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Il soldato

Un racconto di 400 parole

Camminava sotto il sole pomeridiano, accaldato e senza più cibo né acqua da due giorni. La divisa era logora e strappata in più punti e il nero era divenuto grigio per la polvere, con le mostrine di metallo dorato opache. Zoppicava.

La sua squadra era stata annientata fra le colline mentre percorrevano una strada sgombra. Guidava la camionetta, con l’ufficiale che se ne stava dietro in silenzio a fumare, seguendo le due motociclette che facevano da scorta. Attorno il canto delle cicale, assordante nella campagna assolata.

Una mina esplose al passaggio dell’auto, che si ribaltò incendiandosi e scivolando sulla strada fino a fermarsi inerte. Metà del corpo del colonnello schizzata via. Il resto che bruciava assieme all’auto. Lui scaraventato fuori, senza più coscienza.

I due motociclisti erano tornati indietro. Aveva poi visto le moto distrutte, vicino ai resti della camionetta. E i corpi dei due soldati crivellati di colpi.

L’avevano creduto morto.

Si era risvegliato ore dopo con un dolore alla gamba destra. Aveva estratto un pezzo di metallo dalla carne e si era bendato con stoffa tagliata dalla divisa.

E adesso arrancava lontano dalla strada, lento, sporco, divorato dalla fame e dalla sete, in mezzo a campi abbandonati e incolti.

Nessun segno di vita.

Superò una collina e si fermò a riposare accanto a un cespuglio di more rinsecchite. Ne prese qualcuna e cominciò a masticare quei frutti quasi insapori.

Fu allora che vide il bambino.

Era seduto accanto a un laghetto, con una pagnotta di pane in mano, e lo guardava senza espressione.

Il soldato non aveva notato quella pozza d’acqua e subito la sua sete aumentò. Si avvicinò parlando in un italiano stentato, ma il bambino fuggì via. Lo chiamò, cercando di tranquillizzarlo, ma dai cespugli dietro cui era sparito il piccolo nessuno arrivò.

Poi una mitragliatrice entrò in azione con la sua cadenza di suoni smorzati e impercettibili silenzi e l’uomo cadde a terra, il dolore che lo dilaniava.

Si trascinò sul terreno riarso, una scia di sangue che lo seguiva. Lo specchio d’acqua riluceva al sole emanando bagliori che parevano levarsi al cielo come piccole evanescenti fate.

Doveva bere.

Alle sue spalle sentì passi lenti e decisi. Un’ombra si stese sul suo corpo come un lenzuolo su un cadavere.

Un click e l’arma si caricò. Lo sparo secco spezzò di nuovo il silenzio.

Sangue e materia cerebrale inzupparono l’erba.

E le cicale tornarono a cantare.

3 Commenti

  1. Luigi Leonardi
    8 luglio 2012 alle 13:02 Rispondi

    Caro Daniele,
    la spietatezza di questa scena è inequivocabile.
    Questo, più che un racconto, sembra un brano estrapolato da una storia ad ampio respiro. E’ un tuo romanzo?
    Se non lo è “Il soldato” ha una sua logica nel porre la riflessione sull’essenza cruda della guerra, al di là di ogni giustificazione giusta o sbagliata.
    Voglio avventurarmi in un approfondimento:
    il canto delle cicale è il simbolo dell’indifferenza di una umanità che, corta di memoria, presto dimentica l’orrore dando modo a questo di ripetersi.

  2. Daniele Imperi
    8 luglio 2012 alle 18:40 Rispondi

    Ciao Luigi,

    grazie come sempre per i bei commenti ai miei tentativi di scrivere racconti :)

    No, non è nessun romanzo. E volevo proprio porre la luce sulla spietatezza della guerra, al di là appunto di giustificazioni più o meno lecite.

  3. Romina Tamerici
    9 luglio 2012 alle 22:22 Rispondi

    Torna il canto delle cicale in un nuovo racconto! Bene!

    Questo testo è molto crudo, ma, dato che il tuo scopo era raccontare la guerra nel suo essere spietata, non potevi trovare parole migliori!

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