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Il significato tecnico di storia

Il significato tecnico di storia

Che cos’è una storia? Possiamo dare moltissimi significati a questo termine. Spesso dico che una storia è qualcosa che valga la pena raccontare. E che un pubblico ascolterebbe volentieri.

Forse basta soltanto questa definizione per guidarci nella scrittura di una buona storia, di una storia che funzioni e interessi i lettori.

Che cosa significa “storia”?

Dal Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana di Ottorino Pianigiani leggiamo, alla voce “storia”:

Diffusa narrazione di fatti, di avvenimenti, di cose degne che se ne tramandi ai posteri la memoria.

Questo non significa che un nostro romanzo sarà una buona storia soltanto se verrà tramandato ai posteri e resterà nella memoria della gente per i secoli a venire. Ma di certo possiamo prendere questa definizione come punto di partenza per scrivere una buona storia.

Un fatto non è necessariamente una storia

Nell’articolo di Salvatore, “Scrivere fatti”, avevo scritto nei commenti che un fatto non è sufficiente per avere una storia, ma deve essere un fatto raccontabile. Un fatto che possa avere un pubblico di lettori.

La nostra giornata è piena di fatti, ma quanti di questi sono così interessanti da poter essere trasformati in una storia? Dei miei nessuno, ve lo garantisco. Devo pescare le mie storie altrove, nelle mie fantasie, nei miei sogni a occhi aperti, nei mondi che mi hanno spalancato le mie letture quotidiane.

I 5 passaggi per creare una storia secondo Will Eisner

Quando ho parlato della narrazione di Will Eisner, fumettista americano scomparso nel 2005, ho evidenziato i 5 passaggi in cui Eisner condensa una storia:

  1. Introduzione o ambientazione: in cui facciamo entrare il lettore nel nostro racconto, presentiamo il protagonista e i personaggi principali.
  2. Problema: questo è un punto cruciale, fondamentale anche, perché non esiste storia senza un problema da affrontare. Dev’esserci un ostacolo, un nemico, un fatto imprevisto o imprevedibile che dà il via alla storia vera e propria.
  3. Affrontare il problema: quando abbiamo un problema, dobbiamo risolverlo, non possiamo fregarcene. Non è detto che ci vada bene al primo colpo, sarebbe troppo facile e la storia finirebbe troppo presto.
  4. Soluzione: che sia positiva o negativa non importa, ma una soluzione deve arrivare. Sta a noi se stabilire per quella storia un lieto fine o meno.
  5. Fine: la conclusione della storia, in cui si tirano le somme e i personaggi escono di scena.

Secondo il fumettista questi 5 passaggi sono una guida per tenere sotto controllo la storia e non uscire mai dai binari. Se vedete bene, questi 5 punti rappresentano anche un arco immaginario, una curva che sale fino al problema e arriva a una sorta di punto morto quando lo si affronta, per poi discendere verso la soluzione e la fine.

I 3 elementi immancabili in una storia secondo Will Eisner

Eisner amava le storie saporite, condite a dovere. Se vi capita, vi consiglio di leggere qualcuna delle sue graphic novel. Questi 3 elementi che secondo lui non possono mancare sono:

  1. Incipit provocante o attraente: se il buon giorno si vede dal mattino, una buona storia si vede dall’incipit. Perché? Perché è la prima pagina che si legge o, almeno, così dovrebbe essere. Io leggo sempre l’inizio di un romanzo e, se non mi convince, lascio perdere. Già dall’inizio possiamo capire molte cose, secondo me, come per esempio lo stile dell’autore e il suo modo di narrare, se quella narrazione ha un buon ritmo o è soporifera.
  2. Contenuti: può esistere una storia senza contenuti? No, ovviamente. I contenuti sono forniti dalla trama e dai personaggi, due elementi chiave per creare una storia che appassioni. Alla fine della lettura il lettore deve essere soddisfatto e non chiedersi “ma che ha voluto dire l’autore?” o, peggio, “ma che è sta roba che ho letto?”.
  3. Sorpresa del lettore: ossia l’imprevedibilità della soluzione. Non del tutto. Una storia può anche essere prevedibile. Un fantasy classico sulla millenaria lotta fra il Bene e il Male si sa già come va a finire: vincerà il Bene. Un romanzo d’amore finirà con un bacio e un matrimonio alle porte. Sorpresa significa tante cose, significa anche colpi di scena, significa evitare cliché, ecc.

I 5 elementi immancabili in una storia secondo Fabio Bonifacci

Qualche anno fa ho scoperto una sorta di corso online di scrittura creativa. Fabio Bonifacci ha spiegato nel suo sito quali sono gli elementi necessari per creare una storia.

  1. Desideri e paure del protagonista: secondo Bonifacci non esiste nessuna storia senza che il protagonista debba soddisfare un suo desiderio, affrontando una o più paure per coronare questo sogno. La parola “desiderio” dev’essere intesa nel senso più ampio possibile. Se penso agli ultimi 3 romanzi letti, riesco a trovare desideri e paure. Nel romanzo La 25° ora di David Benjoff il desiderio è visibile nei coprotagonisti della storia, perché Monty (Edward Norton nel film) ha accettato, seppur con le dovute paure, il suo destino. In Dopo di Koethi Zan Sarah affronta i suoi terrori per soddisfare il suo desiderio. Ne L’uomo del giorno dopo di David Brin Gordon (Kevin Costner nel film) porta avanti il suo desiderio con la continua paura di essere scoperto. Dove porta il fiume di James Dickey contiene desideri e paure? Certo, prima c’è il desiderio di navigare nel fiume (e la paura che mette la natura selvaggia) e poi quello di salvare la pelle (con la paura dei criminali della zona e della legge). Un desiderio è dato anche da un problema: un uomo scopre di essere malato e desidera guarire. Una donna viene incarcerata ingiustamente e desidera uscire.
  2. Incidente scatenante: per soddisfare un sogno e risolvere un problema dobbiamo affrontare degli ostacoli. L’incidente scatenante è ciò che si immette nel normale flusso degli eventi e ci pone di fronte a una scelta. Bilbo Baggins se ne stava tranquillo a casa sua e ci sarebbe rimasto, se non fosse arrivato Gandalf a fargli compiere una missione e un lungo viaggio in mezzo a pericoli che neanche immaginava. In Un gelido inverno di Daniel Woodrell l’incidente che dà il via alla storia è il pericolo per la ragazza di perdere la casa se non viene ritrovato suo padre, vivo o morto. In Tre millimetri al giorno di Richard Matheson l’incidente è davvero un incidente con le sue terribili conseguenze.
  3. Nemico e problemi: per risolvere un problema e per soddisfare un desiderio non può andare tutto liscio, ma bisogna combattere contro un nemico e contro altri problemi che ci allontanano dalla nostra meta.
  4. Resa e reazione: secondo Bonifacci il protagonista accetta la sua sconfitta, quando tutto sembra andare contro di lui, ma infine capisce l’importanza del suo desiderio e reagisce.
  5. Cambiamento finale: ovvero la trasformazione del personaggio. Nel romanzo di James Dickey i personaggi sono cambiati tutti e 4 e, se avete visto il film Un tranquillo weekend di paura, ve lo ricorderete. Ne La 25° ora Monty è cambiato completamente. Questo per dire che eventi di grossa portata e insoliti che giungono nella nostra vita ci cambiano, nel fisico e nella mente.

Sicuramente esistono buone storie senza tutti gli elementi che ho elencato qui, ma per farsi leggere è necessario un grande talento dell’autore.

Sto leggendo Io sono un gatto di Natsume Sōseki, mia terza incursione nella letteratura giapponese, e, a quanto mi ha detto un’amica, il romanzo è lento e non succede quasi nulla. È più una storia “di osservazione”. Però prende. Mi sta piacendo. A fine lettura saprò se e quali elementi necessari a una storia contiene.

Nelle vostre letture – e nelle storie che state scrivendo – vi ritrovate con questi concetti? Potete fare esempi di buone storie in cui questi elementi non sono presenti?

23 Commenti

  1. Salvatore
    9 marzo 2016 alle 07:43 Rispondi

    Se parliamo esclusivamente di fatti nudi e crudi, estrapolandoli da tutto quel contorno che hai ben delineato in questo articolo e che è indispensabile, a mio avviso qualsiasi “fato” è raccontabile; perfino lavarsi i denti, o riporre i calzini nel cassetto sono fatti narrabili. Altrimenti alla domanda: Quali sono i fatti non narrabili?, dovremmo fare un lungo elenco, che però non sarebbe veritiero. Il punto, secondo me, non riguarda il “fatto” in sé, ma il punto di vista dell’autore, il tipo di storia o di situazione che vuole narrare e il taglio che dà a tutto questo. In fondo si possono narrare anche una serie di fatti piccoli e insignificanti che però, proprio per la loro insignificanza, trasmettono al lettore una sensazione di vuoto. Non bisogna commettere l’errore, tipico credo, di pensare alla scrittura solo in termini di storia di genere (dove in un certo senso ti darei ragione, e forse neanche); esiste ben altra letteratura, faccio degli esempi: Harper Lee, Fedor Dostoevskij, Giorgio Bassani, Andrea Cassola, ecc. i loro romanzi sono pieni di fatti piccoli e, in un certo senso, insignificanti. Ma sono tuttavia dei grandi romanzi.

    • Grilloz
      9 marzo 2016 alle 09:55 Rispondi

      Comincio ad essere un po’ preoccupato per tuttti questi tuoi lapsus freudiani :P
      “a mio avviso qualsiasi “fato” è raccontabile” invece che “fatto”, cosa vorrà dire il tuo subconscio? :D

      • Salvatore
        9 marzo 2016 alle 16:37 Rispondi

        Lei, caro Grilloz, legge troppo tra le righe… XD

        • Grilloz
          9 marzo 2016 alle 16:39 Rispondi

          Dovevo fare psicologia invece che ingegneria :D

    • Daniele Imperi
      9 marzo 2016 alle 14:01 Rispondi

      Lavarsi i denti o riporre i calzini nel cassetto sono senz’altro fatti che puoi raccontare, ma a chi interessano?
      Non c’entra che sia una storia di genere o meno.

      • Salvatore
        9 marzo 2016 alle 16:39 Rispondi

        Secondo me sì. Perché ho l’impressione che quando parli di fatti raccontabili hai in mente una classica storia di genere… Potrei sbagliarmi, eh. I romanzi che raccontano una storia sono solo uno dei tipi possibili di romanzi e, in genere, è anche quello più basso (nel senso di semplice) e quindi più popolare.

  2. Chiara
    9 marzo 2016 alle 09:02 Rispondi

    Concordo con quanto scrive Salvatore, e aggiungo che anche alcuni bravissimi autori di genere sono in grado di valorizzare fatti “piccoli”. Ricordo per esempio, un divertente paragrafo di “con la morte nel cuore” di Biondillo, scritto dal punto di vista della sveglia che l’ha servito fedelmente per anni ricevendo in cambio soltanto ciabattate e lanci da una parte all’altra dalla stanza. Unica funzionalità narrativa è che la sveglia decide di suicidarsi pochi minuti prima di suonare, causando al protagonista una serie di ritardi. Per il resto, credo che la tua analisi sia completa e coerente. :)

    • Daniele Imperi
      9 marzo 2016 alle 14:02 Rispondi

      Il fatto della sveglia è comunque una storia narrabile, per quanto assurda, ma stiamo nel fantastico e nell’insolito.

    • Salvatore
      9 marzo 2016 alle 16:40 Rispondi

      Finirò per leggerlo questo Biondillo. :)

  3. Grilloz
    9 marzo 2016 alle 10:05 Rispondi

    Sull’ultima domanda, ci sto pensando, appena trovo una risposta torno ;)
    Sì, questi sono gli elementi classici di una storia, forse l’errore è pensare che questi elementi debbano essere per forza “grandi” elementi, mentre possono nascere bei romanzi anche partendo da fatti e moventi più spiccioli, poi sta all’abilità dello scrittore trasformare una storia semplice in un bel romanzo/racconto.

    • Daniele Imperi
      9 marzo 2016 alle 14:02 Rispondi

      Piccoli o grandi che siano, devono comunque interessare il lettore.

      • Salvatore
        9 marzo 2016 alle 16:42 Rispondi

        Be’ ma sai i lettori hanno gusti talmente differenti che ogni fatto è auspicabilmente narrabile. Prima o poi qualcuno a cui interessa lo trovi… XD

  4. Elisa
    9 marzo 2016 alle 13:51 Rispondi

    Conosco anch’io il blog di Bonifacci, l’ho trovato molto interessante (e utile) ed è un peccato che lui abbia mollato…
    Sono d’accordo sui 5 punti anche se forse li trovo più adatti ad un romanzo. Nei racconti (anche di autori celeberrimi) è più difficile trovare tutti i 5 punti o riuscire perlomeno a distinguerli tutti chiaramente. Il racconto si presta di più all’ambiguità; tutto è più sfumato in un racconto perchè a volte per poterlo scrivere è necessario basarsi su metafore e allegorie e non è sempre azzeccato inserire quei 5 punti.

    • Daniele Imperi
      9 marzo 2016 alle 14:04 Rispondi

      Ha mollato in che senso? Non scrive più nel blog?
      Nei racconti ovviamente la questione è diversa, proprio per la brevità della narrazione, specialmente se sono storie bonsai.

      • Elisa
        9 marzo 2016 alle 17:50 Rispondi

        il blog è fermo al 2009 o giù di lì. I consigli sulla scrittura creativa non erano finiti, prometteva che sarebbe tornato ma non s’è più visto…
        O mi son persa qualcosa?

        • Daniele Imperi
          10 marzo 2016 alle 08:50 Rispondi

          Il blog veramente neanche funziona, non apre nessuna pagina, e il sito è fermo al 2014. Mah…

          • Elisa
            10 marzo 2016 alle 10:20

            eh lo so…
            Eppure era una miniera di informazioni. Una bussola da tenere sempre con sè. O perlomeno un punto di riferimento da cui partire per andare nella direzione desiderata.
            Prova a scrivergli se trovi la mail, visto che siete entrambi Presidenti di blog sulla scrittura creativa… :)

  5. Romina Tamerici
    14 marzo 2016 alle 12:01 Rispondi

    Interessante affrontare il tema da più punti di vista. Bel post.

  6. Federica
    14 marzo 2016 alle 15:05 Rispondi

    Per quanto riguarda la scelta dei fatti sui quali costruire una storia mi viene in mente lo scrittore Federico Roncoroni. Lui dice espressamente che, siccome ogni individuo è «naturalmente portato» a narrare (lo facciamo tutti nella nostra vita quotidiana), raccontare un fatto è, di per sé, un’operazione facile. Però, prosegue, quando si tratta di letteratura (di una scrittura “artistica”), diventa fondamentale saper cogliere, tra i tanti a disposizione, i fatti adatti ad essere raccontati (devono avere certe caratteristiche) e questa scelta diventa uno dei momenti nodali nella costruzione del testo narrativo.
    Un fatto poco “rilevante”, a mio avviso, può essere oggetto di un racconto, soltanto se (e sottolineo «soltanto se») l’autore ha stile, capacità, motivazioni tali da renderlo comunque un testo che invoglia il lettore a leggerlo. Resta, in ogni caso, un’eventualità molto rara e un’impresa davvero difficile, specie se chi scrive vuole mantenere un livello elevato.
    Mi è capitato di leggere un lungo romanzo di Andrea Vitali il cui intreccio era incentrato su fatti piuttosto normali oppure su alcuni fatti più ‘sostanziosi’, però volutamente narrati in modo piano. Nel testo, poi, c’erano molti dialoghi e molti capitoli che si prestavano ad essere più la trascrizione di una scena che vere e proprie narrazioni. E anche i personaggi mancavano di caratterizzazione ben percepibile. Il tutto in un’atmosfera un po’ sospesa, un po’ inverosimile, che ha reso la lettura piuttosto noiosa. Non che Vitali non abbia tecnica, ma m’è sembrata fine a se stessa e il libro m’ha lasciato l’impressione di essere “senza capo né coda”. Non mi è rimasto niente. Il testo mancava di brio, di qualche guizzo che desse e corpo movimento alla sua struttura.
    Dire che si può raccontare qualsiasi fatto, con un racconto o in un romanzo, e che la narrazione che se ne fa può “tranquillamente” essere proposta al lettore – come è stato commentato da qualcuno – non tiene appunto conto di ciò che al lettore resta. Bisogna che ne ricavi, almeno, un messaggio, una riflessione, un sorriso… Perché altrimenti di quell’autore non ti vien voglia di leggere altro…
    Ps: ehm…curiosità: ma…la vignetta a corredo del post? Sempre presa da qualche parte?

    • Daniele Imperi
      14 marzo 2016 alle 15:20 Rispondi

      Quello scrittore ha ragione: raccontiamo sempre, ma questo non significa che siamo in grado di raccontare per vendere e intrattenere.
      La vignetta è un disegno di Will Eisner :)

      • Federica
        14 marzo 2016 alle 15:44 Rispondi

        Battaglia persa in partenza, la mia!!! Non ci prenderò MAI!!! Sigh sigh! Sob sob!!
        Me ne farò una ragione :-) (forse)

    • Federica
      14 marzo 2016 alle 21:45 Rispondi

      Correzione: «di qualche guizzo che desse corpo e movimento alla sua struttura».
      È andata fuori posto la «e». E l’ho anche riletto…

  7. Alessandro
    29 aprile 2016 alle 10:27 Rispondi

    Il desiderio del mio protagonista è sia fisico che mentale,
    Fisico è quello carnale verso la compagna
    Mentale la speranza di redenzione per gli orrendi peccati del passato.

    La paura del protagonista invece si concentra sulla perdita della compagna, ad esempio nel primo romanzo, quando il protagonista impedisce alla sua allora compagna (che sarebbe morta nel secondo romanzo a causa di divinità) di affrontare il padre perché troppo potente non dal punto di vista economico, ma fisico, una paura checnel peggiore dei casi potrebbe diventare rimorso o disperazione

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