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Il sessismo linguistico non esiste

Il sessismo linguistico non esiste

Dopo aver letto l’articolo Dubbi addio, si dice chirurga e ministra, sindaca e avvocata: rispettando l’italiano si rispettano anche le donne, ho deciso che non potevo continuare a ribollire dentro in silenzio ma dire assolutamente la mia su questa crociata contro la lingua italiana e il presunto sessismo di cui viene accusata.

Sì, presunto, perché, come da titolo volutamente provocatorio, parlare di sessismo linguistico, secondo me, è davvero ridicolo. Non riesco proprio a immaginare i “creatori della lingua” – chiamiamoli così – che hanno coniato alcune parole per mancare di rispetto alla donna.

Sessismo linguistico anglosassone

Da qualche tempo, in vari blog esteri che seguo, ho iniziato a leggere frasi come “he or she”, “him or her” e via dicendo, con l’intento di rivolgersi a uomini e donne, senza discriminare nessuno. Ora, in un certo senso in inglese è comprensibile, perché loro usano sempre i pronomi nelle frasi, non come noi che spesso possiamo evitarli.

“Andò in bagno” è corretto, ma in inglese bisogna specificare chi andò in bagno, usando “he” o “she”. D’accordo, mi sta bene che non volete rivolgervi a un gruppo sessuale in particolare, ma leggere “he or she” in continuazione è davvero pesante.

In alcuni casi, invece, ho visto un’alternanza di “he” e “she”, ma così è anche peggio, perché il lettore potrebbe non capire a chi ti stai riferendo.

Quale soluzione per l’inglese? Non lo so e, sinceramente, non m’interessa. Sono problemi loro.

Sessismo linguistico italiano

Da noi la situazione è diventata perfino ridicola per arginare la presunta e inesistente discriminazione sessuale nella lingua – o uso sessista della lingua, quindi maschilista. Si legge, in alcuni manifesti di natura politica o anche sui social media, frasi come “car* tutt*” e simili.

Ora, siamo seri, per una volta siamo seri, ma come si legge una frase del genere? Come si pronuncia? Il maschile, in quei casi, vale per tutti, uomini e donne. Un asterisco è impronunciabile e blocca la lettura.

Ricordate il famoso “Signore e signori, buonasera” dei presentatori televisivi? Mossa più intelligente, sicuramente. Pensate a quanto sarebbero stati ridicoli se avessero detto “Signor*, buonasera”…

Le ultime, clamorose novità per combattere il sessismo linguistico

Era da tempo che circolavano queste voci e quell’articolo ha ufficializzato la barbarie commessa nei confronti della nostra bella lingua che, se prima doveva fronteggiare solo l’avanzata dell’esercito inglese delle parole, adesso si vede colpita anche da una guerra interna di vocaboli.

Sindaco

sìndaco (ant. sìndico) s. m. (f. -a) [dal lat. tardo syndĭcus, gr. σύνδικος «patrocinatore», comp. di σύν «con, insieme» e δίκη «giustizia»] (pl. -ci). Sindaco sul vocabolario Treccani

Ok, il Treccani mostra anche la variante femminile, quella che io aborro con tutto me stesso. In latino il termine è syndĭcus e è maschile. Punto. Non possiamo farci nulla. Non ci vedo nulla di male a dire “il sindaco Clara Rossi”. Non sto togliendo femminilità alla signora Clara (il nome è inventato sul momento, ogni riferimento è puramente casuale).

Ministro

ministro s. m. [dal lat. ministerstri «servitore, aiutante», der. di minor agg., minus avv. «minore, meno», secondo il modello di magister «maestro» sentito in rapporto con magis «più»]. Vocabolario Treccani

In questo caso, attenzione, ci salva il latino, perché in latino si dice:

mĭnister, stri, m. e mĭnistra, ae, f.

Huic facinori tua domus ministra esse non debuit, scrisse Cicerone.

Ministra, quindi, è esatto.

Chirurgo

chirurgo s. m. (f. –a) [dal lat. tardo chirurgus, gr. χειρουργός; v. chirurgia] (pl. –ghi, meno com. –gi). Vocabolario Treccani

Anche l’edizione del gennaio 1986 del dizionario Zanichelli che possiedo riporta il termine sia al maschile sia al femminile. Con questa parola hanno fatto la scoperta dell’acqua calda.

Avvocato

avvocato s. m. (f. –éssa o -a) [dal lat. advocatus, propr. part. pass. di advocare «chiamare presso», nel lat. imperiale «chiamare a propria difesa», e con uso assol. «assumere un avvocato»]. Vocabolario Treccani

In questo caso, anche se avvocata suona male, credo sia giusto. In latino, come ci fa notare il Treccani, advocatus, e quindi advocata, è un aggettivo. Quello che non si capisce, però, è perché si vuol dire avvocata preferendola a avvocatessa, ma professoressa e studentessa restano. Misteri della mente umana.

Presidente e senatore

Nel primo caso il termine proviene da un participio presente latino:

presidènte s. m. (f. invar. o –éssa: v. in fondo alla voce) [dal lat. praesĭdensentis, part. pres. di praesidere «presiedere»]. Vocabolario Treccani

Quindi, come possiamo vedere, è invariato. Presidentessa viene usato in modo scherzoso. Lo stesso discorso vale per altre figure professionali come dirigente, assistente, ecc.

Nel secondo caso, tutti i termini che finiscono in -ore, hanno il corrispettivo suffisso in -trice, quindi avremo senatrice, direttrice, curatrice, restauratrice, ecc. Sono parole che esistono da sempre.

Prefetto

prefètto s. m. [dal lat. praefectus, propr. «preposto, messo a capo» (der. di praeficĕre, comp. di prae «avanti» e facĕre «fare»)]. Vocabolario Treccani

Stesso discorso per sindaco. È maschile, anche in latino. Non vedo nessun problema a dire “il prefetto Clara Rossi”.

Ingegnere

ingegnère s. m. (f. –a, raro) [der. di ingegno, nel sign. di «congegno»]. Vocabolario Treccani

Termina con la “e”, quindi può essere maschile o femminile. Io mi chiamo Daniele e non è certo un nome da donna. Si potrebbe benissimo dire la ingegnere. Però, dal momento che diciamo infermiere e infermiera, portiere e portiera, banchiere e banchiera, allora, concedo, possiamo dire ingegnera.

Il caso dei nomi denominali

Ossia nomi creati a partire da altri nomi. In questo caso si tratta dei nomi di agente:

Il significato espresso dai nomi di agente denominali è riconducibile alla parafrasi «persona che svolge un’attività connessa con il nome di base». Vocabolario Treccani

E, tra i vari suffissi, c’è quello in -iere.

La guardia giurata e la sentinella: uomini al femminile

Strano come certi personaggi politici non si siano accorti della presupposta “connotazione femminile” attribuita all’uomo in queste mansioni. Ma, come si dice da tempo, ognuno tira l’acqua al proprio mulino, no?

Tanti anni fa ho cercato di lavorare come guardia giurata, ma vi assicuro che la mia virilità non ne ha risentito minimamente.

In 5 mesi di corso come allievo ufficiale sono stato una sentinella per 13 volte, eppure non mi sono mai sentito femminile né la mia fidanzata dell’epoca ha notato in me strani comportamenti o atteggiamenti.

E se proponessi il guardio giurato e il sentinello? Mi ritengo più intelligente di certi personaggi per fare una proposta ridicola e indecente come questa.

Sentenza nei confronti della lingua italiana

Imputata

Art. 61 bis c.p. per aver discriminato il genere femminile con la creazione di vocaboli prettamente maschili.

Svolgimento del processo

All’udienza del giorno 30/07/2014 venivano esaminate le prove semantiche e etimologiche dalla difesa.

Il Giudice assolve l’imputata per il reato di cui all’art. 61 bis c.p. perché il fatto non sussiste.

Così è scritto e così è deciso.

36 Commenti

  1. Salvatore
    29 luglio 2014 alle 06:41 Rispondi

    Determinare sessualmente i sostantivi, nella nostra lingua, è secondo me un atto precisamente sessista. Abbiamo la fortuna di avere una lingua in cui non serve ogni volta indicare il maschile o il femminile. Eppure, per ignoranza, stiamo facendo la guerra a questo aspetto. Se in italiano si parla di “sindaco”, cos’è più importante? Specificare se il “sindaco” sia maschio o femmina (sindaca) o indicarne la sostanza (c’è un motivo se si chiamano sostantivi) cioè che sia davvero un sindaco? Forse è a causa del vuoto di contenuti (cioè di sostanza) che sentiamo la necessità di specificarne il genere. Quello che ci dovremmo chiedere invece è: che il “sindaco” sia maschio o femmina cambia la sostanza?
    Secondo me è tutta una m**** uguale, maschi o femmine che siano, quando si tratta di politici.

  2. Seme Nero
    29 luglio 2014 alle 07:11 Rispondi

    È un’altra faccia dell’inutile politically correct. Una falsa apertura al genere femminile, solo di facciata.
    Concordo con Salvatore.

    • Daniele Imperi
      29 luglio 2014 alle 13:06 Rispondi

      La correttezza politica l’ho sempre trovata ridicola e limitante per la libera espressione dell’individuo.

  3. Licia
    29 luglio 2014 alle 12:53 Rispondi

    Temo che il dibattito sul sessismo linguistico sia troppo connotato ideologicamente e politicamente e soprattutto sia incentrato esclusivamente sul genere femminile per nomi professionali e istituzionali “alti”, partendo dal falso presupposto che siano l’eccezione anziché la regola. Qualche osservazione in Genere grammaticale, naturale e sociale.

    • Daniele Imperi
      29 luglio 2014 alle 13:05 Rispondi

      Ti commento qui il tuo post, ché da te non è possibile. Quel giornalista non sa scrivere, perché avrebbe potuto dire:

      “Ieri sono andato a fare un giro in un carcere e mi ha accompagnato la direttrice del penitenziario, seguita da altre due donne, una guardia e una rappresentante dei sindacati”.

      Esiste il termine “direttrice” e “rappresentante” si mette al femminile con l’uso dell’articolo.

      • Licia
        29 luglio 2014 alle 14:31 Rispondi

        Secondo me l’esempio è rilevante non tanto per come è scritto l’articolo ma perché citandolo la più nota esperta italiana di sessismo linguistico si contraddice proprio sulla rilevanza della morfologia, dimostrando che genere naturale e genere grammaticale non andrebbero confusi.

        (commenti chiusi su post più vecchi per troppo spam, però sono aperti in Donne e grammatica)

  4. mk66
    29 luglio 2014 alle 13:19 Rispondi

    Lavorando in Serbia e dovendo scrivere in inglese, non mi sono mai posto il problema (parlo del “he or she”, che è fondamentale a meno di non poter essere sostituito da un generico “you”, cosa purtroppo non sempre possibile).
    Tornato in Italia, ho notato diversi manifesti politici/sindacali/quello_che_è che cominciavano con “Lavoratrici e Lavoratori” (rigorosamente con le L maiuscole) e si disperdevano nei meandri dei loro contenuti di parte.
    Non capisco davvero il problema: dopo anni e anni di insegnamento che certi nomi, per quanto maschili, di fatto comprendono anche le donne, insegnamenti che sono stati appresi sia da me che dai miei compagnI e dalle mie compagnE di classe, nonché dalle generazioni successive, come si fa a voler rompere una tradizione consolidata (che poi sappiamo benissimo che non verrà mai rispettata) solo per motivi talmente futili da non avere nemmeno una base?
    Mi ricordo diversi anni fa, quando era uscita una legge per la quale tutte le donne maggiorenni dovevano essere chiamate “signora” e non “signorina” (all’epoca pare che la promozione di tale legge risultasse dal fastidio di qualche politica, stufa di sentirsi chiedere sempre “signora o signorina?”, o almeno questo era il senso delle battute che giravano, oltre a quella del commesso che chiedeva alle clienti l’età per sapere come rivolgersi loro)
    A dirla tutta, assistendo a questi eventi mi aspetto una successiva deriva in direzione opposta, sulla base della quale i nomi diventeranno tutti al femminile e si lamenteranno poi i maschi che sono discriminati: penso che nel mio caso, ingegnere è di fatto bivalente o facilmente ritrasformabile da ingegnerA a ingegnerE, ma mi aspetto qualcosa di strano sulla base di professorA e professorESSO… ;-)

    Possibile che non ci siano sistemi migliori per garantire realmente una parità tra uomini e donne? O forse dovrei dire tra maschi e femmine umani, che anche dire “uomini” nel senso generale potrebbe diventare illegale? :-)

    • Daniele Imperi
      29 luglio 2014 alle 13:40 Rispondi

      Anche sul signorina e signora ci siamo resi ridicoli, infatti. Ma ti pare che adesso chiamo “signora” una ragazzetta di 18 anni? Ma siamo seri.

      Guarda, secondo me il sessisimo non si combatte sulle parole, che hanno radici antiche e anche consolidate come hai fatto notare. Inoltre avrei da ridire parecchio sul sessismo promosso dalle donne. Ti faccio degli esempi:

      – esiste l’associazione italiana donne medico, ma non esiste il corrispettivo per uomini medici.
      – Esiste Donna avventura, ma non c’è Uomo avventura.

      Ora mi chiedo: ma vediamo la discriminazione solo quando ci pare?

    • Chiara
      29 luglio 2014 alle 14:38 Rispondi

      Sul signora e signorina avevo sentito una motivazione differente. Dal momento che il termine “signorina” aveva anche un’implicazione legata alla “purezza” della ragazza, non regge più in un tempo in cui il matrimonio avviene comunque più in là negli anni. Se si seguisse tale logica, tuttavia, a momenti dovremmo chiamare “signora” anche le tredicenni…

      P.S. Ho quasi 33 anni e il “signora” ci sta bene, anche se non sono sposata ma convivo. Mi da però fastidio il fatto che sul lavoro, a parità di ruolo e di titolo di studi, il mio collega è chiamato “dottore” e io “signora”.. questo secondo me è il vero sessismo. Per non parlare di quanto spunta il termine “segretaria”. Mi incavolo da morire.

      • Severance
        29 luglio 2014 alle 20:27 Rispondi

        “A momenti”???

  5. Chiara
    29 luglio 2014 alle 13:43 Rispondi

    Mi sono divertita molto a leggere questo articolo: complimenti! :)

    Una piccola curiosità: in arabo si coniugano anche i verbi sulla base del sesso di colui che compie l’azione. Lui guarda si dice in un modo e lei guarda in un altro…

    Quando giocavo a calcio nella squadra della scuola, venivo definita “terzino”, maschile. Nemmeno la mia femminilità è mai stata compromessa, né dalla parola in sé né dal tipo di sport che mi piaceva praticare.

  6. Chiara
    29 luglio 2014 alle 13:45 Rispondi

    p.s. tornando all’arabo, noterete questo:
    lui guarda = لوي غواردا
    lei guarda = ليو غواردا
    Il verbo femminile è più corto. Anche questo, forse, è sessismo :D

  7. Giovanna
    29 luglio 2014 alle 15:37 Rispondi

    Caro Daniele, ho trovato molto interessante questo tuo articolo. Vivo e lavoro da anni in Austria, dove, come del resto in tutta l’area di lingua tedesca, il problema ha assunto già da parecchio tempo dimensioni che definirò grottesche per evitare una parolaccia. Non avevo letto l’articolo a cui fai riferimento, e quindi non sospettavo che anche in Italia esistesse questa tendenza legata a certa ideologia del “politicamente corretto”, come è stata definita giustamente sopra. Comunque, come dicevo, qui questa tendenza di falsa apertura e tolleranza in salsa buonista esiste da tempo. Se tu definisci impronunciabili le soluzioni italiane con l’asterisco, non sto a dirti quanto lo sono quelle tedesche. Ormai non si può più citare alcuna categoria senza omettere il femminile (ovviamente preposto), il che nel tedesco vuol dire raddoppiare la lunghezza di un testo. Tanto per dire, sotto le elezioni in campagna elettorale, i vari esponenti dei partiti quando parlano degli elettori devono dire sempre “Wählerinnen und Wähler”, elettrici ed elettori, “Österreicherinnen und Österreicher”, austriache ed austriaci, ma quando dico sempre, intendo ad ogni occorrenza. E guai a chi critica. Io lavoro per il settore pubblicitario e non passa giorno in cui non debba spiegare che “cara consumatrice e caro consumatore” in italiano non suona. Qui il linguaggio femminista la fa da padrone in tutti gli ambienti universitari e politici, hanno addirittura modificato l’inno nazionale (!!) perché parlava di figli della Patria, e non di figlie. Scusa lo sprolocquio, ma l’articolo è capitato a fagiolo e su questo argomento ci si potrebbe scrivere un libro!

    • Daniele Imperi
      29 luglio 2014 alle 16:38 Rispondi

      Grazie Giovanna,

      quindi tedeschi e austriaci stanno messi peggio di noi…

      Ma esisteva prima un termine generico per elettori? Potrebbero risolvere scrivendo “Caro popolo austriaco” :D

      La modifica dell’inno è veramente vergognosa… per fortuna non abito là, altrimenti avrei passato le mie giornate a provocare.

      Grazie per il contributo ;)

  8. franco zoccheddu
    29 luglio 2014 alle 16:24 Rispondi

    Ho assistito quasi in prima persona al travaglio di una giovane donna, durato una quantità di ore che, psicologicamente parlando, si potrebbe definire infinita.
    Tutto questo blaterare su sessismo e compagnia, è vero: ridicolo!
    Ho due figli, la mia vita.
    “Partorirai soffrendo”. Okay.
    Ho quarantanove anni, sono abbastanza equilibrato e… vogliamo dire, ormai, scafato dei fatti della vita? Ebbene, mi dispiace che l’umanità vada avanti attraverso un dolore così intenso.
    Mi sento in colpa, pur non avendo (forze) quella colpa.
    Il dolore ha svuotato quella ragazza.
    Però è vero: discorsi assurdi. E’ che mi sembrano niente rispetto a quello che le donne devono sopportare per metterci al mondo.
    Ma, in definitiva, hai ragione e sto con te.

    • Daniele Imperi
      29 luglio 2014 alle 16:39 Rispondi

      Penso che tu abbia dato il giusto peso a questo problema inesistente, Franco.

  9. LiveALive
    29 luglio 2014 alle 17:23 Rispondi

    Io l’uso dell’asterisco non l’ho mai visto, piuttosto ho visto la @ per fare a e o assieme (sì, i supermercati mi pagano la provvigione).

    Daniele, circa un anno fa ho visto un documentario struggente sulla vecchiaia di Saramago (sì, quello che Harold Bloom considerava l’ultimo titano della Letteratura). Era inserita lì la famosa intervista in cui il giornalista chiama Pilar “presidente”, e lei prende a dargli dello scemo. Voleva essere chiamata “presidenta”, forma che viene usata anche nelle mail che invia la sua associazione. Lei dice che è corretto perché se la forma non esiste è solo perché una volta le donne non potevano coprire la carica. Non so che ne pensasse José…

    Non so, a me sta roba sa tanto di “neolingua”. È roba da rito nazista… Sai, no? Quando prendevano i giovani e gli facevano bruciare le corone di non-so-che-pianta, o quando gli facevamo ripetere strane preghiere relative alle rune… Perché lo facevano? Perché era strano, anormale; ma se si abituavano così a fare automaticamente cose anormali, allora alla fine non discutevano se dovevano bruciare un ebreo.
    Qui mi pare la stessa cosa: ti abituano a non discriminare già dall’uso della lingua. Ma mi chiedo: è cosa davvero utile? Siamo sicuri che la mentalità si cambi così, o che un uomo discrimini una donna solo perché abituata a parlare al maschile? Forse sarebbe meglio pensare a intervenire in altri campi…
    la lingua serve anzitutto per comunicare, e per tale scopo è necessario che sia condivisa. Ecco perché credo sia meglio lasciarla evolvere da sola, senza ragionare su come dovrebbe essere: non è sempre logica, è vero, ma se ci sforziamo di renderla tale alla fine non abbiamo più la lingua condivisa che abbiamo sempre parlato, ci si divide tra chi continua a parlare la neolingua perfetta e chi quella classica… Non ha senso, è fantascienza.

    cioè, voglio dire, fratelli d’Italia? Ma stiamo scherzando? Il primo ritornello fratelli d’Italia, il secondo sorelle d’Italia. No, aspetta, così mettiamo sempre gli uomini per prima, bisogna risolvere… “consanguinei d’Italia”? Parenti d’Italia?

    • Daniele Imperi
      29 luglio 2014 alle 17:59 Rispondi

      Presidenta? Sta fuori quella :)

      Infatti il punto è che, se vuoi discriminare, lo fai anche se cambi la lingua. E poi se anche la cambi, c’è chi, come me, se ne frega.

      Non fare l’esempio del nostro inno, se no davvero qualche politico idiota pensa a cambiarlo :D

        • Daniele Imperi
          29 luglio 2014 alle 18:36 Rispondi

          Purtroppo non posso commentare, ma è pura follia. Fratelli indica anche le donne. Punto.

          Ma soprattutto l’Inno non si tocca.

      • Nani
        30 luglio 2014 alle 04:07 Rispondi

        Ma infatti non e’ la lingua in se’, e’ la struttura mentale che e’ forgiata in questo modo, diciamo. E siamo onesti, ma cosa ci cambia se ci viene spontaneo caratterizzare una specie o una professione con il genere maschile invece che col femminile?
        Io insegno italiano a stranieri e mi rendo conto che, per come mi e’ stata insegnata la mia lingua, trovo ordinato procedere per categorie: masch. – femm.; pl. masch. – pl. femm.; in inglese questa cosa non ha senso, ma semplicemente perche’ loro non sono vincolati a categorie basate cosi’ rigidamente sul masch e femm. (Anche se, ad esempio, un “baby” generico, che dovrebbe essere neutro, per loro e’ invece femm, come anche gli animali e certe cose).
        Ma, alla fine, cosa cambia? Nell’uso della lingua niente. E’ nella considerazione delle persone che bisogna lavorare. Perche’ e’ vero che se io cerco lavoro – e non solo in Italia – adesso che ho figli a carico e marito, vengo ignorata, mentre se lo cerca un uomo con la mia stessa professionalita’ viene considerato di piu’. Ma anche qui, le implicazioni di un simile discorso vanno al di la’ di mere questioni culturali o ideologiche.
        Visto che si parlava di Austria e Germania, diro’ che almeno in Germania c’e’ una seria politica contro la discriminazione dei sessi e non solo linguisticamente parlando: incentivi alle madri per tornare al lavoro (non per restarsene a casa con i pargoli!), posti nelle aziende e negli istituti di ricerca che devono essere assegnati solo a donne (cosa che a me fa storcere un po’ il naso, perche’ se per quel posto si presentano un uomo super in gamba e una donna calzetta, il posto deve essere dato alla donna). Poi, onestamente, non ho fatto caso al femm. o masch. usato in giro.
        In ogni caso, a me viene da pensare che l’effetto discriminatorio e’ meno evidente utilizzando un “presidente” per entrambi i sessi: uomo e donna hanno la stessa preparazione e la stessa professionalita’, tanto che saperne il sesso non fa differenza.

        Poi, sono punti di vista…

        • Daniele Imperi
          30 luglio 2014 alle 07:49 Rispondi

          Non ci cambia niente, infatti.

          Fai bene a insegnare l’italiano in quel modo, perché maschile e femminile vanno declinati in modo differente.

          In inglese non ha senso, certo. Io però ho studiato norvegese e loro hanno anche il neutro. E pensa una cosa: un termine femminile può avere anche un articolo maschile, se non ti ricordi che quella parola è femminile. Così è corretto scrivere “ei jente” (una ragazza), ma lo è anche scrivere “en jente”. Mentre “en gutt” (un ragazzo) si scrive solo così e non puoi metterlo al femminile. Così come le parole neutre vanno sempre al neutro. E non credo che una bella fanciulla norvegese si senta defraudata della sua femminilità se la chiamano “en jente”.

          Sul lavoro hai ragione. E se sei precaria – quindi gli inutili contratti di collaborazione – e resti incinta, perdi il lavoro. Punto.
          Ma sul lavoro la colpa è anche dello Stato. Se una donna va in maternità, l’azienda deve pagare lo stipendio a lei e al sostituto. Non so quanto spetti allo Stato pagare… Ma fare figli, in un paese normale, dovrebbe essere premiato, non condannato.

          Sui posti di lavoro solo per donne anche io storco il naso, in un certo senso. Che tipi di lavoro sono?

          • Nani
            30 luglio 2014 alle 10:51

            Beh, questa del posto della percentuale delle donne da assumere e’ in tutti i posti di lavoro credo. Per certo, nella ricerca e nelle universita’.

  10. Severance
    29 luglio 2014 alle 20:42 Rispondi

    “Gente d’Italia (ma non odiamo gli immigrati, anche se insomma…) L’Italia s’è desta. Dell’elmo di Scipio non bellico ma solo preventivo s’è cinta la testa Dov’è la vittoria le porga la chioma (o la testa nel caso dei calvi) che lavoratrice a tempo indeterminato di Roma o altro Comune sopra i 10.000 abitanti Iddio ma una qualuqnue forza cosmica associabile a una direttrice di morale comunitaria la creò”

  11. dramaqueen
    29 luglio 2014 alle 21:06 Rispondi

    In inglese, uso sempre “he or she” e anche “his or her”, perché leggo quasi che sempre che gli inglesi o americani scrivono in questo modo.
    Per quanto riguarda l’italiano, a me non disturba affatto essere definita una (quasi) ingegnere. A me basta che passi nella mentalità comune l’idea che anche le donne possono svolgere certe occupazioni (ingegnere, sindaco, ministro). L’uso del termine, sinceramente, mi sembra irrilevante. Non è quello che esprime il sessismo, ma il modo in cui lo si usa.

    • Daniele Imperi
      30 luglio 2014 alle 07:31 Rispondi

      Concordo, è il modo in cui usi quei termini. Però trovo pesante scrivere “he or she”, davvero.

      • dramaqueen
        30 luglio 2014 alle 20:30 Rispondi

        Sì, è vero, infatti cerco sempre di “rigirare” la frase in modo da non dover usare il pronome di terza persona

  12. dramaqueen
    29 luglio 2014 alle 21:08 Rispondi

    C’è un “che” di troppo nella prima frase.
    Intendevo dire: “leggo quasi sempre che gli inglesi scrivono in questo modo” :)

  13. Lisa Agosti
    30 luglio 2014 alle 08:40 Rispondi

    Anche a me dà fastidio leggere “he” e “she” che cambiano in continuazione, mi distrae dalla lettura, però credo non sia un problema solo degli inglesi. La questione diventa anche “nostra” nel momento in cui scriviamo un romanzo con l’ambizione che venga tradotto in altre lingue. Quindi, più che problema loro, lo definirei un problema dei traduttori ;)

    • Daniele Imperi
      30 luglio 2014 alle 11:14 Rispondi

      Perché dobbiamo preoccuparci della traduzione? In un romanzo se usiamo lui o lei è perché sono rivolti a un uomo o a una donna. Se usiamo il maschile al plurale per indicare uomini e donne, beh, problema dei traduttori, non certo mio :)

  14. Nereia
    30 luglio 2014 alle 10:15 Rispondi

    Onestamente? Non mi sono mai posta il problema e sono una donna. Forse, anzi probabilmente, avendo frequentato il liceo classico so più o meno da dove derivano le parole e, quindi, se non esiste il femminile non me ne importa proprio un fico secco. Questa cosa del sessismo linguistico l’ho affrontata all’esame di antropologia, all’università, e già allora mi era sembrata un’idiozia. Tra l’altro, la teoria di questi due studiosi (di cui, ovviamente, adesso che serve non ricordo il nome) veniva bellamente sbugiardata dall’autrice del libro di testo (che aveva però tantissimi altri difetti, ma so’ dettagli), presentando più o meno le argomentazioni che presenti tu e, anche lei, è una donna. Insomma, è ridicolo. Che si fa, allora, si cambia la finale del nome Andrea perché altrimenti, sebbene il significato della parola originale greca, sembra un nome femminile e gli uomini villosi potrebbero risentirsi? Ma per piacere. E concordo con te, quel tutt* non si può né guardare né pronunciare.
    Mi sembra che, con l’avanzare del tempo, la gente si rincretinisca con questa storia di piazzare il politically correct dovunque, anche laddove non è necessario.
    Insomma, tutto questo per dire bell’articolo :)

    • Daniele Imperi
      30 luglio 2014 alle 11:18 Rispondi

      Ecco un’altra classicista :)

      Andrea, poi, in spagnolo è femminile, se non sbaglio. Quindi problema serio, cacchio :D

      E cambiamo anche Isaia, Luca e chissà quanti altri.

      Con il “tutt*” credo abbiano toccato il fondo.

      E concordo in pieno: stanno creando un popolo di rincretiniti con questa storia del politically correct a tutti i costi. Vedono discriminazione ovunque e fra poco pubblicheranno un Dizionario delle parole proibite.

      Grazie per aver apprezzato l’articolo :)

  15. Marco
    11 agosto 2014 alle 03:49 Rispondi

    Avvocatrice e senatoressa non vi piacciono? Se no facciamo come i bimbi all’asilo che dicono che il sindaco è maschietto e il prefetto è femminuccia?

    • Daniele Imperi
      11 agosto 2014 alle 11:01 Rispondi

      Avvocatrice e senatoressa non è che non piacciano, è che non esistono. C’è il termine avvocata o avvocatessa e senatrice, poi, perché senatoressa? I maschili che termine in “tore” hanno il femminile in “trice”.

  16. Per una scrittura politicamente scorretta
    13 gennaio 2015 alle 05:00 Rispondi

    […] la comunicazione meno immediata e allungando il brodo con parole inutili. Si parla anche di sessismo linguistico nella lingua italiana, di cui ho già scritto e che ritengo semplicemente assurdo. Il sessismo esiste se vogliamo farlo […]

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