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Scrivere per il mercato editoriale

Scrivere per il mercato editorialeQuesta è una frase che non piace a molti scrittori. Ma che cos’è, prima di tutto, il mercato editoriale? Non è certo una piazza piena di bancarelle in cui vendere il nostro libro. Io intendo semplicemente il nostro pubblico di riferimento. Stiamo scrivendo per i lettori.

In questo articolo voglio riflettere sul significato della scrittura finalizzata alla pubblicazione. Perché scrivere per se stessi è facile: basta prendere un quaderno e scrivere tutto quello che ci passa per la testa. Non esistono obiettivi, in quel caso, non esistono mete, non c’è pianificazione, non c’è ricerca, non c’è un vero e proprio lavoro.

Ma se vogliamo scrivere per vedere il nostro testo pubblicato – romanzo, antologia, saggio, manuale – allora il discorso cambia e il motivo è facile da intuire: non ci siamo più soltanto noi, ma ci sono anche gli altri, i lettori.

Scrivere per essere pubblicati e pubblicare

Editoria tradizionale o self-publishing: non importa quale scegliate, qui si parla di scrittura che mira a una pubblicazione. Questo tipo di scrittura richiede un approccio differente da quella solitaria di sfogo personale.

Quando scegliamo di pubblicare, la nostra opera avrà un prezzo di acquisto. Che a voi questo sembri sminuire l’opera letteraria è un problema inesistente, un problema solo vostro, che il mercato editoriale non si pone. La scrittura è arte, un libro è però un prodotto da vendere.

Io non vedo sminuire la letteratura quando acquisto i miei libri. Cerco di comprarli dove risparmio, perché sono un bibliomane, ma non per questo quei libri mi sembrano meno letterari, artistici. Sono libri da leggere e basta.

I poeti vivi non vendono libri

Uno degli ultimi romanzi di Björn Larsson si intitola I poeti morti non scrivono gialli. È quel libro che mi ha ispirato questo sottotitolo. Qui volevo parlare appunto di poeti e poesie. Ma anche di altre opere di dubbia vendita che molti scrittori voglio scrivere a tutti i costi.

Noi siamo un popolo di naviganti (su internet) e di poeti, certo. Ma chi legge le poesie? Seriamente, dico. Io ho alcuni libri ascrivibili al “genere poesia”, ma sono la Commedia dantesca e la fedele compagna Vita nuova, ‘A livella di Totò e le poesie di Poe, I fiori del male di Baudelaire e tutte le poesie di Quasimodo, i sonetti lussuriosi di Aretino e poco altro.

Anni fa ho composto una raccolta di 47 poesie macabre. A quel tempo volevo pubblicarle con qualche editore. Poi mi sono detto: ma chi le legge? E chi le pubblica? Ha mercato la poesia? Forse quella di un tempo – infatti vorrei comprare altre poesie di autori classici e antichi. Ma quella moderna?

Io lo dico senza problemi: non comprerei mai un libro di poesie scritto da un autore moderno. Mai. Non chiedetemi perché, ma sono convinto che non avrebbero nulla di “poetico” quelle poesie. Quando ripenso ai versi del Foscolo, mi convinco che sia impossibile avvicinarsi a quel livello.

Qualche anno fa mi ero messo in testa di pubblicare una raccolta di 365 racconti di 300 parole. A quota 80 mi sono fermato, ponendomi la domanda: sono vendibili quei racconti? La risposta è stata immediata: no. In un certo senso ne ho avuto la conferma: ne ho inviati, anche se revisionati per l’occasione, 4 alla selezione per i Corti di Edizioni XII e sono stati tutti rifiutati. E ho inviato quelli ritenuti migliori.

Non scrivete poesie o, meglio, non cercate di piazzarle, specialmente se siete dei perfetti sconosciuti. Scrivete un romanzo, scrivete qualcosa che possa essere venduto, perché l’arte, come il crimine, non paga. L’arte è fine a se stessa, l’arte è qualcosa che sta dentro di noi, ma purtroppo non è vendibile.

Scrivere quello che vuole il mercato?

Assolutamente no. Non è il messaggio che volevo far passare. Dobbiamo scrivere ciò che può far parte del mercato editoriale, al di là di mode e tendenze, al di là della nuova stirpe di vampiri, di zombi redivivi e della rinfrescata dell’erotismo sfumato di mille colori.

Se volete pubblicare, scrivete un libro che si possa vendere. Non un libro che vuole la moda, che richiede la massa, che pretende un editore con la speranza di cavalcare le onde degli altri. Ma un libro che attragga i lettori come una calamita e che faccia venire agli editori l’acquolina in bocca.

Volete vendere il vostro libro?

Perché le alternative sono solo due: sì o no.

Che avete deciso di fare? I poeti incompresi o gli scrittori affermati?

34 Commenti

  1. LiveALive
    1 dicembre 2014 alle 08:17 Rispondi

    La poesia contemporanea può ancora essere bella, il problema è appunto che nessuno la legge. Io poi la poesia non so né scriverla né capirla (mi stupisce che tu abbia scritto cotante poesie!).
    Oggi poi c’è anche questa “neuropoietica” che mi interessa molto: poesia e neurologia, e vediamo se riusciamo a capirci qualcosa… Un poeta interessante da questo punto di vista è Grunbein, che ha pure scritto poesie sul cervello.

    Oggi i libri mi paiono sempre più brevi. Sì, c’è il Cardellino della Tratt che è colossale, così come Underworld, Infinite Jest, eccetera. Però la maggior parte dei libri di colossi come McCarthy e Philip Roth sono brevissimi, e anche io nuovo Nobel Modiano fa libri snellissimi. I capitoli poi, in generale, sono brevi, si prediligono quelle scene-flash di poche righe, di modo che sia possibile leggere in autobus (be’, io non ci riesco XD) e interrompere quando si vuole.
    …per questo secondo me una raccolta di 365 racconti di 365 parole 365 parole, non 300) poteva avere successo.

    P.S.: ma Stoner l’hai letto? XD io invece ora sto leggendo Fight Night, di Stefano Trucco.

    • Daniele Imperi
      1 dicembre 2014 alle 15:12 Rispondi

      Scrivere tante poesie non significa scrivere buone poesie :)
      Ci sono ancora romanzi lunghi, prendi Limit, per esempio, o quelli di Sanderson.
      Stoner ancora non l’ho letto.

  2. Tenar
    1 dicembre 2014 alle 08:29 Rispondi

    Non sono per niente poetica, me non mi sento di scoraggiare a prescindere i poeti. I lettori di poesia contemporanea sono pochi, ma esistono, così come esistono case editrici che trattano il genere con serietà. Certo, è un mondo ancora più difficile di quello della narrativa, il che è tutto dire…
    Per i racconti, brevi o lunghi, il discorso è diverso. È difficile pubblicare un’antologia di propri racconti da sconosciuti, è relativamente facile pubblicare singoli racconti qua e là tramite concorsi e, grazie ad essi, farsi conoscere. È infinitamente più facile pubblicare un romanzo dopo che gli editori ti hanno conosciuto con i racconti (o, almeno, questa è stata la mia esperienza).
    Quindi, se dovessi dare un consiglio su cosa scrivere finalizzato alla pubblicazione direi prima racconti per selezioni e concorsi e poi romanzi.
    In ogni caso, scrivere con rispetto per il lettore. Più che scrivere per pubblicare, scrivere per essere letti. Iniziamo ad essere letti da amici e partenti, se già loro si annoiano, che possibilità ci saranno di attirare l’attenzione di perfetti sconosciuti?

    • Daniele Imperi
      1 dicembre 2014 alle 15:16 Rispondi

      Sui racconti per selezioni sono d’accordo in parte: quante case editrici ne fanno? Perché se sono sempre le solite due o tre fai poca strada. Io so della Delos, ma non di altre.

      Amici e parenti mie neanche sanno che scrivo :)

      • Tenar
        1 dicembre 2014 alle 17:35 Rispondi

        Mondadori fa tantissime selezioni per racconti di vari generi e sono per lo più gratuite. Quasi sempre i racconti selezionati trovano modo di essere pubblicati. Poi ci sono alcuni premi letterari per racconti seri (con pubblicazione che ha un effettivo ritorno d’immagine). Io conosco solo quelli attinenti ai miei generi (giallo e fantastico), ma sono più di quelli a cui riesco materialmente a partecipare. Entrambi i romanzi che ho pubblicato sono stati notati dai rispettivi editori perché mi conoscevano già grazie ai racconti editi (attraverso concorsi).

  3. Salvatore
    1 dicembre 2014 alle 09:12 Rispondi

    Racconti e poesie non hanno mercato, e non solo in Italia. Mario Luzi, considerato uno dei maggiori poeti contemporanei italiani, arrivava a vendere 500 copie. Per essere uno dei maggiori poeti – non più viventi visto che è morto nel 2005 – 500 copie sono davvero una miseria. Non si può considerare neanche una nicchia. Un po’ meglio se la passano le raccolte di racconti, ma non molto. Io scrivo per essere letto e per poter, un giorno, essere pubblicato, ma scrivo quello che a me andrebbe di leggere. Ne ho giusto scritto un post che pubblicherò mercoledì. :P

    • Daniele Imperi
      1 dicembre 2014 alle 15:19 Rispondi

      Concordo. Neanche io leggerei mai racconti di sconosciuti, tanto meno poesie. Per me la poesia è morta tanto tempo fa.

  4. Banshee Miller
    1 dicembre 2014 alle 09:47 Rispondi

    Il meglio credo sia scrivere la cosa più commerciale possibile rimanendo però fedeli alle proprie idee. L’obbiettivo è vendere, bisogna provarci in tutti i modi ma senza mai snaturarsi. Piegarsi, avvicinarsi, provare, ma deve rimanere il nostro marchio. Se non resta niente di noi probabilmente abbiamo scritto una schifezza, che subito i lettori scoprirebbero come tale.

    • Daniele Imperi
      1 dicembre 2014 alle 15:20 Rispondi

      Non mi piacciono i termini “commerciale” e “piegarsi” :)

      • Banshee Miller
        1 dicembre 2014 alle 17:05 Rispondi

        Be’, allora li sostituisco con “commerciabile” e “adattarsi”.
        Meglio?

  5. Grazia Gironella
    1 dicembre 2014 alle 09:59 Rispondi

    Condivido senza tristezza. Non ho mai visto la letteratura come arte da non contaminare con ragionamenti di profitto. Le storie, meravigliose e belle e mediocri e brutte, sono necessarie all’umanità nel loro insieme, non prese singolarmente. Questo secondo me è un presupposto importante. Ciò che scriviamo il mondo fa tranquillamente a meno di leggerlo, a meno che. Su quell'”a meno che” possiamo lavorare. Se scrivi lo fai per comunicare, con molti o con pochi, a seconda di ciò che scrivi e di come lo scrivi, ma sempre con qualcuno; e siccome il comunicare passa attraverso l’acquisto del libro da parte del lettore, ogni ragionamento pratico è fondamentale. Ho smesso di scrivere racconti anche per questo motivo. All’inizio è stato importante avere risultati nei concorsi e vedere che i lettori apprezzavano; mi ha dato impulso per continuare a scrivere. Adesso voglio dedicare il tempo a qualcosa che possa essere vendibile e mi dia una possibilità di evoluzione. Per fortuna ho sempre voluto scrivere romanzi, perciò non è affatto un sacrificio.

    • Daniele Imperi
      1 dicembre 2014 alle 15:24 Rispondi

      Vero, bisogna fare ragionamenti pratici, se vogliamo pubblicare e farci leggere. Stesso discorso per me sui racconti, anche se ogni tanto vorrei pubblicarne ancora nel blog.

  6. Marina
    1 dicembre 2014 alle 10:43 Rispondi

    Dico sempre che le poesie sono come dei file compressi: emozioni e sensazioni chiuse tutte in un verso. E come si fa? Io ho bisogno di descrivere, dettagliare, raccontare, non per niente il mio genere è la narrativa. Quando scrivo non mi attengo a regole, non seguo mode o tendenze e – a dirla tutta – quelle degli ultimi tempi mi allontanano anziché avvicinarmi alla lettura (saghe di fantasy, fantascienza, tutta roba che non mi alletta per niente). Cerco, tuttavia, spunti che possano suscitare interesse, provo ad intrecciare trame che diano al lettore quel guizzo in più per andare avanti. Certo, il problema resta sempre arrivare a quel lettore! Come fai a riconoscere il perfetto sconosciuto che ha scritto una storia meritevole in mezzo all’oceano di perfetti sconosciuti che scrivono anche cose molto brutte?
    Se l’obiettivo è pubblicare per essere letti, quello principale resta non lasciarsi scoraggiare dai fallimenti

    • Daniele Imperi
      1 dicembre 2014 alle 15:57 Rispondi

      Il problema della visibilità resta uno dei più grandi da risolvere, purtroppo.

  7. Sebastiano
    1 dicembre 2014 alle 11:23 Rispondi

    Ormai sembra quasi che il futuro della letteratura non coinvolgerà più la poesia. Il motivo, forse, è semplice: tempo fa qualcuno scriveva poesia per chi leggeva poesia, ma ora… Non è più così. Il pubblico odierno cerca qualcosa di vicino a ciò che legge giornalmente; la poesia non rientra tra queste.
    Potrebbe essere sì un bene andare “contro corrente”, ma se è difficile pubblicare con un romanzo, figuriamoci con la poesia. Talvolta bisogna semplicemente adattarsi ma con innovazione e originalità (come si parlava in un post precedente).

    • Daniele Imperi
      1 dicembre 2014 alle 16:00 Rispondi

      Forse dipende anche dal pubblico. Adesso, con tutta la spazzatura che gira in televisione e sui social, la gente si è abituata a quello.
      Ma secondo me dipende anche da un altro fattore: la migliore poesia è nata nei secoli passati, quando l’Italia aveva problemi maggiori rispetto a ora.

  8. carlafamily
    1 dicembre 2014 alle 12:37 Rispondi

    Adoro la poesia, la leggo e mi emoziono e quando la scrivo m’accorgo che mai potrò comparare qualcuno esistito prima che ha lasciato il segno ed alla domanda “A chi interesserà?” la risposta è sempre la stessa “a nessuno!” .
    Io stessa sono il mio metro di misura. Mi spiego meglio: ci sono svariati blog di poesia di cui faccio davvero fatica a comprenderne la categoria. Sono pensieri profondi, interiori e coraggiosamente lanciati nel mondo della poesia. Poi mi soffermo a pensare se davvero ne apprezzo il senso o la scrittura, se mi lascia un segno, se davvero m’interessa ciò che ho appena letto ed allora mi sposto a leggere i grandi della poesia, anche contemporanea e confermo a me stessa, una volta ancora, la loro grandezza.
    Vorrei quel tocco in più, vorrei sempre leggere di quel “tocco” in più che m’ispira, mi avvince e mi commuove….
    Tutto questo c’è già stato e in qualcuno c’è ancora
    Scusate l’intrusione ed i pensieri buttati lì.
    Questo sito mi è molto utile, grazie dunque!
    Un caro saluto

    • Daniele Imperi
      1 dicembre 2014 alle 16:07 Rispondi

      Ciao Carla e benvenuta nel blog.
      Anche io ho letto qualche poesia moderna e sono tornato ai grandi del passato.

  9. Fabio Amadei
    1 dicembre 2014 alle 13:00 Rispondi

    Secondo me è un problema di preparazione.
    Mi spiego. Solo quando io sono sicuro del mio prodotto, solo in quel caso, quando so che posso offrire qualcosa di interessante e stimolante ai miei lettori mi attrezzo, e credo che uno trovi in modo naturale il canale giusto dove piazzare la propria opera. Quando ancora sono insicuro, mi trastullo in tanti e vari dilemmi del tipo: pubblico o non pubblico?
    Quando senti di essere pronto, (magari mi illudo) trovi la strada spianata. Gli dei vengono in aiuto.

    • Daniele Imperi
      1 dicembre 2014 alle 16:10 Rispondi

      Se per te funziona così, va bene :)
      Per me no, credo. Per trovare il canale giusto per piazzare il proprio libro bisogna studiare e analizzare i vari canali.

  10. Lisa Agosti
    1 dicembre 2014 alle 18:14 Rispondi

    Non sono esperta in materia di poesia, anche se ho, come tutti, alcuni poeti preferiti, tra cui Alda Merini, recentemente scomparsa.
    Ricordo a memoria le poesie che ho imparato alle elementari perché mio padre me le faceva ripetere per tenermi occupata durante i lunghi viaggi in macchina. Sono sempre belle e inimitabili.
    Seguo qualche blog di poesia, mi piace l’accezione romantica della parola scritta in rima, l’emozione rubata a poche righe che posso portare con me quando comincio a scrivere, per ricordarmi che la correttezza tecnica non basta.
    Più che sui libri, per trovare la poesia andrei in un locale con musica dal vivo (ormai la radio è uno scempio), o a teatro. Credo che la prossima generazione scriverà più meme che poesie, sfruttando la multimedialità del web e delle nuove tecnologie per creare immagini e suoni abbinati alle parole.

    • Daniele Imperi
      1 dicembre 2014 alle 18:30 Rispondi

      In un locale con musica dal vivo c’è poesia?
      La prossima generazione, se continua così, non sarà in grado neanche di scrivere la lista della spesa :)

      • Tenar
        1 dicembre 2014 alle 18:37 Rispondi

        Secondo la docente di Letteratura Italiana del corso abilitante che sto seguendo la naturale evoluzione della poesia, oggi, è la canzone e il rap. I filologi e i teorici della letteratura stanno studiando il fenomeno e la docente ci ha dato una dimostrazione di come partendo da rap si possa arrivare a spiegare il sonetto medioevale. Quindi mi trovo in sintonia con quanto dice Lisa. La poesia oggi è nella canzone. Del resto fino al ‘500 (in alcuni casi fino al ‘600) non c’era distinzione tra poesia e canzone, la maggior parte delle opere poetiche erano musicate.

        • Daniele Imperi
          1 dicembre 2014 alle 19:00 Rispondi

          Il rap sarebbe poesia? O.O
          Se c’è un genere di musica che trovo davvero insopportabile è proprio il rap, e i testi di una banalità assurda…

          No, dissento totalmente da quella insegnante e dai vari filologi e teorici.

          • Grazia Gironella
            1 dicembre 2014 alle 19:16

            Banali i testi rap? Solo alcuni vecchio stile, del genere “la vita fa schifo, il mondo fa schifo”, senza altri contenuti. Certi rapper sono davvero dei poeti del nostro tempo. Se non piace come tipo di musica, per apprezzare i testi bisognerebbe leggerli, ma capisco che diventi un lavoro anziché un piacere.

      • Lisa Agosti
        1 dicembre 2014 alle 18:40 Rispondi

        I testi delle canzoni sono poesie, ma non quelle che passano per radio (under my umbrella ella ella ella ella non è la mia idea di rima perfetta)

  11. Daniele Imperi
    1 dicembre 2014 alle 19:18 Rispondi

    Banali i testi rap? Solo alcuni vecchio stile, del genere “la vita fa schifo, il mondo fa schifo”, senza altri contenuti. Certi rapper sono davvero dei poeti del nostro tempo. Se non piace come tipo di musica, per apprezzare i testi bisognerebbe leggerli, ma capisco che diventi un lavoro anziché un piacere.

    Allora diciamo che tutte le “canzoni” rap che ho sentito finora per me avevano testi banali. Ma non ti so fare nomi. Ho trovato poi le rime molto forzate.

    • Tenar
      1 dicembre 2014 alle 19:53 Rispondi

      Come in ogni campo c’è la schifezza e il lavoro di qualità. Noi che scriviamo fantastico inorridiamo di fronte a frasi del tipo “il fantasy è un genere senza dignità”. Il minimo che possiamo fare è non avere lo stesso atteggiamento rispetto a generi e contesti che conosciamo poco.

  12. Giuse
    2 dicembre 2014 alle 11:44 Rispondi

    Scrittori affermati! :D
    Mai, mai cavalcare l’onda. Se vuoi farlo devi essere il primo, altrimenti non porterà nulla.
    Scrivere i libri deve essere sia per noi stessi, ma soprattutto per essere letti, perciò come dici tu, deve attirare l’attenzione. Essere una storia originale nel modo di raccontarla e avere un “valore aggiunto” che altri non hanno.

  13. maurap
    2 dicembre 2014 alle 21:08 Rispondi

    Sono d’accordo su quello che dici Daniele a proposito di scrivere qualcosa che abbia mercato,
    senza cavalcare le mode. Il concetto sembra quasi contraddittorio, invece è di una logicità esemplare.
    Con dolore, considerando la poesia una forma d’arte superiore, ammetto che quella contemporanea
    piace solo a chi la fa (come il Jazz). Eppure le sorprese non mancano: ci sono dei poeti della metà
    del novecento italiano come Pasolini e Pavese, altri stranieri come la Cvetaeva o Machado, che forse non vendono nulla, ma che hanno lasciato un segno indelebile con i loro splendidi “deliri”.

    • Daniele Imperi
      3 dicembre 2014 alle 07:55 Rispondi

      Sì, può sembrare una contraddizione, ma in fondo scrivere per il mercato editoriale significa solo creare un prodotto letterario che sia vendibile, altrimenti tanto vale scrivere per se stessi e non pubblicare.

  14. Giacomo
    11 dicembre 2014 alle 12:20 Rispondi

    Condivido perfettamente riga per riga : è vero che scrivere dev’ essere principalmente una passione, dal momento che nella stragrande maggioranza dei casi, in Italia con la scrittura non ci campi, ma è anche vero che per migliorarsi è necessario, direi imprescindibile, rapportarsi con un pubblico. Altrimenti è facile recitare la parte dei “geni imcompresi”, che pensano di scrivere chissà quali capolavori, ma poi nessuno se li fila, e allora dicono “tanto io scrivo per me”.
    D’ accordissimo anche sul confronto perso in partenza con i grandi poeti del passato, per chi intende fare poesia.

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