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Scrivere per raccontare se stessi

Scrivere per raccontare se stessi

Quando Kristian Bala, un trentunenne polacco, scrisse il romanzo postmoderno Amok – definito dal padre un capolavoro e da un suo amico una “porcheria” – non immaginava che un meticoloso e abile investigatore di Breslavia avrebbe trovato in quelle pagine elementi in comune con lʼomicidio di Dariusz Janiszewski e che qualche anno dopo sarebbe perfino riuscito a inchiodarlo per quel crimine, che valse a Bala una condanna a 25 anni.

A meno che non parliate polacco, non cercate quel romanzo. Non è mai stato tradotto in italiano né tanto meno in inglese. Potete però leggere il libro di David Grann Il demone di Sherlock Holmes, che raccoglie una serie di racconti giornalistici uno più appassionante dellʼaltro, come Delitto vero, dove Grann ripercorre la storia dellʼomicidio di Janiszewski.

Scrivere per raccontare se stessi

Quanto cʼè di vostro nelle storie che scrivete? Quali e quanti elementi avete inserito, consapevolmente o meno, nei vostri racconti e romanzi?

Se è vero che attraverso il blog noi raccontiamo noi stessi, allora è altrettanto vero che attraverso le nostre opere letterarie noi raccontiamo parte di noi.

Chtulhu e Suttree

Lovecraft sosteneva che molti dei suoi racconti fossero i suoi incubi notturni, ma in quel caso cʼè stata una dichiarazione a priori dellʼautore: ecco, adesso stai leggendo cosa ho sognato ieri notte.

Suttree è un romanzo semi-autobiografico di Cormac McCarthy. Ma quanto cʼè dellʼautore in quella storia? E quanto cʼè di McCarthy negli altri suoi romanzi?

Cleptomania letteraria

Lo stesso Bala ammise che il suo romanzo contenesse qualcosa di suo, adducendo come scusa che qualsiasi autore lo facesse. In fondo, lo scrittore prende ovunque ci sia da prendere, è un coglitore, comʼerano i primi ominidi, ma anziché cogliere frutti, lo scrittore coglie idee, spunti, fatti, pensieri, immagini, frasi e parole, sensazioni, emozioni.

Ecco che il lavoro dello scrittore è un continuo rubare qui e là, ma sono furti involontari, inconsapevoli spesso, è una cleptomania congenita tollerata dalla legge.

Pensate davvero che le storie si scrivano da sole? Pensate davvero che una persona possa inventare una storia dal nulla? È impossibile. Una storia è fatta di ingredienti, come una torta: da dove prende gli ingredienti lo scrittore se non da ciò che vede, sente, pensa, vive?

Il proprio vissuto è lʼingrediente fondamentale di una storia, come la farina lo è del pane.

Una questione di empatia

Il primo a dover provare empatia per i personaggi è lʼautore: altrimenti come possiamo sperare che ci riescano i lettori? Le due cose sono collegate per me: se fra noi e i personaggi nasce un legame profondo, ne risulteranno personaggi tridimensionali, reali e realistici, credibili.

Il fatto è che dobbiamo conoscere quei personaggi: ma è davvero possibile inventarli di sana pianta? Non contengono, chi più e chi meno, una parte di noi? Non svelano, per chi sa vedere, per chi sa leggere a fondo, i segreti dellʼautore?

Un lavoro che mi sono ripromesso di fare è analizzare le mie storie e vedere quanto cʼè di me allʼinterno. Non è necessario rivelarlo al pubblico, non ha importanza saperlo, ma è una curiosità personale per me e credo che sia qualcosa che ogni autore dovrebbe fare.

Perché lasciamo tracce di noi nelle nostre storie?

Perché Bala ha lasciato tracce del suo crimine nel romanzo che ha scritto? Mancanza di fantasia? Sfida? Amore per il rischio? Immaturità letteraria? Ingenuità? Non potremmo mai saperlo, lʼunica cosa certa è che quelle tracce lo hanno fatto scoprire e arrestare.

Fra le storie che ho scritto ce nʼè anche una che non è un racconto in realtà. E cʼè un racconto che è nato da un sogno e un altro nato dal mio fantasticare. Questi sono elementi plateali, per me che mi conosco, per voi non rappresentano nulla, ma negli altri racconti dove si nascondono questi elementi, dove sono queste parti di me riaffiorate nella narrazione?

Lʼopera omnia di un autore può essere definita la sua autobiografia introspettiva?

Ci sono stati romanzi in passato scritti con lʼintento di criticare, con lʼuso della satira, i costumi e i governi dellʼepoca, come Gargantua e Pantagruele di Rabelais e Il viaggio sotterraneo di Niels Klim di Ludvig Holberg, ma anche il Don Chisciotte.

Quante idee si nascondono nei romanzi degli autori? Quanta critica cʼè, quanta satira più o meno velata? Quali sono i reali obiettivi dellʼautore? Intrattenere?

Per me è senzʼaltro così, ma non posso dire che in ogni storia che scriva io non ci metta qualcosa di mio, di personale, che conosco soltanto io, magari nel pensiero di un personaggio, magari in una scena che in realtà ricalca un fatto realmente avvenuto.

Scriviamo per raccontare noi stessi?

Quanto vi siete nascosti nelle storie che avete scritto? Riuscite a distaccarvi totalmente dalla vostra vita quando scrivete?

27 Commenti

  1. Serena
    6 aprile 2015 alle 08:48 Rispondi

    Ma buongiorno :) Anche il lunedì di Pasqua? Sei instancabile!
    La mia Anna è l’opposto di me: se la incontrassi nella vita vera, probabilmente la prenderei a schiaffi e le direi una cosa come “Ma santa miseria, te la dal una scrollata oppure no?” Però alcune sue emozioni le ho provate anch’io. Un personaggio ad un certo punto le dice delle cose che le direi io. E in altre storie c’è un personaggio che affronta un tema “caldo” nella mia vita in quel momento.
    Non si tratta di cose sempre vissute direttamente da me, ma magari viste vivere da qualcun altro a me vicino.
    Comunque hai ragione: non viviamo in una camera sterile, e mai come in questo caso è attuale il detto “chi va al mulino s’infarina”. Chi vive e poi scrive inevitabilmente scriverà anche di sé, quanto meno come essere umano.

    • Daniele Imperi
      7 aprile 2015 alle 08:41 Rispondi

      Penna blu non segue le festività :)
      Non credo che riuscirei a scrivere di un protagonista opposto in tutto a me.

  2. Marina
    6 aprile 2015 alle 09:55 Rispondi

    Io sono quello che scrivo.
    Tutto ciò che hai detto mi rappresenta in pieno: vivo dentro le storie che narro, non in modo strettamente autobiografico, perché non racconto verità legate alla mia vita, o almeno non direttamente, ma dissemino parti di me nei personaggi e nelle loro vicende: a qualcuno regalo gli occhi con cui osservo la realtà, a qualcun altro i miei pensieri. E la cosa che amo di più di tutto questo è che posso essere me stessa senza espormi, fare dire a qualcuno le cose che io non direi mai, mostrare i miei sentimenti senza essere vista, esprimere un’ opinione da dietro le quinte.
    Ma mi nascondo talmente bene che non è così scontato pensare di conoscermi attraverso ciò che scrivo!
    La campagna mi aspetta… Buon lunedì dell’Angelo, Daniele! :)

    • Daniele Imperi
      7 aprile 2015 alle 08:46 Rispondi

      Neanche io racconto in modo biografico, non c’è nulla di raccontabile nella mia vita, ma pezzi di me sono sparsi qui e là. In Italia c’è anche il problema di esprimere le opinioni: in alcuni casi è facile far urlare allo scandalo o alla polemica.
      Gli auguri sono arrivati in ritardo, ero in campagna anche io :)

  3. Franco Battaglia
    6 aprile 2015 alle 10:07 Rispondi

    Quanto NON c’è di nostro, in quello che raccontiamo?

    • Daniele Imperi
      7 aprile 2015 alle 08:46 Rispondi

      Hai ragione anche tu :)

  4. Giulio
    6 aprile 2015 alle 10:22 Rispondi

    Bell’articolo e storia molto intrigante quel che hai raccontato. Diciamo che sei stato esaustivo, quindi si potrebbero solo aggiungere domande, più che altro. Quindi diciamo che sposto di poco la discussione portandola a un altro livello (non inteso migliore, sia chiaro) per cogliere in qualche modo il senso da altre prospettive. Se si pensa che un immenso pensatore asseriva che ogni filosofia è in realtà una biografia, ecco che potremmo comprendere questo ‘misterioso’ gioco che permea il mondo degli scrittori ….

    …. anche perché ogni racconto, volente o nolente, soprattutto ogni buon racconto, ha in se una sua visione filosofica.

    • Daniele Imperi
      7 aprile 2015 alle 08:49 Rispondi

      Grazie.
      La filosofia anche per me è una biografia, almeno dal punto di vista del pensiero, delle idee dell’autore. Anche un racconto può essere visto come una filosofia dello scrittore, perché no? Se dai una traccia a dieci autori, imponendo loro dei precisi paletti, avrai 10 racconti diversi, che rappresentano altrettante filosofie.

  5. LiveALive
    6 aprile 2015 alle 17:07 Rispondi

    C’era stato anche un caso in Italia, di un tipo che prima ha ucciso una prostituta e poi ci ha scritto un libro (non mi ricordo il titolo, forse era una cosa del tipo “la bocca del leone”). Forse lo fanno per liberarsi.

    Tutto ciò che scriviamo viene dal nostro interno, quindi tutto ciò che scriviamo siamo noi, anche quando imitiamo (perché comunque sto filtrando quello che imito).
    Poi certo: credo sua normale rifarsi a parti autobiografiche, sia perché vogliamo liberarci di qualcosa relativo all’evento, sia perché, avendo vissuto l’evento, conosciamo perfettamente le emozioni a esso collegate.

    • Daniele Imperi
      7 aprile 2015 alle 08:50 Rispondi

      Certo, può essere una specie di liberazione in quel caso.
      Chi scrive sceglie le emozioni che ha provato, secondo me: sarebbe difficile se non impossibile narrare qualcosa di completamente estraneo.

  6. Lisa Agosti
    6 aprile 2015 alle 18:48 Rispondi

    Bellissimo post, semplice e dritto al cuore del problema di praticamente ogni scrittore emergente.
    La prima stesura del mio romanzo è molto “me” come temi e modo di raccontare, i personaggi parlano come me e hanno più o meno tutti sfumature del mio carattere.
    Ora, durante la revisione, sto cercando di eliminare tutta quella parte autobiografica che si è infiltrata nella storia, liberando gli elementi narrativi dalle mie opinioni personali. Per esempio ho ridotto all’osso un personaggio che compariva ogni due o tre scene anche se col senno di poi non aveva nulla a che fare con la storia e che assomigliava troppo a un mio parente, che nella mia vita reale ricopre lo stesso ruolo di costante presenza inutile e irritante :)

    • Daniele Imperi
      7 aprile 2015 alle 08:51 Rispondi

      Grazie :)
      Un romanzo pieno di Lisa?
      Mai mettere i parenti nelle storie, specialmente se inutili e irritanti :D
      Oppure li fai morire presto…

  7. Salvatore
    6 aprile 2015 alle 19:47 Rispondi

    Assolutamente vero, le uniche storie che non riesco a scrivere solo quelle che cerco di inventare di sana pianta. Con questo non intendo dire che ogni racconto sia autobiografico, o che contenga elementi biografici. Piuttosto che sono ispirati da fantasie, paure, interessi personali. C’è sempre qualcosa di noi in quello che scriviamo. Sempre. Che piaccia o meno…

    • Daniele Imperi
      7 aprile 2015 alle 08:53 Rispondi

      Anche per me è così: se non ho provato di persona, allora si tratta di qualcosa che mi spaventa, mi piace, mi piacerebbe avere o vedere o che accadesse. Scriviamo la nostra visione della realtà.

  8. Kinsy
    6 aprile 2015 alle 20:16 Rispondi

    Se non quello che siamo noi, almeno quello che conosciamo, che siamo esperienze e fatti conosciuti personalmente o che ci siano stati raccontati. Non possiamo scrivere nulla che non abbiamo dentro di noi.

    • Daniele Imperi
      7 aprile 2015 alle 08:54 Rispondi

      Quello che conosciamo per forza, altrimenti si sentirebbe una grossa stonatura. Io per esempio vorrei scrivere alcuni racconti su fatti che mi raccontò mio padre, che risalgono al tempo della guerra.

  9. Grazia Gironella
    6 aprile 2015 alle 21:43 Rispondi

    Sicuramente c’è tanto di noi in ciò che scriviamo, ma spesso sono solo frammenti ricombinati in modo diverso dal reale, più logici e sensati. Io mi riconosco in tanti dettagli, come gli interessi dei personaggi (quelli che hanno interessi che mi piacciono sono i personaggi che mi piacciono, e viceversa) o le loro reazioni. Quando un personaggio si arrabbia, di solito lo fa con le mie modalità. Qualche volta correggo realtà che ho sperimentato, magari accorgendomene a posteriori. Soprattutto mi riconosco nel tema della storia. Mentre la scrivo mi rendo sempre più conto di stare espirmendo quello in cui credo. Non penso che riuscirei a scrivere, se non fosse così.

    • Daniele Imperi
      7 aprile 2015 alle 08:56 Rispondi

      Sì, nel mio caso infatti sono frammenti ricombinati. Inconsapevolmente usiamo pezzi di noi quando è necessario.
      Bisogna però stare attenti a non rappresentare le stesse emozioni per tutti i personaggi.

  10. Chiara
    7 aprile 2015 alle 08:48 Rispondi

    Io credo che nessuno sia mai completamente separato da ciò che scrive. Anche le storie di fantasia parlano di noi, non potrebbe essere altrimenti: un’idea nasce sempre da ciò che conosciamo, da ciò che vediamo, viviamo e respiriamo. Se io decido di dedicare un romanzo agli alieni, è perché ho letto qualcosa al riguardo, ne ho sentito parlare, magari ho interpretato tali letture, rendendole mie. Nessuna storia nasce dal nulla…

    Nel mio romanzo, c’è un personaggio “incaricato” di gestire la premessa, che dipende da un principio filosofico nel quale credo fortemente. è un personaggio che non mi somiglia quasi per niente, eppure assume su di sé la vicinanza alle filosofie orientali, portandola nella storia. Senza di lei ci sarebbe stato un buco molto grande, nella trama. :)

    • Daniele Imperi
      7 aprile 2015 alle 08:58 Rispondi

      C’è anche l’interpretazione, hai ragione, come nel caso degli alieni che citi. Quindi la storia diventa una tua visione degli alieni.
      Nel tuo romanzo quindi ci hai infilato Chiara :D

      • Chiara
        7 aprile 2015 alle 14:26 Rispondi

        Nel romanzo chiara é spalmata un po’ come la Nutella, fra tanti personaggi e tante situazioni ;)

  11. Tenar
    7 aprile 2015 alle 20:19 Rispondi

    Tendenzialmente io scrivo per vivere altre vite. Quando mi immergo in un personaggio voglio che sia diverso da me, che guardi il mondo con occhi diversi dai miei, magari che guardi anche un altro mondo, non il mio “qui ed ora”. È ovvio, poi, che ci sono dei punti in contatto, passioni comuni, sensibilità affine. I miei personaggi sono altro da me, ma comunque persone con cui potrei andare d’accordo. Non potrei mai scegliermi come protagonista un tizio volgare, rozzo e maschilista che picchia la moglie e bestemmia ogni tre parole (potrebbe fare la vittima in un giallo, però…).
    È raro che ci sia un fluire diretto da me alle mie storie. Il flusso esiste, ma è nascosto, sotterraneo e mediato. Io non sono così interessante per me stessa da dover scrivere di me.
    C’è un unico caso, tuttavia, di un racconto che narra pari pare un mio sogno. Ma io nel sogno ero una sorta di “spettatrice esterna”, come se guardassi un film e l’ho scritto solo perché le persone a cui l’avevo racconto hanno insistito.

    • Daniele Imperi
      8 aprile 2015 alle 08:06 Rispondi

      Io voglio che guardi un altro mondo, ma coi miei occhi. E scrivo anche io per vivere altre vite, ma sempre con il mio punto di vista, altrimenti non avrebbe senso.
      Neanche io sono così interessante da infilarmi totalmente in una storia.

  12. Francesca Lia
    9 aprile 2015 alle 20:21 Rispondi

    Queste sono domande che mi pongo spesso.
    Riconosco qua e là me stessa in ciò che scrivo, le mie esperienze, il mio passato…ma non mi è mai stato utile per scrivere meglio, anzi, se posso evito: mi è anche capitato di non riuscire più a scrivere un pezzo, dopo aver scoperto che legame avesse con la mia biografia.
    Mi innervosiscono quelli che credono di poterti capire meglio come persona attraverso quello che scrivi: la voce narrante dello scrittore non è la persona in carne ed ossa che potresti incontrare per strada, e apprezzare la prima non vuole affatto dire conoscere o apprezzare la seconda.

    • Daniele Imperi
      10 aprile 2015 alle 07:57 Rispondi

      Dipende da quello che scrivi: non sempre, forse davvero quasi mai, è possibile capire una persona leggendo cosa scrive. Io sono restio a conoscere di persona gli scrittori che leggo e che apprezzo, perché potrebbero non farmi una buona impressione. Finora ho conosciuto solo Lansdale e si è rivelato una persona simpatica e alla mano. Ma gli altri?

  13. ldmarchesi
    16 aprile 2015 alle 14:39 Rispondi

    Ti vorrei fare una domanda: nel romanzo più importante che sto scrivendo mi sono affezzionato ad un personaggio ed è… ecco… il supercattivo. è normale?

    • Daniele Imperi
      16 aprile 2015 alle 14:59 Rispondi

      Non lo so… perché non dovrebbe esserlo? Se scrivi la storia di uno come Hannibal Lecter, non significa che sei un assassino cannibale come lui.

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