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La storia prima della grammatica

La storia prima della grammatica
Quanto è importante per voi la grammatica nella #scrittura?

È ufficiale, la letteratura è morta. Lo scrive Alessandro nel suo blog e leggendo quel post capirete perché. Riassumendo al massimo quanto è accaduto, ecco i punti salienti del misfatto:

  1. 20lines organizza un concorso per giovani autori

  2. Le storie in gara sono votate dal pubblico
  3. Rizzoli pubblicherà la storia vincitrice in ebook su Amazon

Ho seguito il link nel blog Obbrobbrio e mi sono divertito a leggere i commenti alla storia vincitrice. E quello che la sua autrice ha detto su alcune critiche ricevute.

La storia è più importante della grammatica

Visto che ha errori grammaticali e lacune tipo punteggiatura e minuscole che dovevano essere maiuscole è scritto malamente. Quindi la storia l’avete letta? Avete scaricato il romanzo in ebook e il risultato sarebbe? Perché non mi è chiaro! Io leggo e voto una storia. Ho trovato refusi anche in libri pubblicati con Mondadori o Rizzoli ma se il libro è bello e la storia c’è, be ragazzi non me be frega nulla..

Quindi gli errori ci sono e fin qui ci siamo. Dovevo rileggerlo e correggerlo e fin qui ci siamo. Ma la storia? Perché io punto su quello. Un testo ben scritto grammaticalmente che è una gran rottura per me finisce nel cestino. Avete analizzato la mai storia? Avete visto se rispetta i canoni del viaggio dell’eroe? Ci sono i tre blocchi? Vi appassiona? Vi intriga? Lo stile com’è?

Questo pezzo è stato scritto dall’autrice del romanzo che Rizzoli – sì, proprio quella Rizzoli, non è un’omonima – ha pubblicato su Amazon a 4,99 euro.

Da questo commento si deduce che la grammatica – scambiata per un insieme di refusi – sia un aspetto secondario della scrittura. La storia viene al primo posto. Certo, anche io penso che la storia venga al primo posto, ma perché considero la grammatica come un elemento imprescindibile di qualsiasi scrittura.

La funzione della grammatica in una storia

Le regole grammaticali non sono altro che regole di linguaggio, di comunicazione anche, che non sono state inventate a caso, ma con un preciso scopo: quello di far comprendere al lettore un testo perché definiscono il funzionamento stesso della lingua.

Nello stralcio dell’opera pubblicata su 20lines si notavano tante lacune, fra cui spiccavano gli a capo senza l’uso della maiuscola, spazi mancanti dopo la punteggiatura, dialoghi uno di seguito all’altro, virgole mancanti, ecc.

Tutto questo, stile di scrittura a parte, denota solo una scrittura non ancora matura, non ancora pronta alla pubblicazione. Se un romanzo del genere fosse stato inviato a un qualsiasi editore, sarebbe stato cestinato. Lo sappiamo tutti. C’è quindi da chiedersi cosa abbia spinto un editore come Rizzoli a pubblicare quell’opera.

Ho scaricato l’estratto da Amazon e ho visto che hanno corretto quegli errori, anche se una doppia punteggiatura, tipicamente fumettistica, è rimasta (?!).

Editing e correzione bozze non risolvono i problemi

Altrimenti potrebbe pubblicare chiunque. In quel caso, mi dispiace, ma è stato dato spazio a un’autrice che non conosce le basi della scrittura: le principali regole grammaticali che tutti abbiamo imparato alle scuole elementari.

Quell’ebook è stato messo in vendita e anche a un prezzo che non considero basso, visto che molti autori di self-publishing – e che sanno scrivere in italiano – si mantengono sotto i due euro.

L’atteggiamento dello scrittore “Prima donna”

Non è la prima volta che in alcuni autori noto un atteggiamento da prima donna, una strafottenza quasi, un porsi al di sopra delle critiche soltanto perché si è lì, in un’arena che vedrà l’autore pubblicato da una grande casa editrice.

A lei interessava il giudizio sulla storia, che poi quella storia fosse piena di gravissimi errori grammaticali non aveva importanza, è la storia che deve emergere. Forse era peggio sentirsi dire “la storia non m’è piaciuta” piuttosto che “la storia non rispetta la grammatica”.

Eppure l’errore che si commette, quando rivelato, è un dono prezioso, perché ci porta al miglioramento. Ma questo non è compreso da tutti.

Quelle critiche, se fossero state accolte con la dovuta umiltà – intesa in questo caso in senso positivo – avrebbero portato l’autrice a un livello di scrittura più elevato, perché al prossimo romanzo non avrebbe più commesso quegli errori.

Ma da quelle risposte capiamo che la prossima opera sarà allo stesso livello di questa. Tanto ci sarà probabilmente un’altra Rizzoli a pubblicarla, per buona pace – e lettura – di tutti.

41 Commenti

  1. Fabio Amadei
    1 luglio 2014 alle 06:37 Rispondi

    Hai perfettamente ragione. Nel corso di editing che sto facendo, l’insegnante ama ricordare le grandi difficoltà che incontra quando corregge refusi, punteggiatura ed errori vari. Gli autori si risentono, non vogliono essere corretti. Eppure si vede eccome la differenza tra un testo prima e dopo le modifiche. Rileggendolo ti rendi conto che ti è sfuggito qualcosa e quando vai a togliere e cambiare, la storia scorre meglio e capisci che hai migliorato il tutto, per te e per il tuo lettore. Una forma di rispetto, e hai imparato ancora una volta ad essere più umile.

    • Daniele Imperi
      1 luglio 2014 alle 07:55 Rispondi

      Prima o poi voglio fare anche io un corso di editing.

      Vedi, io capisco se ti risenti quando l’editor vuole farti cambiare un tuo modo di esprimerti, un concetto, cose del genere, ma se ci sono errori grammaticali, allora no, cosa ti risenti?

      • Chiara
        1 luglio 2014 alle 08:49 Rispondi

        Io credo che un bravo scrittore non debba mai perdere di vista il valore dell’umiltà. Personalmente, se avessi un “personal editor” sarei la persona più felice del mondo. Accettare i propri punti deboli e lavorare per migliorarsi non significa mancare di autostima. Al contrario, è un presupposto fondamentale per scrivere un’opera “che spacca”

    • Marinella
      28 aprile 2015 alle 09:31 Rispondi

      Io sono una comunissima persona, e non ho grande instruzzione scolastica, ma comprendo benissimo il significato della punteggiatura,sono d’accordo con tè riguardo all’importanza nell’usarla dovutamente !
      Una volta mi è capitato tra le mani un libro che spiegava chiaramente come una frase cambia completamente il suo significato senza la dovuta punteggiatura ..ne sono rimasta sbalordita…era una lettera di ringraziamento..ma senza la dovuta punteggiatura, era diventata una lettera di condanna !
      Ci credi se ti dico ,che quando aiutavo i miei figli nei compit ( come dettati o poesie, che devi farla la giusta punteggiatura per dare enfasi al dettato o alla poesia ) insistevo molto per fargli capire l’importanza delll’usarli :-D

  2. dramaqueen
    1 luglio 2014 alle 08:34 Rispondi

    Hai assolutamente ragione, la grammatica non si può trascurare. Parlare tutti la stessa lingua è fondamentale per potersi capire!
    Per fare un paragone con il mio campo, il teatro, sarebbe come se un attore, pur essendo bravissimo ad interpretare le emozioni, parlasse a voce bassissima e quasi sempre con le spalle rivolte al pubblico: che cosa vedremmo noi della sua bravura?

  3. Chiara
    1 luglio 2014 alle 08:47 Rispondi

    Con questo post, sfondi una porta aperta, in quanto sto raccogliendo idee per un post che probabilmente pubblicherò giovedì e che avrà per oggetto l’idea di coerenza ed armonia che un libro ha il dovere di trasmettere al lettore. Un’opera, se raggiunge la pubblicazione, deve essere a mio avviso assolutamente impeccabile. Da lì non si sfugge. Ed in questa perfezione rientra anche la necessità di scrivere in italiano corretto.
    Anche a me capita di buttare nel testo qualche refuso o qualche espressione “infelice”, ma la correzione serve anche a questo. Uno scrittore non ha bisogno di riflettere per comprendere se c’è un errore: lo capisce automaticamente, alla prima rilettura. Credo che l’adeguarsi a tali regole sia decisamente più importante rispetto all’impararsi a memoria “il viaggio dell’eroe”, in quanto i manuali servono a dare delle indicazioni, ma non devono diventare delle gabbie per la creatività… altrimenti il risultato è un’opera misera.
    Credo che non leggero mai nemmeno una riga del romanzo di quest’autrice così supponente che, probabilmente, ha raccolto tutti questi voti solo perché ha un sacco di parenti ;)

  4. LiveALive
    1 luglio 2014 alle 09:39 Rispondi

    Non siamo troppo duri con questa autrice, che di sicuro ci mette molta passione. Voglio mettere delle note positive su quell’incipit. Tutto sommato, io ritmo c’è, il personaggio per quanto banale ha una sua voce, e ha anche un pregio raro, cioè riesce a scorrere senza fermarsi sui dettagli inutili come invece fanno tanti inesperti. La storiella nella biografia, quella su et, la ha saputa narrare, e presenta una struttura piacevole. Nel complesso, è scritto meglio di molti testi che si trovano pubblicati.
    Detto questo, ci sono tanti problemi. Ci sono tanti cliché triti e ritriti, e la cornice narrativa è mal sfruttata: si ha l’impressione che sia tutto innaturale, perché il personaggio non pensa normalmente, ma non fa altro che spiegare del perché pensa una data cosa, perché ha chiamato un personaggio così, eccetera. La struttura è pessima: si capisce chiaramente che unico scopo dell’autrice era vomitare lì tutte le informazioni necessarie, senza faticare per esporle quando più opportuno. La cosa peggiore è il dialogo con la sorella. “sei lesbica!”, “no, non lo sono!”, “sì che lo sei!”, e via così per kilometri. Chiaramente l’autrice ha imparato a creare dialoghi con conflitto; purtroppo non ha imparato quando usarli, né le misure, né la varietà necessaria. Bastavano sei battute di quel tipo.

    Ora, la grammatica. Proust diceva che di oggettivo non esiste nulla, “neppure la grammatica”. È vero, entro alcuni limiti. Ammettiamo di scrivere questo: “il topo mangia il gatto”. Il soggetto è il topo, ed è una sciocchezza. “il topo, mangia il gatto”. Ora il soggetto è il gatto, e la frase è stata pronunciata dal maestro Yoda. Però, oltre la confusione, si può giocare con la grammatica con lo scopo di dare un tono particolare. Per esempio, per la grammatica non si può mettere la virgola tra soggetto e verbo, ma si può fare per far cadere di più la voce sul soggetto.
    Vogliamo degli esempi estremi? Nel cinquecento la terza singolare di avere si scriveva “à”, senza H, forma che riprende D’Annunzio. Sempre D’Annunzio, nel libro segreto, non mette le maiuscole dopo il punto (le mette solo a inizio paragrafo), e in tutte le opere fa elenchi senza virgole. Saramago e McCarthy non usano le virgolette nei dialoghi. I flussi di coscienza si scrivono senza punteggiatura. Svevo sfrutta errori di scrittura, di logica, scambi temporali e lapsus come mostrato nelle analisi letterarie di Freud.
    Questo vuol dire che l’autrice è giustificata? No, a causa della sistematicità. Gli autori citati sanno ciò che stanno facendo, e quindi agiscono con sistematicità: sanno dove e come posizionare tali caratteristiche insolite, e tutto è ordinato. L’autrice qui invece non sa quello che fa, tutto è buttato lì a caso, tutto è confusionario e disordinato. Simili errori grammaticali andrebbero eliminati non sia altro che per il fatto che distraggono e interrompono il flusso della lettura. La cosa che mi chiedo é: perché non li corregge? Qualche refuso scappa anche ai professori universitari, ma come possono sfuggire quando le pagine ne sono lastricate? L’idea che mi arriva è che l’autrice o non abbia riletto neanche una volta il testo, o che sia così pigra da non aver voluto correggere tali cose, e quindi immagino abbia lasciato anche maree di errori nella struttura, nella sintassi, se non proprio nella trama. Insomma, l’idea che mi da quel testo è quella di una prima stesura.

    • Chiara
      1 luglio 2014 alle 09:45 Rispondi

      Quanto tu scrivi è la riprova del fatto che, per essere scrittori, non serve imparare a memoria i manuali di scrittura. Capacità e padronanza si acquisiscono con la pratica, così come una sorta di sesto senso che aiuta a capire quando e come intervenire per rimediare agli errori. Gli esperti possono permettersi di inserire svarioni ad hoc (si può fare anche per caratterizzare un personaggio ed il suo modo di parlare) però un lettore attento si accorge subito se la cosa è voluta oppure no

  5. LiveALive
    1 luglio 2014 alle 10:40 Rispondi

    Riguardo la morte della letteratura: è già morta da tempo. I filosofi hanno dichiarato “la morte dell’arte per la sua impossibilità”. Cioè, è impossibile determinare la condizione d’esistenza dell’arte e quindi non esiste. Il grande Enrico Baj invece ha dichiarato la morte dell’arte per la sua commercializzazione. Quanto vale l’arte? Tanto quanto uno è disposto a pagarla. E allora non esiste più valore, ma l’arte diventa semplice mezzo di conservazione.
    Perché la letteratura è morte. Si dice, semplicemente: perché la gente non ne ha più bisogno. Fino all’ottocento c’era ancora l’epoca del grande romanzo, quello che spiega la civiltà per fondarne una nuova sulle sue idee. Oggi nessuno legge neppure, e se si legge è solo perché non c’è altro da fare. Ora è l’epoca del grande film, non del grande libro. Nel 2500 ci sarà ancora la letteratura? In sincerità, non lo so. Impareremo a stimolare il cervello per creare artificialmente qualsiasi esperienza: non avremo più bisogno dell’arte per stimolarlo. Ecco perché dico che la letteratura deve fare ciò che solo la letteratura può fare. Già l’immersione nel personaggio e l’uso di olfatto, gusto, tatto è qualcosa, ma finché ci si limita a voler narrare storie e mostrare scene, il libro risulterà sempre surclassato dalla cinematografia, e presto tutti saranno superati dalla stimolazione diretta del cervello, da un cinema mentale.

    A proposito dell’atteggiamento da prima donna… Tu Daniele sei una persona matura, scrivi perché ti piace, e non hai velleità di superare McCarthy. Un giovane, però, é molto coinvolto, e spera sempre di essere il Tolstoj del 2000. C’è poi sempre la paura di non farcela che, per assurdo, porta a rifiutare le critiche, in un circolo infinito.

    …e comunque, non credo che una persona che non trova la voglia di correggere un refuso ne trovi a sufficienza per progettare una trama decente. Sulla base della sinossi, sembra uno degli esempi di pseudo-trama inconcludente fatti da Bonifacci.

  6. KatyLo
    1 luglio 2014 alle 11:05 Rispondi

    La grammatica è fondamentale. Una buona storia da sola non basta a fare un buon libro.
    Non “cestino” i libri per principio, ma non me la sentirei di consigliare ad amici e conoscenti la lettura di una storia che, seppur interessante, è carente a livello grammaticale. Perché è anche questo quello che un libro deve saper fare: lasciarsi condividere. :)

    • Daniele Imperi
      1 luglio 2014 alle 12:52 Rispondi

      Ciao Caterina, benvenuta nel blog :)

      Concordo sui libri da consigliare. Un buon libro è fatto di tanti elementi, ognuno necessario al tutto.

  7. Tenar
    1 luglio 2014 alle 12:05 Rispondi

    Io penso che umiltà e voglia di migliorare siano parole chiave. Non ho letto il testo e quindi non posso dare un giudizio ponderato su questo specifico romanzo.
    Da un lato non mi sento di massacrare a prescindere una bozza con qualche errore dentro. Da dislessica (che stava sbagliando anche a scrivere “dislessica”) le mie bozze spesso ne contengono. Sono d’accordo che, se la storia c’è, l’autore vada coltivato anche se commette errori. Coltivato, non pubblicato. Bisogna fare un bell’editing partecipato, cioè spiegando all’autore il perché e il per come dei suoi errori affinché non li ripeta. Spiegare quali strategie utilizzare per limitare questi problemi in futuro. E magari non pubblicare proprio quella prima bozza editata, ma chiedere all’autore di riscriverla.
    Quanto a questo caso specifico, non me cruccerei molti. L’autrice ha vinto un contest in cui in palio c’era la pubblicazione e questo ha avuto. Se non cambierà atteggiamento, dubito che pubblicherà un secondo romanzo con Rizzoli.
    Non so voi, ma io non voglio pubblicare una singola volta con un un grande editore e poi sparire, voglio la mia onesta, forse oscura, ma solida carriera di autrice. Una botta e via non mi interessa, in letteratura come nella vita.

    • Daniele Imperi
      1 luglio 2014 alle 12:55 Rispondi

      Non credo che la dislessia ti porti a commettere errori di grammatica. Giusto?

      Coltivare significa che devono fargli studiare la grammatica italiana. Ma non sono d’accordo su questo.
      Come editore, se mi arriva un testo con punteggiatura sbagliata e minuscole continue dopo il punto, io lo cestino senza andare oltre.

      Sulla carriera letteraria sono invece d’accordo.

      PS: io ti ho mandato un’altra email, ma deduco che neanche stavolta tu l’abbia ricevuta :)

      • Tenar
        1 luglio 2014 alle 15:04 Rispondi

        No, continuo a non riceverle e non so perché. Comunque non ho letto il romanzo in questione, magari c’è da coltivare, magari è insalvabile. Parlavo in generale…

  8. Seme Nero
    1 luglio 2014 alle 13:12 Rispondi

    Ho letto il titolo del post e ho pensato: è impazzito.
    Per fortuna poi ho letto il resto :D
    Francamente credo ci sia poco da dire sulla questione che non sia già stato detto. Gli esordienti (non tutti, per fortuna!) usano la scusa dello “stile” per coprire le proprie lacune. Per quanto sia vero che certe regole si possono infrangere (a volte) è anche vero che bisogna prima dimostrare di saperle usare quelle regole, o anche solo di saperle!
    La mancanza di umiltà è una pecca non da poco, ma non dimentichiamoci della pigrizia: credo che tanti semplicemente non rileggano quello che hanno scritto, e di conseguenza non vedano i propri errori, poi l’orgoglio fa il resto, andando a negare anche l’evidenza quando altri ce li fanno notare.
    Non so se qualcuno ha mai letto “Non mi uccidere” di Chiara Palazzolo: ora, per quanto la storia possa essere bella o no, ricordo di aver finito il libro con parecchio sforzo. Tutto il romanzo era un flusso di pensieri della protagonista, con frasi spezzate quasi a caso dai punti. Punti, punti, punti! Ero curioso di sapere come continuava la storia ma quando ho sfogliato le prime pagine del seguito ho preferito lasciar perdere. Questo per dire: la grammatica conta. E’ la base del nostro linguaggio, senza una corretta grammatica le frasi cambiano di significato, o non ne hanno alcuno, c’è poco da fare!
    Per un punto, Martin perse la cappa.

    • Daniele Imperi
      1 luglio 2014 alle 13:47 Rispondi

      Mai fermarsi al titolo :D

      Più che pigrizia, in quel caso è proprio ignoranza della lingua italiana e della sua grammatica. Se rileggono, non notano quegli errori.

  9. Michè Michè
    1 luglio 2014 alle 13:42 Rispondi

    Ciao Daniele.
    Concordo appieno, una grammatica sconclusionata genera attrito, mette un freno alla scorrevolezza di lettura e di pensiero.
    Circa l’atteggiamento dell’autrice che dire, nulla di inusuale o biasimevole.
    Chi ha approfondito l’argomento “euristiche” ben sa che è più innaturale(e faticoso) essere umili e razionali che non il contrario! xD
    Ciao ciao!

    P.S. Quando un autore sconosciuto riceve recensioni poco lusinghiere, è probabile che le vendite della sua “opera” decollino. Quindi, se è possibile scommetterci su fatelo, perché questo cavallo sgangherato è il prevedibile vincitore.

    • Daniele Imperi
      1 luglio 2014 alle 13:49 Rispondi

      Ciao Michè,
      più che un freno a me dà proprio fastidio vedere certi errori.

      Approfondirò l’argomento “euristiche” perché mi interessa anche in altri campi.

      Non so se possano decollare le sue vendite. Se succede, io non contribuirò con il denaro :)

      • Michè Michè
        1 luglio 2014 alle 14:20 Rispondi

        Darebbe fastidio anche a me se fossi un letterato come te. Ahimè è solo da qualche mese che sto approfondendo le regole grammaticali, quindi molti errori mi sfuggono. xD

        Ti facilito la ricerca consigliandoti “L’illusione di sapere. Che cosa si nasconde dietro i nostri errori” di Massimo Piattelli Palmarini e “Pensieri lenti e veloci” di Daniel Kahneman.

        Buon per te ahah! xD

  10. Grazia Gironella
    1 luglio 2014 alle 16:00 Rispondi

    Non ne so abbastanza per dare giudizi, però no, non credo che la storia possa fare a meno di una forma corretta, così come la forma non può fare a meno di una buona storia. Forse l’autrice non ha intenzione di coltivare la propria ignoranza, ma ha risposto in modo così veemente perché si è sentita attaccata più che criticata. Spesso online ci si dimentica di usare un minimo di tatto, e gli scrittori, poi… beh, loro propendono di solito per la lapidazione immediata! Con tutte le difficoltà che si incontrano ad attirare l’attenzione di un editore, è anche normale.

    • Daniele Imperi
      1 luglio 2014 alle 20:27 Rispondi

      Il fatto è che le critiche all’opera non sono critiche alla persona, questo bisognerebbe capirlo.

  11. Sebastiano
    1 luglio 2014 alle 16:08 Rispondi

    Quello che molti, tra cui io qualche anno fa, non comprendono è che l’italiano non è un accessorio da integrare nel testo tanto per rendere felici gli editori e i lettori, ma una componente fondamentale, se non primaria, della storia che si sta scrivendo. Sto toccando con mano tutto ciò rileggendo una storia che sto attualmente scrivendo. Mi rendo conto di commettere molti errori – di distrazione, in particolare – che non posso lasciare inosservati o correggere frettolosamente. E in tali condizioni non posso dire di essere uno scrittore o che mi piaccia scrivere, perché offenderei gli scrittori di mestiere e chi sta emergendo nell’universo della scrittura dopo tanti giorni, mesi o anni utilizzati per imparare la sottile arte della scrittura. Io sono dell’opinione che più ascolto le opinioni altrui, dette in maniera gentile, più imparo. L’umiltà di accettare i propri errori sta al primo posto se si ha intenzione di crescere (letterariamente).

    • Daniele Imperi
      1 luglio 2014 alle 20:29 Rispondi

      Gli errori di distrazione sono normali, quelli grammaticali no. È facile commettere errori mentre scrivi, ma in quel caso alcuni errori neanche erano stati considerati tali.

  12. Severance
    1 luglio 2014 alle 21:07 Rispondi

    Magari all’Autore dei refusi sfuggono. Sebbene tra correttore automatico (madò…ma si può sapere che vi costa?!?!?) e una revisione accorta certi errori li si potrebbe evitare. Ma non può scappare alla CASA EDITRICE, che è quella che offre il prodotto sul mercato. Se io, da indie, pubblico i miei racconti, potrei anche essere giustifcato. Non chiedo denaro, non ho due cervelli, non ho editor e sono solo contro il mondo. Ma se una casa editrice, cioè una impresa che chiede denaro in cambio della sua opera, fa un lavoro schifoso, allora qua c’è qualcosa che non quadra davvero. Sarebbe come una impresa edile che fa i palazzi storti: non dovrebbe essere pagata! In ogni caso parliamo ancora di Amazon, che è diventata una discarica/slot machine. Non mi meraviglio.

    • Daniele Imperi
      2 luglio 2014 alle 08:09 Rispondi

      Il correttore automatico serve, anche se molti lo snobbano. Ma un certo numero di refusi e errori vari li segnala.

      Anche secondo me gli errori possono essere evitati, proprio per quello che dici: ci sono correttori di bozze e editor e l’autore che rilegge.

  13. Laura Tentolini
    1 luglio 2014 alle 22:25 Rispondi

    Non dimentichiamo che la punteggiatura ha una funzione pratica, non è un’invenzione inutile per farci soffrire.
    Se c’è un punto fermo, fai una pausa e prendi fiato; i due punti spiegano; con la virgola fai una pausa ma pronto a ripartire subito con il discorso ecc.

    È un codice che usiamo per comunicare, allo stesso modo del codice della strada. Il segnale di “Stop” ha una precisa funzione pratica, rispettarlo non significa sottostare a regole antiquate ma salvarsi la vita.

    Se usiamo correttamente la punteggiatura, permettiamo ai nostri lettori di seguirci con naturalezza senza perdersi in frasi e periodi complessi.
    Inoltre, usare bene la punteggiatura è segno di cura del testo e rispetto per il lettore. Una storia ben scritta si legge sempre volentieri.

    • Daniele Imperi
      2 luglio 2014 alle 08:10 Rispondi

      Vero, tutta la grammatica è un codice per farci capire cosa viene detto. ma non dimentichiamo anche che un libro deve avere, secondo me, anche una funzione educativa.

  14. Luca Sempre
    5 luglio 2014 alle 12:49 Rispondi

    Comunque, al di là di ogni considerazione che la bravissima autrice può fare sul suo testo, restano dei punti fermi.

    1) Se non padroneggi la grammatica non sei in grado neanche di padroneggiare la struttura della storia. Questo non è opinabile ma è incontestabile.

    2) Se affronti in modo ingenuo la punteggiatura affronterai in modo ingenuo anche la trama e i personaggi.

    3) Se dopo che i lettori ti hanno fatto notare le ENORMI sviste grammaticali che hai fatto TU non fai nulla per correggerle e non riprendi in mano il testo, vuol dire che non potrai mai diventare una scrittrice, perchè la scrittura è fatica e fatica e fatica. E umiltà.

    4) Se non fossimo entrati nell’era del selfpublishing, se il testo vincitore del concorso fosse stato inviato come da prassi via posta alla “valutazione manoscritti” di una QUALSIASI casa editrice (non a pagamento, ovvio), l’opera della signorina sarebbe stata cestinata dopo le prime DUE-RIGHE-DUE. Fra qualche risata.

    5) Tutto questo è ridicolo.

    6) Rizzoli? Ci sei? Forse dovresti studiare un po’ di Personal Branding, visto che siamo nell’era digitale. Immagino (e spero) che questo concorso non abbia certamente migliorato la tua reputazione online, cara Rizzoli.

    • Daniele Imperi
      7 luglio 2014 alle 08:08 Rispondi

      1) D’accordo con te.
      2) Non saprei, ma la punteggiatura è comunque fondamentale per far capire al lettore la struttura della frase e quindi il suo significato.
      3) Verissimo. Accettare le proprie lacune è sinonimo di miglioramento.
      4) Esattamente quello che ho detto anch’io. Quel testo non sarebbe mai passato.
      5) Lo so :)
      6) Chi può dirlo? Ma mi domando davvero come si possa pubblicare un autore che non conosce la grammatica.

  15. Giuliana
    6 luglio 2014 alle 15:24 Rispondi

    Anch’io, proprio in questo periodo, sto valutando un possibile corso di editing; lo ritengo utile perché, a prescindere da quanto uno pensi di conoscere grammatica e annessi, non si finisce mai di imparare e migliorarsi.
    In casi come quelli citati nell’articolo, io mi schiero in modo netto dalla parte di chi condanna: non è ammissibile che un autore che pubblica e vende libri non conosca bene il suo mestiere. Non esistono scuse né alibi: frasi come “è un esordiente”, “imparerà con il tempo e la pratica” o “la storia è comunque carina” non reggono. Non esiste. Sarebbe come accettare di pagare il mobile malamente assemblato di un neo falegname, giustificandolo per la sua incapacità e inesperienza.
    Ma scherziamo?
    Un professionista è un professionista e deve comportarsi come tale, qualunque sia l’ambito in cui esercita.
    A me pare che da quando self-publishing e libri spazzatura (non necessariamente le due cose sono connesse) hanno invaso l’editoria, molti lettori siano più propensi a chiudere un occhio su ciò che acquistano e leggono, come se avessero rinunciato a pretendere qualità in tutti i parametri che fanno di un libro un buon libro, o come se si fossero abituati alla qualità infima di ciò che ormai troppo spesso viene proposto.
    Così, una carenza viene compensata da un pregio: “la grammatica è lacunosa, ma la trama è buona”, oppure “la storia si trascina, ma l’autore scrive proprio bene”, o ancora “i personaggi e le ambientazioni non sono per nulla delineati, però i dialoghi scorrono che è unn piacere”…
    Invece no, io non lo ammetto.
    Se compro – e pago! – un libro pretendo (ancora e sempre) che sia un libro con la L maiuscola, scritto bene, ben confezionato, perfetto da tutti i punti di vista. Pretendo che l’autore sia abile nel suo mestiere e che abbia fatto il massimo per presentare al lettore un progetto curato, corretto, professionale, che rispetti quelli che sono i parametri di un buon libro. Che poi possa non incontrare i miei gusti, è altro conto. Non mi lamenterò mai dei soldi spesi per un buon libro che non mi è piaciuto solo perché non nelle mie corde.
    Insomma, pretendo dall’autore niente più e niente meno di ciò che pretenderei dal falegname: un mobile ben costruito, assemblato nel modo corretto, con i cassetti che scorrono senza intoppi e le gambe che non traballano. Un mobile bello, solido, che vale il denaro speso.
    … è chiedere troppo? Perché tutta questa indulgenza quando si parla di scrittura?

    • Daniele Imperi
      7 luglio 2014 alle 08:15 Rispondi

      Hai ragione, bisogna conoscere il mestiere, le basi come minimo.

      Infatti non è questione di gusti: su quelli nessuno può far nulla. Ognuno ha le sue esigenze e le sue letture.

      Ma un libro, spercialmente se ha un prezzo, deve essere un prodotto di qualità.

      Indulgenza, forse, perché, almeno in questo caso, porta a pubblicità, anche se negativa :D

  16. Salvatore
    7 luglio 2014 alle 20:02 Rispondi

    Ma alla fine la storia com’era? Era avvincente, entusiasmante, commovente, comica, ben scritta (grammatica a parte), ben narrata con una trama coinvolgente? C’erano personaggi degni d’essere letti? Nel tuo post manca la parte essenziale! Mi tieni forse con il fiato sospeso per costringermi a leggere quel ebook?
    A ogni modo, io sono convinto che la storia abbia un importanza primaria. Tanto che anche cambiando narratore la storia non può che primeggiare, uscire fuori, e tenerti incollato alla poltrona; se c’è una storia.
    La grammatica tuttavia (e stiamo parlando di grammatica, non di banalissimi refusi) viene subito dopo. Se un balbuziente cerca di raccontarmi un episodio (mi perdonerai se equiparo le balbuzie all’ignoranza, è solo per fare un esempio), per quanto possa essere avvincente la storia, e un buon cristiano il balbuziente, non ci capirò nulla ugualmente. Quindi diciamo che la grammatica ha la sua porca importanza.
    Altro discorso i refusi. In questo caso mi sento di spezzare una lancia (sulla schiena) a favore dell’autore. Partendo dal presupposto che non bisogna essere pigri e che è bene rileggere mille volte per evitare brutte figure con i propri lettori, è inevitabile che qualche refuso scappi. Forse lo dico perché ne sono io stesso uno dei più grandi colpevoli.

    • Daniele Imperi
      8 luglio 2014 alle 07:40 Rispondi

      Non so come sia la storia e francamente non mi interessa. Non la comprerei mai sia per via di quegli errori gravi di grammatica sia per l’atteggiamento dell’autrice. Inoltre, leggendo la prima pagina, non è proprio il mio genere.

      I refusi non contano, ma la storia vale zero se ci sono errori grammaticali.

  17. Annaluisa
    8 luglio 2014 alle 18:52 Rispondi

    Al di là dei temi trattati ampiamente sulla grammatica, non perde di credibilità una casa editrice che pubblica un libro pieno di errori?

  18. Giuliana
    8 luglio 2014 alle 22:30 Rispondi

    Mi riferivo più che altro all’indulgenza dei lettori, che giustificano gli errori lodando la trama. Come se il lettore non avesse il diritto di pretendere qualità da ambo i lati!

    • Daniele Imperi
      9 luglio 2014 alle 07:33 Rispondi

      I lettori saranno come l’autrice: non conoscono la grammatica :)

  19. Scrivere è conoscere il mestiere
    15 luglio 2014 alle 05:01 Rispondi

    […] riflessione è nata da un commento sul mio articolo in cui parlavo dell’importanza della grammatica in una storia. Ricorderete la questione del romanzo pubblicato da Rizzoli, che conteneva, prima […]

  20. Alessandro C.
    20 luglio 2014 alle 17:12 Rispondi

    Ciao Daniele,
    scusami se sono “scomparso”, ma tra ferie e emergenze feline son sparito per quasi un mese dalla blogosfera.
    Io non concordo con chi tesse le lodi dell’autrice in questione, e tantomeno con chi considera gli svarioni ortografici dei semplici refusi.
    Forma e contenuto devono andare a braccetto, altrimenti si rischia solo di cadere nell’incomunicabilità con chi la storia deve recepirla.
    Rizzoli mi ha deluso tantissimo, e ritengo che questo caso sia emblematico: l’editoria è vittima di se stessa.

    Un abbraccio

    • Daniele Imperi
      21 luglio 2014 alle 07:48 Rispondi

      Ciao Alessandro,

      eccoti ritornato :)

      Lo so che non concordi, infatti il mio post nasce proprio dalla tua critica.
      Rizzoli ha deluso anche me.

  21. Identikit di uno scrittore vincente
    23 luglio 2014 alle 05:00 Rispondi

    […] m’era venuto in mente leggendo i vari commenti all’articolo sull’importanza della grammatica in una storia: sì, forse è partito tutto da lì, perché, secondo me, uno scrittore che parte con […]

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