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Scrivere fra mestiere e talento

Riflessioni sullʼattività dello scrittore

Scrivere fra mestiere e talento

Scrivere è, prima di tutto, un modo dʼesprimersi sulla carta servendosi di parole legate fra loro da certe costruzioni grammaticali e sintattiche il cui studio forma la base di quello che chiamerò il «mestiere». Senza questo mestiere è impossibile giungere in letteratura a qualche risultato positivo.

Frank S. Whiteman, Come diventare scrittori di grido

Quando cerchi un libro in mezzo a mucchi di volumi incastonati nella libreria, finisce che trovi libri dimenticati, libri del tuo passato, di quandʼeri bambino, e che sono rimasti sepolti nella tua memoria, in attesa di qualcosa che li dissotterrasse.

È così che ho ritrovato Come diventare scrittori di grido di Frank S. Whiteman, un libro che mi aveva regalato un amico – credo fosse di suo padre – quando facevo le medie, più o meno. Lʼedizione è del 1959, ma io le medie le ho fatte parecchi anni dopo.

Nel mio libro manca la copertina, ma quella originale recitava: Uno scrittore di successo vi rivela i “segreti del mestiere”. È curioso notare che nel web non ci sia traccia di uno scrittore chiamato Frank S. Whiteman (a parte un omonimo nato a metà ʼ800 che era agricoltore). Ma nel 1959 – e negli anni ʼ70 – il web non esisteva e lʼinformazione aveva limiti precisi.

Tuttavia, ho deciso di leggermi quel libretto – cosa che mi ero proposto di fare in quegli anni ʼ70 (il mio amico mi regalò anche Come costruire una radio con 3000 lire, della stessa serie, la Bilioteca pratica De Vecchi) – e ciò che ha scritto Whiteman, o chi per lui, è condivisibile e mi ha fatto riflettere su questa duplice faccia della scrittura, quella del mestiere, che è una cosa, e quella del talento artistico, che è tuttʼaltra cosa.

Il mestiere di scrivere

Whiteman inizia a parlare dellʼimportanza di conoscere la propria lingua, anzi di studiarla. E sostiene una cosa su cui sono molto dʼaccordo: che, cioè, non sia sufficiente la conoscenza della lingua parlata per comunicare.

Questa è forse la parola chiave per imparare e migliorare a scrivere: saper comunicare con la scrittura. Whiteman dice unʼaltra cosa condivisibile: bisogna conoscere le regole grammaticali, bisogna conoscere la propria lingua per poterla usare per esprimere i nostri pensieri, per soddisfare le nostre esigenze narrative.

Ma quelle regole vanno conosciute.

Le mie battaglie contro il self-publishing selvaggio nascono proprio da quegli autori – non li chiamo volutamente “scrittori” – che pubblicano senza conoscere il mestiere, che rappresenta il primo livello da raggiungere per scrivere una storia, un saggio, un manuale, ecc.

Bisogna conoscere il mestiere prima di pubblicare ebook a pagamento. “Senza questo mestiere è impossibile giungere in letteratura a qualche risultato positivo”, dice Whiteman. Possiamo dargli torto? Non azzardatevi a dire di sì.

Il termine “mestiere” proviene dal latino ministerium, il cui significato è servigio, officio (dal Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana di Francesco Bonomi). Il mestiere è lʼesercizio di unʼarte meccanica, unʼarte manuale che si esercita per guadagno.

Lʼautore che pubblica testi sgrammaticati non è uno scrittore. Scrittore è chi conosce il mestiere di scrivere e ha talento per creare storie.

Il calzolaio è un mestiere, ma non potete esercitarlo se non lo conoscete. Non potete incollare una suola col Vinavil. Il panettiere è un mestiere, ma non potete fare il pane se non ne conoscete gli ingredienti, non avete né conoscete gli strumenti per farlo né conoscete i modi e i tempi di cottura. Potrei continuare allʼinfinito, ma penso che abbiate capito.

Volete scrivere?

Imparate prima il mestiere.

Lʼarte di narrare

Whiteman, o chi per lui, non spiega come si possa creare storie, ma parla di ispirazione, che fonda sullʼosservazione diretta della realtà quotidiana, e di tanto esercizio e tanta documentazione.

Non ottiene successo chi scrive come «sente di dover scrivere», ma chi scrive come piace al gran pubblico di lettori.

Così scrive lʼautore. Ma non dategli retta.

Su una cosa però sono dʼaccordo:

Nessuno può insegnare «come si diventa artisti».

Narrare è unʼarte, lo sappiamo. E non può essere insegnata, di questo sono sempre stato convinto. Ma come si potrebbe, altrimenti? Davvero si può insegnare a qualcuno a creare storie, a inventare trame?

Scrivere è un lavoro fatto di mestiere e talento, un binomio dʼobbligo per un autore. Nessuno scrittore, che si definisca tale, può scrivere senza conoscere quel mestiere e senza avere quel talento, se vuole “giungere in letteratura a qualche risultato positivo”.

53 Commenti

  1. Fabio Amadei
    19 novembre 2015 alle 07:13 Rispondi

    Saper scrivere è quella capacità di esprimere concetti difficili in maniera semplice, chiara e netta. E quella di “descrivere” i pensieri, i conflitti interiori dei personaggi suscitando emozioni nel lettore.
    Infine, la bravura nel saper regalare colpi di scena inaspettati e sorprendenti ma credibili. E quando lo scrittore sa dosare e tenere in equilibrio questi aspetti viene fuori il suo stile, il suo essere unico e irripetibile.

    • Daniele Imperi
      19 novembre 2015 alle 13:09 Rispondi

      Sì, saper scrivere è anche questo, ma non solo questo.

      • Nuccio
        20 novembre 2015 alle 16:39 Rispondi

        occorre attirare l’attenzione del lettore, altrimenti non sei uno scrittore.

  2. MikiMoz
    19 novembre 2015 alle 07:54 Rispondi

    Sì, la tecnica (le basi, la grammatica….) non può essere ignorata e serve come punto di partenza. Il resto lo fa la genialità.
    Purtroppp quel che dice Whiteman sullo scrivere per piacere al grande pubblico è vero, a meno che tu non sia così tosto, forte e geniale da segnare una nuova pietra miliare nella storia della letteratura.
    O ancora, puoi disinteressarti del grande pubblico (la massa amorfa).

    Moz-

    • Daniele Imperi
      19 novembre 2015 alle 13:10 Rispondi

      Anche per me ha ragione Whiteman. Se sei davvero un genio, allora, come dici, puoi creare qualcosa di nuovo. Ma anche fregartene va bene, hai ragione, dipende sempre dai tuoi obiettivi.

  3. Luciano Dal Pont
    19 novembre 2015 alle 09:45 Rispondi

    Arte e tecnica, talento naturale e affinamento costruito passo dopo passo con l’esperienza, e conoscenza della grammatica ovviamente. Come in tutte le cose, come in tutte le arti e tutti i mestieri.
    Da ragazzo avevo un gran talento naturale per la giuda. Volevo fare il pilota automobilistico (come poi in effetti ho fatto, anche se non ho avuto un grande successo) e la sera, a 16, 17 anni, senza patente quindi, prendevo la macchina di mio fratello e me ne andavo in giro per le strade deserte lanciandomi in pazzesche sbandate controllate, derapate, controsterzi, testacoda con freno a mano e curve fatte in bilico su tre ruote; andavo fortissimo, avevo una capacità quasi sovrumana di controllare la macchina in ogni situazione, sentivo e gestivo la velocità in modo spontaneo e naturale e nessuno mi aveva mai insegnato niente, le mie erano capacità innate. Poi a 18 anni mi sono iscritto alle prime gare amatoriali, e lì ho cominciato a capire che si, andavo forte, ma forse mi mancava ancora qualcosa per potermi definire un vero pilota: ero veloce e determinato, okay, ma non avevo stile, non avevo il senso della corretta traiettoria in curva, la mia giuda era molto spettacolare ma poco efficace a livello di riscontro cronometrico e i risultati non venivano. Così, da quel momento, ho dovuto iniziare un lungo percorso di affinamento fino a quando, anche grazie a buoni consigli ricevuti dai più esperti, il mio talento disordinato e irruento si è evoluto in una più consapevole capacità tecnica che ben poco lasciava al caso e all’improvvisazione…
    Ecco, la stessa cosa mi è successa nella scrittura; alle medie sono sempre stato di gran lunga il migliore in italiano, spesso non solo della mia classe ma di tutta la scuola, e i miei temi meritavano regolarmente i voti più alti; scrivevo poesie e brevi racconti che poi venivano letti in classe dalla mitica professoressa di lettere, insomma, direi che avevo un buon talento naturale anche in questo, come nella giuda.
    Quando, molti anni dopo, ho rispolverato questo talento lasciato chiuso per tanto tempo in un cassetto nell’ottica, questa volta, di diventare uno scrittore, di scrivere per pubblicare, sono partito dal presupposto di essere talmente bravo da poter diventare subito Stephen King.
    Bene: dieci anni di lettere di rifiuto da parte di svariati editori.
    Questo il risultato del mio talento.
    Eppure scrivevo bene, molto bene, di questo ero obiettivamente certo e me lo dicevano in molti, e allora perché non riuscivo a trovare uno straccio di editore, neanche piccolo, disposto a pubblicarmi?
    La mia forza nella vita, oltre a quella di non avere nessuna delle classiche paure dello scrittore, è sempre stata quella di non arrendermi, di non scoraggiarmi mai di fronte agli insuccessi, e così ho iniziato a documentarmi, a frequentare blog letterari, a leggere corsi gratuiti di scrittura creativa (ce ne sono di molto belli e completi nel web) a parlare con altri scrittori e gente del settore, e un po’ alla volta ho cominciato a capire davvero qual’è la differenza tra un generico scrivere bene e l’essere scrittori, ho cominciato a capire cosa serve e come si fa a costruire una storia, quali peculiarità deve avere un romanzo per poter essere definito tale a magari suscitare l’interesse di qualche editore e soprattutto del pubblico, insomma ho aperto gli occhi su molte cose, su molti aspetti di questo mestiere e sono finalmente sceso dalla pianta delle pure illusioni. Certo non ho ancora avuto quel successo cui miro, ma comunque ho pubblicato il mio primo libro.
    Credo che il solo talento non serva se non è affinato con la tecnica, ma credo altrettanto che neppure la tecnica da sola serva se alla base non ci sono un talento e una predisposizione naturali. Come in tutte le cose, del resto.
    Quanto al fatto di tenere in considerazione i gusti del pubblico quando si scrive, credo sia un aspetto imprescindibile se si vuole avere successo di vendite, le belle favole moderne tipo Il piccolo principe non interessano più nessuno, oggi la gente vuole altro, l’importante è non svendersi, non scrivere solo per il pubblico andando contro la nostra natura di scrittori; io ad esempio non potrei mai scrivere un romanzo fantasy perché è un genere che non mi attrae nemmeno come lettore, invece mi sono riconvertito all’horror (dopo la mia prima favola moderna che non ha avuto successo) perché quello è un genere che piace al pubblico, ma ho potuto farlo perché piace anche a me e ne scrivo con piacere, insomma mi ci diverto, altrimenti non mi sarebbe possibile.

    • Daniele Imperi
      19 novembre 2015 alle 13:15 Rispondi

      Io invece in italiano andavo malissimo, ai temi 4 era il mio voto più frequente. Odiavo quella materia.
      Per essere pubblicato non devi solo scrivere bene, ma scrivere storie vendibili, che è diverso.

      • Ludovica
        16 gennaio 2016 alle 11:31 Rispondi

        Oddio, sembra impossibile crederci. Posso sapere che errori facevi per meritarti un voto tanto basso?

        • Daniele Imperi
          18 gennaio 2016 alle 09:12 Rispondi

          Perché non studiavo, semplice :)

  4. chiara
    19 novembre 2015 alle 10:03 Rispondi

    La conoscenza della grammatica, della sintassi, della punteggiatura e – sembra pleonastico ma meglio ribadirlo- dell’ortografia, per quanto mi riguarda non è nemmeno in discussione nel momento in cui si sente di voler scrivere per comunicare qualcosa agli altri, per “mestiere”: è la competenza basilare per chi decide di avere a che fare con le parole, specie se scritte per narrare qualcosa o qualcuno.
    Altro discorso è il talento, e la sua valutazione. Come si definisce, riconosce, quantifica? Dal successo, le lodi, le pubblicazioni?
    Il sacro fuoco di Melpomene o di Talia, che sentiamo dentro di noi, non so quanto sia sufficiente: il talento necessita di un riscontro.

    Oppure no?

    • Chiara
      19 novembre 2015 alle 10:13 Rispondi

      Ciao…il tuo commento è molto interessante, ma… ehm… c’è un piccolo problemino!
      Quando l’ho visto mi sono domandata “ma quando l’ho pubblicato, questo?” :D
      Scrivo qui da anni, sempre con lo stesso nickname e non ci sono mai stati problemi di omonimia. Mi sa che ora mi toccherà cambiare qualcosina… ;)

      • ChiaraM
        19 novembre 2015 alle 15:47 Rispondi

        ooopppsss… omonimia malefica!! :)
        Aggiungo la M in finale, così capiamo che tu sei tu e io sono io… :D

        • Chiara
          19 novembre 2015 alle 16:13 Rispondi

          Ok! :-) Prima ho scritto via e-mail a Daniele: “ti giuro che non sono impazzita e non sto parlando da sola”, ahahahahahah! :-D

          • ChiaraM
            19 novembre 2015 alle 17:41

            :) ecco, però, la si sarebbe potuta interpretare come schizofrenia autoriale nello sforso di immedesimazione con i diversi personaggi … Un metodo Stanislavskij applicato alla scrittura!! :D

    • Daniele Imperi
      19 novembre 2015 alle 13:17 Rispondi

      Neanche per me non dovrebbe essere in discussione, ma a sentire certi “autori” autopubblicati sono cose su cui ci si può passare sopra, basta che ci sono i “3 blocchi”.
      Come si possa quantificare, valutare o riconoscere il talento non ne ho idea, ma non credo che possiamo limitarci alle pubblicazioni. Puoi anche avere talento, ma non essere riconosciuto o passare inosservato.

  5. Chiara
    19 novembre 2015 alle 10:09 Rispondi

    Io credo che il mestiere di scrivere si debba fondare su una naturale propensione alla scrittura. Non si tratta di un lavoro manuale, bensì di un’attività intellettuale, se vogliamo artistica. Quindi “imparare” non è sufficiente, e occorrono anche qualità individuali: la capacità di osservare e di andare oltre l’apparenza, una fantasia molto sviluppata, una sensibilità che non tutti gli esseri umani posseggono. Questa è la base, insieme alla conoscenza della lingua. Il resto della casa si costruisce con il tempo e con tanto esercizio. :)

    • Daniele Imperi
      19 novembre 2015 alle 13:19 Rispondi

      La propensione alla scrittura deve esserci, come in tutti le arti. Hai comunque bisogno di iniziare dalle basi, dalla conoscenza della lingua, per poi plasmarla in una storia. :)

  6. monia74
    19 novembre 2015 alle 10:10 Rispondi

    C’è un libro chiamato “Il codice del talento”. Il sottotitolo dice: “il talento non viene dalla nascita o dalla genetica, viene sviluppato ed ecco come si fa”.
    A tutti fa piacere pensare di essere nati speciali. In realtà, quello che emerge dallo studio di questo autore, è che il talento nasce dalla “deep practice”.
    Nella practice non può mancare la parte metodologica, la conoscenza della grammatica etc.
    Quelli sono i confini, e più fai pratica più capisci come quanto e dove puoi superarli e fare tua la materia. Qui sta il talento.

    • Luciano Dal Pont
      19 novembre 2015 alle 10:40 Rispondi

      Ciao Monia, io non credo di essere molto d’accordo con quel libro, “Il codice del talento” che peraltro non conosco. Credo invece l’opposto, e cioè che in ognuno di noi siano presenti a livello innato delle capacità particolari, delle predisposizioni naturali, le quali poi per emergere e concretizzarsi hanno bisogno di essere coltivate e sviluppate attraverso l’applicazione, lo studio, l’esperienza. Altrimenti come si spiega il fatto che io a 12 anni scrivevo dei bellissimi temi che venivano apprezzati dalla prof e letti in pubblico, mentre altri miei compagni di classe non erano in grado di redigere nemmeno una lista della spesa? E come si spiega che magari proprio quei miei compagni così scarsi in fatto di scrittura, poi mi surclassavano alla grande quando si trattava, ad esempio, di matematica, dove io sono sempre stato un disastro? E come si spiega il fatto che a 16 anni ero in grado di guidare una macchina in un modo che altri non riescono nemmeno dopo una vita intera di esperienza? Come si spiega il fatto che la mia compagna dipinge dei bellissimi quadri senza che nessuno le abbia mai insegnato niente mentre io, se devo disegnare una casa, la disegno come farebbe un bambino di seconda elementare? Penso che il talento, o diversi talenti, esistano a livello innato, e che si possano definire e riscontrare a livello oggettivo semplicemente osservandoli dall’esterno, non è difficile. Poi è ovvio che per fare in modo che questi talenti emergano a tal punto da portare al successo nel proprio campo chi li possiede, è necessario che vengano coltivati, sviluppati, affinati e incanalati nelle giuste direzioni, ma se non c’è una base di predisposizione naturale non rimane assolutamente nulla da sviluppare e da incanalare. A me sarebbe piaciuto saper cantare, ma sono così stonato che se ci provo cessa immediatamente ogni forma di vita animale e vegetale nel raggio di una ventina di chilometri, e nessun ipotetico corso di canto potrebbe mai farmi migliorare nemmeno di un poco. Altri, senza nessuna scuola, senza nessun corso, cantano splendidamente. Non è talento naturale, questo?

      • monia74
        19 novembre 2015 alle 11:50 Rispondi

        non credo che il libro si spinga a dire tanto. Certo è che se c’è una predisposizione ma si cresce in un ambiente che tale predisposizione non la incoraggia, esso non emergerà mai.
        Come fa a diventare uno scrittore un bambino analfabeta..? E’ più probabile che lo diventi se viene spinto a scrivere tanto o spesso (sto banalizzando).
        Comunque si, credo intendesse “ottenere il successo” attraverso il modo giusto di far leva sulla predisposizione.
        Non so… Agassi aveva talento? O era solo l’ossessione del padre?

        • Luciano Dal Pont
          19 novembre 2015 alle 14:15 Rispondi

          Agassi aveva senz’altro del talento naturale, innato, altrimenti nessuna ossessione paterna lo avrebbe potuto far diventare un grande tennista. Avrebbe potuto giocare a tennis, certo, magari a livello amatoriale o poco più, ma sarebbe rimasto sempre un mediocre.
          Quanto all’ambiente in cui si cresce, questo può essere un fattore condizionante ma fino a un certo punto. L’immagine del bambino analfabeta che non potrà diventare scrittore è piuttosto estremizzante, ma in generale io dico che se uno ha un sogno, una passione, e se quel sogno e quella passione hanno una buona base di predisposizione naturale, e se crede veramente nel suo sogno e nella possibilità di realizzarlo e ci si impegna con tutto sé stesso, con tutto il cuore e tutta l’anima, anche contro tutto e contro tutti, contro qualsiasi veto o mancanza d’incoraggiamento famigliare o quant’altro, alla fine riesce nel suo intento. Credere in sé stessi e in quello che si vuole fare nella vita, avere uno scopo, un obiettivo da raggiungere, un sogno da realizzare, tutto questo rappresenta il potentissimo motore che ci può far arrivare al successo, conservando sempre, però, una base di obiettività e di realismo. Perché se io avessi il sogno di diventare un grande cantante sapendo bene quali sono le mie orripilanti capacità canore, be’, in quel caso farei meglio a ritirarmi in eremitaggio presso una grotta alle pendici di una montagna del Tibet e colà dedicarmi per il resto dei miei giorni alla meditazione trascendentale…

    • Daniele Imperi
      19 novembre 2015 alle 13:20 Rispondi

      Non sono d’accordo con la tesi di quell’autore. È come dire che basta l’esercizio per scrivere un’opera come la Divina Commedia o dipingere come Caravaggio.

    • ChiaraM
      19 novembre 2015 alle 16:02 Rispondi

      non è un po’ semplicistico? Io so che posso applicarmi per anni a cercare di capire la fisica, ma non sarò mai Rubbia. A dire il vero, potrei studiarla per anni ma non ci capirei comunque nulla, anche se molti dicono che la fisica sia una via di mezzo tra la poesia e la filosofia…
      Non sono d’accordo con il concetto che basta la deep practice per annullare inclinazioni e predisposizioni: lo trovo semplicistico e non tiene conto delle differenze.
      Ma credo che siamo più o meno tutti d’accordo… .D

  7. Tenar
    19 novembre 2015 alle 15:17 Rispondi

    Mi è piaciuto l’articolo e lo trovo sensato!
    Io sono anche abbastanza d’accordo sul fatto che se si vuole avere successo si debba scrivere come piace alla maggior parte del pubblico.
    Se si vuole avere successo, non se si vuole rivoluzionare la letteratura. Mi spiego. Joyce non scriveva come piaceva alla maggior parte del suo pubblico, a cambiato la storia della letteratura, ma ha senza dubbio venduto meno di altri.
    Quindi bisogna sapere cosa si vuole, il libro si propone come una spiegazione per come diventare un autore di grido. Io non aspiro particolarmente a vendere best seller, preferirei opere che rimangano un po’ di più. Ma chi vuole vendere tanto deve adattarsi a scrivere secondo i gusti del grande pubblico. Chi vuole scrivere per creare opere che durino nel tempo forse no. Come sempre, dipende da ciò che si vuole.

    • Daniele Imperi
      19 novembre 2015 alle 15:22 Rispondi

      Grazie :)
      Il libro comunque è abbastanza penoso, e ho il sospetto, anzi, che sia stato creato da uno staff italiano (troppe citazioni a opere nostrane). Inoltre metteva troppa carne al fuoco, parlando di come scrivere romanzi, articoli, critica teatrale, drammi, ecc.
      Ho apprezzato solo la prima parte, sulla tecnica.
      Però ha ragione, certo, dipende da che obiettivi hai. Ma di questo parlerò nel gioco che hai lanciato :)

  8. poli72
    19 novembre 2015 alle 20:11 Rispondi

    D’accordissimo! Affiancherei alla indispensabile conoscenza della grammatica e della sintassi anche un’altra “facolta’” ,quella di comporre paragrafi chiari ,ben comprensibili. Conoscenza della lingua e capacita’ di scrivere in maniera pulita e immediata sono alcune delle parti tecniche del mestiere di scrivere ,quindi si possono apprendere. Con passione e costanza , la possibilita’ di arrivare almeno alla sufficienza credo esista se non per tutti, almeno per la stragrande maggioranza. Altro paio di maniche e’ la parte artistica dello scrivere , ideare
    trame , personaggi,luoghi e situazioni. Nessuno davvero, puo’ trasmettere l’impulso creativo con corsi o lezioni ,puo’ semmai aiutare a gestire ,ad organizzare le idee ,ma non a crearle dal nulla.

    • Daniele Imperi
      20 novembre 2015 alle 09:05 Rispondi

      Corsi e lezioni, secondo me, possono insegnare solo la parte tecnica, come costruire una storia. Le idee e la capacità di farlo sono proprie dello scrittore.

  9. Grazia Gironella
    19 novembre 2015 alle 20:58 Rispondi

    Partendo dal presupposto che per scrivere bisogna conoscere bene la lingua in tutti i suoi aspetti, non credo che chi non ha talento (cosa non diagnosticabile con certezza) non si possa definire scrittore. Ci sono un sacco di libri là fuori privi di guizzi particolari, che non ti fanno pensare dell’autore “è un artista”, ma ugualmente ti fanno girare pagina fino alla fine e ti lasciano soddisfatto. Non fatico a considerarli veri scrittori. L’artista ha qualcosa in più rispetto a loro, ma è un livello di eccellenza che va oltre la normalità.

    • Daniele Imperi
      20 novembre 2015 alle 09:06 Rispondi

      Se sono riusciti a farti leggere i libri, perché dici che non hanno talento, anzi che non sono artisti?

      • Grazia Gironella
        20 novembre 2015 alle 14:02 Rispondi

        Volevo dire che la conoscenza della lingua e la capacità di mettere in piedi una storia valida sono necessari per diventare scrittori-artigiani; l’essere scrittori-artisti, o avere talento, è un passo ancora successivo. Il primo livello si può apprendere, secondo me, mentre il secondo è una dote naturale, favorita dalle letture. Anche il primo livello può dare buoni risultati, questo era il punto, ma i prodotti comunque sono qualitativamente diversi.

  10. Mara Cristina Dall'Asen
    19 novembre 2015 alle 22:27 Rispondi

    Mi consolo Daniele, anch’io andavo male in italiano scritto… però arrivavo a 5! Tra l’altro questo è stato il motivo per cui non ho mai osato scrivere prima dei 50 anni. Forse è stato un bene, la maturità serve, ma forse non avrei mai dovuto cominciare. Non ho le basi di scrittura creativa, non ho fatto corsi, ho solo letto e osservato tantissimo. Poi per fortuna sono dotata di una fantasia fervida e ho indubbiamente una vena artistica visto che faccio la fiorista e mi occupo soprattutto di allestimenti. Conosco abbastanza la grammatica e la sintassi e ho ripreso a studiarle ultimamente, però, secondo i canoni esposti io non sono una scrittrice, infatti non mi propongo mai come tale ma come autrice. Ciao

    • Daniele Imperi
      20 novembre 2015 alle 09:08 Rispondi

      Perché non avresti mai dovuto iniziare a scrivere? Non credo che sia necessario fare dei corsi di scrittura per scrivere bene.

  11. Gloria Vanni
    20 novembre 2015 alle 09:26 Rispondi

    «Non ottiene successo chi scrive come «sente di dover scrivere», ma chi scrive come piace al gran pubblico di lettori», dice Whiteman, o chi per lui… Non è la regola di blogger e blog, Daniele, eccetto i cosiddetti blog personali che peraltro piacciono molto, come Moz dimostra?

    • Daniele Imperi
      20 novembre 2015 alle 09:33 Rispondi

      Non so, io non seguo quella regola, scrivo come piace scrivere a me, e infatti non ho raggiunto il successo :D

  12. Ulisse Di Bartolomei
    20 novembre 2015 alle 10:49 Rispondi

    Salve Daniele

    Un’altro interessante articolo “guardati la coscienza”… Credo che se uno scrittore sia artista o mestierante lo decide la percezione che gli si consolida attorno, quando i suoi scritti sono abbastanza conosciuti. Nella scrittura (narrativa) non è importante scrivere bene, ma concatenare gli eventi in maniera avvincente e una storia interessante. Questo, a mio giudizio, lo dimostra il successo dei libri stranieri tradotti “da cani”. La maggior parte dei lettori che leggono per passare il tempo, si abitua agli stili espositivi. Un registro semantico povero ma scontato, prevedibile, stesse allegorie e luoghi comuni, li fa sentire a proprio agio e facilmente ricercano sempre quel tipo di scrittura. Io scrivo poiché è il mio modo per perseguire un riscatto esistenziale, ma il talento da scrittore, come si intende nel tuo articolo, non l’ho. Sto imparando la lingua italiana man mano che scrivo, in quanto ne ho bisogno e non perché mi piaccia e le mie difficoltà vengono anzitutto dall’avere una cultura prettamente tecnica. Potrei essere un ottimo compilatore di manuali d’uso per apparati tecnologici…

    • Daniele Imperi
      20 novembre 2015 alle 10:55 Rispondi

      Ciao Ulisse, sulle traduzioni imperfette siamo d’accordo, io ho iniziato a leggere in inglese almeno i romanzi per ragazzi, più semplici per il mio livello di conoscenza di quella lingua.
      L’italiano lo impariamo tutti scrivendo. Ma capisco che debba essere più difficile se hai una preparazione tecnica come la tua.

      • Ulisse Di Bartolomei
        20 novembre 2015 alle 11:27 Rispondi

        In effetti questo per me è un problema abbastanza tedioso, in quanto mi viene naturale trasferire l’asettica logica, in uno scritto che invece dovrebbe suscitare un sentore di accoglienza. Le tematiche sociali non sono ovviamente confortevoli, ma io le affronto come se stessi spiegando un tornio al cliente a da qui non riesco a staccarmi. Il primo commento che ricevetti da un lettore che aveva scaricato un testo sulle prime epoche cristiane, fu che era un lavoro meritevole, ma non voleva essere costretto a tenere il vocabolario accanto per capirlo e quindi ne aveva abbandonato la lettura. Dopo i rilievi di mia figlia “di cambiare registro” sto cercando di farlo, ma non riesco senza eliminare dettagli che ritengo utili. Quindi l’interrogativo: come si fa a cambiare registro senza impoverire la descrizione?

        • Daniele Imperi
          20 novembre 2015 alle 11:32 Rispondi

          Bella domanda. Tu quindi hai questo problema con la narrativa? Perché nella saggistica non ci sarebbe.
          Hai provato ad affiancarti a un editor? Magari può darti consigli.

  13. Ulisse Di Bartolomei
    20 novembre 2015 alle 12:15 Rispondi

    No, il problema ce l’ho anzitutto con la saggistica ma la narrativa viene da presso, in quanto tutta la mia scrittura è autobiografica e l’esposizione è intesa come “colloquiale”. I miei saggi non sono diretti agli “esperti”, ma alla gente comune per difenderla da questi! Le mie tematiche concernono soprattutto una critica agli stereotipi mistici. Il saggio sulla “femmina nel dogmi” è diretto a tutte le donne che vivono una normale vita quotidiana. C’è anche il lato pragmatico: raggiungere un maggior numero di lettori. La saggistica rivolta all’esperto satura il bacino potenziale con un numero esiguo di copie. Io mi rivolgo al lettore comune per aiutarlo a fare a meno dell’esperto o aiutarlo a evitare quello da “partito preso”, considerato che la faziosità domina ormai questi tempi. Insomma devo ingentilire dissertazioni complesse. Il consiglio dell’editor e interessante, ma il lavoro che dovrebbe fare sarebbe troppo costoso. Rimanendo nel “fai da te” gradirei più un buon libro di grammatica adeguato per questa esigenza.

    • Daniele Imperi
      20 novembre 2015 alle 12:22 Rispondi

      Non conosco libri che possano aiutarti. Ma non credo che serva una grammatica, quanto più un testo che ti aiuti a semplificare la scrittura.

    • Marco Benedet
      28 novembre 2015 alle 17:17 Rispondi

      Ciao Ulisse, anche io sono un professionista e come tale ho dovuto affrontare un problema simile al tuo: divulgare e spiegare quel che so in modo corretto e approfondito a persone che ignorano l’argomento trattato.
      Sono un veterinario e avevo ed ho l’obiettivo di sfatare miti e credenze sulla salute di cani e gatti. Con questa idea mi sono messo a scrivere manuali, blog, su siti, ecc e come nel tuo caso senza avere buoni risultati comunicativi, il mio linguaggio era “difficile”. Per risolvere la cosa ho iniziato a parlare, parlare e parlare con persone che non conoscevano l’argomento trattato e ne valutavo subito quel che riuscivo a trasmettere. Dopo innumerevoli “cosa?” e “come?” con molta difficoltà ho iniziato a cambiare ed arricchire il mio vocabolario e il mio corredo sintattico fatto di semplificazioni ed esempi facilmente comprensibili. Quell’esperienza mi ha arricchito molto e mi ha dato le basi per iniziare un percorso da autore di romanzi per fare il quale sono convinto serva competenza tecnica rigorosa associata alla capacità di semplificare al fine di avere una lettura tanto appassionante quanto scorrevole )obiettivo di tutti gli scrittori).
      Per quanto riguarda l’aspetto creativo, convengo con quello già detto da altri, o ce l’hai o non ce l’hai, solo il resto lo puoi sviluppare.

  14. Irene Sartori (Erin Wings)
    20 novembre 2015 alle 17:18 Rispondi

    Un articolo molto interessante su una questione a cui penso spesso.
    Quando mi definisco scrittrice lo faccio solo per definirmi in qualche modo, ma più corretto sarebbe semmai scrittrice dilettante, molto dilettante. Non ho mai davvero pensato di poter avere talento per la scrittura, ma una predisposizione lo spero altrimenti perché scrivo?
    A mancarmi forse sono ancora un po’ le basi, ma ci sto lavorando, sulla conoscenza della grammatica intendo. Poi trovo sia importante confrontarsi molto con gli altri autori, informarsi per quanto riguarda tutto ciò che sta intorno a questo mestiere: blogging, editoria, scrittura creativa ecc. Ho cominciato un paio d’anni fa a documentarmi di più allo scopo di migliorare nella scrittura e credo proprio di esserci riuscita, anche se la strada è ancora molta. Talento o no, col tempo allenandosi i miglioramenti arrivano.
    Le cose che penso siano più importanti sono la conoscenza e consapevolezza, e l’umiltà di capire che un talento non è un merito ma un dono che va coltivato. :)

    • Daniele Imperi
      20 novembre 2015 alle 17:22 Rispondi

      La predisposizione è qualcosa che capisce la persona stessa che scrive, il talento, invece, secondo me sono gli altri che lo scoprono in te. Sono d’accordo che serva confrontarsi con altri scrittori. Sto preparando un post che parlerà anche di questo.

      • Irene Sartori (Erin Wings)
        20 novembre 2015 alle 17:26 Rispondi

        Bene, sarà molto interessante anche quel post. Ammetto di aver aperto dei blog appositamente per confrontarmi e capire se possiedo talento. Non l’ho ancora scoperto. Penso non basti che alcuni ti dicano che sei brava o forse sbaglio. Mi piacerebbe un giorno capirne di più.

        • Daniele Imperi
          21 novembre 2015 alle 08:33 Rispondi

          No, non basta che gli altri ti dicano che sei brava, intendevo che lo dimostrano coi fatti, leggendo ciò che scrivi, valutandolo, comprando le tue opere, ecc.

  15. Lisa Agosti
    21 novembre 2015 alle 05:58 Rispondi

    Sarebbe interessante sapere se nel libretto hai trovato anche consigli non più applicabili alla scrittura come la si intende oggi, o addirittura opposti a quel che sostengono i più recenti manuali di scrittura.

    La citazione sullo “scrivere quel che si sente” in opposizione a quel che vende è piuttosto forte, oggi solleverebbe molte sopracciglia.

    • Daniele Imperi
      21 novembre 2015 alle 08:36 Rispondi

      Ho trovato consigli ancora applicabili, ma secondo me è un libro che dà informazioni molto generiche, che sono sempre valide.
      Io sono ancora convinto che dobbiamo scrivere ciò che sentiamo dentro, e non è detto che questo non possa vendere.

  16. Federica
    11 dicembre 2015 alle 16:57 Rispondi

    Leggendo questo post mi è tornato alla mente, per analogia, il libro “Il modello delle competenze” di Levati e Saraò. Seppure il testo sia riferito a un campo diverso, contiene un ragionamento molto interessante e che, in una sua parte, è riferibile anche al campo della scrittura. Secondo gli autori, una persona possiede una certa <> quando dispone di una dotazione personale che le consente di riuscire in una determinata attività. Ma da dove nasce tale dotazione? Dall’attitudine (ovvero: dal talento, da una predisposizione con cui si è nati) che ha trovato inizialmente un insieme di condizioni favorevoli alla sua espressione, esercizio e crescita e che nel lungo termine si è arricchita di continua conoscenza ed esperienza. Trasferito al nostro caso: siamo capaci di scrivere se abbiamo predisposizione, talento, creatività, visione interiore e se, con costanza, abbiamo dedicato e dedichiamo loro il tempo per farli emergere ed affinare, partendo, in primo luogo, da un’ordinata buona conoscenza della grammatica e della lingua (senza esagerare, però!).

    Grazie per questo post! Quello che scrive è per me materia di riflessione e stimolo ad approfondire!!! :-D

    • Daniele Imperi
      11 dicembre 2015 alle 17:06 Rispondi

      Ciao Federica, è saltata una parte del commento, quella che hai inserito fra i simboli “< " e ">” :)
      Sono comunque d’accordo sulle qualità dello scrittore: predisposizione, talento, creatività e tanto lavoro.

      • Federica
        12 dicembre 2015 alle 12:23 Rispondi

        Tra le virgolette c’era il termine capacità che….evito accuratamente di virgolettare di nuovo ;-)

        Aggiungo che nemmeno io concordo con l’affermazione di Whiteman quando sostiene che non ottiene successo chi scrive come sente di dover scrivere (ehm… ho tolto le virgolette, non si sa mai). Ognuno di noi ha il proprio modo di pensare e immaginare, se lo si condiziona subordinandolo all’obiettivo di piacere al grande pubblico perde quella libertà che è necessaria per iniziare e terminare il proprio lavoro e per esprimersi. Cosa si intende poi per successo? Vendibilità di un prodotto pre-standardizzato (come molti in giro) in cui la variabile più importante si limita soltanto al costo di stampa o alla copertina? Oppure è successo un libro di qualità? Io dico la seconda. Un autore che ha fiducia nella propria scrittura, nella propria voce, nel valore e nella bellezza delle parole crea testi capaci di suscitare emozioni, di trasmettere messaggi positivi, divertire, far ridere…. Comunica contenuti che muovono l’animo, il cuore, l’intelligenza del lettore. Lo catapulta in mondi nuovi. Fa in modo che, una volta terminato il libro, non lo si voglia richiudere, ma ricominciare di nuovo! Se è un poeta, è capace di sorprendere, di far pensare, senza essere pesante….
        Come posso dire….chi scrive con cura e convinzione produce testi che hanno dentro di sè una forza che arriva al lettore!

        • Daniele Imperi
          12 dicembre 2015 alle 12:41 Rispondi

          Per le virgolette devi usare quelle alte “” oppure le caporali «», altrimenti scompare il testo all’interno :)
          Anche per me il successo dipende da vari fattori e non solo da ciò che sostiene Whiteman.

  17. Federica
    12 dicembre 2015 alle 13:29 Rispondi

    Ok!!! Ricevuto!! ;-) :-) :-D

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