Scrivere è comunicare

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Scrivere non è come dipingere

Scrivere non è come dipingere
La questione dell’editing nella #scrittura e nella #pittura

Sono in molti a sostenere che, se un pittore può dipingere un quadro senza che un occhio esterno lo guidi per migliorarne la rappresentazione, anche uno scrittore possa allora scrivere la sua opera senza l’aiuto di un editor.

Questo concetto è sbagliato, secondo me, e il motivo è semplice: pittura e scrittura sono due forme d’arte differenti. Nella prima c’è un messaggio puramente visuale, nella seconda solo testuale. È la comunicazione che avviene in modi differenti.

Immagini e libri: come avviene la comunicazione

  1. Un’immagine è una comunicazione immediata: guardando un quadro, recepiamo il messaggio di quell’immagine all’istante. L’occhio registra la scena e la traduce al nostro cervello.
  2. Un libro, invece, è una comunicazione guidata lungo un percorso: leggendo, stiamo percorrendo una strada tracciata dallo scrittore fino a raggiungere la completezza del suo messaggio.

È una questione di tempi. Ma non sono i tempi di realizzazione del messaggio, non possiamo affermare che sia più veloce dipingere un quadro o scrivere un libro. Parlo dei tempi di ricezione del messaggio da parte del pubblico.

La lettura è trasformazione delle parole in immagini

Che cosa succede al nostro cervello quando leggiamo? In questa immagine riassuntiva, creata da Open Education Database e tradotta da me, possiamo capire qualcosa di questa azione così apparentemente semplice che è la lettura.

La lettura e il cervello
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Sto leggendo un libro, Proust e il calamaro: storia del cervello che legge di Maryanne Wolf, che spiega in modo scientifico come sia nata la lettura e come si sia dovuto trasformare il nostro cervello per poter leggere.

Perché? La risposta è semplice e spiazzante insieme: non siamo nati per leggere. Ci siamo adattati per farlo. Ma il nostro cervello non si è dovuto adattare a guardare immagini, perché lo ha sempre fatto fin dall’alba dei tempi.

Viviamo in una realtà visuale: ogni nostra azione è definita, stimolata e influenzata dalle immagini che ci circondano. Secondo voi perché tutti insistono a inserire immagini nei post per aiutare la lettura? Ma come? Abbiamo bisogno di essere aiutati a leggere? Non bastano le scuole elementari?

La formazione esiste per ogni artista

Quando ho frequentato la scuola del fumetto, tanti anni fa, nella mia classe c’erano aspiranti fumettisti di ogni livello. Qualcuno, secondo me, non aveva neanche bisogno di una scuola: era un talento che aveva solo bisogno di fare pratica con un lavoro. Qualcun altro, invece, non ne aveva bisogno perché non era portato per il disegno e una scuola non può insegnarti a disegnare.

Se pensate che basti prendere un pennello e alcuni colori per creare le opere di Leonardo, Caravaggio, Michelangelo o gli strumenti di incisione per emulare Escher, lasciate ogni speranza, come diceva Dante.

Un pittore deve conoscere la prospettiva, la teoria delle ombre, le proporzioni e l’anatomia, la combinazione dei colori, gli strumenti da usare.

La formazione dello scrittore è differente. Gli strumenti sono alla portata di tutti: bastano una tastiera e un dizionario – avete presente quel mattone pieno di parole che non racconta nessuna storia e finisce senza che nessuno si sposi o si salvi? – quindi come si forma?

Leggendo e scrivendo, come minimo. E allora è sufficiente, può scrivere e pubblicare un romanzo, no? No, perché lo scrittore col suo romanzo vuole portare il lettore dalla prima all’ultima parola scritta, giusto? È questo che vogliamo. Vogliamo far seguire un percorso al lettore.

Nella pittura non può esistere la figura dell’editor perché un dipinto non può essere modificato.

Scrittura e pittura creano 2 esperienze opposte

Ma non è solo un problema di modificare una pittura, si tratta principalmente di due esperienze diverse, forse anche opposte. Compriamo un quadro e lo appendiamo in camera: che cosa succede realmente? Che guardiamo quell’immagine ogni giorno e anche più volte al giorno. Non ci viene a noia, perché ci trasmette un senso di continuo appagamento, di perpetua meraviglia.

E capita che, a volte, ce ne restiamo lì imbambolati davanti a quell’illustrazione a rimirarla senza sosta, chiedendoci anche “ma come diavolo ha fatto a disegnarla?”. Stiamo sottoponendo il nostro cervello alla lettura dello stesso messaggio, eppure la nostra mente ne riceve solo sollievo e piacere puro.

Quando leggiamo un libro, lo riponiamo nello scaffale. Al massimo possiamo rileggerlo un’altra volta o due. Ok, anche 3 o 4, ma siamo sinceri: con quanti libri ci può capitare una cosa del genere?

Poi la storia ci viene a noia rileggendola. La conosciamo già, sappiamo come andrà a finire. Mentre in un quadro non c’è nulla che inizi e finisca, c’è solo una scena presa da una storia mai scritta. È quell’in media res che immortala un attimo, che non racconta nulla ma al tempo stesso racconta un’infinità di storie.

Non saremmo mai così pazzi da sottoporre il nostro cervello alla lettura quotidiana dello stesso libro, per quanto possiamo averlo amato. Sarebbe una tortura e la mente farebbe scattare quell’istinto di sopravvivenza innato facendoci nascondere il libro per salvarci dalla perdizione.

Una questione di velocità

  1. Dipingere un quadro significa comunicare in modo veloce, repentino, istantaneo un messaggio. È una comunicazione lampo che arriva immediatamente al pubblico.
  2. Scrivere un romanzo significa comunicare lentamente, pagina dopo pagina, il nostro messaggio. È una comunicazione a blocchi che arriva al lettore a piccole dosi.

La figura dell’editor serve per tenere insieme tutti quei blocchi e per dare un senso concreto a ogni blocco. Che poi la storia non piaccia a tutti è un altro discorso. Ma dobbiamo ricordarci che pittura e scrittura non comunicano allo stesso modo.

La pittura è poesia visuale, la scrittura è qualcosa di più complesso, perché per comunicare un messaggio usa simboli introdotti secoli fa che hanno costretto il nostro cervello a un adattamento specifico per associarli a immagini, ossia a concetti che già conosceva.

Siete ancora convinti che per uno scrittore basti scrivere e pubblicare?

38 Commenti

  1. LiveALive
    15 giugno 2014 alle 09:45 Rispondi

    Nello Zibaldone, Leopardi dice che: “Ovidio descrive, Omero dipinge”. Quel che intende dire è, credo, che scrittori come Omero e Dante riescono a trasmettere immagini particolareggiate senza nominare i particolari. Questo grazie all’analogia. Per esempio, scrive Pessoa: “l’abbandono del giorno termina fra porpore esauste”. Che sta dicendo? Sta dicendo “al tramonto il cielo è rosso”, punto! Ma avesse scritto così, avrebbe descritto, non dipinto. La parola “abbandono” ha informazioni specifiche, e suscita languore e senso di solitudine, e uguale cosa fa “esauste”. Sono parole che aggiungono informazioni strategiche alla frase, informazioni che poi guidano l’immaginario: non è più un tramonto sereno, ma inquieto, sanguigno… Pessoa cioè ha guidato l’immagine dipingendo particolari senza nominarli, ma suscitandoli per analogia.

    …ma questo te lo sto dicendo giusto per curiosità.
    Invero, credo che anche un quadro, dopo un po’ stanchi, o quanto meno la freschezza di uno nuovo si sente.
    È vero, ogni arte è diversa. Victor Hugo era sia scrittore (e poeta, e drammaturgo…) sia pittore (considerato da Baudelaire tra i migliori!), ma sono casi rari. Ogni arte richiede un lungo studio, con principi che solo raramente sono universali.
    oh, e così ti stai interessando al rapporto tra lettura e cervello. C’è un testo simile molto interessante: “Proust era un neuroscienziato”, che mostra come Proust abbia anticipato scoperte neuroestetiche.
    Che il cervello non faccia differenza tra leggere una vicenda e viverla è cosa che non mi ha mai convinto. È alla base della tecnica letteraria moderna, e tutte le “regole” puntano a tale scopo… Ma per me, c’è bisogno di molto più che di una simulazione mentale per parlare di “romanzo embodied”, così come gli scienziati stessi sanno che i neuroni specchio non bastano a spiegare l’empatia.

    • Daniele Imperi
      15 giugno 2014 alle 12:04 Rispondi

      Bella la frase di Pessoa. Soprattutto, non so quanti riescano a scrivere una cosa del genere.

      Tutto ciò che inizia con “neuro” mi affascina. Ho letto un libro di Sacks e ne ho comprati subito dopo altri due.

      Neanche a me convince l’idea che il cervello non distingua fra leggere un’esperienza e viverla So che è così quando sogniamo, ma la cosa è più credibile e possiamo verificarla.
      Ma quando leggo no, capisco che quella cosa non sta succedendo a me.

      Darò un’occhiata a quell’altro libro su Proust.

      • LiveALive
        15 giugno 2014 alle 15:02 Rispondi

        Ti dico una cosa sulla frase di Pessoa, perché magari ti può ispirare un articolo. Oggi come oggi, quella frase sarebbe considera pessima in quanto il lettore vuole frasi semplici, chiare e concrete (mentre qui “abbandono del giorno”, “porpore esauste”, sono concetti piuttosto fumosi). Direbbero: se vuoi evocarmi una immagine ed emozionarmi, descrivimi i particolari che devono farmi emozionare. …ma io non sono d’accordo. Come Shlovskij, penso che la lingua letteraria sia diversa da quella chiara e semplice che normalmente serve per comunicare e non bada alla comunicazione in sottile a livello inconscio. Sulla base delle teorie di Barthes, posso dire di preferire i testi “scrivibili” da quelli “leggibili”: il linguaggio non è un mezzo di comunicazione chiaro e universale, e quindi, tanto vale sfruttare le sue altre caratteristiche, come appunto l’interpretabilità.

        • Daniele Imperi
          15 giugno 2014 alle 16:56 Rispondi

          Adesso purtroppo stiamo andando verso un appiattimento totale. Pare che la gente non sappia più capire nulla, più fare nulla se non glielo servi.

          Mi domando a scuola cosa facciano leggere (oddio, qualcosa so…), quali menti vuote facciano uscire per il mondo.

          Sai cosa penso? Che una parte della colpa sia da attribuire proprio al web, al suo uso smodato e ai testi di scarsissima qualità che abbondano e surclassano quelli di qualità.

          • LiveALive
            15 giugno 2014 alle 18:39

            In realtà è una situazione piuttosto complessa. Si crede che un linguaggio semplice permetta di trasmettere il contenuto con più facilità, mentre una forma complessa, “barocca”, “dannunziana”, dovrebbe attirare l’attenzione sulla parola in sé, distraendo dal contenuto e quindi dall’emozione. Io non sono d’accordo, ma c’è una certa logica dietro, e in fondo anche gente come Tolstoj elogia la semplicità.

  2. Fabio Amadei
    15 giugno 2014 alle 09:55 Rispondi

    Sono d’accordo, l’editing e’ quasi fondamentale. Nella scrittura ci sono innumerevoli cose da rivedere: punteggiatura, eventuali ripetizioni, parole che suonano male mettendole insieme, il famoso climax che va dosato ed usato sapientemente, gli accenti, gli apostrofi, i verbi, ecc. ecc. Un occhio esterno può consigliarti se usare la prima o terza persona, può aiutarti a rendere più fluido e scorrevole, nonché appagante il tuo racconto.

    • Daniele Imperi
      15 giugno 2014 alle 12:05 Rispondi

      Vero. Domani metto in campo alcuni errori che si commettono di solito e altre stonature varie.

  3. Sandra
    15 giugno 2014 alle 12:30 Rispondi

    Non ho mai pensato che l’editing sia superfluo o inutile. Tutt’altro.
    Occorre trovare buoni editor ecco e il testo non potrà che migliorare e di tanto parecchio, fermo restando che nessun editor potrà mai rendere pubblicabile e leggibile un manoscritto scadente.

    • Daniele Imperi
      15 giugno 2014 alle 13:29 Rispondi

      No, infatti un editor non può fare miracoli. Ma dovrebbe dire allo scrittore che quello che ha scritto non è pubblicabile.

  4. Luca.Sempre
    15 giugno 2014 alle 13:08 Rispondi

    Firmo col sangue.
    Vinco qualcosa? ;-)

  5. Nicoletta
    15 giugno 2014 alle 16:38 Rispondi

    Che bello il dialogo sulla frase di Pessoa! Ha arricchito l’articolo con l’uso della metafora (pessoa ) come anello espressivo tra il leggere, il vedere e il percepire.
    Forse è vero che oggi il lettore vuole frasi semplici (io credo di no) ma la frase di pessoa è non dimenticabile mentre il “rosso tramonto” non solo la dimentichiamo ma ci annoia.
    Come tutto lo scritto che non evoca emozioni !
    Grazie per questo stimolo!
    Nico

    • Daniele Imperi
      15 giugno 2014 alle 16:57 Rispondi

      Soprattutto, è banale un tramonto rosso. Giustamente, non provoca alcuna emozione.

      Benvenuta nel blog :)

  6. Maria Grazia
    15 giugno 2014 alle 17:45 Rispondi

    Curioso, interessante, questo legame che è venuto fuori tra letteratura e neuroscienze.
    Pienamente (e tristemente) d’accordo sulle “menti vuote” che si fanno uscire per il mondo.
    Concordo anche che la pittura sia poesia visuale: ma allora possiamo definire (certo, con tutti i limiti delle definizioni) la poesia come pittura linguistica e ciò spiegherebbe perché. a differenza della narrativa, rileggere una poesia che ci piace, impararla a memoria e ripeterla, ad alta voce ma anche a mente, non viene mai a noia.

    • Daniele Imperi
      15 giugno 2014 alle 18:05 Rispondi

      Vero, pittura e poesia sono comunicazioni immediate e, forse, ancor più intime della narrativa.

  7. Severance
    16 giugno 2014 alle 00:12 Rispondi

    Probabilmente non è richiesto un fraseggio piano, ma un fraseggio comprensibile, che è tutt’altro! Punteggiatura, costrutti, e lo stesso ordine espositivo possono rendere un bel concetto un labirinto ostile. Gli arzigogoli riescono a chiunque, creare immagini, suoni, sapori e derive è una miscela tra concavo e convesso. Tra “Oggi è Lunedì” e “il profumo aromatico delle benzine emotive che nicchiano”. In fondo è proprio un lavoro di accumulo! Bell’articolo e belli i commenti altrui (come sempre).

    • LiveALive
      16 giugno 2014 alle 07:38 Rispondi

      Beh, sicuramente si chiede la semplicità e non la sciatteria. Però, quando di chiedono di eliminare ogni avverbio di modo, ogni aggettivo non sensoriale, ogni verbo di pensiero e percezione, è ben difficile ottenere una prosa non chiara, ma anche ben poco per qualsiasi fuoco artificiale, qualsiasi fronzolo superfluo (perché nulla è più necessario del superfluo!). Comunque, ripeto, l’idea non è solo il creare qualcosa di comprensibile, ma qualcosa che non attiri l’attenzione, che faccia concentrare sul solo contenuto (a tal proposito, cerca “purple prose” su Wikipedia).

      Ti consiglio di dare una letta al testo “a writers’ manifesto”, che trovi integralmente e gratuitamente su molti siti. Lì si segnalano molti artisti (tra cui Paul Auster, Don DeLillo e lo stesso Cormac McCarthy) come orfici e disonesti, che buttano lì sequenze di frasi prive di senso compiuti solo perché il lettore le legga velocemente, senza riflettere, e si dica “oh, che prosa geniale!”.

      Si dice molto spesso che scrivere in modo arzigogolato come Proust è facile, scrivere in modo semplice come Hemingway è difficile. Io non sono d’accordo. Sì, è vero, un inesperto ha molta facilità a tirar su castelli di parole che non trasmettono niente, mentre se gli chiediamo di scrivere in modo semplice ecco che ti butta là l’aggettivo inutile, la parola arcaica, e fa un disastro… Ma fermarsi a questo è superficiale. La verità è che è facile scrivere senza controllo, difficile scrivere con controllo. Se io scrivo senza controllo, mi è facile tanto scrivere in modo complesso tanto quanto in modo semplice, ma farò sempre schifo. Se scrivo con controllo, sapendo sempre perché ci va quella data parola e non un’altra, allora scriverò sempre in modo emozionante, sia con una prosa semplice sia con una barocca. Per capirci: scrivere come Carver è difficile, ma non credere che scrivere come Faulkner sia facile.

      • Daniele Imperi
        16 giugno 2014 alle 07:46 Rispondi

        No, non va eliminato ogni avverbio, ma non sempre sono necessari e troppi in una pagina stonano davvero.

        Ok, leggerò quel manifesto.

        Ho capito che intendi e sono d’accordo: le parole che mettiamo sono parole scritte con il controllo.

        A me piace più Faulkner che Carver.

    • Daniele Imperi
      16 giugno 2014 alle 07:43 Rispondi

      Sì, hai ragione, comprensibile è un concetto diverso. Puoi anche scrivere in modo semplice, ma contorto.

      Grazie :)

  8. Chiara
    16 giugno 2014 alle 09:48 Rispondi

    Aggiungerei un’altra differenza del quadro rispetto al libro: l’unicità! è vero che anche i quadri ora possono essere riprodotti tecnologicamente, ma non ci sarà mai completa somiglianza con l’originale

    • LiveALive
      16 giugno 2014 alle 10:14 Rispondi

      C’è un saggio importantissimo su questo: l’opera d’arte nell’era della sua riproducibilità tecnica (o qualcosa di simile…).
      La musica e la letteratura si differenziano dalle belle arti (scultura, pittura, architettura) proprio per questo: una scultura non può essere riprodotta, e anche se lo fai, non sarà mai proprio quel blocco di marmo toccato da Michelangelo, e psicologicamente fa perdere valore. Letteratura e musica invece sono idee pure, vengono riprodotte di continuo, e anzi, esistono solo quando riprodotte. Inoltre, le belle arti hanno una fruizione immediata e visiva, mentre la musica può essere fruita solo in determinati momenti, cioè quando c’è un’orchestra, o un disco che gira.

      • Chiara
        16 giugno 2014 alle 11:01 Rispondi

        Esatto: Walter Benjamin, “La perdita dell’aura” (non mi ricordo se si tratti del titolo, oppure del concetto principale). è un saggio che ho studiato all’università

      • Daniele Imperi
        16 giugno 2014 alle 13:19 Rispondi

        Anche un quadro non può essere riprodotto alla perfezione, secondo me. Un esperto la nota subito una copia.

        A anche un libro può essere fruito solo in certi momenti: quando lo apri :)

  9. Chiara
    16 giugno 2014 alle 13:47 Rispondi

    Esatto, e proprio per questo Benjamin parlava di “perdita dell’aura”: un quadro diventa riproducibile tecnicamente, ma non saprà mai trasmettere la medesima emozione dell’originale, soprattutto se visto nel suo contesto naturale di fruizione. Un quadro in museo, con la giusta luce, trasmette emozioni diverse rispetto ad una riproduzione (magari anche su carta) appesa nel salotto di casa mia :D

    • LiveALive
      16 giugno 2014 alle 13:51 Rispondi

      Una delle idee base dell’arte moderna è proprio l’idea che non esistano oggetti artistici in sé, ma oggetti che diventano artistici quando messi in relazione con oggetti non artistici. La fontana di Duchamp non ha differenze rispetto ad un altro orinatoio se non per il fatto che è in un museo. L’orinatoio in relazione all’ambiente bagno non è arte, l’orinatoio in relazione all’ambiente museo è arte.

      • Daniele Imperi
        17 giugno 2014 alle 13:26 Rispondi

        Non parlarmi di Duchamp, che nei musei proprio non dovrebbe entrarci :)

  10. Attilio Nania
    17 giugno 2014 alle 12:23 Rispondi

    Dunque, a giudicare dal post e soprattutto da quel che leggo nei commenti qui sopra, la Divina Commedia e la Gioconda, ben noti esempi di poesia e pittura, sarebbero forme d’arte a ricezione immediata.
    Va beh, mio buon Daniele, è ovvio che non volevi dire questo, sono io che sto estremizzando per provocare.

    Il punto fondamentale, però, resta sempre lo quello cheti ho detto altre volte: dal momento che un editor mette mani su molteplici opere di diversi autori, finisce inevitabilmente per marcare con la impronta tali opere, contribuendo, volente o nolente, al dilagante appiattimento culturale dei giorni nostri.

    Non c’è niente da fare, le cose stanno così.
    La gente dovrebbe mettersi in testa che gli errori sono importanti, come e più delle cose belle e giuste.
    La scienza e l’arte sono sempre andate avanti a suon di errori, di azzardi, di esperimenti, di opere apparentemente improponibili.
    Le nuove correnti letterarie sono sempre nate da opere del tutto controcorrente e scritte in stile non apprezzato dai soloni della letteratura.

    L’esistenza di una figura che ti corregge gli errori e ti dice cosa è giusto e cosaè sbagliato, è semplicemente un abominio.

    Se storicamente ci fossero sempre stati gli editor a correggere gli strafalcioni, a quest’ora scriveremmo ancora in Latino.

    • LiveALive
      17 giugno 2014 alle 12:34 Rispondi

      La fruizione dell’opera è diversa dalla comprensione. La fruizione della gioconda è immediata, la comprensione non proprio. Naturalmente, Man mano che comprendo anche la fruizione cambia.

      la figura dell’editor è controversa. C’era anche in passato, in verità: Ezra Pound ha fatto l’edit a T S Eliot. Ai tempi dei romani, quelli che “stampavano” i libri modificavano una frase qua e là, e anche gli scribi medievali modificavano a loro gusto le opere che copiavano. Ecco perché abbiamo diversi testi della divina commedia, ecco perché ogni first folio fi Shakespeare ha un testo diverso, ecco perché si dice che i gesuiti hanno modificato la bibbia.
      Io consiglio di vedere l’editor all’interno di un meccanismo di “opera collettiva”: mettiamo assieme i nostri cervelli, ragioniamo sulle possibilità espressive, e vediamo che viene fuori. Dire “no, qui hai sbagliato, devi togliere l’avverbio e non si discute” è sbagliato, sentiamo perché l’autore l’ha messo e ragioniamoci…
      Attenzione però al meccanismo psicologico! Un autore egocentrico potrebbe andare contro l’editor sempre e comunque, mentre un altro che stima troppo l’editor finirebbe per pendere dalle sue labbra e fare tutto ciò che gli dice. Entrambe le cose fermano l’evoluzione dell’arte, ti spingono a un estremo invece di permetterti di ragionare davvero,

    • Daniele Imperi
      17 giugno 2014 alle 13:30 Rispondi

      No, non ho mai detto né voluto dire questo :)

      La Divina Commedia sarà pure poesia, anzi è un poema, ma è talmente vasta e ricca di significati da non essere comprensibile e recepita da chiunque.
      La Gioconda, invece, come quadro, come immagine, la vedi, la ammiri, magari più a lungo di altre opere perché è famosa, ma poi passi avanti.
      La studi se vuoi carprire i segreti che si celano dietro quell’immagine.

      Riguardo all’editor: no, secondo me non marca nulla, se fa l’editor e non quello che riscrive parti della storia.
      Deve dare consigli, non riscrivere.

      Si tratta di consigli, non di ordini.

  11. Il potere psicologico della scrittura
    18 giugno 2014 alle 05:01 Rispondi

    […] ho fatto il raffronto fra scrittura e pittura, ho scritto una frase trovata nel libro Proust e il calamaro: non siamo nati per leggere. Ebbene, […]

  12. Elena Petrassi
    18 giugno 2014 alle 11:41 Rispondi

    E cos’ è che fa diventare una persona un artista?
    “Il lavoro. Lavoro, non solo l’ ispirazione. Esiste un piccolo foglio in cui Michelangelo ha scritto: disegna Antonio, disegna Antonio, disegna e non perdere tempo. Per ogni artista la prima cosa è il lavoro. Dal trattato della pittura di Leonardo da Vinci si capisce come un apprendista dovesse studiare tutti i mezzi e le tecniche per arrivare alla maestria. Per diventare dei maestri bisogna lavorare. Anche un pianista deve esercitarsi ogni giorno”.

    Ernst H. Gombrich intervistatto da Paolo Vagheggi
    la Repubblica
    06/01/1998
    http://elenapetrassi.blogspot.it/2012/07/scrivere-e-il-modo-per-diventare.html

  13. LiveALive
    18 giugno 2014 alle 12:38 Rispondi

    Come mai il pittore e il musicista sanno di doversi esercitare tutta la vita, mentre i nostri poeti credono nell’arte libera dalle regole e credono di essere nati tutti con il dono divino? …in realtà il motivo c’è, e non è così stupido.
    Anzitutto, le belle arti sono eminentemente manuali. Un pittore si accorge benissimo che le mani non vanno dove vuole lui, lo scultore di accorge di non aver inclinato bene lo scalpello. Per imparare il fare manuale, non ci sono libri, devi metterti lì e fare. Ma la letteratura è pura idea, non devi imparare la calligrafia. E la musica, non è pure essa pura idea? Sì, ma c’è una differenza: è come programmare un computer. Cioè, non usa un linguaggio umano, ne usa uno diverso, che è necessario imparare da zero. Dire “il gatto è sul tavolo” è facile, mettere insieme delle frasi musicali coerenti tutt’altro. …poi, certo, ci sono tutte le altre cose da imparare: un pittore deve conoscere i principi di composizione, un musicista deve studiare la retorica musicale… Ma sono cose successive. Con questo non voglio dire che la scrittura possono farla tutti e le altre arti no; dico solo che imparare a scrivere frasi sensate è più naturale del dipingere quadri precisi o comporre melodie orecchiabili.

    Questo scoglio iniziale però non va confuso con le regole. Ogni arte, in ogni epoca, ha avuto delle regole, che sono stare immediatamente scavalcare. Il principio fisico o linguistico dell’arte, cioè sapere come tenere un pennello o usare le sette note, sono alla base stessa dell’arte, e non si può ignorare, e più è dura questa base, più bisogna studiare l’arte prima di intraprenderla. Per capirci: sapere come usare lo scalpello e con quanta forza colpire equivale ad imparare la grammatica. Il dire invece qualcosa come “prima di salire nella scala bisogna preparare lo spettatore con un crescendo delle percussioni” equivale oggi a insegnare lo show don’t tell, regole che però non sono incise da Dio e di conseguenza sono superabili senza danneggiare l’esistenza stessa dell’arte. La pittura esiste anche se il naso del profilo è vicino al bordo quanto la nuca, ma non esiste se non sai tenere in mano un pennello.

  14. LiveALive
    19 giugno 2014 alle 19:20 Rispondi

    Daniele, a proposito di pittura e scrittura: hai letto le vita di Vasari? Beh, non è narrativa, ma sai, come coi racconti, ogni tanto peschi il libro, apri a caso e leggi… Per me, è uno dei più bei testi di tutti i tempi.

  15. Ulisse Di Bartolomei
    20 giugno 2014 alle 00:43 Rispondi

    Salve Daniele.
    Bellissimo articolo che è un piacere leggere. Io non sono convinto di non avere bisogno di un editor, ma non potendomelo permettere cerco di farlo da me… Il mio genere però è diverso e probabilmente non abbisogna di una filologia descrittiva di sittanta qualità, ma capisco che anche quel mestiere esiste per ottime ragioni.

    • Daniele Imperi
      20 giugno 2014 alle 07:43 Rispondi

      Grazie Ulisse.
      Prova a chiedere qualche preventivo, magari non ti costerà tanto.

    • LiveALive
      20 giugno 2014 alle 08:09 Rispondi

      Non tutti gli editor sono a pagamento. Se una casa editrice vuole pubblicarti e tale casa editrice ha l’abitudine di fare l’edit dei testi che pubblica, allora l’editor lo paga la casa, non tu. Questa abitudine però oggi è in calo drastico: molte case editrici si limitano a fare un controllo ortografico e magari fa piccole modifiche, ma non un vero edit. Puoi comunque cercare su internet qualche editor e consulente editoriale, ci sono a che quelli che lavorano gratis, se si interessano al libro e lo considerano pubblicabile. Se poi non trovi niente, qualche nota sul testo posso scrivertela io XD

  16. Ulisse Di Bartolomei
    20 giugno 2014 alle 11:52 Rispondi

    Nel 2003 presentai il mio primo libro ad alcuni editori importanti qui a Milano e quasi tutti mi dissero che i testi andavano presentati già corretti, poiché non ci mettevano mano. E’ ovvio che se si presenta un Alfano con un titolo “La mia lotta alla tirannia del capo”, altro che editor… Nel mio caso sono costretto a editare in proprio, anzitutto in quanto i testi sono ancora in maturazione e quindi soggetti a numerose modifiche. Avendo scelto l’autopubblicazione, devo escludere un editor della casa editrice. LiveAlive ti ringrazio per l’offerta che tengo in considerazione. Di editor ho discusso anche con mia figlia, che ha qualche esperienza di lavoro nell’editoria. Il problema primario sta che essendo saggistica sulla psicologia del comportamento, l’editor dovrebbe permearsi interamente dei contenuti, giustarli senza stravolgere il “mio” messaggio e questo credo sia piuttosto impegnativo, a meno che non si limiti agli errori ortografici.

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