Scrivere storie alla Lansdale

Scrivere storie alla Lansdale
Scopri come @joelansdale scrive i suoi romanzi

Ogni scrittore dovrebbe seguire l’esempio dei grandi autori. Che poi non piacciano è un altro discorso, un discorso che non regge, se vogliamo. Però bisogna considerare che, se quegli scrittori hanno raggiunto il successo, significa che sono stati bravi e continuano a esserlo.

Imparare a scrivere storie come Stephen King non è facile, ma almeno possiamo trarre qualche insegnamento dal suo metodo. Oggi voglio invece parlare di come scrive Lansdale, un autore che leggo volentieri e che ho anche incontrato a Roma tempo fa.

Chi è Joe Lansdale?

Un autore che vende. Quando venne a Roma lo disse chiaramente, anche se non proprio con quelle parole: disse però che le sue storie vendevano anche se erano uscite tanti anni prima. A me sembra normale questo, un romanzo non può certo scadere.

Ogni tanto però, parlando di qualche mia lettura, mi sono sentito rispondere “Eh, ma è un vecchio romanzo di quello scrittore”. Che cosa direbbero se leggessi la Divina Commedia e il De Bello Gallico, allora?

Gli ingredienti giusti per confezionare una storia

Lansdale ha trovato gli ingredienti giusti per la ricetta dei suoi romanzi. Ingredienti che magari non funzionano per altri scrittori, perché Stephen King ha i suoi. Alcuni, però, combaciano, alcuni sono utili a tutti. Io ne ho individuati cinque nelle opere di Lansdale. Vediamoli insieme.

Un incipit che funziona

Leggendo il suo ultimo romanzo, La foresta, ho avuto conferma di questa tecnica usata spesso da Lansdale. I suoi incipit contengono sempre gli elementi ideali per stimolare la curiosità del lettore. Ecco quello de La foresta:

Il giorno che nonno venne a prendere me e mia sorella Lula e ci trascinò fino al traghetto, non potevo immaginare che presto mi sarei ritrovato in una situazione peggiore di quella che ci era già toccata in sorte, o che avrei iniziato a frequentare un pistolero nano, il figlio di uno schiavo e un maiale grosso e inferocito, né tanto meno che avrei trovato l’amore e ucciso qualcuno, ma le cose andarono proprio così.

In poche righe Lansdale ha condensato tutta la storia, ma allo stesso tempo non ha detto nulla. Sapete come interpreto questo incipit? Come una specie di scaletta abbozzata.

Elementi fuori del comune

Che cos’è una storia? Tutto può diventare storia, essere raccontato? No, mi dispiace, ma per definirsi storia deve avere precise caratteristiche. Una storia è un insieme di eventi raccontabili che inducono il lettore a chiedersi come tutto vada a finire.

Scrivere dei propri ricordi di scuola non interessa a nessuno, a meno che non abbiate ucciso uno dei vostri insegnanti, siate fuggiti con la sua auto rubata, siate stati quindi inseguiti da quattro pantere della polizia, vi siate rifugiati in un casolare sperduto e siate poi stati attaccati da un branco di cani randagi e affamati.

Ma se dovete solo parlare dei brutti voti presi a scuola, della prima cotta e delle scazzottate coi compagni, beh, lasciate perdere perché sono cose che tutti abbiamo vissuto e non spendiamo soldi per leggere questa roba.

Il linguaggio e il tono di voce

Spesso, se non sempre, Lansdale lascia parlare il protagonista. Scrive in prima persona. Non ricordo ora se tutti i suoi romanzi che ho letto siano scritti in prima persona, però è una tecnica che ha dei vantaggi – come anche degli svantaggi.

A noi ora interessano i pro. Lansdale ha un linguaggio riconoscibile, usa un tono di voce che possiamo ritrovare in persone già conosciute. E questo sistema crea un collegamento diretto fra chi scrive e chi legge. Il lettore si riconosce nel protagonista, si immedesima in lui e vuole sapere come andrà a finire.

L’umorismo è un’altra componente del linguaggio di Lansdale. I suoi personaggi fanno battute e sarcasmo a volontà. Alcune volte m’è sembrato eccessivo, devo dirlo, però è funzionale, rende i personaggi più vivi e credibili.

Il percorso del personaggio

Le storie di Lansdale sono le storie dei suoi personaggi. Nessuno di quei personaggi resta così come l’abbiamo conosciuto, ma subisce il giusto cambiamento. Perché? Perché gli eventi ci cambiano nella realtà, dunque è impossibile ritrovare un personaggio esattamente identico alla fine di un romanzo.

Un finale mai scontato

Le storie di Lansdale finiscono bene o male? Sapete che non saprei dirlo? Le sue storie finiscono e basta. In realtà non finiscono bene, perché a quei personaggi succedono talmente tante cose da sconvolgere la loro vita sin dalle prime pagine.

Non finiscono in modo scontato, però. Non possiamo dire “e vissero felici e contenti”, anche se in qualche suo romanzo quella frase starebbe bene. Non ricordo di esser rimasto deluso dai suoi finali, ricordo che la fine della storia era semplicemente la conclusione degli eventi narrati. Come dovrebbe essere.

Anche le vostre storie hanno gli stessi elementi di quelle di Lansdale?

Categoria postPublicato in Scrittura - Data post5 gennaio 2014 - Commenti13 commenti

DanieleDaniele Imperi

Sono blogger e web writer e scrivo e leggo ogni giorno. Oltre a Penna blu, ho creato e gestisco i siti su Cormac McCarthy e Edgar Allan Poe. Leggi di più nella mia biografia.

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Commenti
  • Michele Scarparo 5 gennaio 2014 at 11:04

    Devo ammettere che mi ci trovo abbastanza. D’altra parte, se si scrive per cercare di vendere, sono ingredienti dei quali è veramente difficile fare a meno. Un incipit deve invogliarti a leggere, e deve invogliare chi prende in mano il libro in libreria (e legge la prima pagina) a comprarlo. La narrazione in prima persona (e, per me, al tempo presente) aiuta il lettore ad immedesimarsi, e un finale inatteso rende la storia imprevedibile e quindi meno noiosa.
    Certo che, finita la teoria, rimane il problema di farlo sul serio :)

  • Grazia Gironella 5 gennaio 2014 at 11:53

    Bel post e giusta analisi. Questi elementi sono davvero da tenere presenti scrivendo. Soprattutto mi rendo conto che bisogna sapersi spingere un passo oltre il confine sicuro. Può essere un disastro (comunque riparabile), ma anche no. Quello di Lansdale è un incipit che osa, e per questo raggiunge il bersaglio.

    • Daniele Imperi 5 gennaio 2014 at 12:19

      Ciao Grazie, benvenuta nel blog :)
      Sì, è un incipit che promette parecchie cose fuori del comune e bisogna essere abili a mantenerle.

      • Grazia Gironella 5 gennaio 2014 at 13:01

        Grazie Daniele. Già, il rorblema con gli incipit gloriosi è che poi deve seguire qualcosa dello stesso livello…

  • Tenar 5 gennaio 2014 at 12:00

    Di questo autore ho amato molto “In fondo alla palude” che, però, forse è un’opera un po’ eccentrica rispetto alla sua produzione (tu che ne pensi, Daniele, dato che conosci le sue opere meglio di me?)
    Quanto agli elementi di scrittura che citi, mi sembra che ci sia molto buon senso.
    Io per ora non credo di avere ancora un linguaggio riconoscibile. Lo sto cercando, ma al momento mi piace sperimentare e a seconda delle linee narrative ne uso diversi.
    Per quanto riguarda la narrazione in prima persona, ha degli indubbi vantaggi. Ragionavo proprio in questi giorni sul fatto che i libri scritti in prima persona invecchiano meglio (Quanto è più immediato “Memorie di Adriano” rispetto alle altre, pur ottime, opere dell’autrice?). Tuttavia la scrittura in prima persona è un incubo da gestire, sopratutto nelle storie lunghe. Io la uso solo per gli apocrifi sherlockiani (o per racconti brevi) e ho sempre dei problemi con i “fuori scena” e a evitare lunghissimi spiegoni per riassumere ciò che è accaduto in assenza del narratore.

    • Daniele Imperi 5 gennaio 2014 at 12:21

      In fondo alla palude è stato il primo suo romanzo che ho letto. Vero che è un po’ diverso da altri letti, più impegnato, direi.

      Anch’io sperimento e non credo di avere un mio linguaggio riconoscibile.

      Vantaggi e svantaggi sulla prima persona, è vero. C’è da riflettere bene se usarla o meno.

  • Luciano Dal Pont 5 gennaio 2014 at 13:44

    Io nei miei incipit, più che abbozzare una sorta di scaletta come in quello di Lansdale che hai riportato, preferisco mostrare una scena bella tosta, che entri subito nel vivo della storia e che sia in grado di catturare l’attenzione del lettore e di stimolare la sua curiosità, pur senza lasciar capire come sarà il proseguo della vicenda, nè quali fatti salienti la caratterizzeranno, salvo poi tornare indietro nel tempo e raccontare/mostrare come si è arrivati a quel punto, e proseguire poi con il resto della narrazione. Si, credo proprio che questa sia la mia tecnica preferita e una componente essenziale dello stile personale che sto cercando di crearmi, e che in effetti caratterizza sia il mio romanzo d’esordio in procinto di essere pubblicato che gli altri due ai quali sto lavorando. Per quanto riguarda l’uso della prima persona, magari unita al tempo presente, per adesso non l’ho ancora adottata ma non lo escludo per il futuro.

    • Daniele Imperi 5 gennaio 2014 at 14:20

      Non credo ci sia una regola per gli incipit, o meglio vale l’unica regole che un unizio deve permettere al lettore di continuare la storia.

  • Giuliana 6 gennaio 2014 at 00:08

    Per quanto mi riguarda, cerco di creare dei personaggi che subiscano un’evoluzione nel corso della storia, proprio perché – come dici anche tu – noi stessi maturiamo ed evolviamo tramite le esperienze che viviamo ogni giorno della nostra vita.
    Finale scontato, non saprei dire; penso che alla fin fine il lettore voglia essere portato là dove i fatti fanno presagire, l’importante è che il percorso per giungervi non sia banale. Va bene un po’ di originalità anche nella conclusione, ma trovo che i finali che saltano fuori dal nulla eludendo le dinamiche della storia siano la maggior parte delle volte parecchio deludenti.
    La prima persona perché no, dipende anche dal tipo di storia che si sta narrando, ma a volte è la soluzione più efficace e accattivante.
    Negli incipit cerco di attrarre l’attenzione del lettore, ma confesso di non aver mai pensato ad un paragrafo che condensi il succo della storia, la trovo un’idea geniale. Un po’ come quei film che mostrano subito la scena finale per poi ricostruire piano piano i fatti che l’hanno preceduta. Bello spunto davvero, da utilizzare con cautela :)

    • Daniele Imperi 7 gennaio 2014 at 07:44

      Grazie :)
      I finali originali sì, ma come dici tu non posso nascere dal nulla perché appunto sono una conseguenza logica degli avvenimenti.

  • MikiMoz 6 gennaio 2014 at 01:30

    Ho letto con interesse l’articolo, ed è vero: ogni scrittore ha la sua ricetta… non potrebbe essere altrimenti.
    Le mie storie non hanno questi elementi, magari ne hanno alcuni, ma non sempre… non ho una ricetta fissa, il mio unico ingrediente di base è il divertimento :p

    Moz-

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