvolti horror. Rispondo che scrivo alla maniera delle cose che più mi piace leggere. Quando leggo un libro posso accettare vari livelli di azione tra il medio e il basso, ma richiedo sempre e comunque la massima attenzione possibile ai personaggi.

    • Daniele Imperi
      26 giugno 2014 alle 13:50 Rispondi

      Gli horror alla Poe e alla Lovecraft mi sono sembrati ben bilanciati, li hai letti?

      • Ivano Landi
        26 giugno 2014 alle 17:14 Rispondi

        Sì, ho letto quasi tutti i racconti di entrambi gli autori. Poe mi piace molto e non si discosta troppo dal mio concetto di storia dell’orrore. Anche Lovecraft mi piace, ma nel suo caso si può ben dire che l’elemento umano conti assai poco.

  3. animadicarta
    26 giugno 2014 alle 10:28 Rispondi

    Il lato psicologico per me viene sempre prima, sia quando leggo che quando scrivo. Mi piacciono i romanzi che si concentrano sul lato umano, che analizzano e scavano. Credo però anche che l’azione debba sempre bilanciare questa analisi, altrimenti la storia rischia di cadere nell’eccesso di introspezione e diventa noiosa. Così come troppa azione non riesce a scatenare (almeno per quanto mi riguarda) la giusta identificazione.
    Generalizzare però è difficile, perché è una questione di gusti e sensibilità.
    Se nella tua storia hai cercato un giusto equilibrio, non puoi che aver fatto bene e andrai incontro a un pubblico più ampio :)

    • Daniele Imperi
      26 giugno 2014 alle 13:51 Rispondi

      Sì, vero, un eccesso d’intrispezione mi annoierebbe e basta.
      Speriamo che l’equilibrio rimanga per tutta la mia storia :)

  4. Sandra
    26 giugno 2014 alle 13:54 Rispondi

    Lato umano, ma succedono poi diverse cose: tradimenti, gravidanze difficili, delusioni importanti, e a pensarci bene in 2 miei libri su 3 ci scappa pure il morto, mai di morte naturale. Grazie mi hai fatto riflettere sul mio lato tragico.

    • Daniele Imperi
      26 giugno 2014 alle 14:00 Rispondi

      Ahah, davvero, ma che tragedie scrivi? :D
      Altro che lato umano, qui :)

  5. Tenar
    26 giugno 2014 alle 14:46 Rispondi

    Una volta ho letto (non so dove e non so scritto da chi, evviva le mie citazioni) che gli autori si dividono in due categorie, quelli che mettono al centro la trama e quelli che mettono al centro i personaggi. Entrambe le vie possono funzionare (anche se chi scriveva diceva che partire a costruire una storia dai personaggi è più difficile). Sia come lettrice che come autrice, io voto per i personaggi.

    • Daniele Imperi
      26 giugno 2014 alle 15:04 Rispondi

      Anche secondo me è più difficile partire a scrivere dai personaggi. Io, almeno, parto dalla storia.

  6. Grazia Gironella
    26 giugno 2014 alle 15:59 Rispondi

    Sicuramente il lato umano per me è il più importante; ma la trama deve essere abbastanza attiva. Se non lo è, l’inattività deve essere compensata da qualcosa di davvero speciale (stile, ambientazione o altro), perché le centinaia di pagine passate a riflettere sul significato dei fiori di zucca mi uccidono.

    • Daniele Imperi
      26 giugno 2014 alle 17:19 Rispondi

      Hanno un significato i fiori di zucca? :D
      Lo stile, secondo me, è importante, ma solo se c’è una buona trama insieme.

      • LiveALive
        26 giugno 2014 alle 17:55 Rispondi

        Più che lo stile, il tipo di stile, o ancor meglio il tipo della forma. Cosa deve fare? Deve sottolineare il contenuto o lasciarlo trasparire il più possibile? Deve esser bella di per sé, o deve sempre legarsi al contenuto? Oggi presentano la forma barocca come cattiva: lo è anche se sto scrivendo un romanzo visto dagli occhi del poeta Marino? …oggi sono queste le cose che mi tormentano XD

        • Daniele Imperi
          26 giugno 2014 alle 19:20 Rispondi

          Se scrivi con gli occhi di un personaggio dell’800, allora non puoi scrivere come uno del XXI secolo :)

        • Daniele Imperi
          26 giugno 2014 alle 19:34 Rispondi

          Ti faccio un esempio: nella storia che sto scrivendo per il mio ebook in self-publishing c’è un personaggio di fine 800. Io non uso più le “d” eufoniche, ma in quel caso, visto che è lui a raccontare in prima persona, ho dovuto reintrodurle.

          • LiveALive
            26 giugno 2014 alle 20:42

            Il punto è: perché se a usare la voce barocca è un personaggio sì, e se è un narratore no? Solo perché il narratore è fuori dalla storia e il personaggio dentro? Cosa che non è neppure sempre vera… Comunque, io credo che lo stile debba sempre adattarsi al contenuto: se faccio una storia sull’aristocrazia seicentesca, uso uno stile barocco, se la faccio sui contadini degli anni venti posso usare uno stile semplice o addirittura dialettale.

  7. Daniele Imperi
    27 giugno 2014 alle 08:33 Rispondi

    LiveALive

    Il punto è: perché se a usare la voce barocca è un personaggio sì, e se è un narratore no?

    Secondo me, se scrivi una storia ambientata molto indietro nel tempo, non puoi usare un linguaggio moderno.
    Mi spiego: stai scrivendo una storia medievale, ok? Devi allora stare attento, come narratore, a non usare parole moderne.
    Esempio estremo: “Menava fendenti con la spada veloce come un treno”.

    Prendilo come esempio banale, nessuno sarebbe così pazzo da scrivere una cosa del genere, ma un linguaggio troppo moderno per me stonerebbe.

    Però magari potresti fare una prova e mettere a confronto le due versioni.

    • LiveALive
      27 giugno 2014 alle 08:57 Rispondi

      Può essere interessante fare delle prove. Ti faccio un esempio: Lovecraft era abituato a pensare nel linguaggio del settecento, ma studiava testi scientifici moderni. Così, nelle sue opere, abbiamo dei termini tecnici moderni affianco a insoliti arcaismi. Lui lo faceva istintualmente, gli pareva normale, ma per noi, l’effetto è interessante: da un lato, dà, come Poe, giustificazione scientifica al male, e dunque lo fa sentire come cosa reale ed attuale; dall’altro, fa apparire il male come qualcosa di antichissimo, e quindi di eterno.
      Ma questo è solo uno dei possibili effetti a cui può portare l’accostare moderno e antico. Per esempio, se mi metto a scrivere della guerra in Iraq con il linguaggio di omero, che cosa sto comunicando? E di contro, se uso termini e sigle militari moderne parlando della guerra di Troia?

      • Daniele Imperi
        28 giugno 2014 alle 08:40 Rispondi

        Dipende da cosa stai scrivendo, riguardo la guerra di Troia e termini militari moderni.
        Se è un saggio, allora va bene, perché faresti un raffronto. Se è narrativa, suoneresti anacronisto.

  8. LiveALive
    27 giugno 2014 alle 09:06 Rispondi

    Stavo pensando a una cosa che non ho detto ieri riguardo questo argomento.
    Quando parlo di un evento umano, non parlo solo di qualcosa che capita all’uomo, ma anche di qualcosa che sia facilmente introiettabili, e possibilmente comprensibile in qualsiasi tempo e luogo.
    Voglio mettere a confronto due opere: l’Amleto di Shakespeare e l’Edipo Re di Sofocle. L’Amleto è molto complesso, un personaggio che cambia idea di continuo, lo ammazzo non lo ammazzo, e via così… Però, facciamo fatica a comprenderlo. Facciamo fatica perché si parla di questioni di corte, di pazzoidi, di omicidi che passano impuniti, di incesti e di chiese, tutte cose che non sono più universali nel nostro mondo.
    Ma passiamo a Sofocle. Anche in Edipo si parla di incesto, di re, di profeti presi sul serio… Però cosa fa Sofocle? Non si limita a far dire a Edipo “ah, come sono disgraziato!” (Come fa Amleto, che parla e basta), ma gli fa trafiggere gli occhi cento volte con la spilla della madre/moglie. Amleto comunica il suo male e basta, mentre Edipo lo fa vedere in modo fisico. Io non posso capire cosa prova un principe il cui zio ha preso il trono. E a dirla tutta, non posso neppure più capire cosa prova un re a scoprire che ha erroneamente ucciso il padre per sposarsi la madre. Però, posso benissimo capire cosa prova un uomo a cavarsi gli occhi.

    Sono immagini universali queste, che possono essere comprese da qualsiasi umano, in qualsiasi tempo e luogo. Il re incontrastato di quest’arte è, naturalmente, Dante. Pensa ai peccatori che si cuciono da soli le palpebre con il fil di ferro. Dante parla molto, ma esprime sempre prima ciò che vuole dire tramite immagini universali. Così, forse non possiamo più capire cosa debba interessarci di Bonifacio VIII, ma possiamo sempre interessarci a un uomo con metà busto immerso nella lava.

  9. Severance
    28 giugno 2014 alle 08:37 Rispondi

    (Concordo con LiveALive sui generi. Terry Brooks fu iscritto honoris causa all’associazione scrittrici americane. Dovette declinare ammettendo di essere un uomo. James Tiptree dovette fare outing: mi chiamo Alice Sheldon e ho le ovaie. Insomma, a meno che non sia voluto, a certi livelli è davvero arduo. Il Piccolo Principe è decisamente femminile come testo, ma è stato scritto da un uomo).

  10. franco battaglia
    29 giugno 2014 alle 08:25 Rispondi

    Credo che azione e umanità s’intreccino comunque in un testo valido, e quando quest’ultima rimane superficiale abbiamo un risultato mediocre. Sulle differenze di scrittura ti propongo un curioso esperimento: apri un libro a caso in libreria senza sbirciare l’autore e prova ad indovinare se sia uomo o donna. Ti si riserveranno parecchie sorprese…

  11. Claudia
    29 giugno 2014 alle 23:49 Rispondi

    Azione e umanità devono camminare di pari passo.
    Non può esserci una trama valida e avvincente se anche la componente malvagia non è accompagnata dalla vena umana. Vena umana, capace di dare alla storia quella giusta dose di credibilità, che serve per mantenere vivo l’interesse nel lettore.

    • Daniele Imperi
      30 giugno 2014 alle 08:02 Rispondi

      Giusto: credibilità. E per essere credibile una storia deve rispecchiare la realtà umana.

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