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Scrivere fra libertà e paura

Scrivere fra libertà e paura

Il primo libro sarebbe meglio non averlo mai scritto. Finché il primo libro non è scritto, si possiede quella libertà di cominciare che si può usare una sola volta nella vita.

Italo Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno, 1947 (prefazione)

Per oggi era previsto un altro post, che almeno da giugno sto rimandando, spostandolo di domenica in domenica. In realtà è scritto da tempo, si tratta di un articolo spiritoso sulla promozione editoriale, ma va illustrato. Eh sì, ci vogliono quattro vignette, che ho disegnato almeno 3 o 4 volte, facendo prove su prove, tutte andate male.

Forse, oltre a smettere di scrivere, è passata anche la voglia di disegnare. Per ora quel post è quindi accantonato.

Ieri pomeriggio ho scritto un tweet senza alcun intento, in cui segnalavo la possibile interruzione dei post per domenica: un bel buco nel calendario editoriale. Per fortuna la soluzione è arrivata, non dal cielo, ma da un altro tweet, anzi due:

 

 

Lo scrittore prima della pubblicazione: libertà d’espressione

Rifletto su quella citazione di Calvino e mi viene voglia di sdoppiarla, prenderne solo la prima parte e ricollegarla alla libertà. Finché non abbiamo scritto il nostro primo libro, ci sentiamo davvero liberi di esprimerci come vogliamo?

Dopo aver scritto un libro cosa cambierà in noi? Ci sarà ancora quella pura libertà che ci permette di guardare alla nostra scrittura come a una vera avventura nell’ignoto oppure, una volta persa la nostra verginità letteraria, sarà come salire di livello, sarà tutto un già visto, già sperimentato?

Se ogni romanzo, ogni opera letteraria che iniziamo sarà visto come la nostra prima opera in assoluto da scrivere, allora credo che scrivere sarà davvero come partire per l’ignoto: adrenalina, ebbrezza, slancio emotivo e fisico. Euforia e suggestione. E quella delicata sensazione di essere Narratori. Con la N maiuscola, perché no?

Passo la parola a Cristiana Tumedei.

Avete presente la sensazione che proviamo quando sentiamo che dobbiamo scrivere qualcosa? Scriviamo e basta, senza preoccuparci del risultato. Ci lasciamo guidare dall’istinto e godiamo, per un attimo, della libertà che ci concediamo.

Un momento che dura giusto il tempo della scrittura: quando l’azione prende il sopravvento sul pensiero. Scriviamo per soddisfare un nostro bisogno e il fatto di non aver ancora pubblicato il prodotto della nostra penna ci tiene lontani dalla paura.

Siamo noi, scrittori, immersi in quel momento che ci fa sentire noi stessi.

Lo scrittore prima della pubblicazione: la paura di sbagliare

Mi chiedo spesso cosa aspetto a scrivere quel maledetto libro che ho in progetto da anni, tanti, troppi anni, il fantasy che ha subito modifiche su modifiche e totali riprogettazioni. Mi chiedo cosa aspetto a scrivere quel racconto da pubblicare in self-publishing, una storia che parla di pioggia, ma una pioggia che non avete mai visto.

È davvero paura di sbagliare? Se c’è, è recondita, ben nascosta, sepolta nell’animo e sommersa dai pensieri dell’esistenza. Forse è l’ansia della prima volta, quel timore, per nulla infondato, che ti prende e ti frena, quando dovresti solo dire “chi se ne frega se sbaglio, se sarà un insuccesso”. In fondo, anche i grandi nomi sbagliano, anche gli scrittori affermati hanno collezionato i loro flop.

E flop, sia, dunque, se almeno mi dà la possibilità, la certezza anzi, di dire “ci sono anch’io in questo bailamme di scrittori, in quest’infinito girone dantesco di autori che straripa su sparuti gruppi di lettori.”

Ecco di nuovo il pensiero di Cristiana Tumedei.

Ora provate a pensare a cosa proviamo prima di dedicarci a un post. La sensazione non è la stessa, vero? È come se qualcosa ci frenasse: sappiamo che qualcuno ci leggerà e che, forse, è già in attesa del nostro scritto.

Quindi ci danniamo per dare il meglio di noi. Puntiamo alla perfezione e questo ci fa essere meno efficaci. Perdiamo di spontaneità e immediatezza. Siamo come uccelli in gabbia: sappiamo volare, ma non abbiamo spazio sufficiente a disposizione.

Facciamo un passo indietro: cosa avete provato quando avete pubblicato il primo post? Sì, lo so: c’erano ansie, aspettative, timori. Ciononostante vi siete buttati: un click ed eravate online.

E sapete perché l’avete fatto? Perché le aspettative e le paure tipiche delle prime volte erano di gran lunga inferiori al senso di libertà che stavate provando. Volevate esserci. E così è stato.

Analisi personale e introspettiva sulla situazione di “non scrittori”

Siamo dunque “non scrittori”, ma è vero questo? Che cosa definisce lo status di scrittore? Ricordo sempre la frase di Chris Brogan:

Non pensare di non essere uno scrittore perché non hai scritto un libro.

Siamo, casomai, scrittori non pubblicati, siamo scrittori sconosciuti, siamo scrittori in attesa di scrivere sul serio, con costanza e determinazione soprattutto, la nostra prima opera, il primo libro.

A guardarmi bene dentro, dove non vorrei guardare, la mia situazione è quella di uno che sta tergiversando, anziché decidersi una buona volta ad agire. E il problema, forse, sta proprio là: nella parte più intima dell’inconscio, che un po’ di consapevolezza ha, in fondo. È da laggiù che arriva il rimprovero e tutto quel buio di sentimenti che ci rende difficoltosa ogni azione, ogni decisione, ogni scelta.

Perché ciò che fa di noi dei veri scrittori non è un libro pubblicato né un romanzo scritto in attesa di pubblicazione. È il coraggio.

Ed ecco che, forse, chissà, una luce sembra farsi strada, anche se a fatica, fra le ombre dell’indecisione e dell’insicurezza. Se poi quella luce diverrà un’alba, solo il tempo potrà dire.

Conclude la riflessione Cristiana Tumedei.

“Ciao a tutti! Mi chiamo Cristiana Tumedei e sono una scrittrice libera”.

No, non siamo al raduno degli scrittori anonimi. Sto solo raccontandovi di me.

Sono una scrittrice libera bloccata dal timore di pubblicare. Fino ad ora ho sempre evitato di espormi e ho tenuto per me ciò che nasceva dalle mie notti insonni.

Perché quella di cui parla Calvino è una condizione perfetta e perfettibile allo stesso tempo. A mio avviso. Fino a quando non avremo pubblicato saremo liberi da aspettative e ansie reali. Potremo semplicemente scrivere, senza che nessuno riponga speranze sul nostro operato.

Ma è davvero così per tutti? Non per me. Io temo con tutta me stessa di fare il passo sbagliato e ho paura di proporre un mio scritto a un editore. Perché? Perché fare lo scrittore non è un vero mestiere. E cosa accadrebbe se, poi, le cose dovessero andare bene? Come potrei, dopo aver provato il gusto del plauso, a continuare a fare il mio lavoro?

No, vorrei scrivere. Scrivere e basta. Allora Cristiana non sarebbe più una professionista, ma una scrittrice.

Sì, godo della libertà che la scrittura mi offre avendo paura, non tanto dei fallimenti, quanto del successo. E voi?

Scrivere fra libertà e paura: scendete in campo

Cosa vi frena e cosa vi stimola nella scrittura? Qual è l’intoppo peggiore che incontrate scrivendo? Cosa vi fanno pensare la citazione di Calvino e le 3 parti dell’articolo?

30 Commenti

  1. MikiMoz
    29 settembre 2013 alle 07:51 Rispondi

    Vedi? Spesso le idee arrivano così, con un tweet :)
    Riguardo al post e alle riflessioni… temo di non saper rispondere perché non ci ho proprio mai ragionato, su questa cosa.
    Nel senso che ho sempre scritto quel che mi pareva, sia come post sia come racconti (che al massimo sono stati stampati e hanno fatto il giro tra qualche amico…)
    Ricordo che una certa paura la ebbi all’apertura del blog stesso… non ne ero convinto e infatti lo chiusi e lo riaprii il giorno seguente.
    Sapete, quella sensazione di quando ti crei un account in un social… Ecco, era una cosa simile.
    Per quanto riguarda eventuali pubblicazioni, io penso che scriverei sempre con l’intento di divertire me e gli altri (sperando di riuscirci), in ogni caso.

    Moz-

    • Daniele Imperi
      29 settembre 2013 alle 08:10 Rispondi

      Beh, vedo che il ripensamento è durato molto :D

      Sì, la cosa principale è divertirsi, anche secondo me.

      • MikiMoz
        29 settembre 2013 alle 08:17 Rispondi

        Semplicemente, non era il 15 novembre il giorno ideale per un Moz o’ Clock :)
        Certe cose è come se te le sentissi, non so se riesco a spiegarmi.
        Credo che non sarebbe stato uguale, se il blog avesse continuato da quel giorno. Magari adesso sarebbe stato più seguito di quello di Grillo, ma mi va bene così, sento che è la cosa giusta.
        E per fortuna non scrivo le c****** che scrive Grillo :p

        Moz-

  2. Daniele Passera
    29 settembre 2013 alle 11:18 Rispondi

    La paura di sbagliare. Esperienza di questi giorni: dopo anni di lavoro e circa cinquecento pagine di scritto del mio romanzo, mi avvio alla prima massiccia ristrutturazione dello stesso. Cambiano personaggi e nomi, situazioni ed evoluzioni. E tutto per la paura di sbagliare, di compiere un’opera imperfetta e che non funzioni. Non sono ancora sceso in campo con una pubblicazione, ma ho solo l’esperienza dei concorsi letterari.

    • Daniele Imperi
      29 settembre 2013 alle 11:26 Rispondi

      Ciao Daniele,
      sei sicuro che sia la scelta giusta? Potresti sempre inviare la prima stesura a vari editori e, in funzione di eventuali risposte, rifare la struttura.

  3. Gioia
    29 settembre 2013 alle 11:40 Rispondi

    Non sono una scrittrice forse scrittora, come dice il mio piccolo, ma amo leggere, cosa? Qualsiasi raccontato con animo libero, senza troppe ricerche, in cui le parole paiono trapassare dal cuore alla penna, in cui senti, quasi, il pensiero dello scrittore nonostante non sia un libro autobriografico.

    • Daniele Imperi
      29 settembre 2013 alle 11:46 Rispondi

      Penso che solo in quel modo, e non in un libro autobiografico, puoi sentire il pensiero dello scrittore.

  4. Massimo Vaj
    29 settembre 2013 alle 11:49 Rispondi

    Quella di Calvino è un’affermazione priva di senso, perché la libertà di cominciare qualcosa c’è in ogni momento in cui si decidesse di migliorare se stessi attraverso quello che si decide di fare, scrivere un libro compreso. La libertà, in sé, non qualifica né diversifica uno stolto da una persona intelligente, altrimenti non sarebbe più libertà. La libertà implica il diritto di scegliere chi e cosa essere, di decidere l’orientamento, che è direzione e senso, del proprio agire, e non è che quando si è operata una scelta iniziale questa debba poi privare della libertà di scegliere diversamente quando si è capito di aver sbagliato. Ogni volta che si cambia è un muovo inizio, e può essere un inizio libero oppure dato dalle costrizioni alle quali la vita ci ha abituato quando troppe sono le cose da perdere… a cui teniamo troppo…

  5. Alessandro C.
    29 settembre 2013 alle 11:53 Rispondi

    mi chiedo come mai sentiamo questa impellente necessità di capire se siamo o meno scrittori. Abbiamo così tanto bisogno di un’etichetta?

    • Massimo Vaj
      29 settembre 2013 alle 15:46 Rispondi

      Definirsi scrittore indica soltanto la propensione a fissare su carta l’estensione del proprio orizzonte intellettuale, in ciò che esso immagina di riuscire a essere. Io mi considero scrittore perché mi piace scrivere, anche se lo faccio da pochissimi anni, e scrivo esclusivamente per divertire me stesso perché lo faccio di getto e poi rido, se il risultato è divertente, o mi inchino davanti a tanta sapienza, se scrivo cose delle quali non riesco a cogliere il senso :D

    • Alessandro Madeddu
      29 settembre 2013 alle 16:44 Rispondi

      Perché gli scrittori piacciono alle donne, no?

      • Massimo Vaj
        29 settembre 2013 alle 17:08 Rispondi

        Naaa… io piacevo di più quando non scrivevo. Oggi è sufficiente che io minacci di scrivere una storielletta cattiva, per guadagnarmi l’avversione di chi mai vorrebbe che i propri difetti siano divulgati. Lo scrittore deve essere intelligente se vuole circondarsi d’odio, ma è sufficiente che scriva banalità per suscitare simpatie anche alle femmine mediocri, che poi sono la parte più facilmente scopabile della mandria alfabetizzata… :D

    • Daniele Imperi
      29 settembre 2013 alle 17:43 Rispondi

      Io non ne ho bisogno, ma non la vedo come un’etichetta.

  6. Marco F.
    29 settembre 2013 alle 12:28 Rispondi

    Ma che bello! Meno male che eri prossimo all’abbandono del post domenicale e poi arriva Cristina e trac… Uno dei più belli!
    La citazione di Calvino è per me incomprensibile, però. Insomma, condivisibile ma io la libertà la provo alla fine a lavoro concluso, poter osservare la mia “fatica” bella strutturata lì davanti. All’inizio non riesco pensare, lo faccio e basta.
    Quanto al resto non lo so… Non sono uno scrittore, non lo faccio quasi mai, e non riesco nemmeno immaginarmi come tale, non saprei nemmeno come potrei comportarmi, se vada a prevalere la paura o la libertà. Io vorrei consigliarti di scrivere il tuo libro, almeno avrò un altro libro da leggere ;-)

    Buona domenica!

    • Daniele Imperi
      29 settembre 2013 alle 17:45 Rispondi

      Grazie, Marco.

      Secondo me quella citazione è a libera interpretazione, in funzione di come vivi la scrittura.

      Grazie per lo stimolo, mi metto al lavoro per scrivere questo libro, allora :)

  7. Romina Tamerici
    29 settembre 2013 alle 12:55 Rispondi

    Bellissimo questo post (altro che un buco nella programmazione!). Io in passato avevo meno paura, mi lanciavo molto di più. Se ci penso ora mi viene da sorridere, ma a quindici/sedici anni scrivevo già a degli editori. Non ho mai creduto nelle mie capacità, però avevo quel po’ di sana incoscienza che mi consentiva di prendere le cose alla leggera. Ora, più il tempo passo, più la paura di un passo falso cresce, anche perché ora ho qualcosa da difendere (non dico una “reputazione”, ma spero si capisca). E così, se prima scrivevo quasi un libro l’anno, ora sono ferma su un romanzo da tempi lontani…

    • Daniele Imperi
      29 settembre 2013 alle 17:46 Rispondi

      Il buco è stato riempito per un aiuto inaspettato :D

      Quando si è più giovani infatti ci si lancia di più. Bisogna imparare a essere menefreghisti e buttarsi.

      • Giuliana
        29 settembre 2013 alle 18:44 Rispondi

        Ti serve un altro post tappabuchi come quello di domenica prossima? Guarda che posso tirar fuori anche di peggio, eh. La mia vena psicolabile è sempre viva ;)

  8. Giuliana
    29 settembre 2013 alle 19:18 Rispondi

    Bella riflessione.
    Forse la domenica potresti considerare di continuare a pubblicare citazioni come questa su cui riflettere assieme…
    Cristiana ne avrà delle altre, no? ;)
    Detto questo.

    Secondo il mio punto di vista, scrivere con l’idea di pubblicare blocca. Per lo meno, questo è quello che capita a me (parlando di racconti/libri, non di articoli per il blog).
    Scrivere con in mente la pubblicazione mi blocca perché mi impaurisce, e impaurendomi spegne la vena creativa, lasciando il posto ad un gesto che diventa poco passionale e molto meccanico.
    La vera scrittura è libera, priva di condizionamenti, priva di paure.

    Quindi sì, credo anche che lo scrittore che ha già pubblicato sia vittima di numerosi condizionamenti e che per questo scriva meno bene (non dico a livello pratico, ma mentale). Quali condizionamenti? La pressione dell’editore che vuole che sforni nuovi libri alla velocità della luce (mentre sul primo magari ci aveva lavorato per anni), i paletti che l’editore gli impone e la paura che il nuovo lavoro non gli piaccia, il pensiero di superare o per lo meno eguagliare il successo del primo libro.

    Secondo me chi scrive meglio (sempre a livello psicologico) è dunque lo scrittore libero, oppure lo scrittore che riesce a scrivere per pubblicare allontanando dalla propria mente tutte le preoccupazioni di cui sopra.

    • Daniele Imperi
      29 settembre 2013 alle 20:25 Rispondi

      Forse è come dici, non so. Sui condizionamento post-pubblicazione dipende da vari fattori, se l’editore poi ti spinge a scrivere altro, ti suggerisce perfino cosa scrivere, ecc.

      Per altri post riflessivi, ci si può pensare :)

  9. franco zoccheddu
    29 settembre 2013 alle 21:05 Rispondi

    Non ho assolutamente alcuna paura di mettermi a scrivere, ci mancherebbe.
    Piuttosto è… TERRORE!
    Scritto bene? In ordine? Ha senso? C’entra con il resto? Cosa dirà chi legge? No, è una fesseria totale. No, mi illiudo di saper scrivere. No, è privo di qualunque spessore.
    Etc etc etc. Terrore. Allo stato puro. Ecco come vanno le cose…

  10. Massimo Vaj
    30 settembre 2013 alle 05:33 Rispondi

    Si può scrivere per lasciare il ricordo dello spessore della propria intelligenza, per giustificare le proprie scelte, per prendersela con le scelte altrui, per migliorare la propria futilità, per spiegare come si monta una radio, una donna, della panna, per esercitarsi a fare incazzare il mondo, ma la verità della scrittura sarà sempre oltre i nostri bisogni perché si è data il compito di facilitarne l’attuazione. Avete presente quando, al cesso, se non si legge qualcosa non ci si riesce a rilassare? Ecco… gli scrittori delle “AVVERTENZE”, sui fusti di detersivo, su questo contano per essere letti… Chi oserebbe dire che non siano scrittori che conoscono il fatto loro? :D

  11. Fabrizio Urdis
    30 settembre 2013 alle 10:27 Rispondi

    Io ho iniziato a scrivere “seriamente” 7 anni fa, con il mio primo manoscritto che sto editando dopo averlo riletto 9 volte perchè, dopo indicibili peripezie, ho deciso di proporlo attraverso il self-publishing.
    Fin da piccolo mi perdevo nei miei mondi e probabilmente è da lì che arriva la mia voglia di scrivere.
    Faccio parte di quegli scrittori che ignoravano del tutto il mondo dell’editoria e, solo una volta terminato il mio primo lavoro, ho cominciato a conoscerlo.

    La frase di Calvino, così com’è, non la condivido ma bisogna tener conto che è stata estrapolata dal suo contesto (almeno credo).

    Ogni persnona è diversa, personalmente mi motiva la convinzione di poter far vedere ai miei lettori punti di vista che prima non consideravano.

    Mi ritengo caparbio, stupido a tal punto che malgrado mi renda conto di quanto possa essere difficile la vita per uno scrittore, continuo a perdere ore di sonno di fronte allo schermo aiutato solo dai miei tanti caffè ( e dal supporto di carissimi amici).

    Penso che una qualità che aiuta tantissimo chi vuole scrivere è la capacità di poter ricevere qualsiasi tipo di critica senza sentirsi toccato nell’orgoglio ma piuttosto cercando di capirr perché è stata espressa.

    Non ci sono caratteristiche che possono difinire “il buon scrittore”.

    Credo che la paura di sbagliare non possa essere la ragione della nostra inerzia, semplicemente perchè non è definibile (sbagliare rispetto a che cosa?), soprattutto in un campo in cui quello che funziona per te non funziona per qualcun altro.

    Non che non si possa sbagliare, magari per me il self-publishing non è la soluzione migliore, ma preoccuparsi di questo quando ancora non si è scritta la prima frase è come preoccuparsi di come educare al meglio i propri figli quando si sta per dare il primo bacio :-)

    Possiamo parlare di insicurezza, e qui consiglio il sublime documentario di Orson Welles, F come falso, che tratta il tema degli “esperti”.

    Per quanto riguarda l’insicurezza nei confronti ciò che si vuole scrivere non ci sono antidoti né soluzioni, se sei intelligente sai che anche nel caso in cui il tuo manoscritto risultasse il più grande successo commerciale degli ultimi dieci anni, acclamato dai critici di tutto il mondo, questo non vuol dire che sia un buon libro.

    Mi aiuta pensare ai miei lavori come a dei quadri, possono piacere o no, ma sono ciò che ho voluto esprimere.

    Non consiglio a chiunque ne abbia voglia di scrivere un libro, anzi lo sconsiglio decisamente a chi sia motivato dai guadagni.

    Se però il non farlo vi fa sentire male, allora provateci.

    Ci saranno persone che smetteranno dopo una pagina, altri magari prima di arrivare a metà, qualcuno riuscirà a finirlo e magari avrà anche voglia di pubblicarlo e lì finalmente potrete porvi il problema:

    – Come educherò i miei figli?

    • Daniele Imperi
      30 settembre 2013 alle 15:00 Rispondi

      Le critiche sono sempre rivolte all’opera, mai alla persona.

      Vero: non è detto che il successo si traduca in buona qualità. Come pure non puoi sapere se ciò che pubblichi sarà o meno un successo.

  12. Massimo Vaj
    30 settembre 2013 alle 12:41 Rispondi

    È difficile scrivere con l’intento di conoscersi, perché anticipando lo scrivere si pensa a quello che si sta scrivendo e questo consente di conoscersi prima di dover anche fare la fatica di fissare la propria personalità immaginativa su carta. Inoltre, lasciandosi leggere da sconosciuti ma soprattutto da conoscenti, sarebbe una pessima idea lasciar trapelare la verità di ciò che si è. Credo che drogarsi aiuti di più a conoscersi di quanto possa la scrittura, almeno si impara a conoscere i propri limiti che invece, attraverso la scrittura troppo spesso sono superati, e persino dalla parte sbagliata :D

    • Daniele Imperi
      30 settembre 2013 alle 15:01 Rispondi

      Io sconsiglierei di farsi leggere dai conoscenti, ma dagli sconosciuti secondo me va bene.

      La droga, poi, ti dice solo quanto sei stato idiota a farne uso, quindi sì, ti fa conoscere :)

  13. Massimo Vaj
    30 settembre 2013 alle 18:46 Rispondi

    Nulla dev’essere dato per scontato. C’è sempre la possibilità che un male relativo, quale è ogni attaccamento, possa generare consapevolezze. L’esempio del gatto rabbioso appeso con le unghie alle palle costituisce perfetto esempio di cosa intendo, perché nulla convince di più sul dolore dato da un’attaccamento. Dirò di più… il mio appassionato stile di scrittura, al confine tra il delirio di chi è stato investito alle spalle da una trebbiatrice, e il sogno indotto dall’anestesia durante l’operazione per ricomporne lo sfacelo, dimostra che qualche vantaggio l’essersi drogati negli anni peggiori della gioventù c’è stato; se non altro non potrò essere accusato di plagio, considerata la penuria di simili incidenti sul lavoro subiti da chi non stava neanche lavorando :D

    • Daniele Imperi
      30 settembre 2013 alle 19:07 Rispondi

      Vero, un attaccamento ti fa anche capire questo. L’ho visto su di me, anche se in forma non paragonabile alle droghe.

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