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La scrittura perfetta

La scrittura perfetta
Sei soddisfatto della tua scrittura?

Ho letto il primo volume del romanzo 1Q84 di Murakami, su cui tornerò a scrivere fra qualche giorno. È stata una lettura istruttiva per vari motivi. Nella storia si parla anche di un romanzo – ma non accenno di più altrimenti dico troppo.

Uno dei personaggi è uno scrittore e un altro è un editor. Potete quindi immaginare che alcuni dialoghi e anche alcune parti narrate siano dedicati proprio alla scrittura.

Non ricordo adesso il passo preciso, ma uno dei brani del romanzo mi ha fatto riflettere su una questione a cui forse pochi pensano.

La scrittura perfetta

Hai appena finito di scrivere il tuo romanzo, fai passare così qualche tempo prima di rileggerlo – gli esperti dicono almeno un mese. Lo riprendi in mano, lo revisioni, correggi e tagli qui e là.

Magari capita che aggiungi anche un capitolo, o che ne togli uno. O una frase, che t’era sembrata magistrale prima, adesso ti disgusta e ti chiedi come hai fatto a scriverla.

Il romanzo ora è diverso dalla prima stesura. Magari ne fai una terza, chissà? E alla fine lo spedisci alla tua casa editrice, che lo inoltra all’editor.

Ecco che inizia una nuova revisione. L’editor ti dice che quel brano è troppo corto, che quella soluzione è troppo semplicistica, che quel personaggio non regge e l’altro ha poco spazio.

Via a scrivere e riscrivere, a correggere e revisionare.

Ma l’editor potrebbe avere ancora da ridire, ché non è detto che tu sia riuscito a comunicare bene con tutte quelle correzioni. Il lavoro di scrittura potrebbe non essere ancora finito.

Finalmente si va in stampa.

Non si può più tornare indietro, ora.

Sei soddisfatto? Tu, scrittore, sei sicuro di esser soddisfatto del risultato?

La scrittura perfetta non esiste, c’è sempre qualcosa che potresti cambiare, anche l’anno successivo alla pubblicazione del libro. Anzi, più passa il tempo e più la tua scrittura – quella trascorsa – diventa imperfetta.

Come se scrivere fosse un continuo evolversi dello scrittore verso una perfezione inesistente, che quindi non raggiungerà mai.

La scrittura perfetta non esiste. Per quanti cambiamenti possiamo fare sulla nostra storia, ne troveremo sempre altri man mano che la leggiamo.

Ecco, mi chiedo: quando dobbiamo deciderci a porre la parola fine? Quando possiamo essere sicuri e spedire il nostro manoscritto o mandarlo online in ebook?

Cosa vi fa dire “basta”, è venuto il momento di rischiare?

39 Commenti

  1. Ryo
    9 febbraio 2014 alle 07:49 Rispondi

    Concordo. Da un po’ sto pubblicando sul mio blog alcuni vecchi racconti e mi rendo conto che, pur trovandoli “finiti” e riscritti una, due, tre volte, la modifichina oggi ci scappa comunque.
    Il segreto lo sveli qui: <> ma, qualdo non è fastidioso, è anche bello vedere attraverso la scrittura chi eravamo qualche anno fa.

    • Daniele Imperi
      9 febbraio 2014 alle 08:50 Rispondi

      Ciao Ryo, il pezzo citato non è apparso, puoi riscriverlo? :)

      Vero quanto dici: i vecchi pezzi ci mostrano un pezzo del nostro passato di scrittori o presunti tali.

      • Ryo
        9 febbraio 2014 alle 20:59 Rispondi

        Ops! Ecco il pezzo mancante:

        – Il romanzo pubblicato è l’accettazione della tua scrittura del momento, nel punto di non ritorno.-

  2. Ryo
    9 febbraio 2014 alle 07:50 Rispondi

    Inoltre trovo azzeccatissima l’immagine di testata che hai scelto per questo post :-)

  3. Michele Scarparo
    9 febbraio 2014 alle 08:51 Rispondi

    Avevo cominciato a scriverci un romanzo sulla cosa. Un personaggio che, con la scusa di cercare sempre il perfetto, finisce per non fare nulla. Un concetto molto “adolescenziale”, dal mio punto di vista. Quello che invece ti permette di raggiungere delle mete è invece proprio l’atteggiamento opposto. Essere capaci di capire i propri punti di forza e punti di debolezza e calcolare il rischio. Superata la soglia per la quale ci si aspetta un ritorno… zac! si va. Qualsiasi cosa è perfettibile.
    Personalmente la cosa è anche legata ad una specie di sensazione fisica: quando ho superato una certa soglia in un progetto (specialmente quelli grossi) mi viene “nausea” e devo assolutamente mollarlo ;)

    • Daniele Imperi
      9 febbraio 2014 alle 08:52 Rispondi

      Hai ragione, in effetti. E parli bene del rischio: alla fine di quello si tratta.

      La sensazione di nausea, in quel caso, capita anche a me, qualche volta.

  4. italese
    9 febbraio 2014 alle 10:01 Rispondi

    Bel post. Io nello scrivere procedo mettendo dei punti fermi dopo la stesura.
    Il primo è sulla selezione delle scene funzionali alla narrazione. Una volta individuate e messe nella giusta sequenza, ed eventualmente riscritte, anche in ossequio allo show, don’t tell, passo ad un altro punto fermo, senza più tornare indietro: controllo la verosimiglianza delle scelte e dei comportamenti dei personaggi, e se questa non pregiudica le scene, passo infine alla revisione stilistica dove elimino le ripetizioni, aggiusto i dialoghi, faccio fuori un po’ di avverbi.

    • Daniele Imperi
      9 febbraio 2014 alle 12:06 Rispondi

      Ciao Carmine, grazie e benvenuto nel blog.

      Beh, hai trovato un buon metodo, soprattutto mi pare ordinato. Procedi per livelli.

      • italese
        9 febbraio 2014 alle 12:53 Rispondi

        Grazie dell’accoglienza.

        All’inizio anche io mi perdevo in infinite riscritture, snaturando più volte i miei scritti. Temevo di non essere abbastanza bravo, ma con la pratica mi sono affrancato da questa paura e ho trovato un metodo che funziona.
        Penso che la ricerca ossessiva della perfezione nasca sempre da questo timore.

  5. Luciano Dal Pont
    9 febbraio 2014 alle 11:02 Rispondi

    Per come la vedo io, la frase più illuminante di tutto il post è la seguente: Come se scrivere fosse un continuo evolversi dello scrittore verso una perfezione inesistente, che quindi non raggiungerà mai. Ed è così, infatti. Se rileggo oggi pezzi che scrissi alcuni anni fa, mi viene da sorridere. Se rileggo pezzi di un libro che tempo fa mandai ad alcuni editori dai quali fu rifiutato, vorrei stringere loro la mano e ringraziarli per avere almeno evitato di insultarmi. Eppure, proprio da un pezzo di quel libro ho tratto l’idea per scrivere quello che adesso sta per uscire in libreria. E so che tra cinque o dieci anni la mia scrittura sarà molto migliore di quella attuale. L’evoluzione è continua e finirà solo con la morte dello scrittore, o nel momento in cui per qualche motivo deciderà di smettere di scrivere. E allo stesso modo è continua e potenzialmente infinita anche l’evoluzione di un romanzo. Le continue riletture con le relative correzioni e modifiche tendono anch’esse verso una perfezione che sarà sempre sfuggente. Così, inevitabilmente, rifacendosi magari a quella sorta di sensazione fisica cui accenna Michele Scarparo, a un certo punto bisogna dire basta e spedire, pur nella consapevolezza che potrebbe esserci ancora qualcosa da modificare, da cambiare, da togliere o da aggiungere, insomma da migliorare.

    • Daniele Imperi
      9 febbraio 2014 alle 12:07 Rispondi

      Seconeo me è anche questione di non accontentarsi. Forse un po’ di mancanza di sicurezza.

  6. Alessandra
    9 febbraio 2014 alle 11:53 Rispondi

    Bel post (come del resto tutti quelli letti in questo blog, complimenti).
    Hai colto perfettamente l’essenza di ognuno di noi, che scrive e aspira sempre a qualcosa in realtà irraggiungibile.
    Io non saprei come rispondere alla tua domanda finale, riguardo a come capire quando mettere la parola “fine”, dal momento che per ora non ho mai provato a inviare i miei scritti ad una casa editrice…ma conosco bene la ricerca di cui parli e mi confronto costantemente con essa, anche quando recupero racconti di pochi anni fa e scopro quanto la mia scrittura si sia evoluta da allora.
    E’ una ricerca talvolta estenuante, altre volte eccitante, ma comunque sempre sorprendente…è una ricerca che ci consente di crescere, di essere “migliori di noi stessi”, giorno dopo giorno…e in fondo, scoprire di essere cresciuti, è sempre una piccola vittoria per noi stessi.

    Grazie per questo tuo post e a presto…

    • Daniele Imperi
      9 febbraio 2014 alle 12:14 Rispondi

      Grazie Alessandra e benvenuta.

      Sono d’accordo. Guardare indietro nella nostra scrittura ci mostra quanto siamo cresciuti e migliorati. E è un buon segno, questo: pensa se non notassimo differenze :)

  7. helenia
    9 febbraio 2014 alle 12:01 Rispondi

    I rischi di essere giudicati al momento della consegna del proprio libro ci saranno sempre se si vuole fare questo di mestiere,anche quando avrai raggiunto una propria popololarita ed esperienza .ma fa parte del “gioco” ;)

    • Daniele Imperi
      9 febbraio 2014 alle 12:15 Rispondi

      Quando avrai raggiunto popolarità, sarà anche peggio, secondo me.

  8. helenia
    9 febbraio 2014 alle 12:11 Rispondi

    N.B Io ho ” paura”a scrivere i commenti qui xke so d nn essere molto brava ma c provo magari seguendovi imparo qualcosa ! :)

  9. micaela
    9 febbraio 2014 alle 12:33 Rispondi

    Credo che sia la stessa spinta che ci porta a dire ” lì non è bello, là non è perfetto” oppure “cambio questo o quello…”
    Credo siano le due forze stile yin yang, il bianco e nero in opposizione. In fonso siamo artisti e un’opera la sentiamo nel nostro profondo. Credo che tutti noi, scriviamo con “l’anima” (non so se riuscirò a spiegarmi, ma ci provo).
    Io personalmente quando mi metto giù a scrivere la bozza, sul mio quaderno con la matita, la gomma e tutti i miei fogli di ricerca e di appunti, entro in un mondo mio, tutt’uno con il libro.Riesco a percepirlo il libro e q

  10. micaela
    9 febbraio 2014 alle 12:41 Rispondi

    Scusate, ho premuto tasto sbagliato….continuo dall’ultima frase lasciata a metà.

    Riesco a percepirlo il libro e quando lo abbiamo finito lo sappiamo grazie a questa senzazione. Che è poi l’esatto controario del continuare a modificarlo nel corso del tempo. In fondo, chi si sente bene nell’insoddisfazione di aver fatto male una cosa?

    • Daniele Imperi
      9 febbraio 2014 alle 13:23 Rispondi

      La sensazione c’è, certamente. E anche l’insoddisfazione. Forse, come commentavo prima, si tratta di una mancanza di sicurezza, che potrebbe essere sempre presente.

  11. Strauss
    9 febbraio 2014 alle 12:54 Rispondi

    Buongiorno a tutti, concetto interessante quello della ricerca della perfezione; è sempre la ricerca che ci spinge a fare ‘qualcos’altro’, non stiamo mai quieti, quel senso dell’urgenza. Il mio punto di vista è quello del Poeta, mi dedico quasi esclusivamente a comporre versi. E devo dire che non v’è mai un inizio e mai una fine…proprio per questo una poesia la scrivo di getto e reca in se tutti gli aspetti dell’estemporaneità, altre richiedono mesi (le lascio nel decanter-scatola), ad invecchiare. Non si è mai soddisfatti, c’è sempre da distillare una parola che di per se è povera, è arduo rappresentare un concetto ancor di più una sensazione. Le migliori, le più ‘alte’, dimorano sempre dentro di noi.

    • Daniele Imperi
      9 febbraio 2014 alle 13:24 Rispondi

      Con le poesie credo sia uguale, anche se non sento il bisogno di revisionare quelle che ho scritte.

  12. Enzo
    9 febbraio 2014 alle 13:03 Rispondi

    Ciao leggerò questo libro, anche se non mi entusiasmano i “mattoni”.
    Chissà che lì non ci sia una risposta utile al tuo quesito.
    Alla tua provocazione, d’istinto potrei risponderti che siccome reputo la scrittura qualcosa di vivo, che fermenta insomma, mi sembra fisiologico che subisca ‘aggiustamenti/integrazioni’ nel divenire. No?
    Ciao

    • Daniele Imperi
      9 febbraio 2014 alle 13:25 Rispondi

      Anche per me è una cosa viva la scrittua. Però a un certo punto – anticipando il commento di Miki – bisogna che ci decidiamo a mettere fine all’opera.

  13. MikiMoz
    9 febbraio 2014 alle 13:10 Rispondi

    Ti ho retwittato la prima frase perché la seconda mi sembra troppo fatalista.
    Beh, prima o poi la parola fine bisogna metterla. A volte lo sai tu, te lo senti. Altre è necessario convincersi e dire: basta così.
    E’ un po’ come in una storia d’amore, no?
    Ma non quando il rapporto sta per naufragare, magari è quando devi decidere di metter su famiglia o andare a convivere :D

    Moz-

    • Daniele Imperi
      9 febbraio 2014 alle 13:27 Rispondi

      Ma io sono un fatalista, Miki :D

      Sono d’accordo però: a un certo punto devi dire basta. Come con una donna: chiudi e passi a un’altra. Ah, no, dicevi un’altra cosa, tu :D

  14. franco zoccheddu
    9 febbraio 2014 alle 15:33 Rispondi

    E’ il mio eterno problema: riscrivere in continuazione ogni cosa. Non so che farci.

  15. Sabrina Guaragno
    9 febbraio 2014 alle 21:26 Rispondi

    Sono completamente d’accordo con te, Daniele. Lo scrittore è in continua crescita, in continua evoluzione, ed anche quando si può dire che sia “corretto” dal punto di vista grammaticale, lessicale o quant’altro, c’è comunque un continuo cambiamento in atto… sia questo stilistico, di genere ecc. E’ davvero un bel problema quello del decidere quando un testo è pronto, quando decidere di smettere di correggerlo e risistemarlo, e considerarlo un prodotto finito… Credo che sia giusto fino a un certo punto continuare a lavorarci sopra, ma poi arriva un momento in cui dire basta, e lasciare l’opera così com’è. Perché ha comunque un suo senso, e continuare a correggerla modificherebbe l’essenza della storia e del libro stesso.

    • Daniele Imperi
      10 febbraio 2014 alle 07:41 Rispondi

      Concordo, bisogna capire quando arriva quel momento. Vero quello che dici: a un certo punto non avrebbe più senso fare altre correzioni.

  16. Giada
    10 febbraio 2014 alle 01:09 Rispondi

    Se posso…
    Credo che questa continua ricerca della “perfezione” (che la si faccia nella scrittura, nella vita, etc…) sia dovuta alla natura imperfetta dell’essere umano. E meno male! Vi immaginate come sarebbe se tutti si accontentassero del “non c’è male”? Vivremmo in un mondo che ristagna nella mediocrità, che orrore! Un libro mediocre non lo si può vivere. Non ti fa battere il cuore, né ridere o piangere. Insomma non ti fa provare tutte quelle emozioni che, una volta giunti alla fine, ti fanno esclamare: “Wow! Ne voglio ancora!”
    Ma questo è solo il mio personale pensiero…

    • Daniele Imperi
      10 febbraio 2014 alle 07:43 Rispondi

      Ciao Giada, benvenuta nel blog.

      Il tuo pensiero è giusto: fa parte della nostra natura – oddio, non della natura di tutte le persone – e sarebbe brutto se uno scrittore si accontentasse della mediocrità.

      Quando andavo a scuola, alle medie, ero uno studente mediocre. Studiavo il minimo per arrivare alla sufficienza. Al liceo, invece, neanche quel minimo. E i risultati si vedevano :D

  17. Salvatore
    10 febbraio 2014 alle 11:44 Rispondi

    La nausea, l’esigenza di dire: “Basta, comunque vada è così e non lo tocco più.” Altrimenti si potrebbe andare avanti fino all’ossessione.

  18. La nausea della perfezione | Scrivere per caso
    10 febbraio 2014 alle 17:42 Rispondi

    […] già deciso di parlarne domenica, ma (come al solito) Daniele Imperi mi ha anticipato e così questo post lo pubblico adesso. Spero solo che per domenica mi venga […]

  19. Elisa
    11 febbraio 2014 alle 17:41 Rispondi

    La scrittura perfetta? Esiste quella degli altri, non la mia.
    Quando scrivo dei racconti, prima di postarli, ovviamente le rileggo per correggere eventuali errori, ma poi ad essere sincera non li leggo più. Perchè sono sicura che ricambierei tutto, che mi verrebbe la rabbia del fatto che sarei il mio peggior giudice e ovviamente sentirei la “nausea” così evito di rileggere quello che posto.

    • Daniele Imperi
      11 febbraio 2014 alle 19:36 Rispondi

      Beh, direi che fai bene, altrimenti rischi di andare avanti a correggere all’infinito.

  20. Ulisse Di Bartolomei
    17 febbraio 2014 alle 16:23 Rispondi

    Salve Daniele. Questa mattina ho ricevuto le copie dei miei libri da utilizzare per la promozione. Credevo di averli ben corretti e invece ho trovato parecchie virgole sbagliate. Non capisco la cagione che differenzia la percezione della scrittura sul monitor, da quella sulla carta. Da 17 anni, le penne le tengo in mano soltanto per firmare in banca e alla posta, implicherà qualcosa, ma rimango basito nel constatare che lo scritto sul cartaceo appare quasi negletto! L’espediente di proferire quello che digito, lo uso anch’io anche se non sempre, ma errori banali ne continuo a fare. In mia attenuante, spero, sovviene che non sono un letterato ma un tecnico e in questi ultimi dieci anni, ho dovuto imparare un italiano consono alla bisogna. A parte lo sfogo, ho due interrogativi. Primo: è meglio contrassegnare queste copie promozionali come provvisorie, oppure me ne devo semplicemente “non curare”? Giorni fa ero da mia figlia e mi ha fatto leggere qualche pagina di un libro venduto a milioni, di un famoso fotografo italiano. Li dentro c’era da piangere! Scritto di getto e, a parer mio, per nulla corretto se non gli errori di digitazione. Secondo: quanti errori possono stare in un testo, senza che il lettore sia distratto da valutazioni sulle capacità espositive o linguistiche dell’autore? Errori che non precludono la comprensione concettuale. A questo o badato a sufficienza. Grazie e buona giornata.

    • Daniele Imperi
      17 febbraio 2014 alle 16:46 Rispondi

      Ciao Ulisse,

      ma questo libro da chi è pubblicato? Se da una casa editrice, non credo che ristamperà le copie corrette.

      Io sono uno che non sopporta gli errori nei libri, neanche uno solo in 1000 pagine :D

      Non credo che esista una percentuale, io non ho mai letto libri senza errori ma sono convinto che sia possibile crearne.

  21. Ulisse Di Bartolomei
    17 febbraio 2014 alle 21:05 Rispondi

    Sono pubblicati con Amazon e quindi non è un problema per le prossime copie. Ricontrollerò le virgole e al massimo Sabato ricarico i file corretti. Forse è soltanto la stizza! L’ultima correzione parola per parola, mi ha preso dei mesi è il risultato mi sembra accettabile, ma della disposizione delle virgole rimango dubbioso. Le copie che ho sono destinate perlopiù a giornalisti e le consegno questa settimana. Stimo di avere compiuto errori grossolani di disposizione delle virgole, di uno ogni venti pagine. Un esperto se ne accorge certamente, ma il lettore medio non credo. Comunque se dici che non hai mai letto libri senza errori, mi rincuori…

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