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La sposa muta

Un racconto dell’orrore

La sposa muta

Qui ignorat carnem cadere per mortem potest eam nec stantem nosse per vitam. De resurrectione carnis, Tertulliano.

Di tutti i difetti dell’uomo, penso che il peggiore sia il rifiuto della verità, che io attribuisco a un’immaturità inconscia, come un latente bisogno di perpetuare una condizione ottimale, continua, verso la quale si prova una sincera e gelosa affezione. E fra tutte le mie conoscenze era il mio caro amico Erardo ad avere questo difetto. Erardo Moschetti, un vecchio compagno di scuola che non vedevo da qualche anno e con cui avevo trascorso bei momenti. Ricordo le lunghe escursioni lungo i sentieri della vallata in cui adesso abitava assieme a sua moglie, un luogo incantevole, pieno di fiori d’ogni specie, boschi fitti e un’aria limpida e profumata.

Avevo saputo del suo matrimonio, naturalmente. Erardo non aveva mancato di invitarmi, ma alcune ferite riportate durante una campagna militare avevano reso impossibile la mia presenza. Un giorno d’inizio autunno, però, decisi di andarlo a trovare e gli inviai una lettera. Erardo rispose con grande cortesia e mi scrisse che non vedeva l’ora di riabbracciare il suo compagno.

E così, in quell’anno di grazia del milleottocentosettantaquattro, mi ritrovai ancora una volta a camminare per i sentieri alberati della valle tanto amata in gioventù. I colori autunnali erano nel pieno del loro vigore e il cielo, seppur opaco per uno strato di grigie nubi, non lasciava presagire pioggia. Quel pomeriggio la temperatura non era poi così bassa da risultare fastidiosa e io me ne stavo tranquillamente con la giacca aperta come se fosse primavera.

In lontananza la casa del mio amico spiccava fra il verde dei lecci e degli ulivi: cupa, immersa nel silenzio, le tegole rosse nitide sullo sfondo della vegetazione non intaccata dalla stagione ottobrina. Mi parve disabitata, a un primo sguardo, sebbene sapessi che vi abitassero almeno due persone, ma fu quella la sensazione che ebbi. Gli scuri erano chiusi e intuii che ben poca luce dovesse entrare in quella dimora isolata.

Lasciai da parte quei pensieri e affrettai il passo sul terreno fangoso. Doveva aver piovuto la notte precedente, poiché l’erba e le foglie erano umide e in terra la mota non rendeva il cammino agevole. Ma mancava ancora poco all’arrivo e infatti, dopo una ventina di minuti, la massiccia porta di legno apparve alla fine di un viale di lecci, oltre un cancello che trovai già aperto.

Entrai. Ricordo ancora che, senza spiegarmene il motivo, avvertii un sentimento d’angoscia mentre percorrevo la distanza che mi separava dalla casa. Forse era la costruzione stessa a evocarlo, austera, spoglia, silente, una sorta di monumento in pietra eretto alla solitudine e alla malinconia. Di nuovo preferii concentrarmi sull’incontro che avrei avuto a breve col mio amico. Avremmo rivangato i vecchi ricordi, passeggiato per la campagna, trascorrendo ancora una volta ore piacevoli e indimenticabili.

Ma, ahimè, una triste notizia mi accolse sull’uscio della casa, quando Erardo aprì la porta, salutandomi. Seppi allora che sua moglie Angelica era molto malata e aveva bisogno di continua assistenza. Restai scosso da quella notizia, ma mi ripresi in fretta e, anzi, consolai il mio amico offrendogli tutto il mio aiuto possibile.

«C’è ben poco da fare, Marsilio», mi disse, con un sorriso spento sul volto provato. «Angelica può ancora muoversi, anche se ha bisogno di me per mangiare. Ma è felice che tu sia venuto, le ho parlato spesso di noi due e era curiosa di conoscerti».

«Mi fa piacere», risposi. Ero, a dire il vero, un po’ imbarazzato da quella situazione. Capivo le difficoltà che stavano attraversando e non volevo essere di intralcio al mio amico e, ancor di più, alla sua povera moglie. Confessai queste mie preoccupazioni, ma Erardo mi rassicurò con mille parole e mi fece accomodare nel salotto.

La stanza era buia. Una fitta oscurità impregnava l’ambiente come se d’un tratto fosse scesa la notte in piena campagna. Mi colpì però l’intenso profumo che sembrava emanare dai muri stessi. Quando Erardo accese una candela, rischiarando la sala, vidi numerosi vasi pieni di fiori ovunque. Colsi anche altri odori, che in un primo momento non seppi distinguere.

«Angelica adora i fiori», mi disse Erardo, indicando alcuni vasi. «Ne coglie spesso, qui intorno».

Sedemmo. Per alcuni minuti parlammo di argomenti futili, Erardo poi s’interessò al mio lavoro e s’informò sulla mia salute. Riuscivo a stento a vedere il mio amico con la tenue luminosità della candela, ma a poco a poco mi abituai, anche se avevo l’impressione di parlare a un fantasma. M’aspettavo, inoltre, di vederlo sparire nelle stanze superiori, per accudire la donna, ma Erardo restò invece con me tutto il tempo, vale a dire oltre due ore. Tentai, una volta, di distoglierlo dalla nostra chiacchierata, temendo che non volesse lasciarmi solo per educazione.

«Erardo, se devi salire da tua moglie…»

«Dorme», mi rispose. «Tra poco ceneremo e la farò scendere».

Mezz’ora dopo, infatti, Erardo salì dalla donna. Mi disse di attenderlo in salotto, ché avrebbe nel frattempo provveduto a preparare la cena. La tavola era già apparecchiata nella sala da pranzo. No, non aveva bisogno di alcun aiuto.

Attesi in quella specie di camera mortuaria che era il salotto del mio amico. Dopo alcuni minuti mi parve di sentirlo parlare con la moglie, al piano di sopra, e alcuni rumori mi fecero capire che stava aiutando la donna a scendere le scale. Ero tentato di aiutarlo, ma rinunciai. Non conoscevo lo stato della malattia di sua moglie né quanto fosse invalidante e non volevo apparire inopportuno. Non trascorse molto che sentii rumori di stoviglie e un fuoco che ardeva in una stufa. Erardo stava cucinando. Mi sfuggì un sorriso, perché non sapevo quanto il mio amico se la cavasse come cuoco, ma è anche vero che le circostanze possono rendere un uomo abile in molte arti.

Ero immerso nei miei pensieri quando un’ombra oscurò la fioca luce della candela, facendomi cadere nelle tenebre più spesse.

«La cena è pronta, Marsilio».

Era Erardo.

Mi alzai e lo seguii. Mi condusse nella sala da pranzo, dove un piccolo fuoco ardeva senza troppa convinzione in un caminetto. Anche quella stanza era pressoché al buio, se si faceva eccezione per il focolare e un paio di candele poste vicino all’entrata. Riuscii comunque a intravedere la donna. Sedeva a capotavola, al lato opposto della sala, e nonostante la distanza e la scarsa luce potevo riconoscere i segni della malattia: il pallore, la posa apatica e sofferente, il silenzio. Povera donna, dissi fra me.

Qualcosa mi sfiorò un braccio e io sussultai.

Era ancora Erardo, che mi indicava dove sedermi, all’altro capotavola. Maledissi in quel momento l’oscurità di quella casa e il senso di oppressione che mi dava.

«Marsilio», disse a un tratto il mio amico con un filo di voce, avvicinandosi. «Angelica sta molto male. Non parla quasi più, se non con qualche monosillabo. È molto affaticata, inoltre, ma non voleva mancare alla cena e alla tua compagnia, anche se non potrà conversare con noi».

«Non preoccuparti, Erardo», lo rassicurai. «Capisco benissimo».

Erardo ci presentò, anche se sedeva fra me e sua moglie e io ero troppo distante per poterle stringere la mano. Ma non vi badai, poiché, se la donna aveva bisogno di aiuto per mangiare, come sapevo, di certo aveva difficoltà nell’uso comune degli arti.

Poi il mio amico si alzò e andò in cucina a prendere la cena. Quei minuti, solo nella stanza buia con sua moglie, furono i più lunghi della mia vita. Mi sentivo in estremo imbarazzo. Avrei voluto parlarle, ma non sarebbe stato cortese, poiché la donna non poteva rispondermi. Infine mi decisi a dire comunque qualcosa, anche se mi parve di una banalità enorme.

«Sono felice di aver rivisto Erardo dopo tanto tempo», dissi, e la mia voce risuonò artefatta come se a produrla fosse stato un imitatore di dubbia qualità. Vidi la donna muovere appena il capo, forse in risposta, e immaginai lo sforzo e la sofferenza dietro quel timido movimento.

Per fortuna l’arrivo di Erardo mi trasse via da quell’impaccio. Ero curioso di sapere cosa avesse preparato per cena. Entrando nella sala, poco prima, avevo avvertito un odore dolciastro, che probabilmente proveniva dalla cucina. Ma quando Erardo posò il vassoio in tavola un arrosto di tacchino con contorno di patate ci salutò con un profumo inconfondibile che stuzzicò il mio appetito. Attribuii l’odore sentito prima ai fiori, poiché anche la sala da pranzo ne era piena.

«Serviti pure, Marsilio», disse il mio amico. «Prima gli ospiti».

Dopo essermi riempito il piatto, Erardo prese il vassoio e si avvicinò a sua moglie. Restò lì per qualche minuto e immaginai che la stesse imboccando. L’oscurità della stanza e il corpo stesso di Erardo che copriva la visuale non mi permisero di vedere, ma in quei casi la discrezione è d’obbligo.

Infine Erardo tornò a sedersi e si servì dell’arrosto.

«Angelica non mangia molto», disse. «Ma un bicchiere di vino le fa sempre bene, non è vero, cara?»

Mi parve che la donna assentì appena col capo, o fu forse il tremolio della fiammella della candela che fece ondeggiare le ombre della stanza? Non lo seppi mai.

«È sempre stato un ottimo rimedio un buon vino», dissi, prendendo la bottiglia e riempiendomi il calice.

Brindammo ai vecchi tempi e conversammo per circa un paio d’ore, poi, dopo che i nostri stomaci furono pieni e le nostre menti annebbiate dal vino, Erardo mi pregò di aspettarlo nel salotto, ché avrebbe riportato Angelica di sopra a riposare.

Salutai la donna con un timido buonanotte e mi accomiatai.

Nonostante le tenebre che regnavano in quella casa riuscii a ritrovare la strada e a raggiungere il salotto. Mi lasciai andare sulla poltrona e attesi.

Di nuovo sentii i passi di Erardo su per le scale, poi una porta che si apriva e si richiudeva poco dopo. Infine mi giunse la voce del mio amico che parlava a sua moglie, ma non potei cogliere alcuna parola.

Trascorse parecchio tempo e io mi appisolai. Non so per quanto tempo dormii. In casa l’oscurità sembrava ancora più fitta. Scostai le tende e guardai fuori. Era notte. Perché Erardo tardava? Decisi di salire di sopra, pensando che avesse bisogno d’aiuto, e uscii dal salotto. Arrivato alle scale tesi le orecchie. Rumori ovattati mi giunsero lontani, come provenienti da un altro mondo. Salii alcuni gradini e di nuovo avvertii quello strano odore acre, che si fece più intenso sul pianerottolo. Poi pensai alla malattia di Angelica. Di sicuro prendeva dei medicinali.

Sul corridoio si aprivano quattro stanze, ma non sapevo in quale fossero i miei amici. Appoggiai l’orecchio alla porta della prima camera e sentii qualcosa. Una voce, forse, ma non ne ero sicuro. Ascoltai ancora. Era un bisbiglio continuo, interrotto da un pianto soffocato.

Il pianto di Erardo.

Che cosa avrei dovuto fare? Non sapevo cosa fosse successo, forse era solo una crisi temporanea dovuta all’infermità di sua moglie, o forse la donna si era aggravata. Non potevo esserne sicuro, ma non volevo restare impassibile a quella chiara manifestazione di dolore.

Così mi feci coraggio e bussai piano alla porta, una, due volte. Nessuno rispose. Il pianto, però, continuava. Avrei dovuto aprire la porta nella più invadente mancanza di tatto? Oppure avrei dovuto tornarmene sui miei passi e abbandonare un amico alla disperazione?

Scelsi la prima soluzione e afferrai la maniglia. Aprii la porta nel massimo silenzio possibile. Si spalancò fluida e senza cigolii in una stanza che mi parve un parco in miniatura.

Se nel resto della casa c’era una profusione insolita di fiori, nella camera da letto di Erardo e Angelica i fiori erano letteralmente dappertutto. Sul comò, sull’armadio, su due poltroncine accanto al letto, ai piedi stessi del letto e sul pavimento, ovunque ci fosse spazio. E in più su alcune mensole c’era dell’incenso che bruciava. Ma, a differenza delle altre stanze, la camera non era al buio. Diverse candele e un lume la rischiaravano a sufficienza.

L’intero ambiente era permeato di un tripudio di profumi e odori che si mescolavano fra loro con un’intensità che mi lasciò quasi stordito. Colsi anche un altro aroma, di nuovo quell’odore dolciastro avvertito al piano inferiore, ma qui era più forte e sembrava quasi prevalere sugli altri.

Erardo era accanto al letto, una bottiglia di vino vuota sul pavimento. Era ubriaco. Si teneva la testa con le mani e sussultava al pianto, muto ma dirompente, che non gli dava tregua. A tratti alzava lo sguardo verso il letto, farfugliando parole incomprensibili con quella classica voce impastata di chi ha alzato troppo il gomito. Non sembrò accorgersi della mia presenza. O forse non gli interessava.

Guardai la donna. Un brivido gelido mi corse lungo tutta la schiena. I segni della sua malattia erano fin troppo evidenti. Solo il volto usciva dalle coperte ben tirate sul corpo. Un viso pallido e scarno. Gli occhi erano infossati, come di chi non avesse dormito per giorni e giorni, la bocca socchiusa. Ma c’era anche qualcos’altro, che non riuscii a definire all’istante.

Mi avvicinai al letto. Improvviso, quell’odore acre mi investì con tutta la sua forza e per poco non svenni dal disgusto. Mi portai una mano alla bocca e allungai una mano a sfiorare il volto della donna. Era freddo. Ma fu ciò che vidi sulle sue labbra che mi fece quasi cadere a terra dall’orrore.

E allora compresi.

I fiori in tutta la casa, l’odore dolciastro, le stanze avvolte nell’oscurità, la cena, il silenzio della donna, le parole del mio amico, tutto adesso combaciava e trovava il suo epilogo in quelle piccole forme bianche che si muovevano contorcendosi su quelle labbra immote.

«In nome di Dio, Erardo!», urlai allora fuori di me. «Quella donna è morta

20 Commenti

  1. Neri Fondi
    13 gennaio 2013 alle 09:47 Rispondi

    Molto interessante come idea :)
    Forse troppi riferimenti ai fiori nel salotto fanno presagire qualcosa, ma per il resto è proprio interessante.
    Tra l’altro hai una grande capacità di descrivere le ambientazioni, complimenti :)

    • Daniele Imperi
      13 gennaio 2013 alle 09:49 Rispondi

      Grazie, dici che ho esagerato coi fiori, eh? E pensare che, almeno in quel modo, a me non piacciono neppure :D

  2. Viviana Guiso
    13 gennaio 2013 alle 09:33 Rispondi

    Che dire, sono le storie che amo, quelle atmosfere che mi riportano agli scritti che amo, con i fantasmi di Roderick e Madeline …grazie!

    • Daniele Imperi
      13 gennaio 2013 alle 09:41 Rispondi

      Grazie a te :)
      Sono le atmosfere che piacciono molto anche a me :D

  3. Lucia Donati
    13 gennaio 2013 alle 10:43 Rispondi

    Non male. Mi ricorda per alcuni versi un racconto letto da qualche parte ma non saprei dire. Classifica: Scrivere nel 2013; Racconto di oggi;Intervista a Picciuti;

    • Daniele Imperi
      13 gennaio 2013 alle 11:35 Rispondi

      Grazie, ma un racconto di qualcun altro?

      • Lucia Donati
        13 gennaio 2013 alle 11:41 Rispondi

        Ah, non saprei: sono ricordi. La donna malata e il fatto della cena ma non ricordo l’autore. Comunque il racconto è diverso, la trama è diversa! Se mi viene in mente te lo dico. Credo che nel racconto a cui mi riferisco la donna fosse la figlia di qualcuno e lei fosse una non-morta o qualcosa del genere… In fondo ci sono solo vaghe analogie.

  4. Luigi Leonardi
    13 gennaio 2013 alle 13:27 Rispondi

    Ciao Daniele,
    bel racconto. E’ tenuto insieme molto bene senza mai vacillare di intensità. Devo dire che la conclusione si intuisce già prima della metà, – se Angelica ha bisogno di aiuto per mangiare come può riuscire a cogliere i fiori? E’ chiaro che l’amico sta nascondendo qualcosa – e forse proprio per questo la curiosità aumenta.

    • Daniele Imperi
      13 gennaio 2013 alle 13:50 Rispondi

      Ciao Luigi,

      grazie :)
      La mia paura era proprio che si capisse tutto prima…

  5. Viviana Guiso
    13 gennaio 2013 alle 14:46 Rispondi

    Parli di paura, perché? Forse sono io che non bado a certe cose, ma l’intuire non toglie la curiosità, almeno a me, anzi, mi piace. Volevi l’effetto sorpresa?

    • Daniele Imperi
      13 gennaio 2013 alle 15:29 Rispondi

      Beh, sì, pensavo che l’effetto sorpresa fosse migliore :)

  6. Viviana Guiso
    13 gennaio 2013 alle 15:57 Rispondi

    :) Il bello è sempre il contenuto, e per quel che mi riguarda la sorpresa c’è sempre quando ciò che leggo mi regala emozioni. Per cui si, l’effetto uovo di Pasqua c’è!

  7. Alessandro C.
    13 gennaio 2013 alle 19:34 Rispondi

    povero Erardo. Per fortuna si è reso conto del decesso prima di saggiare l’alito della donna.

  8. Cristiana Tumedei
    13 gennaio 2013 alle 20:11 Rispondi

    Mi piace il modo in cui hai reso le atmosfere! Leggendo sembra quasi di trovarsi con loro, in quelle stanze. Bella l’idea di accompagnare il lettore attraverso gli odori. Un modo interessante per interpretare i fatti narrati, trasformandoli in esperienze reali e tangibili :)

  9. Giuliana
    20 gennaio 2013 alle 21:34 Rispondi

    Bello, mi è piaciuto molto :)
    Alcuni passaggi sono davvero suggestivi e rendono bene l’atmosfera, come anche il fuoco che illumina appena l’ambiente (la candela, il caminetto). Belle anche le descrizioni dei luoghi.
    Ho fatto lo sbaglio di leggere un paio di commenti prima di dedicarmi al brano: questo mi ha un po’ rovinato la sorpresa finale e non mi ha dato la possibilità di capire se avrei o meno intuito la fine prima di leggerla. Forse no, perché sono un po’ “tarda” in queste cose – sarà anche per questo che apprezzo il genere ;)
    Anche il finale lo trovo azzeccato, con l’esclamazione a chiudere il racconto. Un dettaglio: nella frase “Mi parve che la donna assentì appena col capo” io sostituirei il verbo con “assentisse”. Non so con certezza se “assentì” sia sbagliato, ma leggendolo mi ha dato l’idea di una lievissima stonatura. Magari è solo una mia impressione, però.

    • Daniele Imperi
      21 gennaio 2013 alle 08:46 Rispondi

      Grazie :)
      Mi sa che ci va il congiuntivo in quel caso… controllo e correggo.

  10. alessandro coppedè
    8 febbraio 2016 alle 22:19 Rispondi

    Scusa ma io non sono molto intuitivo. la donna era morta ma lui la trascinava per la casa fingendo che fosse viva e raccogliendo i fiori perché in vita le piacevano? comunque che la storia centrava qualcosa coi morti l’avevo capito fin dall’inizio. anche se non conosco il Latino i versi di Tertulliano erano abbastanza eloquenti, e dell’odore dolciastro e indefinito all’inizio ne avevi parlato allo stesso modo che nella storia dell’ispettore Visani. La storia comunque era abbastanza bella

    • Daniele Imperi
      9 febbraio 2016 alle 08:42 Rispondi

      Sì, esatto, in realtà non la trascinava, ma la portava in braccio quando era solo.

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