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Requisiti per scrivere una storia di qualità

Storie di qualità

Quando ho parlato dell’autocritica nella scrittura, ho accennato alla necessità di scrivere storie di qualità, anzi ai requisiti che deve possedere una storia per essere definita di qualità e quindi poterla vendere.

Non voglio parlare della correttezza del linguaggio, cioè della conoscenza della grammatica italiana: quella è la base per poter scrivere. È come mettersi a fare il medico senza essere laureati in medicina.

Sorvolo quindi anche sulle questioni tecniche relative alla scrittura creativa (trama, documentazione, ecc.), sorvolo anche su una certa esperienza nella scrittura di racconti, di storie, che hanno permesso a un autore di maneggiare l’arte della narrazione e di capire certi meccanismi.

Naturalmente anche questi sono requisiti per scrivere storie di qualità e poterle vendere, ma sono requisiti che stanno alla base e che si presuppone che un autore, arrivato a decidere di pubblicare un ebook, abbia già acquisito.

La forza dell’idea

Nei commenti al mio articolo sull’autocritica qualcuno ha parlato in un certo senso della forza dell’idea: se quella storia continua a piacerti, continua a restare nella tua testa anche dopo tanto tempo, allora vuol dire che è valida.

Che poi possa piacere è un altro discorso, ma finché una storia non è pubblicata nessun autore può avere questa certezza. Quindi sorvoliamo anche su questo punto.

Giorni fa ho riletto la trama del mio romanzo di fantascienza P.U. e quella storia continua a piacermi, voglio ancora scriverla, ancora lavorarci, nonostante sappia che è complessa e che richiederà tempo. Per me quella è un’idea valida, quindi per ora supera il primo requisito richiesto per il bollino qualità.

Il racconto UDPD lo supera? Non lo so, voglio far passare un po’ di tempo e vedere se, ripensando a quel racconto, continua a ispirarmi, a piacermi e farmi venire voglia di sistemarlo.

Ipotesi di vendibilità

Questa è difficile da spiegare. È un requisito che reputo importante, se non fondamentale, sia se vogliamo pubblicare la storia in self-publishing sia se vogliamo spedirla a un editore. In ogni caso la nostra storia deve essere vendibile, altrimenti è inutile pubblicarla.

Ma che significa precisamente “vendibile”?

  • Esiste una nicchia di lettori, per quanto piccola, che potrà apprezzare quella storia (per esempio gli amanti dello steampunk, del post-apocalittico, del romance)
  • Esiste un mercato per quella storia, c’è quindi richiesta di storie come quella (per esempio storie come la saga di Twilight o della trilogia sulle 50 sfumature)
  • La storia si inserisce in un preciso panorama sociale o storico o anche semplicemente narrativo e può quindi attirare l’attenzione del pubblico (per esempio storie inchiesta, storie su fatti storici controversi, storie su problemi sociali)
  • La storia lancia una provocazione e le provocazioni fanno polemica e rumore, quindi attirano (vi viene in mente qualche romanzo?)

Personaggi identificabili e diversi

Ovvero: come caratterizzare i personaggi per renderli unici, come sono uniche le persone nella realtà.

Il mio racconto UDPD ha soltanto 3 personaggi e sono tutti e 3 identificabili e diversi. Che poi siano ben caratterizzati è un altro discorso, ma nessun lettore può confonderne uno con l’altro.

In P.U., invece, ci sono parecchi personaggi, sono inizialmente una cinquantina, e identificarli tutti sarà un bel problema. Ma qui ci aiutano le schede dei personaggi. Per facilitarmi il lavoro sto anche assegnando a ogni personaggio un attore cinematografico, in modo da poterlo inquadrare bene, della serie: 50 personaggi in cerca di attori.

I personaggi però sono importanti, perché sono loro a fare la storia, forse molto più dell’autore che la scrive.

Emozioni

Altra parola venuta fuori nei commenti al post sull’autocritica. Una storia deve generare emozioni. Positive o negative non importa: deve suscitare delle emozioni nel lettore.

Ognuno di noi si emoziona in modo diverso e se una storia emoziona voi, potrebbe non suscitare nulla in me e viceversa.

È quindi abbastanza difficile, secondo me, capire, come autore, se una mia storia possa generare emozioni nel pubblico che la leggerà. Se avete dei lettori beta, potete benissimo chiedergli che cosa hanno provato leggendo la vostra storia, ammesso che abbiano provato una qualche emozione.

Scrittura visuale

Intendo dire che la storia deve essere in qualche modo visuale, la scrittura deve poter creare immagini vivide nella mente del lettore.

Questo si può ottenere con un linguaggio ricco di termini, con una sapiente mescolanza di parole, con una capacità a essere narratore e poeta insieme.

Sto leggendo Cenere di Grazia Deledda: ecco un esempio di scrittura che crea immagini vive e reali nella mente del lettore. E poi il solito Cormac McCarthy, che prendo spesso come esempio: qualsiasi suo romanzo è visivo.

Coinvolgimento del lettore

Si può coinvolgere i lettori in molti modi, anche scrivendo una storia che, a pensarci bene, non va da nessuna parte, non ha una trama ben definita. Sto leggendo Io sono un gatto di Natsume Sōseki e, sebbene non succeda quasi nulla – in molti casi proprio niente – il romanzo coinvolge, si legge, continuo a leggerlo senza problemi.

Questo per dire che non è necessaria la suspense per coinvolgere il lettore, non sono necessari i colpi di scena, la capacità di lasciare col fiato sospeso. È necessario anche saper scrivere in modo coinvolgente.

1Q84 di Murakami Haruki è un altro romanzo giapponese che coinvolge. Anche se lì c’è una trama definita, tuttavia l’autore si dilunga ogni tanto e verrebbe da pensare che molte pagine siano inutili. Inutili, forse, ma che comunque coinvolgono.

Questi sono i miei requisiti per scrivere una storia di qualità. Vi sentite d’accordo? Potete elencare altri requisiti?

38 Commenti

  1. Luciano Dal Pont
    22 marzo 2016 alle 08:30 Rispondi

    Sono assolutamente d’accordo su tutto quanto hai scritto, Daniele, specie per quanto riguarda la capacità della storia, e quindi del suo autore, di suscitare emozioni. Che, certo, possono essere diverse e di diversa intensità da lettore a lettore, ma ci devono essere in qualche modo. A me è capitato di iniziare a leggere dei romanzi la cui trama era potenzialmente avvincente, appassionante, ma il cui stile di scrittura era così scialbo, così distaccato, così freddo e amorfo da non coinvolgere minimamente la mia psiche. I personaggi non erano persone vive, come dovrebbe essere, erano semplici marionette senza vita che obbedivano ai fili tirati senza grazia dall’autore, i fatti erano raccontati come li avrebbe scritti un giornalista frettoloso in un suo articolo di fredda cronaca, nessun pathos, nessun coinvolgimento, nessuna immagine, nessuna emozione. Ovvio che ho abbandonato quei romanzi, per inciso tutti di uno stesso autore, dopo poche pagine.
    Ma il punto è un altro, il punto è che mi chiedo perché quell’autore abbia avuto successo, si, perché ne avuto, e molto.
    Si tratta di Wilbur Smith… :-(

    • Daniele Imperi
      22 marzo 2016 alle 13:12 Rispondi

      Ah, quindi neanche a te è piaciuto Wilbur Smith :D
      Io ho letto un solo romanzo, preso a un’asta benefica, Il destino del cacciatore, e non mi ha comunicato nulla, anche a me è sembrato uno stile freddo, senza emozioni.

      • Luciano Dal Pont
        22 marzo 2016 alle 13:47 Rispondi

        Assolutamente non mi è piaciuto, io ho provato a leggere La spiaggia infuocata e La legge del deserto, ma li ho abbandonati entrambi dopo poche pagine. Mi chiedo come un autore tanto scadente (mediocre mi sembrerebbe già un grosso complimento) possa aver avuto tanto successo. Okay che i gusti sono gusti e che ognuno ha i suoi, e i gusti sono soggettivi, però ci sono delle cose che sono oggettive, e il fatto che Wilbur Smith scriva in modo da non suscitare alcuna emozione io credo sia un dato oggettivo, al di là dei gusti personali di ciascun lettore, e se uno scrittore non è in grado di suscitare emozioni secondo me non può definirsi tale. E la mia domanda si ripropone in tutta la sua drammaticità: perché uno come Smith ha avuto successo?

  2. Grilloz
    22 marzo 2016 alle 08:38 Rispondi

    Il requisito essenziale per scrivere una storia di qualità è avere una storia di qualità per le mani :D
    OK, al di la degli scherzi (neanche poi tanto) bisognerebbe riuscirea definire “qualità”. Nel mio lavoro, e in campo industriale in genere, fare le cose con qualità significa fare le cose secondo certi criteri ben definiti, segure delle procedure, catalogare e dettagliare tutto, operare tutti i necessari controlli ecc. però un lavoro fatto secondo le regole di qualità non è necessariamente un lavoro ben fatto e viceversa un lavoro fatto senza seguire le regole di qualità non è necessariamente un lavoro mal fatto.
    Sì può applicare lo stesso concetto alla letteratura? sì e no, sì nel senso che se fai un lavoro secondo certi criteri (ricerca, prescrittura, prima stesura, eventuale seconda stesura, editing, correzione bozze) alla fine puoi dire di aver fatto un lavoro di qualità, no perchè l’apprezzamento di un prodotto editoriale è troppo soggettiva, ed è impossibile determinare dei parametri oggettivi per definirla (almeno credo, ma magari qualcuno saprà smentirmi).
    La storia in sè secondo me è un problema limitato, ho letto storie belle ma scritte così male (intendo come stile noioso e non come qualità grammaticale sintattica) da dispieacermi per l’occasione sprecata e storie banali ma scritte così bene da incollarti alla pagina.

    • Daniele Imperi
      22 marzo 2016 alle 13:14 Rispondi

      Mica tanto, anche l’idea della storia dev’essere di qualità :D
      Però concordo che in letteratura sia un po’ difficile definire il concetto di qualità. Puoi seguire la procedura per scrivere un romanzo (che poi ognuno ha i suoi metodi), scrivere rispettando la grammatica, ma poi il tuo stile è talmente piatto che ogni lettore si annoia.

      • Grilloz
        22 marzo 2016 alle 15:31 Rispondi

        Il problema è che non si può determinare la qualità di un idea, ma solo la qualità del processo per realizzarla ;) Ricordi il tubo tucker? Pur essendo un’idea truffaldina aveva il suo bel bollino di qualità :P

  3. Romina Tamerici
    22 marzo 2016 alle 09:03 Rispondi

    Hai evidenziato degli ottimi requisiti. Purtroppo non tutti i libri hanno queste caratteristiche…

    • Daniele Imperi
      22 marzo 2016 alle 13:15 Rispondi

      No, infatti, ma magari sono requisiti soggettivi.

  4. Chiara
    22 marzo 2016 alle 09:48 Rispondi

    Sì, mi sento d’accordo con i tuoi requisiti e credo di avere ancora un po’ di tempo per rafforzarli nel romanzo che sto scrivendo. Aggiungerei anche la possibilità del romanzo di sopravvivere alle mode, cosa possibile se si riesce a inserire valori e concetti universali. :)

    • Daniele Imperi
      22 marzo 2016 alle 13:15 Rispondi

      Hai ragione sulle mode, ma valgono per qualsiasi genere letterario?

      • Chiara
        22 marzo 2016 alle 16:29 Rispondi

        Bella domanda: sai che non so risponderti? Ci devo pensare! :D

  5. Alberto Lazzara
    22 marzo 2016 alle 09:51 Rispondi

    Per quanto mi riguarda, il requisito più importante è una buona storia. Sono gli eventi raccontati (possibilmente attraverso i personaggi) a spingermi più di qualsiasi altra cosa a proseguire nella lettura fino all’ultima parola. Segue a ruota la caratterizzazione dei personaggi e la loro capacità di coinvolgere emotivamente. Volendo essere un po’ estremi, direi che è meglio una storia interessante ma scritta un po’ meno bene che una storia che non convince ma scritta con piena padronanza della lingua e dello stile. Ho letto anch’io Leviathan: il riveglio e Caliban e anch’io, come te, ho deciso di mollarlo, non tanto per come è scritto, ma per la storia, che ritengo insulsa, così come sono inconsistenti (e alcuni anche un po’ antipatici, a mio avviso resi tali non intenzionalmente) i personaggi. L’unico un po’ interessante (per quanto classico) è Miller, ma… ci siamo capiti.

    • Daniele Imperi
      22 marzo 2016 alle 13:17 Rispondi

      A questo punto dobbiamo definire “buona storia” :)
      Quando si dice buona una storia?
      Concordo su Miller: è il personaggio più interessante, anche se stereotipato.

      • Alberto Lazzara
        23 marzo 2016 alle 10:00 Rispondi

        Non credo esista una risposta univoca, però direi (in soldoni) che la possibilità più “vendibile” sia una storia che risulti accattivante già dal plot (idea forte), che si sviluppi in una successione di eventi fortemente focalizzati sui personaggi, protagonisti e antagonisti, cioè sulle loro motivazioni (perché fanno quello che fanno), che DEVONO ESSERE SOLIDE ed orientate e convergenti verso la conclusione, ben chiara ancor prima che inizi la scrittura del romanzo. A questo scopo, occorre evitare di includere nella storia riempitivi superflui.

  6. Elisa
    22 marzo 2016 alle 10:04 Rispondi

    D’accordo su tutto quanto scrivi. Aggiungo che per essere vendibile una storia deve “venderti” emozioni (a non finire). Questo, secondo me, è il primo requisito perchè un libro possa piacere ed entrare quindi nel circuito (virtuoso) del passaparola. Quali emozioni? E’ soggettivo, dipende dalla singola persona. Ma i lettori come tutti i consumatori si possono suddividere in cluster e i cluster si possono “costruire” in base alle emozioni cercate in un libro.
    Le emozioni “si creano” con lo stile, che deve accompagnare il lettore (un po’ come si fa con le favole per i bambini): il nostro “racconto” deve avere un tono, un ritmo, una cadenza anche se nessuno ce lo sta leggendo per noi. Dobbiamo sentire una voce guida…
    Quanto alla scrittura visuale, penso che un romanzo/racconto sia più godibile se diviso in scene, proprio come un film.
    Quanto al coinvolgimento…attenzione! A volte il romanzo sembra non andare da nessuna parte, in realtà ci va tramite l’allegoria e il simbolo. Il “racconto” parla al nostro inconscio prima ancora che a noi. ;)

    • Daniele Imperi
      22 marzo 2016 alle 13:19 Rispondi

      Sono d’accordo sul suddividere la storia in scene. Ma non ho capito cosa intendi nell’ultima parte, sul coinvolgimento.

      • Elisa
        22 marzo 2016 alle 19:36 Rispondi

        Hai presente “la metamorfosi” di Kafka o “il gabbiano Jonathan Livingston” di Bach o ancora “il vecchio che leggeva romanzi d’amore” di Sépulveda o “il vecchio e il mare” di Hemingway?
        In questi libri non c’è una gran trama intricata e avventurosa ma i protagonisti o l’intera vicenda rimandano a qualcosa d’altro.

        • Daniele Imperi
          23 marzo 2016 alle 08:10 Rispondi

          “La metamorfosi” di Kafka l’ho letto, ma lì c’è una trama. “Il vecchio e il mare” di Hemingway pure, anche se è stato uno dei romanzi più noiosi letti. Lì non ho visto granché come storia.

          • Elisa
            23 marzo 2016 alle 09:32 Rispondi

            Le trame ci sono in entrambi i libri, ma non sono particolarmente avvincenti (almeno per me). Quello che prende è il mistero che si cela dietro le vite dei protagonisti e che viene svelato in seguito, ma il disvelamento è in chiave simbolica.
            Quanto alla noia, dipende tutto dal cluster a cui appartieni: penso sia normale per uno come te che ama i romanzi di fantascienza, i fantasy, i distopici, ecc… desiderare trame avvincenti e complicate, dense di suspence.
            Per chi, come me, ama “il doppio e lo specchio” (titolo di un parte dell’antologia del liceo) trovo ovviamente interessanti quelle storie da te citate. Appartengo ad un cluster diverso ;)

  7. alessandro Coppedè
    22 marzo 2016 alle 10:49 Rispondi

    Sinceramente, credo che, a meno di non fare delle ricerche o di scrivere qualcosa impossibile da leggere (non perché pesante, ma perché fatto male), sia praticamente impossibile impossibile non trovare nemmeno una nicchia per quanto piccola di lettori disposti a leggerlo. Il problema dono gli altri requisiti. Il tuo romanzo ritieni sia in grado di suscitare polemica?

    • Daniele Imperi
      22 marzo 2016 alle 13:21 Rispondi

      Il mio romanzo di fantascienza non deve suscitare polemica, ma poi non si può mai sapere. La nicchia di lettori ci potrà anche essere, ma se vendi 2 copie a romanzo, vale ancora la pena continuare?

  8. silvia
    22 marzo 2016 alle 10:52 Rispondi

    Condivido i tuoi punti. Mi chiedo (e ti chiedo) se non sia una funzione importante anche quella di veicolare un messaggio, che non deve essere necessariamente quello dell’autore, ma che si può prestare all’interpretazione del lettore.

    • Daniele Imperi
      22 marzo 2016 alle 13:23 Rispondi

      Sì, penso che anche veicolare un messaggio possa essere importante. Se però l’autore non ha lanciato nessun messaggio, è poco importante che qualche lettore ne trovi uno.

  9. Simona
    22 marzo 2016 alle 10:56 Rispondi

    Commerciabilità e arte non sono mai andati d’accordo, a meno che tu non stia parlando di “arte di essere commerciale, in questo caso i paramenti qualitativi cambiano
    Per quanto mi riguarda, e non lo dico da scribacchina ma da consumatrice di storie, sono in sintonia con quanto detto dal grande Bernabò: preferisco un libro non scritto benissimo con una storia a uno scritto in modo impeccabile ma che non mi racconta nulla.
    da scribacchina vorrei avere una bella storia e scriverla bene.

    • Daniele Imperi
      22 marzo 2016 alle 13:24 Rispondi

      Un libro devi venderlo, quindi l’arte deve andare d’accordo con la commerciabilità. Ma questo non significa essere commerciali.

  10. Gianfranco
    22 marzo 2016 alle 14:20 Rispondi

    A me, e parlo da lettore, è capitata una cosa strana, perché pur rendendomi conto che mi ero fatto delle aspettative e da queste aspettative probabilmente deriva la delusione che ne ho avuto, non sono ancora convinto che il libro, di cui ora vi parlo, potesse deludermi e mi è rimasto uno strano senso di colpa: forse non l’ho letto con la dovuta attenzione?! Si tratta di “Il Club Dumas” dello spagnolo Arturo Perez Revert. Quando l’ho letto non sapevo che avessero tratto il film “Le nove porte” di Polanski. L’ho acquistato con grande curiosità perché avevo letto che si trattava della indagine di un esperto di libri antichi e originali ed in particolare su alcune stampe originali dei tre moschettieri di Dumas, che avevo da poco terminato. Infatti l’ho iniziato con entusiasmo, mi ha preso la storia, riconoscevo le citazioni, mi piaceva lo stile di scrittura, un poco elaborato, ma godibile e questo fino a oltre la metà del libro. poi ho avuto l’impressione di trovarmi in un labirinto, mi sono perso e non ho più ritrovato la presa iniziale. Conclusione non sono riuscito a leggerlo fino alla fine.
    Sono convinto che i criteri citati sopra ci fossero nel libro, perché altrimenti non mi avrebbe trascinato subito dentro come ha fatto, ma poi… (Comunque mi sono ripromesso di fare un secondo tentativo). Questo può dimostrare quanto sia complesso il rapporto tra il testo e il suo lettore.

    • Daniele Imperi
      22 marzo 2016 alle 15:00 Rispondi

      Anche per me non è detto che, se sono tutti presenti gli elementi che ho citato, una storia debba prenderti per forza. Dipende sempre da come reagisce il lettore.

  11. KingLC
    22 marzo 2016 alle 14:51 Rispondi

    Ho sorriso quando ho letto del fatto di usare attori per i propri personaggi, perché è una cosa che io faccio tipo da… sempre. Anzi, col tempo è diventata fondamentale. Non riesco a sviluppare un personaggio se non gli do un volto reale, così come non riesco a sviluppare una scena se non la immagino cinematograficamente nella mia testa. Nelle schede dei personaggi arrivo a incollare anche foto degli attori per stimolare la creatività.

    • Daniele Imperi
      22 marzo 2016 alle 15:02 Rispondi

      Le scene come un film me le figuro da tempo nella testa, ma agli attori non avevo mai pensato prima di questo romanzo. Sto incollando anche io le foto degli attori nelle schede :D

  12. la mori
    22 marzo 2016 alle 15:36 Rispondi

    Il potere di creare immagini, la scrittura visuale, è secondo me una delle qualità più importanti, oltre che prerogativa e particolarità specifica della scrittura. L’unicità, la preziosità e l’insostituibilità di un libro anche oggi, dopo il cinema e la televisione, la riconduco proprio a questo: guidare il lettore a dipingere nella sua mente l’aspetto dei personaggi, l’ambientazione, il susseguirsi delle scene… Naturalmente deve essere accompagnata da altre caratteristiche, basilari e/o accessorie, ma rimane per me, da lettrice, la chiave della magia della parola scritta. Mi è piaciuta molto l’idea di creare delle schede per ogni personaggio, per caratterizzarli meglio.

    • Daniele Imperi
      22 marzo 2016 alle 15:46 Rispondi

      La scrittura visuale è fondamentale. Nel romanzo Cenere della Deledda è molto presente. Leggo e è come se vedessi un film.

  13. Mara Cristina Dall'Asen
    22 marzo 2016 alle 22:16 Rispondi

    Tutti elementi essenziali, empatia, struttura, caratterizzazione dei personaggi, ma alla fine la differenza la fa la storia. Se la trama regge e cattura allora si va avanti. La trama poi non è detto che debba essere complicata o stratosferica (vedi “Il deserto dei Tartari” di Buzzati), semplicemente deve riuscire a coinvolgerti per identificazione o per l’esatto contrario, o anche solo per colpa di strane alchimie che sono molto difficili da classificare. Se posso, io non concordo minimamente col giudizio di Dal Pont su Wilbur Smith. Io ho amato alcuni suoi romanzi (nessuno di quelli citati), l’ho abbandonato quando è subentrato il “mestiere”. Io credo che l’errore più grande che noi aspiranti scrittori commettiamo sia quello non capire i lettori. Il lettore medio che legge tanto, senza porsi minimamente il problema di scrivere, non nota niente di tutto quello che viene evidenziato, può dire se un libro gli è piaciuto o meno e il perchè, ma non partendo dallo stesso metro di valutazione che viene usato da chi anche scrive. Questo lo posso dire con tranquillità visto che sino a 50 anni sono stata solo una lettrice e nemmeno sospettavo l’esistenza di tutte queste regole, convenzioni, incipit e via dicendo. Mi spingo ancora più in là: noi aspiranti scrittori cosa vogliamo scrivere? Perchè sembra che abbiamo tutti un pò di puzza sotto il naso, ci permettiamo di giudicare libri che hanno un grande successo, forse solo perchè noi non siamo in sintonia con chi legge e compra libri. Chiariamo: non dico che bisogna uniformarsi a “50 sfumature di grigio”, che peraltro non ho letto e non posso giudicare, ma bisogna farsi delle domande: scriviamo per venir ricordati nei libri di letteratura… 1 su 10.000… forse; scriviamo per accondiscendere al nostro ego e dirci quanto siamo fighi… il lettore lo capta immediatamente. E potrei continuare con gli esempi, ma forse dovremmo scrivere solo quello che abbiamo dentro e che necessita di uscire, non importa se è una storia romantica o un thriller, l’importante è che sia vero, non costruito. Inoltre credo che se si vuole essere vendibili, bisogna cercare di avere un linguaggio e una forma di scrittura più consona ai nostri tempi, purtroppo gli sms, post, tweet stanno riducendo la capacità di comprensione di molte persone e scrivere come Umberto Eco potrebbe essere controproducente! Non dico che questa cosa mi piaccia, sia ben chiaro, ma viviamo in questa era superficiale e dispersiva ed è una nostra scelta come scrivere e per chi scrivere. Ciao

    • Daniele Imperi
      23 marzo 2016 alle 08:13 Rispondi

      Il tuo commento potrebbe generare almeno un paio di post… Concordo su alcuni punti, specialmente sulla capacità di comprensione, su cui vorrei tornare con un articolo di approfondimento.

  14. Agata Robles
    23 marzo 2016 alle 15:22 Rispondi

    Bello questo post, mi fa capire che ero sulla strada giusta: anch’io avevo una visione cinematografica del mio romanzo, e per ogni personaggio avevo individuato l’attore ideale. avevo fatto delle schede ed una ricerca per individuare le location. Per altro oggi sarebbe di grande attualità….troppa forse. Che cosa mi frega? La costanza e la pazienza, il lavoro di cesello mi rende esausta. Forse sarei più portata a creare sceneggiature, schizzi, figura e sfondo e passo ad altro: però quella storia mi sarebbe tanto piaciuto che venisse fuori, scritta da me o anche da qualcun altro. ciao!

    • Daniele Imperi
      23 marzo 2016 alle 15:28 Rispondi

      Grazie. Costanza e pazienza ci vogliono, per forza :)
      Il lavoro di cesello si fa alla fine.

      • Agata Robles
        15 aprile 2016 alle 00:03 Rispondi

        e sarà per questo che alla fine non ci arrivo mai /,)

  15. Giulia Biassoli
    1 aprile 2016 alle 17:54 Rispondi

    Questo è il blog di cui avevo bisogno! Complimenti, ti seguirò per filo e per segno. Ho aperto di recente un blog personale dove pubblico riflessioni o frammenti di miei racconti. Sogno di scrivere un racconto un giorno o addirittura un romanzo. Sono una scrittrice apprendista, ma non ho frequento corsi nè studiato alcun manuale, semplicemente amo la scrittura e amo leggere. Quando faccio entrambe le cose mi sento bene. Sarei felice se potessi visitare il mio sito e darmi un parere. Farei tesoro dei tuoi consigli. Grazie! http://www.ilperchedellospiritoaspro.com

    • Daniele Imperi
      4 aprile 2016 alle 08:28 Rispondi

      Ciao Giulia, grazie e benvenuta nel blog. Anche io sono uno scrittore apprendista, non credo che servano corsi di scrittura creativa per poter scrivere racconti e romanzi, a me almeno sono sempre sembrati inutili. Ti farò sapere del blog :)

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