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Storia banale, scrittura sciatta

Storia banale, scrittura sciatta

Un romanzo può vendere tanto e essere comunque un libro di bassa qualità. Non sono i successi a determinare il valore di un prodotto, non secondo i miei canoni, almeno. Il nome è molto importante – non dimenticate quella cosa chiamata personal branding che va tanto di moda oggi – e, che piaccia o meno, il lettore spesso e volentieri compra lo scrittore, non la sua opera.

Tempo fa ho letto un romanzo postumo di Michael Crichton, L’isola dei pirati e l’ho comprato per due motivi: conoscevo di nome l’autore e mi piacciono un sacco i pirati. Risultato? Ho buttato i miei soldi. Una trama banale, scontata, con almeno una scena impossibile. Su Amazon ci sono tutte buone recensioni, ma sono poche. Su Ibs, invece, non ne parlano bene e qualcuno suppone non sia stato scritto totalmente dall’autore.

Ultimamente ho letto un romanzo di Clive Cussler, Il Cacciatore, buttando di nuovo il mio tempo – i soldi no, m’è stato regalato. E non leggerò altro di lui. Ha scritto, se non sbaglio, in gran parte romanzi sul mare, quindi, anche se amo i pirati, non è materia per me.

Le lacune de Il Cacciatore e la sciattezza nella scrittura

Questa non vuole essere una recensione del romanzo di Cussler – tanto, caro mio, ti ho lasciato su Amazon la mia opinione – ma una sorta di raffronto tra il suo libro e ciò che, secondo me, non funziona nella scrittura.

Io dico sempre che quando leggo devo imparare qualcosa della scrittura, non solo divertirmi, passare il tempo, seguire il mio hobby. Devo migliorare a scrivere leggendo. Ok, in un certo senso, si impara anche trovando errori nelle scritture degli altri. Ma preferirei trovare invece consigli non detti, suggerimenti inconsapevoli, scovare nelle parole i segreti dell’autore.

Cliché in abbondanza

Il Cacciatore è un tributo al cliché. Ne ho trovati davvero tanti. Vediamone qualcuno.

  • L’eroe bello: Isaac Bell è un bell’uomo e l’autore ce lo ripete spesso.
  • L’avversario astuto: il Macellaio, soprannome, secondo me, per nulla azzeccato alla figura dell’omicida, ne sa una più del diavolo.
  • La malafemmina bella e malefica: la femme fatale dalla bellezza sconvolgente.
  • La bella dama indifesa: la donna educata, una vera signora, di bell’aspetto, che fa colpo sull’eroe e se ne innamora.
  • Il matrimonio prevedibile: indovinate che succede?
  • La vittoria dell’eroe: beh, in copertina c’è scritto “La prima indagine di Isaac Bell”, così ci si prepara a un’altra dose di cliché.

Mancanza di stile

Come scrive Clive Cussler? Impossibile dirlo, perché è uno di quegli scrittori dallo stile indefinito. Lo leggi e potresti aver letto chiunque. Si nota subito quando uno scrittore ha acquisito un suo stile personale, anche se lo stile è in continua evoluzione.

Ho letto Paul Auster e so che lo riconoscerei. Ho letto brani di Michele Mari e so che lo riconoscerei. Sto leggendo un romanzo di Kim Leine e so che lo riconoscerei. Ma Clive Cussler mi ha ricordato Dan Brown e Wilbur Smith: altri autori senza stile che non rileggerò.

Isaac Bell, ovvero Agente 007

Già, il nostro Isaac è un investigatore privato, ma è ricco sfondato e coi soldi ha tutti i vantaggi del caso. Come si chiama questo? Trama? No, io lo chiamo scorciatoia. Al mio protagonista rendo la vita facile. Gliene faccio succedere un po’, ma comunque coi soldi che si ritrova riuscirà a fare tutto.

Ripetizioni e congiuntivi mancanti

Il guardascambi azionò la leva per azionare lo scambio.

Questo è solo un esempio delle tante ripetizioni che ci sono, il peggiore, credo. In inglese, ho controllato, recita diversamente:

The switchman threw the switch lever to link the tapering rails.

Non si parla di azionare lo scambio, ma di collegare due rotaie o quel che può essere “tapering rails”, di cui non ho trovato una traduzione – e forse neanche il traduttore, a questo punto.

E adesso arriviamo ai (poveri) congiuntivi. Il traduttore non li usa quasi mai e il bello è che in una frase subordinata ho trovato il primo verbo all’indicativo e il secondo al congiuntivo, del tipo “Isaac si chiese dov’era e che cosa facesse”. Discriminazione?

Qualche domanda lecita sul romanzo

  • C’è stato editing? A me sembra di no.
  • C’è stata una traduzione professionale – leggi: conosco l’inglese meglio dell’italiano e traduco? Secondo me no.
  • C’è stata una cura e un’attenzione alla correttezza grammaticale? No, per niente.

E stiamo parlando di un romanzo della Longanesi.

Mi dispiace – non è vero – se vi ho rovinato la sorpresa con questa recensione-critica-spoiler del romanzo, ma spero in questo modo di farvi risparmiare i soldi.

Mai letto Clive Cussler? Vi è passata la voglia? Vedo solo io queste lacune nel romanzo?

40 Commenti

  1. Alessandro Madeddu
    18 agosto 2014 alle 08:43 Rispondi

    Non ne avevo voglia prima e di certo non mi è aumentata :)

    • Daniele Imperi
      18 agosto 2014 alle 17:48 Rispondi

      Del romanzo in particolare o dell’autore in generale?

      • Alessandro Madeddu
        19 agosto 2014 alle 00:17 Rispondi

        Entrambi! hai dato a quell’uomo il colpo di grazia, non gli comprerò nulla, mai, finché campo.

  2. LiveALive
    18 agosto 2014 alle 09:46 Rispondi

    Mai letto cotesto autore.
    Lo stile non è un problema per me, se non altro perché so come posso potenzialmente svilupparlo… Ma la storia, che gran problema! Non mi è mai venuta in mente una bella storia…

    l’editing forse ci sarà stato nell’originale, per forse è il traduttore che non ha saputo tradurre in italiano la vemente potenza dell’inglese di Cussler. Certo, i cliché della trama fanno sembrare tutto poco curato.
    Ma tecnicamente com’è? Ci sono pochi aggettivi e avverbi? I dialoghi sono credibili? Sono interessanti? Le descrizioni sono chiare? Il climax è ben gestito? E il conflitto è interessante e costante?…

    già,non sempre pubblicare è indice di qualità. A volte si pubblica solo il nome famoso. A volte si fa scrivere il libro ai fantasmi solo per vendere. Altri solo fortunati, altri raccomandati e parenti… Però personalmente non ho mai sostenuto la “nuova critica”, ho sempre trovato più ragionevole la “reader-response theory”, perché è l’unica che riesce a mettere in relazione estetica, società, spazio e tempo. Se una cosa che io odio piace agli altri, tanto vale pubblicarla.
    Il problema è un altro, e cioè: la gente compra ciò che gli piace? No, proprio no. Compra ciò che è pubblicizzato o ciò che comprano gli altri, senza neppure leggere una pagina. Leggendo poco, poi, viene difficile fare dei confronti. Per esempio, tra i fans di Fabio Volo quanti continuerebbero a considerarlo grande dopo una estate passata esclusivamente con McCarthy, Auster, Allende, DeLillo, Roth, Marquez, Saramago…?

    —e ora il post kilometrico—

    Vorrei parlare un attimo dello stile. Orwell parlava della “transparent prose”: secondo lui le parole dovevano essere come una finestra, cioè il lettore doveva poter vedere gli eventi nella sua testa senza vedere le parole, come se vivesse le cose davvero.
    Quando Orwell dice questo pensa a uno stile che scorre senza spostare le attenzioni del lettore dal contenuto alla forma. Certo, il lettore noterà comunque la forma, ma meno la nota, meglio è.
    Ora, come creare una prosa trasparente? Pensiamoci, cos’è che noi non notiamo? Ciò a cui ormai siamo abituati. Se uno scrive “mi siedo sulla sedia” tutto normale, nessun problema; se uno scrive “poggio con virilissima grazia il mio sacro deretano sul ligneo scranno noto al volgo incolto come sedia” invece sposta l’attenzione sulla forma ridicola, fa ridere.
    Quindi quella che tu definisci prosa sciatta potrebbe essere in realtà frutto di una ricerca in questa direzione.
    Io però non sono così sicuro di questa scelta. Il lettore vuole una trama originale, su questo siamo d’accordo, no? In fondo nessuno vuole tutti libri uguali. Ma vogliamo anche tutti libri semplici e “trasparenti”?
    Certo, gli autori avranno tutti il loro stile anche se scrivono tutti con uguali principi: lo stile è fusione di forma e contenuto, e togliendo la forma la mano dell’autore si vedrà comunque nei personaggi, nella struttura, negli eventi preferiti, ecc… Ma come fruisce l’opera il lettore? Il lettore fruisce forma e contenuto assieme, e non può separarli. Qualsiasi emozione prova il lettore essa è frutto del contenuto E della forma con cui è espressa.
    Assodato questo, è davvero la fruizione di una forma ingombrante dannosa per il suo contenuto? In realtà non credo.
    Anche se non sembra logico, infatti, non credo sia davvero possibile spostare l’attenzione dal contenuto alla forma.
    È vero che uno pensa, magari, a D’Annunzio e dice “ma uno lì gode solo della forma, il contenuto lo vede solo di sfuggita, ed è così distante da non generare alcuna emozione”, è logico; ma nella mia esperienza non trovo riscontro, e la fruizione di un Hemingway mi è uguale a quella di un Faulkner (ma questo lo preferisco).
    Non trovo riscontro, ma perché? Il primo motivo che trasparente non è ciò che è semplice, ma ciò a cui siamo abituati. Se noi vivessimo in un mondo barocco, il primo minimale attirerebbe tutta l’attenzione sulla forma proprio perché inusuale. Così, dopo un po’ che si legge in libro, se non cambia stile a metà, ci si abitua, easy. Il secondo motivo è che forse il bilanciamento dell’attenzione può oscillare verso la forma o il contenuto, ma è impossibile fruire solo una delle due. L’emozione viene da entrambe, e lo scopo quindi non sta nel trovare solo il giusto contenuto, ma la giusta forma per il giusto contenuto in relazione allo scopo.

    • Nani
      18 agosto 2014 alle 15:47 Rispondi

      Alessio, io non trovo che D’Annunzio sia solo forma. Ma capisco quello che vuoi dire per il resto.

      • LiveALive
        18 agosto 2014 alle 16:16 Rispondi

        Infatti io non credo sia vero XD in sostanza io mi sento di condividere il pensiero di K S Robinson, cioè: sicuramente il lettore vuole un contenuto originale, ma vuole ANCHE una forma originale.

        • Nani
          19 agosto 2014 alle 03:28 Rispondi

          Eh, dipende. A volte il lettore non e’ in grado di apprezzare una forma originale. Esempio mio personale: io Joyce non lo capisco. Eppure adoro gli esperimenti formali.

    • Daniele Imperi
      18 agosto 2014 alle 17:51 Rispondi

      Sì, c’è tutto questo ma a me non basta.

  3. LiveALive
    18 agosto 2014 alle 09:58 Rispondi

    A proposito, Daniele, hai mai letto Arturo Pérez-Reverte? Secondo me può piacerti. Non è molto famoso, ma qui in Italia le traduzioni arrivano sempre troppo tardi…

  4. Giovanna
    18 agosto 2014 alle 10:08 Rispondi

    Caro Daniele, non conosco l’autore da te citato, vorrei solo scrivere il mio parere da “addetta ai lavori” riguardo alla tua frase: “C’è stata una traduzione professionale – leggi: conosco l’inglese meglio dell’italiano e traduco?”. Hai perfettamente ragione a sottolineare l’importanza della traduzione a livello professionale, ma devo contraddire il tuo “meglio”. Il traduttore professionale deve conoscere, è vero, lingua di partenza e lingua di arrivo alla perfezione, ma se proprio vogliamo mettere a confronto le due padronanze, è alla lingua target che va data la precedenza. Un vero traduttore traduce sempre nella propria lingua madre o in una lingua che conosce come la propria lingua madre (caso molto raro).

    • Daniele Imperi
      18 agosto 2014 alle 18:01 Rispondi

      Sì certo. Esageravo perché vedo spesso tradurre in modo errato.

  5. Ulisse Di Bartolomei
    18 agosto 2014 alle 10:23 Rispondi

    Salve Daniele
    Il fattore traduzione è piuttosto implicante. L’esempio che hai riportato denota una capacità modesta del traduttore e vi traspare anche la voglia di esemplificare per fare in fretta. Traduttore incapace o frettoloso?
    E c’è anche un altra possibilità. Quella di attenersi a delle direttive editoriali di esemplificare o togliere del tutto le descrizioni tecniche per adattarle ad un certo pubblico. Spesso vi aggiungono il tipico turpiloquio italico. Lo si nota facilmente nei film. I miei film preferiti li vedo in dvd sul mio computer anche nelle lingue inglese e tedesco per migliorarmi e tenere vivo il tedesco, che ho poche occasioni di praticare, e spesso noto nella versione italiana delle variazioni gergali per empatizzare alla percezione dell’italiano medio. Per la traduzione corretta di una descrizione dettagliata, occorre comunque molto più tempo e che qualche editore richieda traduzioni in economia, mi sembra coerente al risultato economico che questi libri possono conseguire.

    • Daniele Imperi
      18 agosto 2014 alle 18:05 Rispondi

      Sì ma un editore non ha alcun diritto di fare tagli sul testo. Anche con i Pilastri della terra ho visto che hanno tagliato qualcosa.

      • Marco
        18 agosto 2014 alle 20:56 Rispondi

        A quanto ne so (lo diceva lo scrittore islandese Thor Vilhjalmsson), il traduttore americano de “Il nome della rosa” tagliò via le parti più difficili. Quello tedesco al contrario, allungò alcune parti…
        Di Cussler non ho mai letto nulla. So che esiste, ma non mi ha mai attirato.

        • Daniele Imperi
          19 agosto 2014 alle 07:09 Rispondi

          Addirittura allungare le parti? Bisognerebbe imporre traduzioni fedeli.

  6. Edmond Dantes
    18 agosto 2014 alle 12:05 Rispondi

    Posso anche attirare qualche critica, e non è mia intenzione offendere nessun professionista, ve lo assicuro, ma la verità è che le traduzioni dovrebbero essere abolite o drasticamente ridotte. Vivo in un paese del Nord Europa, per nulla di lingua inglese, nemmeno come retaggio, ma qui se vuoi leggere un libro di Cussler te lo leggi in inglese. Ahhh lo spauracchio degli italiani! Ma se non lo so? Pazienza, non leggi, oppure come fanno tutti lo impari e lo impari bene. Perché il rischio che si corre è quello che ha evidenziato Daniele. I traduttori sono sempre meno pagati e questo crea meno competenza. In Italia abbiamo fatto spesso disastri in tal senso. Un mese fa ho interrotto a metà la lettura di Nero Oceano di Sefan Mani perché tradotto TOTALMENTE al presente: “lui dice, Tizio si muove, Caio trova etc.” Mal di testa indotto. Ho controllato sui forum e apparentemente la versione francese è coniugata. Un breve scorcio al mondo cinematografico fa venire ancora di più i brividi. Titoli totalmente campati in aria, tradotti solo perché si credeva (erroneamente) che avrebbero fatto più presa sul pubblico italiano. Uno su tutti il bellissimo Eternal Sunshine of the Spotless Mind, atrocemente tradotto con “Se mi lasci ti cancello” che grazie a questa disgrazia di titolo alla Vanzina, ha incassato pochissimo da noi.
    Insomma, questi rischi si possono evitare evitando di tradurre, come avviene OVUNQUE, persino nella nazionalista Francia vicino a noi, dove ogni libro e ogni film arriva solo quando sono disponibili la versione francese e quella inglese, tra le quali poter scegliere.

    • Daniele Imperi
      18 agosto 2014 alle 18:09 Rispondi

      È vero che se paghi poco avrai meno qualità. Io ogni tanto leggo in inglese, ma romanzi semplici. Sui titoli dei film hai ragione: hanno iniziato a lasciarli in originale e è meglio.

  7. Alessandro Cassano
    18 agosto 2014 alle 12:38 Rispondi

    “Un romanzo può vendere tanto e essere comunque un libro di bassa qualità”. Senza scomodare gli autori di best seller italiani, sui quali si è scritto tanto e in ogni dove, farei un paragone con la musica commerciale, che è tutto fuorché arte.

    Se ci mettiamo poi le traduzioni spesso discutibili (onore ai traduttori italiani: ci sono tanti professionisti in gamba tra loro, pagati con stipendi da fame), allora il disastro è servito. Per esempio, io evito volentieri libri editi da Newton Compton. Sono molto economici, ma le traduzioni non mi piacciono e tantomeno il fatto che siano molto scarni per quanto riguarda note, bio e tutti quegli extra che dovrebbero aiutare un lettore a comprendere un’opera e a coglierne appieno i livelli di lettura.

    • Daniele Imperi
      18 agosto 2014 alle 18:14 Rispondi

      Ho poche opere della Newton Compton, ma possiamo fidarci delle altre sulle traduzioni? Bisogna controllare prima il testo inglese e poi decidere se comprare o meno.

  8. Leo
    18 agosto 2014 alle 12:47 Rispondi

    D’accordo su tutto, ma se Dan Brown non ha stile come si spiega il fenomeno di tutti quei scrittori o comunque romanzi influenzati appunto da Brown?

    • LiveALive
      18 agosto 2014 alle 13:31 Rispondi

      Stile è forma E contenuto, non solo forma. Dan Brown ha uno stile riconoscibilissimo nel contenuto, non certo nella forma.
      Dan Brown va inteso come quello scrittore che rinuncia a coerenza e verosimiglianza in cambio di un insieme di scene ritenute generalmente “cool”. Se lo si prende in questa ottica, diventa piacevole, un po’ come Alexandre Dumas o Emilio Salgari (ma loro si documentavano di più…).

    • Severance
      18 agosto 2014 alle 14:01 Rispondi

      Sono stati influenzati nel meccanismo narrativo, non nello stile di scrittura che non ha nulla di significativo. Il Codice DaVinci può scriverlo un robot.

    • Daniele Imperi
      18 agosto 2014 alle 18:18 Rispondi

      Quali sono? Forse ha influenzato scrittori per le opere e non per lo stile. Ma io parlo comunque della traduzione. Magari il Brown originale è diverso.

  9. micaela
    18 agosto 2014 alle 13:10 Rispondi

    Ciao personalmente non ho mai letto questo scrittore ma credo poi che sia una scelta personale se leggere o meno un determinato romanzo. Come ti dicevo una volta, io adoro Dan Brown…anzi, proprio grazie al “Il codice da Vinci” mi sono appassionata la lettura. Prima nessun altro ci era riuscito. Nemmeno una lettura semplice come Harry Potter. Poi si gli errori sono brutti ma se la storia è buona e ti prende ci passi sopra e magari ci ridi sopra. Non siamo macchine l’errore ci sta. Sbagliare il verbo come dicevi tu è grave; ma per chi è italiano e traduce da lingua straniera a lingua italiana.

    • Daniele Imperi
      18 agosto 2014 alle 18:20 Rispondi

      Dipende anche da come vivi la lettura. Però no, sugli errori non ci passo sopra.

  10. Severance
    18 agosto 2014 alle 13:58 Rispondi

    Ho letto due romanzi, ma il fatto che non mi ricordo il titolo la dice lunga. Sono sempre più convinto che tante cose che vengono dagli USA sono romanzi-mercato. Appunto: zero stile, contenuti banali e tirature enormi. Sono buoni per la mia bancarella, infatti ci finivano puntualmente. Sono romanzi Harmony al maschile.

    • Daniele Imperi
      18 agosto 2014 alle 18:22 Rispondi

      Sì sono romanzi da mercato, hai ragione. Scritti giusto per vendere.

  11. Tenar
    18 agosto 2014 alle 14:33 Rispondi

    Premetto che su Clussler la penso come te, tuttavia è anche una questione di aspettative.
    Clussler non fa, né dice di fare, alta letteratura, offre quello che promette: avventure rassicuranti, tutte più o meno uguali, con protagonista belloccio e buono e lieto fine assicurato. Un po’ come nei film di 007. Se vado al cinema a vedere 007 non mi aspetto grandi approfondimenti psicologici e sono ragionevolmente certa che Bond avrà almeno una donna (molto bella) e ne uscirà viva. Ricordo che tra i 13 e i 16 anni i romanzi di Clussler per me erano un rito, ne leggevo sempre un paio a inizio vacanze, li prendevo in biblioteca e sapevo quello che avrei trovato.
    Ora io penso che si possa fare letteratura di intrattenimento di ben altro livello e tuttavia, a parte i problemi di editing che non dovrebbero esserci neppure negli harmony, non credo neppure che sia facile ripetere una formula di successo per 30 anni. Se prendo in mano Clussler o vado a vedere 007 so che avrò un intrattenimento standard e pochi “colpi di tasta autoriali”. L’importante è esserne consapevoli.
    Trovo più becera l’altra operazione che hai citato, il libro postumo di Crichton. Non ho letto quel libro, ma altri dell’autore sì e li ho trovati molto solidi. Da come lo descrivi sembra il classico libro lasciato appena abbozzato dall’autore e poi finito da qualcun altro, solo per lucrare sul nome. Operazioni del genere sono state fatte con Tolkien, M. Z. Bradley e molti altri e le trovo eticamente molto più discutibili dei libri d’intrattenimento fatti con lo stampino.

    • Daniele Imperi
      18 agosto 2014 alle 18:27 Rispondi

      Sì sono libri di intrattenimento, io non conoscevo lui e ho voluto provare ma non mi interessa quel tipo di letteratura.
      Su Tolkien hai ragione.

  12. Lisa Agosti
    18 agosto 2014 alle 17:19 Rispondi

    Leggendo il post ho deciso di non leggere mai un romanzo di Cussler, poi leggendo i commenti ho cambiato idea, sono curiosa di vedere se lo troverò illeggibile o se mi appassionerà come Dan Brown. Ci sono libri diversi per diverse occasioni. Ci sono giorni in cui non ho voglia di concentrarmi su disquisizioni filosofiche o sui venticinquemila personaggi della famiglia Karamazov. Se sono sotto l’ombrellone o sto soffriggendo le cipolle (grazie Tenar per l’idea) Dan Brown mi fa compagnia e sinceramente se sapessi scrivere come lui non mi vergognerei per niente. Commerciale finché vuoi, ma ha migliaia di fans!

    • Daniele Imperi
      18 agosto 2014 alle 18:31 Rispondi

      Poi mi dirai se ti è piaciuto. Non credo di avere libri per occasioni particolari.

  13. Leo
    18 agosto 2014 alle 19:22 Rispondi

    Cosa intendi quando il codice da vinci lo puo scrivere un robot?
    Piaccia o non piaccia è stato abilissimo non solo a ricreare 2.000 anni di storia con misteri potenzialmente reali, seppur con errori/banalità e chi piu ne ha piu ne metta..ma 500 pagine e passa si leggono al volo. Perciò c’è da stupirsi quanto sia stato bravo a produrre una scrittura leggera e semplice alla portata di tutti.

    • LiveALive
      18 agosto 2014 alle 19:29 Rispondi

      Beh, ma i 2000 anni di storia non li ha ricreati lui (quello è Robinson, con gli anni del riso e del sale, lì sì che c’è lavoro dietro). Ha solo riportato teorie che già c’erano all’epoca.

    • Severance
      18 agosto 2014 alle 21:57 Rispondi

      La Monna Lisa è Lisa Gherardini. Non un androgino o un autoritratto di Leonardo!
      Ma anche questa ingenuità è incredbile.
      MONA LISA (in inglese) = AMON L’ISA. In realtà il quadro si chiama “La Gioconda”, che venne poi appellato la Madonna del Giocondo (il Gherardini era appellato Giocondo). Monna (non Mona) è un riduttivo toscano per Madonna (donna sposata a). E io sono ignorante, fai te. Il robelma è che Brown mette questo in bocca a un esperto!
      Il romanzo di Dan Brown potrebbe essere scritto da un robot perché a parte la struttura a indovinelli che in effetti può avvincere, lo stile della prosa è blando, sembra una sceneggiatura e non un romanzo (vedi “Il Nome della Rosa” tanto per fare un confronto).

  14. Leo
    18 agosto 2014 alle 23:28 Rispondi

    Ok ho afferrato e te ne do atto, condivido pienamente il pensiero della sceneggiatura..ciò non ostante è un genio.

  15. Grazia Gironella
    19 agosto 2014 alle 22:11 Rispondi

    Di Cussler devo avere un romanzo da qualche parte, che è stato letto senza lasciarmi impressioni positive, tanto che non conosco altro di suo. Comunque hai ragione: è importante che un autore abbia una voce riconoscibile. Non necessario, in realtà, perché quando la storia è davvero valida difficilmente si sente la mancanza del tocco speciale dell’autore; ma è un passo in più verso la qualità.

    • Daniele Imperi
      20 agosto 2014 alle 19:28 Rispondi

      Il problema per me è che leggo anche per studiare i vari stili, quindi storie scritte in quel modo non mi interessano.

  16. Kinsy
    30 agosto 2014 alle 09:22 Rispondi

    Eppure vendono tanto! E purtroppo è questo che spinge le case editrici a investire su questo genere di libri, piuttosto che su qualcosa di più valido, ma dalle vendite incerte. Se poi risparmiano sull’editing, fanno tombola!

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