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Scrivere è differente

Il difficile lavoro dello scrittore

La scrittura è sofferenza.

CervelloNon so come gli altri aspiranti scrittori vivano la scrittura, se come un semplice passatempo o come un lavoro, se come puro divertimento o come un’arte da affinare, migliorare. Per me è entrambe le cose: scrivere mi piace fin da quand’ero ragazzino, quando progettavo libri impossibili – come d’altronde ancora adesso – e scrivere è qualcosa da perfezionare ogni giorno.

Scrivere un articolo è da tempo divenuto un lavoro estremamente semplice per me, tanto che riesco a produrre post con una buona velocità e lungimiranza – mentre scrivo ho già programmato l’uscita di altri sessanta articoli che leggerete nelle prossime settimane.

Scrivere narrativa, invece, è qualcosa di differente. Talvolta diventa un lavoro doloroso, per la mente, non certo per il corpo. Aprire il file e pensare di dover continuare il racconto iniziato, per un concorso o anche solo per il blog, provoca in me una sorta di fastidium mentis, lo esprimo in latino, perché non saprei proprio come definire lo stato d’animo.

Eppure, una volta che il racconto è terminato, anche se breve, non importa, una volta che ho scritto l’ultima parola e mi accingo all’ennesima lettura, c’è un senso di soddisfazione, come a dire che un traguardo è stato raggiunto.

Il problema viene prima. Anzi, il problema sta nel mezzo. Perché l’idea per una storia è fonte della stessa soddisfazione. Il problema, dunque, è nello scrivere in sé, non nel progetto della storia, ma proprio nella scrittura della stessa.

La scrittura diviene sofferenza, come se le idee che escono dalla mente producessero uno strappo delle cellule cerebrali, come se la sola concentrazione bastasse a sfinire una persona mentalmente.

Eppure scrivere è bello e non rinuncerei mai a questo fastidium mentis.

È solo un mio problema o anche voi avete lo stesso?

17 Commenti

  1. Robedamamma
    22 maggio 2012 alle 08:30 Rispondi

    Ciao Daniele, leggo il tuo articolo e mi sento un po’ sollevata e un po’ capita. Succede anche a me, sì. Guardo il foglio bianco e, mentre la storia è già ben chiara nella mia mente, mi chiedo quante parole ci vorranno per scriverla davvero. Il solo pensiero mi affatica. Quasi mai però, almeno fino ad ora, mi scoraggio.scrivere è decisamente fatica. Meno male che l’amore per le parole è più forte. Bellissimo articolo. Vale

  2. marina bisogno
    22 maggio 2012 alle 11:17 Rispondi

    Lo stesso vale per me. Se si tratta di articoli o post non ho problemi, anzi li programmo anche con largo anticipo. Ma se voglio dedicarmi ad un racconto allora soffro, perché in quel caso la scrittura condanna all’isolamento, alla fatica mentale, anche se, come dicevi, vuoi mettere la soddisfazione!?

  3. Lucia Donati
    22 maggio 2012 alle 11:38 Rispondi

    Più che un fastidio è un senso di eccitazione vagamente ansiogena, forse, ma solo inizialmente. Una volta cominciato a scrivere e sono completamente concentrata, dimentico tutto e, dopo, è solo il piacere della scrittura col fluire delle idee. E, poi, come dici tu: vuoi mettere la soddisfazione di aver fatto un buon lavoro e di averlo portato a termine con successo? Dunque, io vedo più aspetti positivi che negativi nella gestazione e nel parto di uno scritto (sarà per questo che scrivo da circa vent’anni? Ho provato a smettere ma non ci riesco!).

  4. Marcello Nicolini
    22 maggio 2012 alle 13:55 Rispondi

    Per me è lo stesso. Quando penso a una storia sono leggero e felice; quando concludo una stora sono soddisfatto, leggero e felice, amico di tutti.
    Ma quando la scrivo sono sotto una specie di cielo nero. Ho un tormento allo stomaco. Sono terribile. Negativo. Soffro. Non vedo l’ora che questa ca@@o di storia finisca. Perciò tendo a scrivere short stories o cose del genere. Ma credo che sia insito nell’animo umano. Vi ricordate Jack Nicholson rintanato nell’Overlook Hotel che cerca di scrivere il suo lungo romanzo?

  5. Luigi Leonardi
    22 maggio 2012 alle 18:14 Rispondi

    Scrivere è anche un’avventura. Se poi la cosa necessita di ricerca, ciò è doppiamente affascinante: la ricerca in sé e la seduzione della scoperta.

  6. franco zoccheddu
    22 maggio 2012 alle 18:30 Rispondi

    Idem, come per Daniele e Marina: faticoso, stressante talvolta, se devo narrare. Assolutamente un gioco se devo relazionare riunioni, corsi per alunni, programmare progetti scolastici, scrivere mail, etc etc. Allora c’è il mio liceo classico, la mia estrema passione per le parole, l’etimologia, la sintassi. In questi casi è come se si accendesse la mia esperienza e andasse da sola. Ma raccontare, e farlo bene? Be’: tutta un’altra storia. Fatica, passione (nel senso etimologico).
    Concordo del tutto con voi!

  7. Fabrizia
    22 maggio 2012 alle 19:45 Rispondi

    Per me è esattamente così! Poi a causa dell’università il tempo si restringe ulteriormente e trovo più veloce e agevole scrivere dei post o degli articoli. Tuttavia non posso negare che scrivere un racconto, ma soprattutto portarlo a conclusione, mi dia una gioia immensa!

  8. Daniele Imperi
    22 maggio 2012 alle 19:56 Rispondi

    @Vale: grazie :)

    @Marina: alla soddisfazione non si rinuncia.

    @Lucia: esatto, ci sono aspetti positivi e negativi.

    @Marcello: non credo di aver visto il film…

    @Luigi: la documentazione è interessante, è vero.

    @Franco: non sono solo allora :)

    @Fabrizia: per me oltre la gioia c’è anche qualcos’altro, ma ne parlerò in un post futuro :)

  9. Romina Tamerici
    22 maggio 2012 alle 21:57 Rispondi

    Per me scrivere è soprattutto una gioia grande e inspiegabile dal momento in cui nasce l’idea a quando scrivo la parola fine passando per le tante stesure e correzioni. L’unica “stanchezza”, se tale si può definire, è causata dall’assenza di tempo sufficiente per scrivere tutto ciò che vorrei. Questo mi porta a dover scegliere delle priorità e a escludere altri progetti di scrittura e questo mi causa “stanchezza”. Oppure mi spinge a scrivere sotto pressione e questo può affatticarmi, ma in condizioni ottimali scrivo per la gioia di scrivere.

  10. Carlo
    24 maggio 2012 alle 11:47 Rispondi

    Ho sperimentato più volte la fatica del cercare, e poi quel barlume che fa andare a posto tutto il resto: certo, la scrittura è fatica. Però è vero che è anche gioia, è la trasformazione difficile e niente affatto scontata dei pensieri e dei sentimenti in parola scritta, narrata, senza che nel passaggio da una condizione all’altra si perda niente, ma nemmeno si aggiunga niente.
    Penso che scrivere, almeno per me, sia assimilabile a un lavoro, nel senso di impegno: vedo chi scrive come un artigiano della parola, sia che stia scrivendo un tweet da 140 caratteri che un post o un romanzo.

  11. Carlo
    24 maggio 2012 alle 11:47 Rispondi

    Però, che gioia quando tutto prende forma… Vuoi mettere?

  12. Marco B.
    26 maggio 2012 alle 00:30 Rispondi

    E’ fatica mentale, certo, non vado mai oltre un paio di paragrafi al giorno, e già sudo molto. Ma dove lo mettiamo quel gusto di potere che si ha quando si crea un evento, una storia o un personaggio? Il momento in cui tu, con la “penna”, puoi fare tutto e puoi far fare tutto a chiunque. Padrone indiscusso del romanzo assoggettato, con piacere, solo alla lingua italiana (che amo) che ti segue e poi ti spinge ogni volta ad andare oltre per sempre nuovi gusti di potere e per altro sudore.

  13. Marco
    14 giugno 2012 alle 14:34 Rispondi

    La fatica o il fastidio nasce forse dal fatto che una storia non è solo un insieme ordinato di parole. Ma dovrebbe anche “svelare” qualcosa, e per questo motivo pestiamo le dita sulla tastiera. Naturalmente, riuscire a cogliere il senso della storia che raccontiamo è un’impresa titanica che richiede disciplina e impegno. Non importa la lunghezza della storia: se esiste deve almeno dire qualcosa di buono, e lo deve fare in maniera efficace.
    E a parer mio, più si scrive e più si diventa esigenti con sé stessi.

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