Scrivere una storia cominciando dalla fine

Non posso fare a meno di pensare che gli scrittori di romanzi, in genere, possano, di tanto in tanto, trarre profitto dagli insegnamenti dei cinesi che, malgrado costruiscano le loro case in pendenza, hanno sufficiente buon senso di iniziare i loro libri dalla fine. Edgar Allan Poe, Marginalia LXXXI.
Non so a cosa si riferisse Poe in questo suo commento raccolto nell’opera Marginalia – chiamata così perché lo scrittore era solito appuntare i suoi commenti a margine dei libri che leggeva – ma mi ha dato l’idea per questo articolo.
Scrivere una storia, in fondo, si riduce a pensare a una fine, che rappresenta secondo me il succo dell’intera storia. Tutto ciò che uno scrittore deve inventare è quello che accade prima. L’idea è la sua fine, dopo tutto.
Prendiamo come esempio I promessi sposi. La fine del romanzo è data dal matrimonio. La storia è stata iniziata, in un certo senso, dalla sua fine: il matrimonio fra Renzo e Lucia. Ma non avrebbe senso scrivere un romanzo incentrato su uno sposalizio.
E così Manzoni fa mettere i bastoni fra le ruote al carro dei due fidanzatini. Dipinge la società dell’epoca, trova il modo di inserire le gride tante odiate a scuola, inserisce personaggi buoni e cattivi, difficoltà e aiuti insperati.
Costruisce una storia, quindi, a partire dalla sua fine: l’idea di raccontare un matrimonio. Che salta all’ultimo minuto, che trova mille impedimenti, che infine, dopo diverse traversie, riesce a concludersi per il meglio.
Ma la fine era già stata scritta: Renzo e Lucia dovevano sposarsi, a prescindere dalla bravata del matrimonio che non s’ha da fare.
La fine come preambolo della storia
C’è anche un altro aspetto da considerare: alcuni romanzi iniziano davvero dalla fine. In quel caso la fine diviene il preambolo che, nel testo, introduce la storia.
Un esempio è La ragazza della porta accanto di Jack Ketchum. Un altro esempio è Il Re d’inverno di Bernard Cornwell, primo romanzo della trilogia di Excalibur, divenuta in Italia, per motivi inspiegabili, una pentalogia.
E soluzioni come queste sono apparse spesso nella narrativa. Io le trovo funzionali. In un certo senso fanno capire che il personaggio introdotto, nonostante le peripezie presunte, resti vivo e vegeto, ma questo non riduce certo la riuscita della storia.
Creano un’atmosfera particolare e penso che abbiano anche un che di nostalgico: non ricordano, infatti, la classica scena di chi racconta storie davanti al camino, in una notte buia e tempestosa, a un mucchio di bambini impauriti?
Il senso è forse quello: “Io sono tornato vivo da quella terribile avventura e adesso vi racconto com’è andata”. E i lettori non vedono l’ora di leggere il seguito.
La fine come preambolo dell’intera storia crea quindi aspettativa e curiosità nel lettore. Non potrà certo essere sfruttata da uno scrittore in ogni sua opera – diverrebbe monotono – ma non penso che abbia limiti di genere narrativo.
Quanti di voi hanno letto libri iniziati dalla fine? E quanti scrivono storie partendo dalla conclusione che ne daranno?
Daniele Imperi
Sono blogger e web writer e scrivo e leggo ogni giorno. Oltre a Penna blu, ho creato e gestisco i siti su Cormac McCarthy e Edgar Allan Poe. Leggi di più nella mia biografia.





Di solito quando mi viene un’idea per cominciare un libro (o un racconto), è la scena finale a dipingersi in me. So come voglio che il libro finisca, so che messaggio dovrà uscire dalle sue righe e da quel momento penso a tutto ciò che mi potrebbe portare lì… un po’ come quando si incontra una persona per caso e ci si chiede cosa nella sua vita l’abbia resa così come è. Ho scritto dei testi che partivano proprio con la scena finale, ma di solito preferisco l’incipit nel mezzo: il mio protagonista si trova in una situazione, la storia ricostruisce il perché, ma dopo essere tornata al punto di partenza ci sono ancora alcuni capitoli o parti che svelano la reale conclusione. Poi è vero che ogni storia è diversa e necessita strategie diverse, però, l’attenzione per il finale è d’obbligo e mi guida nell’intera stesura del libro.
[...] Scrivere una storia cominciando dalla fine [...]
Anche io credo che “rovesciare” la narrazione anche solo in parte possa produrre effetti impensati. Consiglio di leggere “il signor Mani”, di A. Yehoshua. Se l’ordine fosse quello giusto, probabilmente non sarebbe il capolavoro (a mio parere…) che invece è.
@Romina: ci sono vari modi per sfruttare la scena finale per la storia. Però secondo me quando hai in mente la fine, hai anche in mano la storia.
@Carlo: benvenuto nel blog
Si tratta proprio di sfruttarne gli effetti, anche secondo me.
[...] è solo il punto in cui lo scrittore decide di cominciare a narrare la sua storia. In fondo una storia va scritta iniziando dalla fine. Dunque è solo un ragionare sul punto temporale migliore per [...]
[...] fa ho scritto un post intitolato Scrivere una storia cominciando dalla fine, ideato sulla base di una frase di Poe letta in un suo libro. Forse è questo il segreto dei [...]