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La sospensione dell’incredulità

La sospensione dell'incredulità

Samuel Taylor Coleridge scriveva nel 1817:

[…] i miei tentativi dovevano essere diretti a persone e personaggi soprannaturali, o quanto meno romantici, ma anche a trasferire dalla nostra intima natura un interesse umano e una parvenza di sufficiente verità a dare a queste ombre dell’immaginazione quella volontaria sospensione dell’incredulità del momento, che costituisce la fede poetica.

Viene dunque stipulato un patto fra scrittore e lettore, affinché la storia risulti godibile, affinché il lettore stesso creda a ciò che sta leggendo. Un patto che nasce quando il lettore decide di sospendere la sua incredulità ai fini della storia.

Secondo la definizione su Wikipedia:

Il pubblico accetta le limitazioni nella storia presentata, sacrificando realismo e occasionalmente logica e credibilità per il bene del divertimento.

No, sono totalmente contrario a una filosofia del genere. Il rischio è quello di lasciarsi andare a trame banali e scene surreali che non stanno in piedi. Il realismo, la logica e la credibilità non vanno in alcun modo sacrificati, anzi vanno rafforzati.

Il senso del meraviglioso

La sospensione dell’incredulità viene anche indicata come un elemento fondamentale nel Fantastico, affinché il lettore sia colpito dal senso del meraviglioso. Su Wikipedia si fanno esempi discutibili, come le esplosioni udibili nello spazio, a cui aggiungo la presenza di gravità terrestre su un asteroide mostrata nel film Armageddon.

Il senso del meraviglioso dovrebbe essere limitato alla conoscenza del nuovo, come sosteneva Tacito in Agricola 30:

[…] omne ignotum pro magnifico est.

È meraviglioso tutto ciò che non si conosce.

Sospendere il dubbio per una questione di comodità

Penso che talvolta la sospensione dell’incredulità sia impugnata da un autore per pura comodità, dovuta a incapacità narrativa, sia in letteratura sia in cinematografia. È questo il caso del film Il miracolo di Sant’Anna, in cui si parlava una lingua comune fra personaggi che, nella realtà, non sarebbero riusciti a comunicare facilmente.

Ma si possono fare tantissimi esempi, come il protagonista che non viene mai colpito dai proiettili, o comunque che riesce sempre a salvarsi, macchine che volano o esplodono senza motivo, alieni che parlano la nostra lingua.

Non si può chiedere, in questi casi, al lettore né allo spettatore di sospendere i suoi dubbi sulla credibilità della storia a causa di profonde lacune nella storia stessa.

L’abuso della sospensione dell’incredulità

Un altro problema in cui si può incorrere è la creazione di continui cliché, di cui ormai letteratura e cinema sono pieni. Al lettore si dà per vero tutto e lo scrittore/regista può mettere in campo ciò che vuole senza preoccuparsi della logica.

Nessuno scrittore può abusare di questo espediente. A me piace definirlo così: un trucco dello scrittore che non riesce nell’intento di ricreare una realtà, di costruire un mondo.

Credibilità e coerenza della storia

Qualcuno sostiene che un’opera non debba essere realistica, ma credibile e coerente al suo interno. Che cosa si intende, però, con realismo? E con credibilità?

Se intendessimo realismo come nient’altro che una seconda realtà, ecco che la storia si farebbe credibile e coerente. Il lettore non avrebbe bisogno di stipulare patti con l’autore, perché sarebbe portato a credere a ciò che legge senza l’ausilio della propria coscienza.

L’esempio di Asimov, Martin, Poe

  • Ho letto opere di fantascienza di Isaac Asimov: non ho avuto bisogno di sospendere i miei dubbi, perché Asimov è stato in grado di non farmi avere alcun dubbio sulla realtà che ha descritto.
  • Ho letto romanzi fantasy di George Martin: non ho sospeso la mia incredulità, perché Martin ha creato un mondo a sé con sue regole e una sua geografia e è un mondo che funziona alla perfezione. Sono riuscito a entrare in quel mondo.
  • Ho letto racconti di Edgar Allan Poe: non ho avuto bisogno di mettere da parte la mia incredibilità, perché Poe è riuscito a infondere un senso di probabilità a ogni sua storia.

Il caso Superman

La storia di Superman è la più incredibile esistente, ma funziona per un motivo preciso: esiste una storia preparatoria che comunica al lettore (di fumetti) e allo spettatore ciò che sta dietro ai poteri del superuomo.

Superman avrebbe potuto anche iniziare in media res, ma avrebbe ugualmente funzionato. Ci sarebbe stato stupore nel pubblico a vedere un uomo mascherato che solleva un’automobile e vola, ma poi sarebbe partito un flash back che avrebbe spiegato tutto e risolto la questione.

Quando accettare per vero ciò che leggiamo

In alcuni esempi letti in rete si parla di cosa il lettore accetta per vero. Leggendo una storia di Sherlock Holmes accettiamo per vero che ci sia stato un caso di omicidio a Londra. Leggendo un’avventura di Tarzan prendiamo per vero che nella giungla ci sia un uomo che vuole rapire suo figlio.

In questo caso non definirei questa accettazione come sospensione dell’incredulità, perché è implicito nella storia stessa che, trattandosi di finzione e non di cronaca giornalistica, si tratta di eventi inventati.

Il problema, semmai, è nelle figure di Sherlock Holmes e Tarzan, che non sono certo personaggi che passano inosservati, hanno caratteristiche fuori dell’ordinario. Ma se fossero stati ordinari, non ci sarebbe stata neanche una storia.

L’accettazione del lettore, dunque, dipende da elementi macroscopici all’interno della storia:

  1. un uomo dalle facoltà deduttive sviluppatissime;
  2. un uomo cresciuto dalle scimmie.

Questi elementi devono sottintendere un lavoro enorme di studio e documentazione da parte dello scrittore, affinché dia loro forza e credibilità, affinché riesca a renderli elementi di una realtà esistente, che non è quella del lettore, ma è quella in cui deve entrare il lettore.

La maturità del lettore

La sospensione dell’incredulità scema a mano a mano che il lettore evolve. Non sono più disposto ad accettare scene, storie che mi sembravano plausibili anni fa. Non riesco più a credere a ciò che mi viene proposto al cinema o in alcuni romanzi.

Nella nostra vita collezioniamo immagini di ogni tipo, riceviamo stimoli ogni giorno. La narrativa non può più, oggi, trincerarsi dietro la sospensione dell’incredulità, ma deve offrire al lettore una realtà parallela, realistica quanto credibile.

La sospensione dell’incredulità non è come un interruttore che il lettore usa per spegnere la luce. Non siamo più bambini, abbiamo alle nostre spalle esperienza, cultura. Siamo avidi di conoscenza. Siamo curiosi. Siamo osservatori.

Il lettore di oggi rappresenta una sfida per lo scrittore del domani. Non possiamo più difenderci con la parola “finzione”: dobbiamo trasformare la finzione in un’altra, possibile, credibile, stabile realtà.

La subcreazione tolkieniana

Nel suo saggio Albero e Foglia, Tolkien parla della creazione di un mondo secondario con proprie caratteristiche e proprie leggi. È un mondo creato dall’autore stesso, una realtà viva e coerente, a sé stante, che esiste al di là della nostra.

  • È vera, perché è stata creata dall’autore.
  • È credibile, perché è plausibile.

Il Fantastico è il genere letterario più puro, perché l’autore non deve provvedere alla sola creazione dei personaggi e delle loro vicende, ma anche del mondo stesso. Un mondo creato con solide basi. Lo scrittore non deve limitarsi a descrivere, ma deve fornire al suo mondo la coerenza interiore della realtà.

A mio parere la dottrina della subcreazione va estesa a tutta la narrativa. Ogni storia, ogni realtà dunque, va creata fornendola di sue leggi e di un substrato culturale perfettamente stabile. Al lettore non resta che entrare in quella realtà e viverla.

I 5 stadi del processo immaginativo

L’immaginario mentale è un fenomeno strettamente personale fondato sulle esperienze dell’individuo, che costruisce un proprio e unico retroscena di nozioni. A quel retroscena l’individuo attinge per comprendere la realtà che lo circonda.

Qual è dunque il compito dello scrittore quando scrive una storia? Quello di riuscire a entrare nella mente del lettore e di arredare quel retroscena. Di ampliarlo, quindi. Di dare al lettore nuovo materiale, di contribuire alla sua esperienza.

La scrittura di una storia dovrebbe seguire i cinque stadi del processo immaginativo: preparazione, incubazione, traspirazione, rivelazione e produzione.

#1 – Preparazione

Lo scrittore deve riuscire a dare al lettore nel più breve tempo possibile tutte le informazioni necessarie per comprendere la storia, la sua realtà. È il momento in cui il lettore si prepara ad accogliere ciò che abbiamo scritto.

#2 – Incubazione

È una fase intuitiva in cui il lettore, grazie a nozioni che provengono dal subconscio e a quelle che gli abbiamo dato noi, riesce a connettere i vari punti della storia in un quadro definito. È il momento in cui il lettore sta elaborando i dati ricevuti.

#3 – Traspirazione

In questa fase lo scrittore è nel pieno della sua storia e il lettore riesce a seguirlo. Se abbiamo lavorato bene nella fase di preparazione, l’incubazione delle informazioni ricevute porta il lettore in una fase di tranquillità: legge senza problemi.

#4 – Rivelazione

La storia esplode in tutto il suo significato. È il momento culminante, in cui il lettore segue lo scrittore, pur senza anticiparlo. Se lo anticipa, lo scrittore ha sbagliato in qualcosa. Non potete anticipare la soluzione di un giallo, sarebbe uno smacco nei confronti del giallista.

#5 – Produzione

È il punto finale del processo immaginativo, quando il lettore ha ormai tutto il materiale a disposizione e lo ha definito in una forma sua, comprensibile. Il lettore ha assunto definitivamente una nuova esperienza.

L’attivazione della credulità

È a questo che deve mirare lo scrittore di oggi. Non più a sospendere l’incredulità del lettore, ma ad attivare la sua credulità. Deve creare una connessione diretta fra storia e lettore. Deve considerarsi come un subcreatore.

Lo scrittore deve vedersi come un creatore di realtà: non deve più intrattenere il lettore con le sue storie, ma riuscire a fargliele vivere.

38 Commenti

  1. Giorgio
    28 maggio 2013 alle 09:16 Rispondi

    Bell’articolo, complimenti. Sono molto d’accordo sul fatto che il lettore non è sempre disposto ad entrare nel mondo fittizio del narratore, soprattutto perché, appunto, si evolve (se legge tanto).
    Una domanda: la citazione di Coleridge si trova all’interno della stessa opera in cui l’autore formula la cosiddetta Legge di Coleridge?( Il lettore sospende volontariamente la sua incredulità razionale, immergendosi pienamente nel mondo fantastico di una storia, quando questa è raccontata secondo le sue leggi interne di credibilità. Tutto questo crolla nel momento in cui il lettore coglie una svista di qualsiasi tipo. )? In tal caso mi sapresti fornire l’indicazione bibliografica, per favore? Grazie mille! Ancora complimenti!:)

    • Daniele Imperi
      28 maggio 2013 alle 11:32 Rispondi

      Ciao Giorgio, grazie e benvenuto nel blog.

      La citazione di Coleridge riguardava la creazione e la lettura della poesia e è contenuta nella sua opera “Biographia Literaria”, appunto del 1817.

      • Giorgio
        28 maggio 2013 alle 11:42 Rispondi

        Ecco, allora avevo visto giusto. Il problema è che non riesco a trovare il passaggio. Tra l’altro, dovendo inserire una nota bibliografica con il riferimento alla pagina nella mia tesi, sto avendo difficoltà perché ho il testo in formato ePub, che come credo tu sappia, non ha una corrispondenza precisa con la paginazione cartacea. In ogni caso, grazie per tutto quanto!

        • Cristiana Tumedei
          28 maggio 2013 alle 16:11 Rispondi

          Ciao Giorgio, non so se ti è utile, ma quello citato da Imperi all’inizio del post è un passaggio del capitolo XIV di Biographia Literaria di Coleridge. Nel passaggio l’autore spiega quale sarà il suo compito nella stesura delle Lyrical Ballads, a cui lavorerà di concerto con l’amico Wordsworth.

          • Giorgio
            28 maggio 2013 alle 16:25

            Grazie infinite!

  2. animadicarta
    28 maggio 2013 alle 12:26 Rispondi

    Ottimo articolo, con cui sono pienamente d’accordo. E’ un argomento che mi interessa molto, visto il tipo di romanzi che mi piace scrivere. Grazie :)

    • Daniele Imperi
      28 maggio 2013 alle 12:32 Rispondi

      Grazie :)
      Anche a me, infatti, piace scrivere storie che riguardano strettamente la sospensione dell’incredulità.

  3. KINGO
    28 maggio 2013 alle 12:33 Rispondi

    Bellissimo post, ho un po’ paura di commentarlo.
    Mi viene spontaneo chiedermi: cosa siamo disposti a credere? Fino a che punto siamo disposti ad accettare quel che ci viene detto o che leggiamo?
    Credo che la risposta la dia la questione piu’ complessa della metafisica, ovvero la cosiddetta “predominanza della materia”.
    In poche parole, noi siamo degli esseri limitati: il nostro cervello ha un numero finito di neuroni e puo’ raccogliere una quantita’ finita di informazioni. Volenti o nolenti, siamo fatti di materia, e la crudelta’ di questa limitazione si riperquote sul nostro modo di percepire il mondo. Il nostro cervello e’ pronto a dare ampio spazio della sua memoria alle informazioni che ci sono utili alla sopravvivenza, alle informazioni reali e pratiche. Al contrario, tutto cio’ che e’ inverosimile, poco realistico e apparentemente poco utile alla nostra vita, avra’ uno spazio irrisorio nel nostro cervello. Tuttavia lo memorizzeremo lo stesso, perche’ milioni di anni di evoluzione ci hanno insegnato che il mondo puo’ cambiare all’improvviso e non si sa mai cosa puo’ esserci utile in futuro.
    Tuttavia, man mano che cresciamo, che leggiamo, che impariamo e che viaggiamo, il nostro cervello si riempie sempre piu’ di informazioni e lo spazio a disposizione per le cose nuove diminuisce inesorabilmente. Di conseguenza, saremo sempre piu’ restii ad accettare cose irrealistiche, “poco credibili”, ovvero cose non riconducibili a cio’ che abbiamo gia’ visto in precedenza, e questo per un motivo molto semplice: perche’ trovandoci di fronte a qualcosa che contrasta con la realta’ che ci siamo costruiti, saremmo costretti acreare nel nostro cervello una categoria di realta’ tutta nuova, occupando un numero di neuroni che non abbiamo piu’ a disposizione.
    E’per questo che un bambino non ha problemi a credere a Babbo Natale mentre un adulto non ci crederebbe neppure se lo vedesse, e’ per questo che un ragazzino che legge il suo primo romanzo fantasy ci fa mille sogni sopra e si crea un mondo immaginario basato su cio’ che ha letto, mentre un adulto con migliaia di libri letti sul groppone pretende che il romanzo fantasy non faccia troppi salti pindarici e risulti comunque una lettura credibile.
    Non so se mi sono spiegato bene, ma in fondo basta rendersi conto di questo: non siamo infiniti, anzi forse non esistiamo nemmeno: siamo solo la prova che gli esseri umani possono esistere.

    • Daniele Imperi
      28 maggio 2013 alle 14:04 Rispondi

      Hai ragione su alcune cose: sul fatto che siamo limitati e che non possiamo immagazzinare troppe informazioni. Però è anche vero che le informazioni che il nostro cervello ritiene inutili, vengono sostituite da altre.

      Quanto sono disposto a credere e ad accettare? Non lo so, dipende da come e da cosa scrive un autore. Sono disposto a credere a Superman perché c’è un substrato resistente nella storia che mantiene tutto in piedi e rende il personaggio credibile.

  4. Tenar
    28 maggio 2013 alle 13:58 Rispondi

    Bell’articolo.
    Per quanto mi riguarda la sospensione dell’incredulità avviene quando una storia è plausibile. Hai citato giustamente Tolkien, Martin (ci metto anche Sanderson che secondo me oggi come creatore di mondi è il migliore). Le loro storie sono plausibili, si basano su leggi diverse da quelle che regolano in nostro mondo, che il lettore non deve necessariamente conoscere (anzi, nel caso di Martin non le conosce e si svelano a poco a poco), ma che esistono. I loro mondi sono coerenti, non sono un’accozzagli di elementi inventati e giustapposti, ma tessere di un mosaico complesso e equilibrato.
    Nella capacità di costruire un mondo alternativo, ma coerente, sta, secondo me, il mestiere dell’autore di fantastico.

    • Daniele Imperi
      28 maggio 2013 alle 14:05 Rispondi

      Grazie.
      Concordo sul ruolo dello scrittore come costruttore di un mondo alternativo.

  5. Roberto P. Tartaglia
    28 maggio 2013 alle 14:55 Rispondi

    Alla base di tutto, Daniele, c’è un processo psicologico dal quale non possiamo prescindere: la nostra mente non è in grado di discernere tra realtà e fantasia.

    Su questo principio si basano anche molte terapie psicologiche.

    Quindi. come dici tu, da un lato, l’autore deve riuscire a fornire particolari abbastanza credibili, dall’altro, però, il lettore deve scegliere di affidarsi alla lettura dei nostri testi con dedizione (ma, se ha comprato il libro, si presume che sia così).

    Un po’ è come l’ipnosi. Il terapeuta ti dà le indicazioni, il tuo cervello esegue e crede che si tratti di realtà (ammesso che ti fidi di lui, ma, se hai pagato la seduta, si presume sia così). ;)

    RT

    • Daniele Imperi
      28 maggio 2013 alle 15:04 Rispondi

      Perché non possiamo distinguere fra realtà e fantasia? Forse è più corretto dire che siamo stati abituati a un certo tipo di realtà e l’altra è stata sempre definita fittizia.

      La dedizione del lettore deve essere alimentata dallo scrittore, secondo me.

  6. Roberto P. Tartaglia
    28 maggio 2013 alle 15:28 Rispondi

    Infatti, come dicevo, scrittore e lettore devono lavorare sinergicamente.

    Se anche il lettore comprasse il libro più bello del mondo, infatti, leggerlo con uno stato mentale di distacco, ipercritica o pregiudizio, gli precluderebbe il coinvolgimento.

    Perciò credo sia importante tanto il lavoro di chi scrive, quanto quello di chi legge.

    Per il cervello, filosofandoci su, possiamo dire che la realtà non esiste, che fantasia e realtà sono la stessa cosa e tutto ciò che vogliamo. Ma, da un punto di vista prettamente scientifico, diverse ricerche e analisi (come la TAC e altre) hanno rilevato che il cervello processa realtà e fantasia allo stesso modo.

    Per il cervello pensare e fare sono la stessa cosa, insomma.

    Per questo le storie funzionano e ci fanno vivere emozioni. Per questo ci lasciamo ipnotizzare. Per questo, quando sogniamo, proviamo sensazioni reali. In alcune patologie, questa distinzione può negarsi e divenire un disturbo. Ma siamo fatti così.

    Già Freud, a suo tempo, nell'”Interpretazione dei sogni” dichiarò questo: “Se nel sogno ho paura dei briganti, questi sono, è vero, immaginari, ma la paura è reale. Lo stesso accade se sono contento. Stando alla testimonianza della nostra sensibilità, l’affetto vissuto in un sogno non ha affatto minor intensità di quello vissuto nella veglia; e col suo contenuto affettivo il sogno pretende, più energicamente che col suo contenuto rappresentativo, d’essere accolto tra le esperienze reali della nostra psiche”.

    RT

    • KINGO
      28 maggio 2013 alle 17:16 Rispondi

      Non so, Roberto, ci sono dei libri che ho iniziato a leggere con distacco, ipercritica e pregiudizio, ma erano tanto belli che dopo poche pagine mi hanno fatto cambiare idea.
      Per quel che riguarda il cervello ci sarebbe molto da disquisire, comunque tendenzialmente memorizza meglio le informazioni pratiche per la sopravvivenza che non quelle fantasiose e apparentementeinutili.

  7. Cristiana Tumedei
    28 maggio 2013 alle 16:19 Rispondi

    Un’ottima analisi, Imperi. Complimenti!

    Io sono piuttosto d’accordo con la visione di Coleridge, soprattutto sulla sua distinzione tra immaginazione primaria e secondaria. Scopo di chi scrive dev’essere quello di ri-creare mondi credibili. Ora potremmo pure disquisire a lungo su cosa sia credibile o meno, ma credo tu l’abbia fatto molto bene nel post.

    • Daniele Imperi
      28 maggio 2013 alle 16:22 Rispondi

      Grazie :)
      Non conosco la distinzione tra immaginazione primaria e secondaria, però. D’accordo sul ruolo dello scrittore che deve ricreare dei mondi credibili.

  8. KINGO
    28 maggio 2013 alle 17:07 Rispondi

    A ben pensarci io non amerei il realismo a tutti i costi. In fin dei conti, spesso il lettore non sospende affatto l’incredulità, ma anzi ricerca proprio l’assurdo perché è quello che gli piace. Ad esempio quando i proiettili non colpiscono mai i protagonisti, quando le auto esplodono per aver urtato un albero, o quando il cattivo, dopo aver catturato il protagonista, invece di ucciderlo si mette a raccontargli tutti i suoi piani, aspettando che si liberi. Insomma, prendi i film di Steven Segal o Chuck Norris: è evidente che siano assurdi; la gente lo sa e li guarda apposta. Non si tratta di lacune nelle storie, ma del loro punto di forza.

  9. Kentral
    29 maggio 2013 alle 11:49 Rispondi

    Wow. Mi è sembrato di leggere un vero e proprio manifesto artistico.

    E’ bello vedere delle posizioni così nette.

    Dal mio punto di vista però non sono totalmente d’accordo. Perché per noi, per il nostro cervello la realtà non esiste. Quello che noi chiamiamo reale è soltanto l’interpretazione che il nostro cervello coglie dalla realtà. Se dietro di noi passa un auto o una moto sapremmo distinguerli dal rumore senza voltarci.

    Ma se passa un drago non lo capiremmo perché il nostro cervello non ha mai avuto modo di associare il rumore di un drago nella propria esperienza.

    Per quanto il nostro cervello può sin dalla fanciullezza aver acquisito ed associato tutte le informazioni delle esperienze di vita, può essere facilmente ingannato.

    Pochi sanno che molte scene di pioggia nei film in realtà è pancetta che frigge. Eppure coloro che hanno visto il film potrebbero giurare d’aver sentito il rumore della pioggia.

    Poi da scrittore certo, mi pongo anch’io il problema di rendere credibile quanto scrivo. Sia questa una reazione emotiva che non ho mai avuto o se descrivo una macchina volante.

    Ma è chiaro da lettore, se decido di leggere La Fattoria degli Animali di Orwell, per quanto l’autore possa essere stato bravo nel farmelo sembrare reale, devo per forza sospendere la mia incredulità, altrimenti chiuderei il libro e potrei semplice esclamare: “questo è matto. Gli animali non parlano”.

    • Daniele Imperi
      29 maggio 2013 alle 12:57 Rispondi

      Sulla Fattoria degli animali c’è una cosa da dire: chi ti dice che hanno parlato la tua lingua? ;) Che non sia una traduzione? Perché gli altri animali non sono senzienti? Non è vero, lo sono a modo loro e nella quantità che spetta loro.

      Se sei bravo, secondo me, puoi rendere credibile qualsiasi cosa.

      • KINGO
        29 maggio 2013 alle 13:59 Rispondi

        Non e’ quello il senso del libro. Gli animali parlano con gli uomini per tutto il romanzo, ci concludono affari di ogni genere e alla fine ci fanno anche una partita a carte.
        La Fattoria degli animali e’ una storia basata sull’assurdo, sull’incredibile. Il lettore sa che la storia e’ finta e non sospende l’incredulita’ (vedi il mio commento poco sopra). Del resto, trattandosi di un libro satirico che riprende passo passo la rivoluzione russa, nel momento in cui leggiamo del maiale Napoleone sappiamo benissimo che in realta’ dobbiamo vederci Stalin, e mentre leggiamo di Palladineve in realta’ vediamo Lenin, non un roseo maialino.
        E’ la stessa cosa di quando vediamo un comico che imita un personaggio famoso: sappiamo benissimo che non e’ lui, non sospendiamo l’incredulita’, eppure ridiamo lo stesso.

  10. Lucia Donati
    29 maggio 2013 alle 15:44 Rispondi

    L’argomento è complesso e non credo si possa liquidare con un breve commento. Tuttavia io direi che forse non è necessario sospendere l’incredulità, potrebbe bastare il fatto che lo scrittore con la sua opera ci distrae così bene che pensiamo solo a “viverla” e a godercela. In questo modo non dobbiamo neanche fare i conti con la parte di noi che dice: “Capisco e mi rendo conto che questa è finzione”. Non si tratta di aggirare sé stessi, ma di riconoscere (quasi con compiacimento?) che l’autore non ci ha messo in difficoltà con questo fondamentale aspetto; ci ha solo coinvolto e noi siamo volontari in questo.
    Per quel che riguarda il processo immaginativo è in parte personale; in gran parte è influenzato da tanti di quei fattori esterni che se non ci si sta attenti li si prende per propri. Gli inganni della percezione sono molti. L’immaginazione può essere guidata da un autore che conosce bene gli aspetti psicologici che riguardano questi temi.

    • Daniele Imperi
      29 maggio 2013 alle 18:05 Rispondi

      Ho riunito i due commenti.
      Forse è anche questione di sapersi far distrarre, non so. In alcuni casi secondo me non si può parlare di sospensione dell’incredulità, ma di semplice accettazione di una storia fittizia e al di là della realtà tangibile.

  11. Kentral
    29 maggio 2013 alle 19:44 Rispondi

    @Kingo
    Non è questione di senso del libro. Non si parlava se una storia è più fantastica di un’altra.

    In generale credo non bisogna intendere la sospensione dell’incredulità come atto di fede. Per Colderige poteva esserlo, ai suoi tempi, ma per noi no.

    Le storie, tutte, sono una finzione, anche le autobiografiche o le storiche. Perché per quanto ci si possa sforzare, lo scrittore narra la realtà “filtrata dai propri occhi”.

    Il lettore di oggi ormai non pensa e non si domanda se una storia è credibile o meno nel senso ristretto dell’argomento. Sappiamo tutti che nei libri o nei film animali parlano, i morti resuscitano come zombie ed i cavalli volano.

    Il problema, così come sollevato da Daniele penso si possa riassumere in un esempio semplice.

    Se guardate oggi il film “il giorno più lungo” e se subito dopo guardate “salvate il soldato Ryan” emerge immediatamente una differenza abissale. Nessuno di noi è sbarcato sulle coste della Normandia. Ma è evidente che l’opera di Spilberg è di gran lunga più veritiera.

    Se oggi un regista proponesse un film come lo sbarco del “giorno più lungo” rideremmo. Ormai, gli artisti sono andati oltre, sono riusciti a raccontarci certi argomenti con un realismo molto più vero.

  12. Cristiana Tumedei
    29 maggio 2013 alle 20:54 Rispondi

    Siccome è nata una discussione interessante intorno a questo tema, vorrei approfondire maggiormente la mia opinione a riguardo.

    Quando parliamo di sospensione dell’incredulità, secondo l’idea originale di Coleridge, facciamo riferimento più che all’atteggiamento di assoluta devozione del lettore, alla capacità dello scrittore (del poeta, nel caso specifico dell’autore inglese) di mettere in campo quella che lui definisce l’immaginazione secondaria. Vale a dire la capacità dello scrittore stesso di ricreare un mondo credibile, pur partendo da assunti non necessariamente reali. E’ chiaro che la sua visione sia strettamente legata a quella che, proprio grazie all’apporto dello stesso Coleridge e dell’amico Wordsworth, diventerà la corrente del Romanticismo inglese. Tuttavia, credo possa avere una valenza interessante anche oggi.

    Ora, vorrei soffermarmi sul concetto del vero di cui stiamo discutendo in questa sede. A mio avviso siamo soliti definire la realtà in base all’esperienza che facciamo di essa. Mi spiego: ognuno ha una propria visione del reale, che dipende dalle sue esperienze tangibili rispetto ad esso.

    Volendo fare un ulteriore passo avanti, e posto che ognuno di noi collezioni nel corso della vita un bagaglio esperienziale del tutto soggettivo, potremmo asserire con facilità che qualsiasi storia prodotta da uno scrittore non sia reale, secondo il senso comune del termine. Ora, cos’è che ci coinvolge a tal punto da non farci interrogare mai sulla veridicità di quanto stiamo leggendo?

    Secondo me, è solo la capacità dello scrittore di rendere tangibile, e quindi comprensibile a tutti, la sua storia. In questo senso andrebbe intesa la veridicità di cui stiamo parlando qui. Non tanto come realismo che, per sua stessa natura, è sempre relativo, quanto come la credibilità su cui si regge la storia.

    • Daniele Imperi
      29 maggio 2013 alle 21:06 Rispondi

      Hai detto delle cose che condivido: l’immaginazione secondaria mi piace. Si tratta di creare un mondo credibile, un universo, inteso in senso generale, che stia in piedi.

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    […] Continua a leggere La sospensione dell’incredulità. […]

  14. Gli elementi del Fantastico
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  16. La sospensione dell’incredulità | AWD CopywritingBlog
    28 agosto 2013 alle 22:26 Rispondi

    […] La sospensione dell’incredulità […]

  17. LiveALive
    14 giugno 2014 alle 00:31 Rispondi

    Effettivamente wikipedia lo spiega male: è sospensione dell’incredulità l’accettare, nell’opera, qualsiasi cosa non sia reale. Quindi anche in Poe sospendi l’incredulità, proprio perché riesce a farsi credere. In verità chiamarla “sospensione dell’incredulitá”, a ben pensarci, è sbagliato: io sospendo l’incredulità se ciò che mi mostri è credibile, se c’è una qualche giustificazione, quindi non è sospensione, perché l’incredulità non deve esserci proprio alla base. Dici meglio tu, con la”attivazione della,credulità”.

    Naturalmente ciò che siamo disposti a credere dipende dalle nostre conoscenze. Ho fatto in altra sede l’esempio del sissignore: a qualcuno che ha visto troppi film andrà benissimo, ma a uno che sa che qui si dice solo signorsì no, si mette a ridere.

    Ci sono degli studi di “neuropsicologia” in merito a ciò. Ciò che ci chiediamo è: se sono storie che so come finte, perché provo emozioni come se fossero vere? Se so che Star Wars è finto, perché mi chiedo chi sia più forte tra Palpatine e Yoda come se fossero esseri reali? Ci sono varie teorie, naturalmente. Una possibilità è la stimolazione dell’empatia: possiamo svilupparla verso gli animali, e forse possiamo svilupparla anche verso personaggi fittizi. Il testo potrebbe aiutare ciò… Ho letto un articolo in inglese dove si ipotizzava che origine di questa emozione legata alla sospensione dell’incredulitá sia il rinunciare a fare dei test sulla realtà, cosa che accade quando si è particolarmente concentrati e presi da un’opera. Per capirci: un bambino crede a babbo Natale perché non fa un test sulla realtà, non si chiede “come fa a fare il giro del mondo in 24 ore in slitta, passando casa per casa?”. Ugualmente, bisognerebbe impedire al lettore di farsi queste domande. Questo si ottiene sì tramite la credibilità, la verosimiglianza, ma anche facendo immergere meglio il lettore. Ciò dovrebbe avvenire quando la corteccia prefrontale si concentra sul testo, rinunciando ad analizzare il mondo circostante per “testarlo”, lasciando però attivo il sistema limbico, da cui ci arrivano emozioni pure. …ma questo lo scrivo giusto per curiosità: le neuro scienze sono a livello embrionale, non abbiamo ancora sicurezze su cosa sia a creare l’empatia, e la teoria descritta non,soddisfa appieno la sospensione dell’incredulitá nella visione cinematografica, dove il cervello reagisce in modo molto diverso rispetto alla lettura.

    • Daniele Imperi
      14 giugno 2014 alle 07:36 Rispondi

      Prendiamo Guerre stellari: ok, è finzione, ma è anche una storia probabile, non trovi?

      Forse tornerò sul tema.

      Un bambino, per riprendere quanto hai scritto all’inizio, ha conoscenze limitate, quindi può benissimo credere che Babbo Natale possa fare il giro del mondo in 2 ore e fermare il tempo.

      Però è interessante la questione sulle emozioni, ecc. Mi informerò meglio per il mio prossimo post sulla sospensione dell’incredulità.

  18. LiveALive
    5 luglio 2014 alle 23:48 Rispondi

    Daniele, oggi stavo pensando a questo post. Ti dò uno spunto che magari ti ispira.
    Considera la sospensione dell’incredulità come ciò che permette di credere a un romanzo qualsiasi. Serve la sospensione per credere a qualcosa di fantastico come Superman, e serve anche per creder a qualcosa di ordinario (ma falso) come Natasha Rostov, da Guerra e pace.
    Ora, l’errore che si fa spesso è non rendersi conto che diverse persone hanno diverse “soglie di incredulità”, e che il livello della soglia dipende di libro in libro.
    Ti faccio un esempio. Prendiamo Superman. Se io sono il bambino che guarda senza farsi domande, ho una soglia bassa, e non faccio fatica a credere. Ma ammettiamo invece che io sia uno scienziato. Potrebbe venirmi spontaneo chiedere come mai un alieno di kripton ha una struttura fisica così simile alla nostra se il suo percorso evolutivo dovrebbe essere differente. Se mi faccio tale domanda, sento tutto come più finto, e la soglia si alza.
    Ma è chiaro che qui parliamo di una persona con conoscenze che il bambino non può avere. Ora, dobbiamo noi scrivere qualcosa che convinca tutti, ed essere quindi sempre verosimili per accontentare sia bambino che scienziato? No, non credo proprio. Anzitutto, in determinati casi, l’inserire un elemento non verosimile può portare vantaggi (una scena straordinaria, una maggior scioltezza, ecc) che ripagano ampiamente il sacrificio. Secondo punto, determinati testi hanno soglie a diverso livello. Ammettiamo che io compri un romanzo storico sui romani. Anche se è grandioso, se ad un certo punto il centurione ordina una pizza margherita io storco il naso, perché da un romanzo storici mi aspetto la realtà. Ma se invece compro Superman, allora la cosa è diversa, so già che mi trovo davanti a una fantasticheria, e la accetto. Se io leggo il gatto con gli stivali non mi stupisco che il gatto abbia gli stivali: lo accetto subito e senza problemi. Se il gatto con gli stivali appare in un romanzo sulla Germania nazista invece, no, mi distruggi tutto.

    • Daniele Imperi
      7 luglio 2014 alle 07:54 Rispondi

      Io non voglio credere a un romanzo qualsiasi, però.

      Su Superman la questione è diversa: è un personaggio probabile. Un alieno. Dal momento che non conosciamo tutto l’universo, un pianeta come quello di Superman è possibile.

      Sulla struttura simile alla nostra siamo d’accordo. Ma quello è un errore che commettono quasi tutti quelli che scrivono di alieni.

      Il gatto con gli stivali è una favola e lì il discorso è differente.
      Comunque sì, vale la pena tornare sul tema.

  19. Le mie regole di scrittura creativa
    16 dicembre 2014 alle 05:01 Rispondi

    […] che, per me, va contro la sospensione dell’incredulità. È una regola che applico e voglio applicare a ogni elemento della […]

  20. Silvia
    5 maggio 2015 alle 16:45 Rispondi

    Sono d’accordo su tutto meno che sulla premessa, cioè la definizione di sospensione dell’incredulità. Non credo che sia una scelta consapevole del lettore/spettatore che accetta (come wikipedia suggerisce) di mettere da parte la sua parte razionale per potersi godere la storia, ma un effetto involontario che si realizza quando l’autore è capace di “venderti” la storia. é l’autore a dover creare la sospensione dell’incredulità, non può chiedere allo spettatore di farlo e sopperire ai limiti suoi propri. In realtà nella pratica succede, per esempio con le commedie romantiche hollywoodiane, in cui gli espedienti narrativi sono sotto gli occhi dello spettatore, che finge di non vedere per godersi la storia, ma in questi casi non si realizza nessuna sospensione nel senso di Coleridge.
    Io al soprannaturale non credo, però se leggo Poe non penso “è una grandissima boiata, non è possibile”, se guardo un pessimo film horror lo penso eccome, e mi disturba. Ma non dipende da me, dipenda dalla qualità della scrittura/messa in scena.
    Coleridge si chiede come può fare in modo di scrivere del soprannaturale in modo che i suoi lettori “se la bevano”, stiano dentro la storia, e dice con “un interesse umano e una parvenza di sufficiente verità”, cioè creare una connessione emotiva in un contesto credibile e plausibile. Mi sembra la stessa cosa che intendi tu con attivazione della credulità.
    Il concetto chiave del passo mi sembra in realtà “fede poetica”, che si realizza per esempio quando leggo Tolkien e “credo” agli elfi. Oppure a teatro… una volta ho creduto che il giovane innamorato in un Goldoni fosse davvero un giovane innamorato, sennonché al momento degli applausi mi sono resa conto che era uno stanco cinquantenne: ce l’ho avuto davanti due ore, nello stesso trucco, e non ho “visto” che non aveva affatto 20 anni.

    • Daniele Imperi
      5 maggio 2015 alle 17:07 Rispondi

      Ciao Silvia, benvenuta nel blog.
      Sono d’accordo sul fatto che spetti alla bravura dell’autore. L’esempio di Poe e di certi film horror è valido: è la stessa cosa che penso anche io. Critico spesso quei film.
      Forse intendo la stessa cosa di Coleridge: fare in mondo che gli eventi horror narrati siano vissuti dal lettore, per farlo entrare appieno nella storia e renderla credibile.

  21. Neese
    9 marzo 2016 alle 12:30 Rispondi

    Ciao ^_^ nella ricerca della sospensione dell’incredulità sono giunta all’articolo presente sul tuo blog. Anche io scrivo da diverso tempo e negli ultimi mesi mi sono dedicata alla stesura di un romanzo dai toni fantascientifici. La mia domanda ora è: può un lettore “normale” accorgersi di tali incongruenze? Cosa posso fare perchè possa accorgermene io in primis in modo da generare un’opera di valore e non un’accozzaglia di eventi ‘no sense’?
    Grazie :)

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