Scrivere senza schierarsi
Negli ultimi tempi mi sono chiesto spesso quali siano i limiti dello scrittore, ricordando come affrontavo la scrittura negli anni passati, quando progettavo il mio capolavoro fantasy frutto di imitazioni di opere storiche e famose.
A quel tempo per me esisteva il protagonista e l’intera storia doveva ruotare attorno a questa figura semileggendaria e intoccabile. Il protagonista era colui che non moriva mai, di bell’aspetto ed eroe, anche se per caso.
Per fortuna ho poi capito l’errore in cui spesso cadevo: quello di schierarmi dalla parte di un personaggio, a discapito degli altri. Lo scrittore, semmai, deve schierarsi dalla parte della storia, deve prendere le sue difese e renderla più credibile e avvincente possibile.
Il ruolo del protagonista
Qual è il ruolo del protagonista nella storia? Secondo me è una sorta di guida che lo scrittore usa per narrare la sua storia. È quindi uno strumento, niente più. La nostra può essere la storia di un re e delle sue vicende, dunque il re diviene guida e ci accompagna nella sua vita. E il re può anche morire.
Il protagonista non può divenire storia e lo scrittore non può affezionarsi al protagonista. È solo un personaggio, che deve quindi obbedire alle leggi della natura come tutti gli altri.
Ricordo che non avevo nessuna voglia di far del male al mio eroe. Era quasi vezzeggiato. Gliene capitavano di tutti i colori, per dare vivacità al romanzo, ma alla fine restava in piedi e vinceva.
Il distacco dell’autore
Con l’aumentare delle letture e con la conoscenza di tanti altri scrittori ho capito l’importanza del distacco che lo scrittore deve tenere nei confronti dei suoi personaggi. Lo scrittore non è altro che il primo spettatore della storia.
Può parteggiare, sì, ma soltanto dopo aver scritto la storia, non durante la fase di scrittura. In questa fase deve mantenere lucidità e sangue freddo. Deve sapere e capire se il suo protagonista può sopravvivere alla fine del romanzo oppure no.
Il sacrificio del protagonista
Lo scrittore deve quindi seguire la storia e non il protagonista. Forse è per questo che ultimamente ho sacrificato i miei personaggi principali, come per rimediare agli sbagli del passato.
Il sacrificio del protagonista non va sempre inteso come la sua morte, ma semplicemente come una sorta di immunità all’eroismo, all’immortalità, all’infallibilità, alla bellezza anche. Il protagonista è solo una persona, uomo o donna o anche bambino, che commette i nostri stessi errori, che ha le nostre stesse paure e indecisioni, i nostri stessi sbalzi d’umore.
Scrivere senza schierarsi diviene una maturità nella scrittura. Una delle tante da raggiungere.
Quanti di voi scrivono parteggiando per un personaggio? O siete implacabili coi vostri protagonisti?
Daniele Imperi
Sono blogger e web writer e scrivo e leggo ogni giorno. Oltre a Penna blu, ho creato e gestisco i siti su Cormac McCarthy e Edgar Allan Poe. Leggi di più nella mia biografia.





Quando ho cominciato a scrivere i miei primi romanzi (mi riferisco a quelli mai pubblicati e impubblicabili!) non riuscivo a far morire nessuno. Pensa che una volta ho fatto ritornare perfino il cattivo che tutti credevano morto proprio alla fine, perché non mi andava giù che morisse, poverino! E poi tutti tendevano a diventare buoni e a salvarsi in un modo o nell’altro. Oh… errori di gioventù, s’intende.
Certo nelle fiabe è più facile che il protagonista si salvi, perché i bambini si aspettano e a volte “pretendono” il lieto fine (con frasi del tipo: “Non avrai mica intenzione di farla finire così! Scrivi subito un’altra pagina”… mi è capitato più di una volta). Se invece scrivo per ragazzi o adulti in genere il mio protagonista finisce male (morto o sconfitto o infelice). Anch’io forse sto compensando i miei errori di gioventù? Io mi affeziono tanto, ma non al punto di salvare i miei personaggi. Sono come una “madre”, mi dispiace vedere le mie creature soffrire e morire, ma non per questo posso salvarle.
Bellissimo post!
Direi che cercare un equilibrio nella storia è d’obbligo (se lo scopo non è cercare un modo espressivo alternativo, ma qui parliamo d’altro). Tuttavia, io non direi di essere troppo “distaccati” (l’autore rischia di partecipare meno), perché se non ci si mette un po’ di passione, la storia potrebbe non appassionare chi la leggerà. Io penso che chi scrive debba invece partecipare, magari non “parteggiare” in modo esagerato ma metterci un certo trasporto, si. Anche perché succede (e lo trovo normale) di affezionarsi ai personaggi (sono nostre creazioni!) e, magari al protagonista in modo particolare, poiché quando lo abbiamo pensato nei minimi dettagli, a quel punto ci sembra un amico. Magari si ha meno trasporto per la vicenda. Comunque, come dicevo inizialmente, la questione è un equilibrio della storia; certo non si può far risaltare un protagonista in modo eccessivo lasciando in ombra gli altri, come sfondo, altrimenti lo stesso personaggio principale sembra agire da solo.
Anch’io, svariati anni fa, iniziai a lavorare al mio Capolavoro Fantasy (che nei miei sogni era una Trilogia, naturalmente) ma ha subito tante di quelle revisioni che di trama, personaggi e ambientazione originari è rimasto davvero poco. Il mio protagonista, in particolare, era di una banalità assurda: assommava una serie spropositata di abilità, era un leader nato, un mezzelfo (perché il dramma esistenziale e bla bla) e tutta una lunga serie di cliché. Oggi l’ho rivoluzionato quasi del tutto, mantenendo solo alcuni tratti, dandogli una storia e togliendo tutte le caratteristiche da bello&buono&giovane&predestinato.
Questa, secondo me, è una buona ragione per non pubblicare trilogie fantasy di scrittori under 18 (non per generalizzare, ma ho un esempio in mente). Mantenerle qualche anno nel cassetto può giovare notevolmente all’originalità (e alla qualità) dell’opera!
Romina Tamerici,
Nelle fiabe e nelle favole, come nelle storie per bambini in generale, l’eroe non può morire, ovviamente. Ma nelle storie per adulti bisogna cercare di essere credibili.
Lucia Donati,
L’autore non credo che debba partecipare, però. Deve narrare, è al di fuori della storia. La passione va messa nello stile, secondo me.
Salomon Xeno,
Hai ragione sugli under 18, sono troppo influenzati dalle loro scarse letture e dalla naturale immaturità letteraria.
E’ una bella questione, Daniele, secondo me non così agevole da districare. Fammici pensare bene…
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