Come curare la propria scrittura

Come curare la propria scrittura
Scrivere evitando ripetizioni, rime, ostacoli ed errori

Ci sono tanti modi per scrivere male e altrettanti per scrivere bene. Lo scrittore non può essere editor di se stesso, ma può conoscere qualche piccola tecnica per migliorare la sua scrittura. Che poi un editor trovi ancora qualcosa che non va è normale, ma intanto non troverà una scrittura disordinata e poco corretta.

Quando leggo mi saltano agli occhi refusi e anche costruzioni che avrebbero bisogno di migliorie. Oggi ho radunato qualcuna di queste costruzioni, assieme a una che mi appartiene, per analizzarle a fondo e trovare delle soluzioni.

Le ripetizioni: il mostro sempre dietro l’angolo

Alle volte neanche ce ne accorgiamo subito, scriviamo e rileggiamo in continuazione – questa è la mia tecnica – e alla fine del capitolo, del racconto, della sessione di scrittura, leggiamo di nuovo quanto scritto e bam! Due parole ripetute nell’arco di poche righe e magari anche in una manciata di parole.

Odio le ripetizioni, perché rendono la scrittura sciatta e lo scrittore disattento. Ma finché capita tutto nella nostra intimità, poco male, no? Facciamo in tempo a rimediare, a correggere, a maledirci per quella disattenzione che a noi, proprio a noi, non doveva capitare.

Primo esempio: una ripetizione che fa… riflettere

[…] la luce fioca si riflette su quello che sembra un osso, e mi viene un conato di vomito.

Rifletti. Insurgent, Veronica Roth

Questa è una traduzione, sia chiaro, quindi forse la colpa non è dell’autrice ma del traduttore. L’uso dello stesso verbo, anche se con due significati diversi – la riflessione della luce e quella intesa come meditazione, pensiero attento del personaggio –, a distanza di una sola frase stona. A me è saltata agli occhi subito e ho storto il naso.

Una possibile soluzione: […] la luce fioca si riflette su quello che sembra un osso, e mi viene un conato di vomito.

Ragiona.

Perché ho deciso di cambiare il secondo verbo? Perché in quel caso è più facile trovare un sinonimo credibile, ma per la luce che si riflette un sinonimo non sarebbe stato di così immediata comprensione: riverbera? Si rispecchia? Su un osso, poi, l’effetto specchio mi sembra alquanto impossibile.

Secondo esempio: personaggi alternati

Nel cassone dell’autocarro, dietro di noi, ci sono Caleb, Christina e Uriah. Christina e Uriah sono seduti l’una accanto all’altro… Allegiant, Veronica Roth

Purtroppo non sono riuscito a trovare il testo originale su Amazon. Qui la traduzione, forse, se non hanno cambiato parte del testo come spesso succede, ha poco a che vedere. Dico: ma davvero l’editor – e anche il traduttore – non si sono accorti che quell’alternanza di nomi non sta bene? E se la colpa è di Veronica, l’autrice non capisce che è veramente pesante leggere quelle due frasi?

Una possibile soluzione: Nel cassone dell’autocarro, dietro di noi, vedo Caleb e anche Christina e Uriah, che sono seduti l’una accanto all’altro…

Ho stravolto un po’, ma a me suona meglio. A voi?

Le rime involontarie: come rendere la narrazione una filastrocca

Baudelaire suggeriva di essere poeti anche nella prosa, ma non credo che intendesse di scrivere in rima nella narrativa. No, sicuramente non pensava a questo. Credo, piuttosto, che consigliasse una certa eleganza nella scrittura, una scelta più raffinata delle parole e un loro mescolarsi più curato.

Le rime sono un killer sempre in agguato. Avete presente quando qualcuno farcisce una pagina di avverbi? Tutti quei -mente a destra e a manca che danno una fastidiosa cadenza, un ritmo fin troppo… determinante.

Un esempio di scrittura maldestra

Evelyn è seduta a un tavolo sulla destra e guarda fuori dalla finestra. Allegiant, Veronica Roth

Qui l’autrice è scagionata perché il fatto non sussiste. “Sulla destra” sarà stato scritto on the right e “fuori dalla finestra” out of the window, che in inglese non rimano come in italiano. Ora mi domando: visto che le traduzioni stravolgono spesso il testo originale, davvero qui non si potevano trovare due termini non rimanti?

“Finestra” poteva essere sostituita da “vetri”, per esempio. O forse bisognava cambiare l’ordine delle parole.

Una possibile soluzione: Sulla destra, seduta a un tavolo, vedo Evelyn che guarda fuori dalla finestra.

Le due parole rimanti sono più distanti lontane e l’effetto filastrocca si annulla.

Quando le frasi creano ostacoli nella lettura

Nella fase di revisione dobbiamo anche rendere le nostre frasi più scorrevoli e musicali. Rileggere di continuo, come faccio io, mi permette di sentire il suono delle frasi che ho scritto e di capire se c’è qualcosa che stona, che intoppa la lettura.

A volte basta eliminare un verbo o spostare una virgola per trasformare una frase. Il senso resta lo stesso, identico, racconta lo stesso concetto, il cambiamento è magari impercettibile, ma il suono no, il suono adesso è migliore. Intonato, potremmo dire.

Un esempio di verbo inutile

La sua voce è priva di tono, mi rende nervoso poiché comprendo.

In questo brano – tratto dal romanzo che sto scrivendo per il self-publishing – ci sono 3 frasi e il collegamento fra la prima e la seconda è ostacolato, più che dalla virgola, dal fatto che si passa da un verbo che descrive a uno di azione, anche se il soggetto resta “la sua voce”.

La mia soluzione: La sua voce priva di tono mi rende nervoso, poiché comprendo.

Adesso scorre. Ho eliminato l’ostacolo: l’inutile verbo essere, che è comunque incluso nell’aggettivo “priva” associato a “voce”. A questo punto mi domando quanti verbi essere avremmo potuto togliere dai nostri testi, ma preferisco ricordarmi di toglierli quando mi capiteranno sottomano.

Gli errori grammaticali latenti: solo per occhi clinici

Sì, ci sono errori che non tutti vedono e sapete perché? La colpa è della nostra lingua, quella parlata, che ci condiziona troppo e a volte prende perfino il sopravvento. Ma dobbiamo ricordarci, quando scriviamo narrativa, che la scrittura creativa è anche stile e bellezza, ma soprattutto correttezza linguistica e grammaticale.

Alcuni errori sono quindi nascosti, non ci sembrano davvero errori perché ogni giorno noi parliamo proprio in quel modo. Ecco perché nella revisione le frasi scritte vanno analizzate: soggetto+verbo+complemento e soprattutto associare a soggetto plurale una forma verbale consona.

Un errore di persona nel verbo… che può essere giustificato

Proprio così, da quando Beck e io avevamo tre anni la nostra casa e la nostra scuola è stata questa incredibile barca a vela di diciannove metri. Cacciatori di tesori di James Patterson

Cominciamo dall’inizio, ossia dall’errore, e poi passiamo a vedere perché in questo caso possiamo giustificarlo. Qual è il soggetto? Ma i soggetti sono due! Sì, sono “la nostra casa e la nostra scuola”. Dunque il verbo non può essere espresso con la terza persona singolare, ma con la terza plurale.

La soluzione: Proprio così, da quando Beck e io avevamo tre anni la nostra casa e la nostra scuola sono state questa incredibile barca a vela di diciannove metri.

E allora perché lo giustifico? Perché il narratore è un bambino di 10 anni e non può esprimersi come un adulto. Mark Twain, nel suo stupendo Le avventure di Huckleberry Finn, ce lo dimostra, scrivendo un romanzo interamente sgrammaticato.

Come curate la vostra scrittura?

Se pensate che sia stato esagerato con quegli esempi proposti, ditelo tranquillamente. Ma secondo me no. Come vi sono sembrate quelle frasi? Le avreste modificate? Potete fare altri esempi, vostri o presi dai libri letti?

Categoria postPublicato in Scrittura - Data post16 giugno 2014 - Commenti51 commenti

DanieleDaniele Imperi

Sono blogger e web writer e scrivo e leggo ogni giorno. Oltre a Penna blu, ho creato e gestisco i siti su Cormac McCarthy e Edgar Allan Poe. Leggi di più nella mia biografia.

Ti è piaciuto questo post? Condivilo sui social media o via email!

Email
Commenti
  • Fabio Amadei 16 giugno 2014 at 07:52

    I lavori di scrittura vanno rivisti più volte. Sfugge sempre qualcosa. Qualcuno dice che si deve ‘operare’ a strati. Una volta la punteggiatura, un’altra volta i refusi, la musicalità ed il ritmo.
    Dei veri e propri artigiani. Con molta concentrazione e tanta pazienza.

  • LiveALive 16 giugno 2014 at 08:26

    Ti chiesi quanti verbi essere si possono togliere… C’è una tecnica chiamata e-prime che consiste nel togliere tutti i verbi essere. In questo modo la scrittura dovrebbe farsi più dinamica e originale. Magari non è sempre possibile, ma io consiglio di provarci lo stesso.

    Molti errori “sonori”, secondo me, sono questione di abitudine. All’epoca la gente non sopportava le dissonanze di Beethoven perché non ne era abituata, oggi invece sono cose normali. Ugualmente qui, le rime involontarie. È vero, più sono distanti più è difficile notarle, ma un poeta le nota anche a mezza pagina di distanza (quasi). Io invece proprio non ho orecchio, ho dovuto riguardare cinque volte la pubblicità della carne montana per accorgermi che era in rima (una pubblicità che mi fa voglia di scrivere un libro western…).

    Anche il piacere che si ricava da certi stilemi è questione di abitudine. Per esempio, dopo un mese che leggi D’Annunzio finisci per apprezzare anche le rime in prosa! Non è questione di abituarsi al brutto, è solo che cambia il proprio modo di percepire. Per dire, se io mi abituassi a scrivere sempre e solo con parole che iniziano per A, dopo un po’ alla prima parola che inizia per B sentirei un tuffo al cuore e lo considererei un errore anche se non lo è.
    Le ripetizioni in particolare si possono o amare o odiare. Certo, se si esagera e si ripete dieci volte la stessa cosa diventa sgradevole. Ugualmente sgradevole però è scrivere ad ogni costo una parola diversa, tanto che dopo un po’ non sai neanche più ciò che stai descrivendo. Alle elementari, ricordo, una maestra mi aveva segnato una parola, e mi aveva detto “non puoi usare questa parola, l’avevi già usata prima, è una ripetizione”. “ma come, dove l’avevo già usata?’, “qua, all’inizio!”… Cioè, avevo ripetuto una parola a tre pagine di distanza. Dai, non è ammissibile.
    Per esempio, ti cito Addio alle Armi di Ernesto Hemingway:
    “Davanti alla casa passavano truppe e scendevano lungo la strada e la polvere che sollevavano copriva le foglie degli alberi. Anche i tronchi degli alberi erano polverosi e le foglie caddero presto quell’anno e si vedevano le truppe marciare lungo la strada e la polvere che si sollevava e le foglie che, mosse dal vento, cadevano e i soldati che marciavano e poi la strada nuda e bianca se non per le foglie.”
    Questa frase parrebbe orribile a chi non è abituato ad Hemingway. Qui ripete, in teoria, per evidenziare il collegamento tra i soldati che vanno a morire, le foglie che stanno per cadere, e il destino comune come polvere. Ma più in generale è stato studiato che le ripetizioni di Hemingway rendendo più facile immaginare certe scene.

    • Nani 16 giugno 2014 at 10:33

      LiveALive

      Questa frase parrebbe orribile a chi non è abituato ad Hemingway. Qui ripete, in teoria, per evidenziare il collegamento tra i soldati che vanno a morire, le foglie che stanno per cadere, e il destino comune come polvere. Ma più in generale è stato studiato che le ripetizioni di Hemingway rendendo più facile immaginare certe scene.

      Ma infatti, bisogna vedere se lo scrittore e’ consapevole della ripetizione e lo fa apposta (e anche se riesce a farlo capire che lo ha fatto apposta). Perche’ le ripetizioni intenzionali possono anche avere un certo fascino. E secondo me, questo puo’ essere detto anche per le assonanze. Certo, se una tizia come Veronica Roth inizia a sparpagliare rime nel testo, mi viene da pensare che troppo intenzionali non sono.

      • Daniele Imperi 16 giugno 2014 at 13:16

        Consapevole o meno, a me quel testo mi pare contorto e non mi facilita per niente la comprensione di quello che voglia dire. Ma con Hemingway ho chiuso da tempo, m’è bastato leggere quella noia mortale de Il vecchio e il mare, tanto che mi sono chiesto come abbiano fatto a dargli il Nobel per quel romanzo.

    • Daniele Imperi 16 giugno 2014 at 13:07

      Non puoi togliere tutti i verbi essere: se quel verbo esiste, significa che serve.

      Io le rime nella pubblicità Montana le ho sentito subito, invece :D

      Anche per i sinonimi è lo stesso: non sempre si possono trovare, se devi ripetere una parola, allora fallo e basta.
      La tua maestra ha esagerato decisamene, a meno che tu avessi usato un avverbio molto particolare e poco usato: in quel caso il lettore l’avrebbe notato.

      Il brano di Hemingway non mi piace per niente e trovo quelle ripetizioni inutili.
      Se togli tutto il pezzo da “Anche i tronchi” fino a “i soldati che marciavano”, si capisce benissimo tutto. A me non pare chiaro quel pezzo.

      • LiveALive 16 giugno 2014 at 13:41

        Beh, la maestra, semplicemente, credeva che un un testo non si dovesse mai ripetere una stessa parola. Come un compositore che si impone di usare solo un do in tutta la sinfonia.

        Personalmente, neanche a me la frase di Hemingway è piaciuta.

        Per il verbo essere, volendo, si può eliminare quasi sempre. Beh, certo, se la frase è “quello è un cane” c’è poco da fare… “quello sembra un cane” non vale la candela, meglio rivedere tutto e fare “il cane zampetta”.

  • Chiara 16 giugno 2014 at 08:55

    No che non sei stato esagerato, anzi: trovo questo articolo molto interessante. Mi rincuora anche un po’, dal momento che io stessa, spesso e volentieri, mi trovo invischiata nelle problematiche che citi.
    Io scrivo sempre la prima stesura di una scena di getto, senza nemmeno badare alla grammatica. È come costruire l’ossatura, intorno alla quale si dipanerà la vicenda. La seconda stesura avviene in modo più meditato, e vi dedico più tempo. La terza richiede soltanto qualche piccolo aggiustamento. Quando arrivo alla fine di un capitolo rileggo tutte le scene che lo compongono. Stessa cosa faccio alla fine di una sezione che comprende più capitoli. Nonostante ciò, si rischia sempre di trovare qualcosa che sfugge.
    Odio le ripetizioni. Cerco sinonimi anche quando teoricamente potrei benissimo utilizzare lo stesso termine. Per non parlare delle rime. Nel romanzo che sto scrivendo, c’è uno dei protagonisti che si chiama Nicola, detto Nico: non immagini quante paranoie mi faccio quando devo usare la parola “amico”. Più volte ho pensato di cambiare il nome al personaggio per evitare questo intoppo.

    • Daniele Imperi 16 giugno 2014 at 13:09

      Ecco, io quello che proprio non ho mai fatto è una seconda stesura. Io correggo di continuo, quindi alla fine può essere che faccia una ventina di stesure.

      Quando devi usare “amico”, chiamalo “Nicola” :)

  • LiveALive 16 giugno 2014 at 11:46

    Curiosità, Daniele… Hai letto i libri di Veronica Roth? Ho letto che è LAUREATA in scrittura creativa, quindi dovrebbe aver studiato apposta per fare questo lavoro… Vediamo quanto valgono davvero questi studi.

    P.S.: per l’esempio sui personaggi alternati, mi sento di preferire la versione originale. Oggi si tendono a preferire le frasi brevi, coordinate da paratassi, perché sono considerare più chiare, forti e incisive. Inoltre la tua versione ha un verbo di percezione (vedo) che si può sopprimere. Per il resto, preferisco le tue versioni.

    • Daniele Imperi 16 giugno 2014 at 13:12

      Sì, sono quelli che ho citato. Ho letto la trilogia di Divergent, abbastanza deludente man mano che vai avanti.

      No, se leggi quella trilogia, sulla scrittura non impari proprio nulla.

      “Vedo” però indica un’azione del personaggio, ma puoi anche lasciare il “c’è” della versione originale.

      Sulle frasi brevi, ci sono scrivo un post.

      • LiveALive 16 giugno 2014 at 13:48

        Sì, sui verbi di percezione sono elastico: per mr, sono importanti quando si vuole sottolineare la presenza del personaggio sulla scena. Tra “il cane zampetta” e “vedo il cane zampettare” non c’è differenza di senso se non appunto che nella seconda si sottolinea che ci sono io ad osservare. Alcuni credono,che ciò allontani dalla storia, perché non sono più io lettore che vedo ma un altro personaggio sulla scena… Ma secondo me, sono altri gli effetti interessanti di quel verbo.

        Sono appena stato al supermercato, e per puro caso ho letto qualche pagina della Roth. Secondo me l’hanno pubblicata sperando che la confondessero con Philip Roth (possibile premio Nobel) o Joseph Roth (grande narratore). Non mi paiono buoni libri, la forma è molto sgraziata.

        • Daniele Imperi 16 giugno 2014 at 14:18

          Sì, la forma non è proprio nulla di che. Ma gira voce che l’idea non sia sua della trilogia. A me il film era piaciuto e ho voluto leggerne i romanzi.

    • Chiara 16 giugno 2014 at 13:43

      Perdonate l’ignoranza, ma io proprio non conosco questa Veronica Roth… cosa ha scritto? Ora vado a leggermi qualcosa, e vedo di ritornare preparata ;)

      • Daniele Imperi 16 giugno 2014 at 14:14

        Ha scritto Divergent, uscito di recente al cinema, e i due volumi successivi della saga.

  • Chiara 16 giugno 2014 at 13:42

    Daniele, ovviamente noi scrittori siamo portati per complicarci la vita.. non ci avevo pensato, anche perché uso sempre il diminutivo. Ti ringrazio per il suggerimento, e contemporaneamente mi do della cretina da sola. :D

    Ti dirò, io mi trovo bene con il mio modo di lavorare perché tendo ad andare in paranoia se mi metto a rileggere e cancellare di continuo. Scrivere una prima stesura di getto mi aiuta ad esprimermi in libertà, per poi lavorare di fino in quella/e successiva/e. Però questo modo di lavorare funziona su brani sostanzialmente brevi (faccio così anche per i post del blog) ma non potrei mai pensare di scrivere un intero romanzo di getto, per poi procedere ad una seconda stesura … annegherei nel disordine e nel caos

    • Daniele Imperi 16 giugno 2014 at 14:15

      Infatti credo che sia più funzionale il tuo metodo, anche più veloce, se vogliamo. Scrivi e scrivi e poi con calma revisioni. Proverò a farlo, se il brutto vizio di rileggere e correggere se ne sta buono buono per qualche giorno.

  • SAM.B 16 giugno 2014 at 14:44

    Io detesto le ripetizioni, è più forte di me: le cecchino nei testi che mi fanno leggere in qualità di betareader, nei miei – ne scovo sempre, anche a una terza, quarta rilettura – e pure nei romanzi. Ormai si tratta di un automatismo :)
    Poi c’è ripetizione e ripetizione, ovviamente: c’è quella pensata per ottenere un determinato effetto, e mi sta bene purché non se ne abusi; e poi c’è la stessa parola piazzata due volte in due righe (e mi è capitato con un racconto letto di recente, passato sotto betalettura e pure editato – stando alle parole dell’autore) – e lì no, lì mi viene da pensare o che chi scrive ha un vocabolario limitato o che è pigro.
    Invece solo di rado mi accorgo delle rime: devono essere proprio ridicole o disturbanti, se no nisba, tiro dritta a leggere. Chissà quante ne starò disseminando nel mio romanzo! :D

    • SAM.B 16 giugno 2014 at 14:47

      Ah, ecco: ho usato “pensare” due volte in sei righe XD

    • Daniele Imperi 16 giugno 2014 at 14:59

      Le ripetizioni per avere effetti stanno bene, certo.

      Insomma, scrivi filastrocche, a quanto pare :D

  • Chiara 16 giugno 2014 at 14:45

    Non so se sia “meglio” o “peggio” degli altri, ma sicuramente è il più adatto a me, soprattutto considerando che ho ripreso a scrivere da poco dopo un periodo di black-out totale, ed ho bisogno di ritrovare fiducia e confidenza con la tastiera. Come ho scritto anche qui http://appuntiamargine.blogspot.it/2014/06/gestione-della-trama-il-mio-modo-di.html , sebbene in un contesto diverso, penso che il metodo di scrittura sia un po’ come quello di studio: a forza di provare e riprovare uno trova il suo. Non importa quale metodo si adotti, l’importante è averne uno :)

  • Nani 16 giugno 2014 at 16:05

    Daniele Imperi
    Consapevole o meno, a me quel testo mi pare contorto e non mi facilita per niente la comprensione di quello che voglia dire. Ma con Hemingway ho chiuso da tempo, m’è bastato leggere quella noia mortale de Il vecchio e il mare, tanto che mi sono chiesto come abbiano fatto a dargli il Nobel per quel romanzo.

    :D
    Ma lo sai che anch’io il vecchio e il mare l’ho odiato appassionatamente? Ma io come scusante ho il fatto che me lo hanno fatto leggere alle medie. Due scatole! :D
    Sara’ per questo che evito Hemingay come la peste.

    • Nani 16 giugno 2014 at 16:20

      E soffro pure di lapsus paurosi nei suoi confronti! Hemingway, volevo dire. :DDD

  • Tenar 16 giugno 2014 at 18:37

    La prima stesura è pessima! Le ripetizioni non riesco ad evitarle, ci sono parole che rimangono in mente e spuntano nella pagina come margherite nei prati. L’unica cosa che posso fare è rileggere, rileggere, rileggere. Da dislessica il mio dramma sono gli errori di ortografia che non vedo, sopratutto se al posto di una parole ne ho comunque scritta un’altra di senso compiuto che il correttore non segnala. A un certo punto mi arrendo. Se lo scritto ha un futuro, incontrerò un editor che sicuramente troverà errori che mi sono sfuggiti
    PS: continuo a non aver ricevuto tue mail. Hai provato all’indirizzo che ti ho lasciato tramite i contatti?

    • Daniele Imperi 17 giugno 2014 at 07:40

      Per gli errori dovresti avere dei lettori beta, allora.

      Ti ho scritto di nuovo poco fa e ti ho sempre scritto a quell’email, hai controllato nello spam?
      Comunque quello che ti dicevo è che sbagli sempre a scrivere l’indirizzo del tuo blog, scrivendo “inchiostru” e non “inchiostro”.
      Ora l’ho corretto di nuovo, ma giorni fa ho fatto prima a eliminare in blocco tutti quei link errati.

  • LiveALive 16 giugno 2014 at 19:55

    Daniele Imperi
    Sulle frasi brevi, ci sono scrivo un post.

    …Volevi dire che ci sono già post sulle frasi brevi, o che lo scrivi? Perché mi piacerebbe moltissimo discutere qui su quella che chiamano “transparent prose”, la scrittura trasparente.

    In fondo, quando il lettore comune compra un libro, cosa vuole? Vuole essere trasportato in un nuovo mondo, conoscere un bel personaggio, affezionarsi ad esso e provare le sue emozioni più forti… Identificarsi con il personaggio in modo totale è possibile solo con la letteratura,visto che il cinema stesso può trasmettere solo immagini e non le altre sensazioni. E per fare ciò, per immergere, bisognerebbe scrivere in modo semplice e chiaro e “sensuale”, in modo che si badi solo al contenuto, eliminando tutto ciò che fa pensare al libro in sé, e quindi eliminare tutti gli interventi dell’autore (questa è la cosa più importante: eliminare il narratore. Secondo la O’Connor, tutta la letteratura punta a questo). Via i commenti, via i giudizi (quindi anche aggettivi e avverbi generalizzanti o astratti), via i giochi col punto di vista (e soprattutto via l’onnisciente), non fermare mai lo scorrere del tempo nel testo, via le metafore inutili, via tutte le figure retoriche messe lì solo per colorare, via lo stile orfico e arcaicizzante… E tante altre cose.
    …eppure, non pare che tutti siano d’accordo con ciò. Ho letto nei vari forum, italiani americani inglesi francesi spagnoli, e quando si chiede quale autore ha la prosa migliore, uno dei nomi più gettonati è Nabokov, che non è trasparente ma tende al barocco. La critica, ugualmente, tende quasi sempre a esaltare le prose complesse e poco trasparenti, come accade con Don DeLillo, Paul Auster, e basti dire che l’autore più amato dalla critica è Joyce, il meno trasparente tra gli scrittori.

    …è un discorso complesso, ma dovresti scriverne qualcosa, non fosse altro per discuterne un po’. Negli anni novanta, il dibattito in merito, in America, era stato piuttosto vivace.

    • Daniele Imperi 17 giugno 2014 at 07:44

      No, errore mio, devo scriverlo :)

      Non conosco la scrittura trasparente, ti faccio sapere anche di questo.

      Non sono d’accordo sull’eliminazione del narratore, dipende dalla storia e dal pubblico anche.

      Ma se togliamo tutto questo, che cosa resta? La trama spoglia e nuda? La scrittura è anche bellezza delle parole.

      Non ho letto gli autori che citi, non mi pronuncio quindi.

      Certo, ci scriverò qualcosa.

  • Gabriele Mercati 16 giugno 2014 at 21:57

    Scusa la cecità oppure la mia ignoranza, ma nel primo esempio non vedo differenza fra il testo originale e quello scritto sotto, ma…..
    origene:
    […] la luce fioca si riflette su quello che sembra un osso, e mi viene un conato di vomito.

    Rifletti. Insurgent, Veronica Roth

    Una possibile soluzione: […] la luce fioca si riflette su quello che sembra un osso, e mi viene un conato di vomito.
    Ragiona.

    Dov’è la differena? BAH!

    CMQ io da asino avrei scritto così:
    “…. la luce fioca si rifeletteva su quello che sembrava un osso e, mi provocò un conato di vomito. ”
    Quel “venne” era brutto!

    A mio avviso, come qualcuno ha anche citato, non sempre si possono eliminare le ripetizioni, in quanto spesso i sinonimi non hanno lo stesso valore. Molte parole hanno un significato univoco, forte, maestoso che, rappresanta un intero mondo, ovvero con una parola dici una frase, mentre il suo sinonimo è più blando meno significativo. Chi come me ama il suo dialetto, il Romagnolo (attenzione definire il Romagolo un dialetto è una castroneria…. è lingua Celtica di derivazione gallo-iberica ed è presente da Bologna a Pesaro, passando per Ravenna, Rimini Forlì da oltre 2800 anni). In questa antichissima lingua a volte una parola significa una frase di 10-20 parole alcune sono intraducibili…
    Aldilà di questo svolazzo, io penso che lo scrittore vada preso com’è anche con le sue possibili ripetizioni, perché chi scrive rappresenta un mondo, il suo mondo e lo esprime a modo suo. Inoltre la lingua cambia in continuazione e, quandi cambia anche il modo di scriverla. 500 anni fa l’italiano era molto diverso poi qualcuno ha cercato di uniformarlo. Ma chi ci dice che questi ed i puristi successivi abbiano imboccato la giusta strada? Chi ci garantisce che fossero sulla retta via, l’hanno fatto a loro piacimento propinandoci quello che era il loro gusto.
    Esempio: Perché usare in alcuni casi scrivere gli accenti? E in altri no! Eppure nella pronuncia li citiamo! L’Inglese non ha accenti, ma Funziona.Cavolo se Funziona (ha una ripetizione…somaro…)!

    • Gabriele Mercati 16 giugno 2014 at 21:59

      Scusate non era “venne”, ma “viene” (pariemente brutto..)

    • LiveALive 16 giugno 2014 at 22:05

      La differenza della prima frase sta nella ripetizione di “rifletti”, sostituito con “ragiona” (io avrei preferito un diretto “pensa”).

    • Daniele Imperi 17 giugno 2014 at 07:50

      La differenza sta nel “Ragiona” che ho inserito, che sostuisce il “Rifletti” che crea una ripetizione col “riflette” di prima.

      In quel caso la ripetizione si poteva evitare, come ho dimostrato.

      Uno scrittore scrive il suo mondo, certo, ma se scrive male va corretto, non possiamo certo accettare una scrittura sciatta e piena di errori, no?

      Gli accenti, da noi, servono per distinguere alcune parole da altre.

  • Gabriele Mercati 16 giugno 2014 at 22:13

    Il tutto è poco chiaro! Quel “Rifletti” buttato lì non si capisce da dove sbucchi, se faceva parte di una successiva frase perché non metterla per esteso, in maniera che si capisca ( non tutti conoscono o ricordano casa ha scritto Veronica Roth) ci vedo dell’ermetismo. Mahhhhh

    • LiveALive 16 giugno 2014 at 23:03

      Immagino sia solo questione di rispetto dell’originale: nel libro Veronica Roth andava a capo, e così Daniele è andato a capo nella citazione. Sì, se non stai attento ti sfugge.

    • Daniele Imperi 17 giugno 2014 at 07:50

      Nel libro così sono state scritte quelle frasi.

  • Nani 17 giugno 2014 at 04:09

    Gabriele, tu dici:

    “Aldilà di questo svolazzo, io penso che lo scrittore vada preso com’è anche con le sue possibili ripetizioni, perché chi scrive rappresenta un mondo, il suo mondo e lo esprime a modo suo.”

    Io penso che tu abbia ragione, ma anche no. Perche’ io, lettrice, posso anche non prenderti affatto. Devi essere convincente e dimostrare la ragione che ti porta ad usare due volte la stessa parola in un unico giro di frase. Altrimenti sei un impiastricciatore di fogli e io scelgo di non leggerti, nonostante la storia in se’.
    Poi, certo, c’e’ anche chi mangia per sfamarsi e basta. Io mangio anche per piacere e scelgo una bella bistecca alla brace piuttosto che la fettina-suola-di-scarpa in padella.

  • Claudia 17 giugno 2014 at 10:37

    Cadere nelle ripetizioni penso sia una cosa inevitabile. Almeno con la prima stesura… be’, facciamo anche con la seconda, la terza, la quarta. Che resti tra noi, sono arrivata alla quattordicesima stesura e ieri ho trovato la parola affondo ben tre volte nella stessa pagina. Aiuto!
    Ogni volta che si rilegge, ci si imbatte in qualche errore grossolano che fa storcere il naso. L’importante è accorgersi dell’abbaglio e porvi rimedio.
    Le frasi brevi a me non dispiacciono, fanno scivolare il discorso rendendolo più scorrevole e di facile lettura. Tranne nel caso del libro di E.L. James (ebbene sì l’ho letto, però preso in prestito. Non avrei mai speso soldi per un simile “capolavoro” :( ) tutti quei punti a ogni parola pronunciata per dare più incisività alla scena, mi hanno fatto ridere. Al terzo libro non sono neanche arrivata. Il riso fa buon sangue, ma io correvo il rischio di “schiattare” dalle risate. :)

    • Daniele Imperi 17 giugno 2014 at 11:32

      Io faccio così, quando trovo una parola non troppo comune: ctrl+F e poi Cerca tutto, quindi le metto in grassetto e controllo quante ne ho scritte.

      Non puoi scrivere solo frasi brevi, altrimenti la lettura si intoppa, non scorre.

  • Severance 18 giugno 2014 at 00:14

    Si può fare editing da soli. Basta tenere il testo qualche mese nel cassetto, scrivere altro, riprenderlo in mano dopo. “Dimenticato” suona davvero diversamente. Quindi, rileggere ad ALTA VOCE. Se si ha fretta, però…

  • Le paranoie sulla scrittura 19 giugno 2014 at 05:01

    […] a quanto pare, si tende a preferire un certo tipo di narrativa. Possiamo curare la nostra scrittura quanto vogliamo, ma c’è una tendenza a preferire stili di scrittura più diretti e semplici, […]

  • Enzo 20 giugno 2014 at 15:47

    Giusto! Gisto tutto.
    Solo una nota, a volte l’uso delle parole che si ripetono è voluto.
    Lo facevano già. L’epanalessi è una figura retorica usata (Anch’io l’ho usata all’inizio: “giusto”). :)

  • Ulisse Di Bartolomei 21 giugno 2014 at 11:54

    Salve Daniele
    Molti anni fa un editore che aveva letto un mio testo mi disse: “troppo prolisso, troppe parole, cerchi di esprimere i concetti con lo stretto indispensabile poi ritorni”. Avendo scelto l’autopubblicazione non sono ritornato (non ancora…) ma trascorsi un anno per ripulire la sintassi, cercando anche vocaboli “obsoleti” se mi consentivano di migliorare il percorso logico della scrittura, con il meno dispendio possibile, sebbene le parole non pesino… Credo però di essere scivolato all’eccesso opposto. Spulciando tra i libri altrui ho comunque constatato che sono pochi gli scrittori che curano la scrittura in questo senso e anzitutto nel caso delle traduzioni, i risultati sono penosi. Sono comunque disorientato. Se famosi scrittori vendono tanto pur scrivendo “male”, non si sbaglia a curare troppo la scrittura? Uno dei meccanismi che intrigano all’acquisto di un libro, è la speranza di trovarci delle conferme al proprio modo o stile di pensiero. Un po’ come lo studente “sboccato” che percepisce migliore empatia con il docente parimenti volgare…

    • Daniele Imperi 23 giugno 2014 at 07:48

      Mah, la scrittura la curi per te, per poter comunicare meglio, per far scoorrere meglio il testo, ma non devi per forza inserire vocaboli obsoleti.

  • LiveALive 21 giugno 2014 at 13:38

    Dipende anche da cosa scrivi. In un romanzo, le possibilità espressive del pleonasmo e della ripetizione di concetti vanno studiate, perché le usiamo tutti i giorni, e possono rafforzare emozioni e concetti. In un saggio, invece, preferisco una scrittura chiara, ma senza un filo di grasso, senza una singola parola che sia inutile.
    Questo giustifica in parte i grandi autori che non seguono certe regole di sintesi.

    Ma la questione è molto più complessa. È vero, in genere i manuali presentano un sacco di regole che poi, a guardare i grandi romanzi, non sono mai rispettate. Come mai? È che i grandi autori sono dei geni? O è che la gente compra le cose degli ignoranti? Forse proprio non conoscono le regole della buona scrittura, né loro né i critici, e così creano disastri?
    …in realtà la cosa non è sempre vera. McCarthy ha una tecnica eccellente anche se vista in relazione ai manuali di stile. Baricco, decisamente no. Però vendono entrambi, nei loro paesi. Ora, al di la del fatto che McCarthy dà 10 a 0 a Baricco, come mai anche testi che non rispettano certe regole vendono?
    La gente ti dirà che è semplicemente perché il pubblico è caprone e compra ciò che si pubblicizza e basta, non sapendo distinguere un brutto libro da uno bello. Io però voglio darti un parere personale. L’unico modo per dare un giudizio chiaro a un’opera, un giudizio al di fuori del gusto personale, è applicare un canone condiviso. La cucina si accorda: la carne deve essere morbida e mai bruciata, anche se a te il gusto del bruciato piace (a me piace!). In genere il canone è condiviso da molti, ma non può esserlo da tutti. Ognuno ha, dentro di sé, un canone, cioè un insieme di stilemi che apprezza. Il giudizio del singolo non è altro che la misurazione della vicinanza tra le caratteristiche del libro con il canone. Se tale canone sia un qualcosa di esterno e condiviso o un tuo gusto personale, non cambia. Perché libri “mal scritti”, allora, vendono? Perché il giudizio “mal scritto” si riferisce a un canone deciso a priori, mentre nel pubblico ognuno decide con il suo canone personale. Delle discrepanze, insomma, sono possibili e anzi molto frequenti. Poi, è anche possibile che ci sia gente che compra libri popolari e non guarda nulla del resto, è possibile che ci sia gente che, si guardasse in giro,riconoscerebbe l’interiorità di Moccia a Paul Auster, così come c’è gente che compra i libri ma poi non li apprezza. Insomma, ci sono tante variabili. Considera inoltre che le “regole” che si usano oggi qua in Italia sono per lo più quelle sviluppate dalla critica americana tra gli anni 80 e 90, e che si basano su alcuni concetti all’epoca molto suggestivi come quello che oggi chiamiamo romanzo “embodied” (notare i salti temporali: una frase proustiana XD). Da allora, la ricerca tecnica ha subito un certo arresto. Abbiamo Palahniuk che ha detto qualcosa di nuovo, ma poco. Ora la critica si concentra di più su altri aspetti, anche se comunque la tecnica continua a interessare.

    • Enzo 21 giugno 2014 at 17:05

      Ciao,
      ricco il tuo commento. Direi salomonico, nel senso di saggio: “Dipende anche da cosa [e dove, e a chi ti rivolgi] scrivi.”
      Sì, i manuali spesso ti conducono fuori strada.Con tutte quelle regole e quelle figure retoriche, no?
      Ma non demonizzerei questi suggerimenti, personalmente. Sono un avventizio tipo che si è messo in testa di scrivere, per cui leggo, leggo anche manuali. L’uso delle figure retoriche lo trovo un ottimo suggerimento, specie l’epanalessi.
      Forse, anzi mi sembra chiaro dalla tua (a meno di aver colto male), che a te non convincono.
      [i]L’unico modo per dare un giudizio chiaro a un’opera, un giudizio al di fuori del gusto personale, è applicare un canone condiviso.[/i]
      Bella!
      Ora però, ti chiedo qual’è secondo te quest univoco e chiaro canone?
      Ciao

      • LiveALive 21 giugno 2014 at 19:03

        Mi chiedi qual è, secondo me, il canone univoco. Beh, secondo me non esiste, o meglio: più è grande la base, minore è la precisione del canone. Ti faccio un esempio… Se devo basarmi solo su me stesso, così com’è il mio gusto in questo momento, virtualmente potrei individuare tutte le caratteristiche che mi rendono bello un lavoro. Ammettiamo però di non basarmi su di me, ma su tutta la mia famiglia. A me piacciono le narrazioni barocche, a papà le narrazioni minimaliste, a mamma i saggi. Ora trovare delle caratteristiche che soddisfino tutti e tre sarà molto più difficile. Stessa cosa ai grandi livelli: una società ha una base comune, ma sono molto poche le caratteristiche che tutti possono apprezzare. Inoltre, è naturale che il tempo cambia di continuo i gusti. Se un canone può esistere, può soddisfare solo in relazione a un dato tempo; appena cambia giorno, il canone ha già perso validità.

        Mi dici poi dei manuali. Mah, ti dirò: li leggo, soprattutto americani, e forse leggo più manuali che libri. Cerco (cerco!) di non farmi influenzare: non accetto a priori ciò che dicono, né cerco in tutti i modi di dimostrarne la falsità. In genere, mi limito a studiare le singole possibilità, i singoli stilemi: vedo gli effetti che hanno, e poi li scelgo in base alle mie esigenze. In altre parole, non cerco regole sicure, ma cerco, in ogni caso, l’insieme di tecniche più adatte a realizzare il mio scopo. Un esempio è quello dei termini sensuali da preferire ai concettuali. Lo faccio quasi sempre, ma se mi trovo a Dover descrivere un’allucinazione, allora, forse, potrei usare qualche termine concettuale, per comunicare un senso di vaghezza e impalpabilità. Poi certo, dipende, a volte trovo opzioni migliori.

    • Daniele Imperi 23 giugno 2014 at 07:50

      Anche Fabio Volo vende, a me sono bastate poche righe lette online per restare scioccato.

      • LiveALive 23 giugno 2014 at 09:44

        Fabio Volo è un caso difficile XD Perché vende? O c’è qualcuno a cui piace davvero. O la gente lo compra e poi lo detesta. O a qualcuno piace, ma questo qualcuno lo apprezza solo perché non ha letto altro. Probabilmente ci sono tutti e tre i casi…però il discorso è sempre quello: ognuno ha il libro adatto a sé, Topolino è migliore di Dante per un bambino delle elementari, perché almeno lo capisce. Mi si potrebbe dire “Vabbeh, anche io apprezzo di più Fabio volo di Tolstoj, se me lo danno da leggere in russo”… Allora eliminiamo il problema linguistico: un bambino delle elementari preferisce Geronimo Stilton a Proust. È chiaro, certi testi che appassionano da piccoli poi annoiano a morte da grandi, ma non perché c’è stata una evoluzione in meglio, ma proprio perché è cambiato il modo di pensare.

  • Ulisse Di Bartolomei 21 giugno 2014 at 16:06

    Grazie LiveAlive, è un commento interessantissimo! In qualche modo mi tranquillizza. Riconosco di non avere una cultura classica adeguata a distinguere gli stili di scrittura. Come “tecnicista” mi soffermo anzitutto nel comporre uno scritto inequivocabile e non apprezzo eccessivi “trucchi retorici”, che spesso vedo utilizzati in modo incongruo.
    Buona giornata

  • Fammi conoscere la tua opinione sul post

© 2010 - 2014 Penna blu - Ideazione e web design di Daniele Imperi - Torna su