Il self-publishing svecchia l’editoria?

Il self-publishing svecchia l'editoria?

C’è una battaglia che sembra senza fine fra l’editoria tradizionale e il self-publishing, la stessa battaglia scoppiata fra libro cartaceo e ebook. Scrittori, editori e lettori sono divenuti improvvisamente guerrafondai, quando dovrebbero essere semplicemente portatori di cultura.

L’editoria è un sistema vecchio, che si fonda su vecchie regole e promuove vecchi nomi. Il self-publishing è un sistema innovativo, che si fonda su autonomia e intraprendenza e promuove nomi nuovi.

Dove il primo sistema ristagna, il secondo fiorisce. A questo punto mi sono domandato: il self-publishing può svecchiare l’editoria classica?

C’era una volta l’editore?

Per molti scrittori moderni il self-publishing è diventato un vero addio all’editoria. Il mercato stesso del self-publishing si sta ingrandendo e sono sempre più, specialmente all’estero, gli scrittori indipendenti.

L’editoria classica sta andando verso il tramonto? Diventerà storia? Credo di no e per una serie di motivi. Non tutti hanno l’animo imprenditoriale, non tutti sono in grado di autopubblicarsi, non tutti amano darsi all’avventura.

Pubblicare con l’editoria tradizionale resta una scelta automatica per molti scrittori, l’unica a disposizione. Il self-publishing, però, esiste e continuerà a esistere.

Due strade, due obiettivi

Non vedo l’editoria classica e il self-publishing come due antagonisti, ma come due scelte che dipendono dagli obiettivi dello scrittore. Sono due strade da percorrere e, come ho avuto già modo di dire, a me interessano entrambe e consiglio di provarle.

Soltanto quando si sono percorse queste due strade potremo dire – e neanche allora, forse – quale sarà la strada giusta e adatta a noi. Perché forse? Perché il successo di una pubblicazione non dipende, secondo me, dal tipo di editoria che si sceglie.

Per me la scelta fra editoria tradizionale e self-publishing dipende dal progetto che ho in mente.

Il fai-da-te di qualità

Non dobbiamo vedere il self-publishing come un modo artigianale di fare editoria. Di sicuro c’è self-publishing amatoriale, rozzo, arrangiato, senza qualità. Così come esistono opere amatoriali, rozze, arrangiate, senza qualità pubblicate da editori.

Quando parlo di indipendenza nell’editoria mi riferisco sempre a ebook di valore e per me sono di valore quando c’è stato editing professionale, quando la storia è valida, quando la copertina è professionale, quando l’intero ebook è un vero prodotto commerciale.

Scrittori più preparati

L’imprenditoria editoriale per i nuovi scrittori, per gli scrittori del XXI secolo, consente una maggiore preparazione, secondo me. Chi si dedica con attenzione e cura al self-publishing affronterà con più responsabilità e coscienza l’editoria tradizionale.

Quello che credo è che potrà nascere una più intensa e partecipativa collaborazione fra editore e scrittore. Non più due figure separate nella realizzazione del prodotto-libro, ma due pilastri che ne sorreggono la struttura.

2 tweet a caso sul self-publishing

Ho letto due tweet la settimana scorsa su cui vorrei riflettere, perché non mi trovo d’accordo su quanto scritto dagli autori.

Il self-publishing è un vino annacquato

Possiamo dire quasi con certezza che un romanzo pubblicato da Mondadori di un autore famoso venderà più copie del mio primo ebook autoprodotto. Dico “quasi” non per scarsa modestia, ma perché nessuno può predire il futuro.

Non ho i mezzi di un colosso dell’editoria, quindi parto svantaggiato. Però l’affermazione di quel tweet è errata, perché si basa su una generalizzazione abbastanza radicata, quella che ha creato l’equazione: self-publishing = spazzatura.

Non esiste, nell’editoria, un Chianti o, meglio, possiamo trovarne sia nell’editoria classica sia nel self-publishing.

Editoria tradizionale o self-publishing?

Perché devo far morire l’una o l’altro? Quando c’è scelta, ci sono democrazia e libertà. Quando la scelta manca, c’è una cosa chiamata monopolio. È davvero necessario fare quella scelta?

Chi buttare dalla torre?

Se mi chiedessero cosa butterei giù dalla torre tra l’editoria tradizionale e il self-publishing, risponderei entrambi. Prenderei a calci nel sedere quei semianalfabeti che pubblicano robaccia tramite piattaforme print on demand e affini, come randellerei volentieri gli editori che potrebbero lanciare autori davvero in gamba anziché fossilizzarsi sulla Littizzetto di turno. Alessandro Cassano in Su festival letterari ed altri obbrobri.

Possiamo dargli torto? Io no. Ma queste parole fanno riflettere, perché se c’è qualcuno che può davvero svecchiare l’editoria, quello è lo scrittore moderno, il vero scrittore, però, non colui che crede di esserlo.

Si può combattere contro i soliti nomi che vengono pubblicati perché portano vendite, si può distruggere questo status svecchiando un sistema troglodita, per quanto radicato. Il self-publishing, che non è ciò che molti credono essere – ma di questo parlerò la prossima settimana – può svecchiare l’editoria, perché rappresenta un’editoria moderna e all’avanguardia.

Chi buttate dalla torre?

Fareste davvero una scelta drastica? Il self-publishing, secondo voi, ha la possibilità di rinnovare l’editoria tradizionale?

Categoria postPublicato in Editoria - Data post30 ottobre 2013 - Commenti41 commenti

DanieleDaniele Imperi

Sono blogger e web writer e scrivo e leggo ogni giorno. Oltre a Penna blu, ho creato e gestisco i siti su Cormac McCarthy e Edgar Allan Poe. Leggi di più nella mia biografia.

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Commenti
  • Fabrizio Urdis 30 ottobre 2013 at 08:04

    Ciao Daniele,
    quest articolo mi interessa particolarmente perchè in questo periodo sto lavorando per pubblicare attraverso il self-publishing il mio primo romanzo.
    L’auto pubblicazione non è nient’altro che un’altra via, un’opportunità in più.
    Nel mio caso preferirei di gran lunga che una casa editrice prendesse il mio manoscritto e ne facesse il best seller dell’anno, contrattasse la vendita di diritti per una decina di film mentre io a casa mi preoccupo solo di lavorare al mio prossimo romanzo.
    Purtroppo non è così e allora mi sono detto che forse era meglio darsi da fare, visto che credo molto nel mio libro.
    Ho letto in alcuni siti recensioni critiche e anche molto sarcastiche su degli autori che indubbiamente avevano scritto dei lavori di scarsissima qualità.
    Malgrado ciò non trovo giusto un simile atteggiamento, questi lavori vanno analizzati e recensiti con occhio spietatamente critico ma essere sarcastici mi sembra una sorta di cattiveria gratuita.
    La maggior parte dei libri autopubblicati saranno scritti male perchè il self-publishing permette a chiunque e senza alcun investimento di trasformare la lista della spesa in un libro.
    Il problema non è tanto che i libri in questione non siano stati sottoposti a editing, quella è giusto la cilieggina sulla torta, se Shakespeare non avesse saputo usare la punteggiatura le sue opere sarebbero comunque dei capolavori, ma se il più bravo dei letterati non ha nulla da dire non c’è niente da fare.
    Il problema è che i bravi scrittori sono rari.
    Se osserviamo il fatto che anche le case editrici considerate serie hanno pubblicato opere ridicole perché si è così “scandalizzati” dagli orrori scritti da un debuttante e soprattutto perchè si continua a considerare l’editoria tradizionale come l’editoria seria?
    Credo che, soprattutto con l’imporsi di internet, l’editoria tradizionale più che svecchiarsi subirà una trasformazione radicale.

    • Daniele Imperi 30 ottobre 2013 at 12:43

      Concordo con te, Fabrizio. Si preferisce più andare contro lo scrittore che si autopubblica che contro quello pubblicato da un editore, a prescindere dalla qualità del libro.

  • Attilio Nania 30 ottobre 2013 at 09:57

    L’editoria di per se’ non esiste. Non e’ una cosa fisica, e’ solo un meccanismo. Le cose fisiche e reali sono i lettori, i libri, gli scrittori e gli stampatori. Perche’ un libro deve essere scritto, stampato e poi letto. Puo’ cambiare il meccanismo, ma queste cose devono rimanere.
    Nel caso degli ebook essi non vengono stampati, ma devono comunque essere memorizzati in un supporto fisico (avete idea di quanto sia grande l’archivio di Amazon?) quindi, almeno concettualmente, non cambia molto.
    Allora dove sta la differenza tra quella che definiamo editoria tradizionale e il self publishing?
    E’ molto semplice: nell’editoria tradizionale ci sono un sacco di persone che non scrivono, non stampano, non leggono, eppure guadagnano un sacco di soldi. Queste persone sono dei parassiti dell’arte che, fortunatamente, in tempi brevi sono inesorabilmente destinate a sparire.
    Ma non e’ una vittoria, non e’ il risultato di una guerra. E’ solo l’adattamento di un meccanismo. Non ci sara’ nessuna tragedia, perche’ i libri, i lettori, gli scrittori e gli stampatori continueranno a esistere.
    Gli unici veri problemi, a mio avviso, sono quelli che ho elencato nel post sul liberismo editoriale.

    • Daniele Imperi 30 ottobre 2013 at 12:46

      Vero che sono solo meccanismi, ma quali sono queste persone che definisci parassiti?

  • Ciccio Rigoli 30 ottobre 2013 at 11:00

    Mi accorgo di essermi espresso male, e mi scuso. Non intendo assolutamente dire che il self publishing è spazzatura, anzi! Mi sono espresso diverse volte in questo senso, mi pare giusto precisarlo ancora una volta. Quello che intendevo dire è che l’editoria tradizionale (Il Chianti, ma inteso come marchio e non come qualità) non può aver paura del vino che fa mio padre. C’è spazio per tutti e uno non esclude l’altro. Posso trarre piacere dal bere un Chianti? Certamente! Posso trarre piacere dal vino autoprodotto da mio padre? Certamente! Come anche può darsi che dietro l’etichetta Chianti si nascondano dei vini indegni e che sanno di tappo, e che da un piccolo produttore artigianale vengano fuori dei capolavori. Ecco, questo era il mio pensiero, poi ovviamente in un tweet ma soprattutto in una battuta capita a volte che si venga travisati perché ci si è espressi male. Spero di essere riuscito a chiarire.

    • Daniele Imperi 30 ottobre 2013 at 11:09

      Ciao Ciccio, nessun problema. Anzi, non intendevo che avevi ritenuto spazzatura il self-publishing, altrimenti avresti ritenuto spazzatura il vino fatto in casa da tuo padre, come accennato nel tuo tweet :)

      Grazie della spiegazione e benvenuto nel blog. Concordo, a questo punto, con l’analogia che fai sul Chianti.

  • Valeria 30 ottobre 2013 at 11:10

    Personalmente credo che nel mondo editoriale ci sia molto da rivedere e riassestare.
    Semplifico all’osso come la vedo: se sei già qualcuno pubblichi, se non sei conosciuto è molto, molto difficile che tu possa pubblicare e allo stesso è molto facile che tu sia preda di coloro che ti promettono la pubblicazione facile. Allora mi chiedo: chi è già qualcuno, ma qualcuno nel vero senso della parola, come si è fatto le ossa?
    So di certo che ci sono persone che scrivono benissimo, ma scrivono solo sul web oppure hanno optato per l’autopubblicazione. Sono libri che leggo e che gusto con reale gioia, ma… Personalmente, pur sognando e lottando ogni giorno per vedere il mio pseudonimo (Ah, potrei parlare anche di questo… Ma non lo farò in questa sede!) sulla copertina del libro scritto da me, in bella vista negli scaffali di una libreria, credo che non farei ricorso all’autopubblicazione perché per me vorrebbe dire qualcosa come essere disposta a tutto pur di trasferire su carta il mio scritto. E non lo sono. Voglio meritarmi la pubblicazione, voglio lottare per averla, e qua bisognerebbe parlare del riassestamento a cui accennavo all’inizio, ma non sono disposta a pubblicare a qualsiasi costo.
    I propri scritti sono “quasi come un figlio” per chi scrive, lo sono per me, eppure… No, piuttosto di autopubblicare le mie capacità, le mie potenzialità, preferisco tenerle disponibili solo a me stessa.

    • Daniele Imperi 30 ottobre 2013 at 12:49

      Ciao Valeria, condivisibile quello che scrivi. Ma non vedo il self-publishing come un pubblicare a tutti i costi. Per me almeno non lo è. Gli scrittori pubblicati si sono fatti le ossa in vari modi. Ma io non scelgo, come ho scritto nel post, l’autopubblicazione come alternativa all’editoria tradizionale.

  • Salvatore 30 ottobre 2013 at 11:10

    Personalmente preferirei passare attraverso il filtro – e la professionalità – di un editore. Tuttavia l’idea di provare anche la strada del self-publishing mi attira e probabilmente – quando ti deciderai a pubblicare una guida all’uso per i poveri ignoranti quali io rappresento – tenterò anche quella strada. Perché no? Basta solo cercare d’essere abbastanza onesti con se stessi (assolutamente impossibile) per evitare di pubblicare spazzatura a nostra volta. Il resto è solo lavoro, lavoro, lavoro! Ultimamente mi sto anche dando ai concorsi letterari (cosa che non avevo mai tentato prima) e sono rimasto sorpreso dal fatto che, diversamente dal pregiudizio che covavo, non è affatto una strada sbagliata. Forse questo meriterebbe un’altro post… (ma quanti spunti ti dò ogni volta? Voglio essere pagato!!!). Per rispondere alla tua domanda: dalla torre butterei me stesso! Tanto ho fatto paracadutismo, con la giusta attrezzatura sopravviverei comunque! :)

    • Daniele Imperi 30 ottobre 2013 at 12:51

      Il post è in programma, ma cosa vorresti conoscere di preciso? Sui concorsi letterari ho scritto in altri post, non con articoli dedicati, ma comunque ne ho parlato. Non c’è molto da dire.

      • Salvatore 30 ottobre 2013 at 13:07

        Be’ ad esempio quale dannatissimo programma utilizzare per impaginare e pubblicare. In quali motori o portali inserire il dattilo-elettronico-scritto, se ci sono accorgimenti da adottare sia per la realizzazione del prodotto che per la pugglicazione e poi: l’immagine di copertine? Non ne vogliamo parlare? A chi la rubo, visto che non sò disegnare? Ecc, ecc, ecc… Vabbhé gli spunti ci sono dai. Per quanto riguarda i concorsi letterari avevo letto che ne avevi fatti anche tu, o ricordo male?

        • Daniele Imperi 30 ottobre 2013 at 14:27

          Grazie degli spunti.

          Ho fatto solo concorsi letterari finalizzati a pubblicazione, con Edizioni XII e Delos Books.

  • Lucia Donati 30 ottobre 2013 at 11:44

    Il vero problema è la battaglia. In ogni battaglia ci sono perdenti: da tutt’e due le parti. I due modi di pubblicazione possono e devono esserci, ma io penso che tutt’e due debbano rivedere alcuni aspetti. Soprattutto l’editoria classica deve rivedere le basi con cui agisce oggi. E dare accesso in modo nuovo ai nuovi autori meritevoli. Scegliendo, si auspica, valutatori meritevoli. La vecchia editoria deve pensare a svecchiarsi da sola. Ma dire semplicemente questo non significa granché: il problema è: come svecchiare? Ogni editore avrà in mente un progetto in tale senso (ce l’avranno?).
    Ognuno è libero di scegliere come pubblicare. Io vedo come un altro problema quei piccoli editori che sorgono come funghi e non si sa chi siano: se dovessi pensare (e non ci penso, tranne nel caso conclamato e sicuro di editoria di qualità) di far valutare ad uno di questi un mio libro mi informerei bene su “chi sono” e che garanzie mi offrono: spesso non ce ne sono, di garanzie. Meglio non pubblicare che fare un errore di valutazione. Ed è facile farne. Personalmente non credo che la maggiorparte di questi piccoli editori-funghi sia una soluzione per l’editoria di qualità. Gli editori medi possono essere una soluzione per la pubblicazione, ma anche qui c’è da valutare bene: alcuni sono ottimi. Su selfpublishing e valutazione degli editori ho scritto alcuni articoli sia interni al mio blog sia esterni e qui sarebbe veramente lungo riproporre le tesi esposte. Editoria classica? Quasi sempre i soliti autori, e titoli “da acchiappo il lettore medio”. Che noia mortale. Se l’editoria “seria” vuol continuare a essere considerata tale, secondo me deve cambiare registro. Ho maggior rispetto per l’editore che cerca di avere titoli di valore anche se gli autori non sono ancora conosciuti: di solito sono editori piccoli o medi che fanno un lavoro autentico e serio di scelta. Ho avuto il piacere di incontrare anche questi. Forse proprio da questi editori può venire la spinta a svecchiare, più che dal selfpublishing. Auspico un futuro all’insegna della qualità (che ora non vedo); il “come” sia nella libera scelta di ognuno. Nelle battaglie nessuno vince veramente.

    • Daniele Imperi 30 ottobre 2013 at 12:53

      Mi piace la definizione di editori-funghi :)
      Forse mi hai venire in mente un post. Ci ragiono.

      Concordo che lo svecchiamento potrebbe venire dai piccoli editori.

      • Lucia Donati 30 ottobre 2013 at 14:56

        Ci puoi fare anche una vignetta :) O anche una striscia.
        Funghi che vengono su dal nulla… Funghi che si attaccano agli alberi… Insomma, fai tu.
        Beato te che sai disegnare!
        Riguardo gli editori medio-piccoli che potrebbero aiutare in questo “svecchiamento”, mi riferisco a quelli che fanno un autentico lavoro di ricerca della qualità. Purtroppo molti (lo si vede da chi ci lavora e anche dal catalogo o da altri elementi molto eloquenti) questo non lo fanno, magari perché hanno altri scopi (vedi ,come esempio, interessi personali e basta). Io ritengo che mai come nell’editoria medio-piccola il tempo è giusto giudice della qualità: chi vale andrà avanti. Chi ha qualità, ha futuro. Gli altri sono solo funghi (prima o poi marciscono). (Un’altra vignetta per te, il fungo che marcisce) :)

  • Nadia Lazzarini 30 ottobre 2013 at 11:46

    Ciao Daniele, a me sembra che si stia parlando di nulla: l’editore ha un ruolo riconosciuto che è quello di scegliere e promuovere libri di qualità.

    • Attilio Nania 30 ottobre 2013 at 12:03

      Peccato che gli editori, anche grossi, talvolta siano tanto ignoranti da non sapere nemmeno che cosa sia un genere letterario.
      Ad esempio, Mondadori ha messo su una bellissima mappa in cui “fantasy” e “racconti” sono sullo stesso piano.

      Ma il fantasy e’ un genere, i racconti possono essere di qualsiasi genere!
      Pazzesco, piu’ ignoranti di cosi’!

      Ecco l’adorabile mappa Mondadori, tanto per intendersi.
      http://www.scrivo.me/mappa-generi-letterari/

      • Nadia Lazzarini 30 ottobre 2013 at 12:55

        Infatti considero Editori quelli che fanno realmente il lavoro di cui sopra… Tutto il resto è noia :-)

    • Daniele Imperi 30 ottobre 2013 at 12:57

      Ciao Nadia. Non tutti gli editori pubblicano libri di qualità. Un libro scritto da Totti o da Barbara D’Urso non è di qualità, eppure viene promosso in ogni canale. Ma anche alcune opere di scrittori conosciuti non sono libri di qualità, quindi l’editore non è una garanzia sulla scelta di opere di qualità.

      • Nadia Lazzarini 30 ottobre 2013 at 15:17

        Infatti! Non ho mai detto che i libri di Totti o di Barbara D’Urso (mamma mia, le hanno fatto pubblicare libri?) siano di qualità… ho detto semplicemente che ci sono case editrici che fanno ricerca, che investono su quelli che vengono ritenuti autori bravi, case editrici che fanno il loro lavoro. Ci sono quelle grandi che possono permettersi di pubblicare da Volo a Calvino, ma il problema è un altro… Il problema è che i libri di Volo sono sempre tra i primi in classifica… chiediamoci perché…

        • Salvatore 30 ottobre 2013 at 15:55

          Sono d’accordo, c’è un problema di cattivo gusto generale, senza voler giudicare nessuno per carità. Le case editrici, che sono aziende con la stringente esigenza di fatturare, non fanno altro che adeguarsi. Se vendesse di più la letteratura nobile le case editrici pubblicherebbero solo quella… Poi altro discorso è chiedersi il motivo, o l’origine, del cattivo gusto. Pasolini additava la televisione…

          • Daniele Imperi 30 ottobre 2013 at 16:09

            La cultura va alimentata. La TV che cibo mentale offre? Programmi spazzatura. Che vuoi che legga la maggior parte della gente?

        • Daniele Imperi 30 ottobre 2013 at 16:08

          Sì, purtroppo quella tipa ha pubblicato libri :D
          E mi chiedo anche io perché ci siano certi libri, non quelli di Volo, che non ho mai letto, quindi non ne conosco il livello, ma in genere libri di quello stampo.

  • Alessandro Cassano 30 ottobre 2013 at 13:47

    Fabrizio Urdis
    Ho letto in alcuni siti recensioni critiche e anche molto sarcastiche su degli autori che indubbiamente avevano scritto dei lavori di scarsissima qualità.
    Malgrado ciò non trovo giusto un simile atteggiamento, questi lavori vanno analizzati e recensiti con occhio spietatamente critico ma essere sarcastici mi sembra una sorta di cattiveria gratuita.

    Dato che non specifichi quali siano i siti a cui ti riferisci, ti rispondo sentendomi chiamato in causa. Nel momento in cui un autore cerca visibilità autopubblicandosi, lo fa accettando l’idea che un pubblico potrà leggere le sue opere e commentarle. La scelta di un registro linguistico piuttosto che un altro è compresa nel diritto del lettore di giudicare uno scritto la cui lettura gli è costata denaro e tempo.
    Non c’è cattiveria in questo. Il danno al “sistema” non lo fa il fustigatore di autoruncoli, bensì la gente che scrive recensioni (spesso a pagamento) parziali e positive a prescindere.
    Se parto da una sinossi che mi descrive un libro come “avvincente”, “intrigante” etc. e poi scopro che potrebbero venderlo in farmacia come lassativo, non vedo perché io non possa scherzarci su senza che l’autore si cinga di tritolo e venga a farsi esplodere sul mio blog insultando e minacciandomi di querela.

    Aggiungo che l’editing è fondamentale e che non curare un manoscritto sotto questo aspetto sia una mancanza di rispetto nei confronti del lettore. E se il lettore viene preso a pesci in faccia, non vedo perché non possa arrogarsi il diritto di restituire il favore all’artista – o presunto tale – di turno.

    PS: ho criticato sia opere autopubblicate che opere edite da importanti case editrici.

    • Salvatore 31 ottobre 2013 at 09:29

      Troppe persone si stizziscono per le critiche che ricevono, quando invece semplicemente non capiscono che: se le critiche sono fatte con obbiettività da persone intelligenti – anche sarcasticamente perché aggiunge più serietà e profondita alla critica – hanno per lo scrittore (o aspirante) di turno un valore inestimabile. E’ attraverso quelle critiche che si cresce e si vedono i propri limiti. Io ad esempio ho un enorme problema di obbiettività – credo sia una cosa piuttosto comune -, nel senso che quello che scrivo non riesco a giudicarlo perché le parole che ho usato e le frasi che ho composto, nella mia mente, suonano inevitabilmente in modo diverso da come sicuramente fanno nella mente di un lettore che le legge per la prima volta. Il sarcastico che tu usi nel taglio del tuo blog aiuta l’autore a vedere lucidamente quello che vede il lettore quando legge i suoi scritti. Ed è una cosa non pagabile – infatti non ti darò mai un euro se dovessi essere così fortunato da essere criticato da te -, per la quale varrebbe la pena di rosicare un pochino.

    • Fabrizio Urdis 31 ottobre 2013 at 19:15

      Ciao Alessandro,
      leggo il tuo blog e condivido molti dei tuoi punti di vista ma non amo il sarcasmo tranne in casi particolari.
      Facendoti un esempio pratico, nella tua recensione di “Domani sarà un altro giorno.” condivido ciò che scrivi sul libro anche se magari ci vai un po’ pesante,
      non trovo giusto infierire anche sulla biografia dell’autore che magari ha peccato di presunzione ma non per questo merita di essere messo alla berlina.
      Non avrei niente da ridire se fossi sarcastico coi critici che scrivono palesi falsità probabilmente in cambio di denaro.
      Ma non mi riferivo a te nel mio commento anche perché da ciò che ho letto nel tuo blog tratti tutti gli aspetti dell’editoria, comprese manifestazioni e esempi, e il tono che utilizzi è sempre sarcastico e non lo è solo nei confronti di chi osa autopubblicarsi :-)
      Mi è capitato di leggere su internet articoli scritti da persone, spesso con studi letterari alle spalle, che pensano di far parte di una qualche elite di intellettuali e, a differenza di te che usi un linguaggio colorito, lanciano frecciatine in stile borghese-aristocratico. Inoltre sono molto propensi a criticare scrittori che si autopubblicano penso perché non fanno parte dell’editoria tradizionale e questo li rende dilettanti allo sbaraglio.
      Non posso farti nomi perchè sono capitato per caso nei siti in questione.
      L’editing SPESSO è fondamentale, visto che in passato non c’erano editor, ma gli scrittori a cui mi riferisco avevano abilità e conoscenze della lingua che la maggior parte degli scrittori, me compreso, non hanno.
      Per quanto mi riguarda ho parlato con pochi editor ma ho avuto l’impressione che in generale si considera un certo tipo di scrittura come buona scrittura e tutto quello che fuoriesce è da far rientrare nella loro concezione di giusto e sbagliato.
      Credo che ci siano dei buoni editor, ma io per primo per fare un buon editing chiederei delle cifre che non sono disposto a pagare in questo momento.
      Così mi sono buttato nella folle idea di editare il mio manoscritto pensando di poter riuscire a ottenere un prodotto professionale, solo il tempo e il tuo sito potranno darmi ragione :-)
      Trovo indecoroso per uno scrittore cercare di censurarti ( per le querele spero scherzassi ) solo perché hai detto la tua sul suo manoscritto, dovresti concedergli diritto di repplica, e questo mi pare che l’abbia fatto.

  • Gioia 30 ottobre 2013 at 13:51

    Concordo con Rigoli, sono due cose molto diverse, nonostante abbiano la stessa mattrice. Non le potrai mai paragonar, entrambe possono dare ottimi risultati, se il prodotto è buono. olo saperli usare e sfruttare

  • franco zoccheddu 30 ottobre 2013 at 18:08

    Io sono un po’ conservatore, o forse è meglio dire: un abitudinario. Non mi dispiacerebbe vedere un mio romanzo pubblicato da una casa editrice nota e presente tra i libri esposti in vetrina.
    Naturalmente faccio ben poco perchè ciò avvenga, e dunque posso a buon diritto ritenermi un sognatore.

  • Laura Tentolini 30 ottobre 2013 at 19:32

    La print on demand può avvicinare un autore all’opera finita.
    Un libro è anche un prodotto, se si vuole venderlo.
    Avere il testo sul pc non è come averlo in mano in formato libro: valutare i margini, il peso di ogni capitolo, il volume dell’opera nel suo insieme.
    Se, con una spesa modesta, posso avere in anteprima quella che sarà la mia opera finita, perché no?
    Potrei accorgermi che il carattere non mi piace, oppure che il volume è troppo scarno.

    Non dimentichiamo tutte le parole e immagini che vorremmo conservare, magari condividere con amici, alunni, nipoti dall’altra parte del mondo.
    Sto pensando a un diario, impressioni di un viaggio, un album fotografico o magari un piccolo saggio: con i portali di self-publishing è semplice ottenere un ebook o un volume.
    Certo, in questo caso non si tratta più di editoria…

    • Daniele Imperi 30 ottobre 2013 at 19:42

      Hai detto bene, in quel caso non è editoria. Si tratta di semplice tipografia.

  • Tenar 30 ottobre 2013 at 19:33

    Sono d’accordo col post. Editoria tradizionale e self sono due strade diverse, adatte a prodotti diversi e a persone diverse, non vedo una battaglia tra loro.
    Per chi, come me, non ha spirito imprenditoriale e non ha senso grafico consiglio senz’altro l’editoria tradizionale. Io ho bisogno di sentirmi un po’ guidata e protetta, per quanto possibile. Per chi sceglie questo cammino posso assicurare che farsi pubblicare è difficile, ma non impossibile. Bisogna fare gavetta, non scendere a compromessi (EAP), farsi notare in piccole pubblicazioni di qualità, ma si può fare.
    Questo per la narrativa.
    Se dovessi scrivere un saggio o poesia, scegliere il self, nel primo caso per i tempi e nel secondo perché lo spazio dato alla poesia nell’editoria tradizionale è davvero poco.
    Questo per me.
    Ognuno deve essere libero di valutare la strada migliore per se e per quello che vuole ottenere senza demonizzare chi fa scelte differenti.

    Se però il self non è una scelta ponderata (per la maggior libertà, per lo spirito imprenditoriale…) ma un ripiego perché n editori mi hanno scartato, allora qualche problema c’è.

    • Daniele Imperi 30 ottobre 2013 at 19:44

      A me invece stanno strette le regole, quindi sarei più tagliato per il self-publishing :)

      La poesia credi che sarebbe ben accolta in self-publishing? Se non vende per conto di una casa editrice, come puoi sperare di piazzarla da sola?

      • Tenar 30 ottobre 2013 at 20:41

        Guarda, io versi ne so fare tanti, ma solo del tipo belati, quindi scrivo per sentito dire.
        Mi dicono che per la poesia il problema non sia vendere, perché non vende, ma farsi pubblicare non a pagamento, cosa molto, molto più difficile che per la narrativa. Se le cose stanno effettivamente così, allora non vedo alternative al self. Però, appunto, non ho mai toccato la questione con mano

        • Nadia Lazzarini 31 ottobre 2013 at 12:15

          Noi la poesia la pubblichiamo, come del resto la narrativa, senza chiedere contributi economici agli autori, ma pubblichiamo poesia di qualità ed è veramente difficile trovare autori interessanti, trovare tra i poeti contemporanei chi merita di essere pubblicato! Poi si vende poco e questo è sicuro, ma uno dei doveri di un editore serio è proprio quello di proporre sempre alta qualità che sia poesia, narrativa, arte, libri per bambini, approfondimenti, ecc…

  • Francesca Carabini 2 novembre 2013 at 16:22

    é un peccato che molti ritengano il self publishing come un sottoprodotto di bassa qualità. Credo che la differenza risieda nelle persone, con che serietà e impegno (e mezzi) decidano di intraprendere questa strada. Self publishing non significa non eseguire l’editing o crearsi la copertina da soli. Significa invece avere l’ultima parola in ogni decisione, quindi sta a noi rivolgerci a dei professionisti o decidere di cavarsela da soli a tutti i costi. Come dici tu l’editoria tradizionale riesce a rendere testi come quelli di Totti o della D’Urso dei prodotti vendibili. L’editoria è nata per questo, e guadagna sul mainstream.
    Ma penso che il self publishing possa dare una scossa a un settore che da troppo tempo ha smesso di essere innovativo. Anzi, credo che potrebbe essere una risorsa anche per le case editrici se smettessero di deplorarlo invece di vederne delle potenzialità.

    • Daniele Imperi 2 novembre 2013 at 17:55

      Ciao Francesca, benvenuta nel blog :)

      La frase “Significa invece avere l’ultima parola in ogni decisione” m’è piaciuta e forse la citerò in un post che uscirà la prossima settimana, sempre sul self-publishing.

      Speriamo che si riesca a dare una scossa, a “svecchiare” un sistema che va avanti ormai da troppo tempo.

  • Francesca Carabini 3 novembre 2013 at 13:26

    Grazie mille :)
    Speriamo si!

  • Dark0 4 novembre 2013 at 11:19

    Perché Editor e Scrittore sono due figure differenti? Perché l’uno è necessario perché esista l’altro. Questa faccenda non è una “trovata commerciale” è una cosa che fa bene alla scrittura e quindi ai lettori.

    Parlare di “editing opzionale” non solo è controproducente, ma va verso una direzione sbagliata dell’idea di una scrittura “migliore”.

    Come diceva qualcuno “o guardi, o giochi”. Se fai tutte e due le cose insieme, stai certo che non fai nessuna delle due bene.
    Per questo sì al Self solo se non è solo Only MYself.
    Scrittori che rifiutano di essere affiancati da un editor, hanno deciso di giocare la partita sbagliata.

    Carver e Lish sono l’esempio pluricitato in questa direzione. Abbiamo la possibilità di leggere l’uno da solo e l’uno editato dall’altro. La differenza qualitativa è enorme e – a scanso di equivoci – pende dalla parte del testo editato. E si sta parlando di giganti, badate.

    D’

  • Che cosa non è il self-publishing 7 novembre 2013 at 05:00

    [...] Self publishing non significa non eseguire l’editing o crearsi la copertina da soli. Significa invece avere l’ultima parola in ogni decisione, quindi sta a noi rivolgerci a dei professionisti o decidere di cavarsela da soli a tutti i costi. Francesca Carabini su Il self-publishing svecchia l’editoria? [...]

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