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Scrittori o markettari?

Scrittori o markettari?

Stavo riflettendo su un problema, un problema che ho sempre avuto e che hanno anche altri.

Io non mi so vendere. È sempre stato così e così sempre sarà. Riflettevo su questo perché devo presentare un racconto lungo a un editore che chiede di allegare anche la sinossi oltre al manoscritto.

Così la mia mente ha iniziato a vagare fra le varie strategie di marketing editoriale a cui ogni autore, oggi, pare non debba sottrarsi. Ormai conosciamo tutti il significato di sinossi, logline, tagline del libro, quarta di copertina (questa per fortuna è a carico dell’editore, ma nell’autopubblicazione è a carico dell’autore), profili sui social media, giveaway, presentazioni, schede libro, ecc.

A parte l’enormità di tempo a disposizione che si dovrebbe avere per seguire tutta la caterva di azioni promozionali, davvero siamo tutti in grado di fare marketing?

Io non mi occupo di marketing. Non è il mio campo e non è neanche un campo che mi piace. Ciò che scrivo oggi sembra andare contro tutto ciò che ho scritto in passato e che troverete nella sezione del blog dedicata alla promozione editoriale.

Non rinnego nulla, semplicemente quello è un campo in cui non mi trovo, in cui non so muovermi, che non mi compete minimamente. Ma quelli restano consigli validi per chi è portato a fare marketing. E per chi ama farlo.

Oggi, noi che scriviamo narrativa o tentiamo di scriverla, siamo scrittori o markettari?

Scrivere una sinossi

Io non so scrivere una sinossi. La sinossi di un racconto o un romanzo non è il suo riassunto, ma è una sorta di riassunto promozionale, è appunto marketing. Dal momento che la sinossi deve convincere un editore a leggere il tuo manoscritto, è per forza marketing.

Ho letto alcuni articoli su come scriverla e alla fine ho scritto la sinossi del mio racconto, ma è pietosa. È una specie di riassunto e niente più.

Perché oggi un autore non può fare l’autore ma deve anche scrivere una sinossi? Perché deve darsi la zappa sui piedi da solo?

Parlare alla presentazione del libro

Parlare in pubblico è sempre stato il mio incubo. Immaginate quindi con che stato d’animo andassi alle interrogazioni a scuola. Come dissero gli insegnanti, io dovevo studiare da 8 per rendere 6. Purtroppo, però, io studiavo da 5…

Non m’è mai piaciuto avere l’attenzione puntata su di me. Qualcuno ora dirà: “Danie’, anche adesso che leggiamo il tuo post abbiamo l’attenzione puntata su di te”. No, è diverso. Io, mentre leggete, sono altrove, nessuno di voi mi guarda. E voi state guardando uno schermo, non me.

Ma alla presentazione di un libro io sarei seduto a un tavolo assieme a qualcuno della redazione della casa editrice, di fronte a decine di persone che mi guardano. Perché è naturale che alla presentazione di un libro ti metti a guardare l’autore. Cerchi di capire se si adatta al romanzo che ha scritto, se è come l’avevi immaginato, se è uno che si dà le arie. Magari ti metti pure a fissarlo per metterlo in imbarazzo.

No, le presentazioni non fanno per me. E poi io non so parlare. Sul serio. Io posso scrivere, ma non fatemi parlare, ché il mio vocabolario perde almeno il 70% dei vocaboli.

Perché oggi un autore non può fare l’autore ma deve anche diventare un presentatore? Perché deve dare l’idea di non conoscere la lingua italiana?

Promuovermi attraverso i canali sociali

Come qualcuno forse avrà notato, pian piano mi sono allontanato dai vari social. Ho abbandonato Facebook nel 2013 e Google+ nel dicembre 2015. Su Linkedin ogni tanto condivido un mio post. Su Twitter non lo faccio neanche più, salvo casi rari. Instagram mi vede impegnato con qualche foto ogni settimana, se ho scatti che reputo decenti.

Ma non uso i profili sociali come andrebbero usati per promuoversi. Non li uso in questo senso perché non so usarli e perché non mi piace farlo.

Per essere molto attivo sui profili sociali e portare risultati concreti devi diventare quasi un personaggio pubblico, ma io sono un personaggio privato. Non sono bravo a socializzare e non amo farlo. Sono quello che alle feste se ne stava in disparte a morire di noia e così ho smesso di andarci.

I social media sono la distrazione del XXI secolo. Succhiano tempo. Succhiano vita. Non fanno per me, mi dispiace.

Perché oggi un autore non può fare l’autore ma deve anche diventare un social media strategist e un community manager? Why?

Avete una risposta alle mie domande?

101 Commenti

  1. Marco
    13 luglio 2017 alle 06:57 Rispondi

    No, non ho alcuna risposta alle tue domande. A volte penso che un editore sarebbe la soluzione: lui si occupa di buona parte del marketing, a me resterebbe “solo” da scrivere.
    Parlare in pubblico non credo che sarebbe un problema, anche se non l’ho mai fatto. Di certo le reti sociali, per avere qualche riscontro, hanno bisogno di tempo, strategie… E non deve essere una strategia qualunque, ma intelligente, seria, ironica ma gentile, seria ma sbarazzina. Insomma, una fatica epica.
    Però si potrebbe ribattere che ormai è così. Fnché non finisci in una casa editrice di medie dimensioni, devi fare marketing e occuparti di tutto. È il XXI secolo, dicono gli esperti, e il vecchio modo di fare scrittura è cambiato anzi è morto. Io ci provo a inventarmi qualcosa, e spero prima o poi di beccare la strategia giusta. Che non è più soltanto scrivere una buona storia. Se una volta forse serviva (ma di scrittori che hanno ricevuto dei “no” clamorosi la Storia è piena), adesso pare non sia più sufficiente. Cosa aggiungere? Non saprei…

    • Daniele Imperi
      13 luglio 2017 alle 11:59 Rispondi

      Il problema è quando nemmeno l’editore fa qualcosa, perché non ha soldi.
      Esatto: una fatica epica per avere riscontri sui social, ma riscontri di pubblico che ti segue, che è ben diverso dal pubblico pagante, cioè che compra i tuoi libri.

  2. Grilloz
    13 luglio 2017 alle 07:23 Rispondi

    Neanche io ho le risposte alle tue domande e condivido quel che ha scritto Marco qui sopra.
    Però gli stessi tuoi problemi li riscontro nel mio lavoro, non mi so vendere e ai colloqui, me ne rendo conto da solo, non riesco a dare l’idea di ciò che so, preferisco fare le cose che parlarne, infatti buona parte dei lavori che ho ottenuto sono arrivati perchè qualcuno con cui avevo lavorato e che mi aveva apprezzato mi proponeva a qualcun’altro.
    Insomma non è un problema solo degli scrittori ;)

    • Daniele Imperi
      13 luglio 2017 alle 11:59 Rispondi

      Io odio i colloqui :D
      L’ideale sarebbe che qualcuno mi mettesse all’opera e allora ciò che faccio parlerebbe al posto mio.

  3. Bonaventura Di Bello
    13 luglio 2017 alle 07:50 Rispondi

    Soprattutto quando si arriva a una certa età (parlo per me, ma come sai anche per te e molti altri che leggono questo blog) è inevitabile prendere coscienza del valore del proprio tempo, inteso nell’accezione di ‘vita’, e delle risorse che assieme ad esso vengono ‘investite’ nel realizzare i progetti personali o qualsiasi lavoro in senso più ampio. Alla luce di ciò, e considerata l’esplosione comunicativa introdotta dalle nuove tecnologie web/social e dispositivi annessi (e ‘connessi’), anche la figura dell’autore deve ‘evolversi’ per emergere o addirittura sopravvivere. Di fronte a questa necessità, le strade sono tre: affidarsi alla sorte (o la va o la spacca, come si diceva un tempo), imparare a promuoversi usando gli strumenti disponibili oppure delegare. Quest’ultimo verbo, persino per me che sono stato, per decenni, una ‘one man band’ nel mio lavoro, ha assunto necessariamente un significato in questa parte ‘matura’ della vita, anche se continuo a scontrarmi con due deterrenti inevitabili, ovvero i costi e la scarsa qualità del lavoro, a volte tragicamente congiunti. Questo vale per il lavoro di autore pubblicato e auto-pubblicato (dove però preparo da me schede e sinossi, ma almeno da qualche anno evito di impaginare, cosa che ho fatto parallelamente alla scrittura per decenni), ma anche per altre attività legate al Web. Ancora una volta, comunque sia, tutto si riduce all’identificazione di “ciò che veramente conta” e all’eliminazione spietata di tutto il resto. Il ‘giusto compromesso’, come amo chiamarlo.
    Non credo di averti dato delle risposte, caro Daniele, ma almeno qualche ulteriore spunto di riflessione (come se già non ne avessi abbastanza, dirai tu). Agli altri lettori l’ardua sentenza…

    • Daniele Imperi
      13 luglio 2017 alle 12:04 Rispondi

      Sull’età hai ragione. Ciò che sei portato e disposto a fare a 20 anni, non lo sei più a 50.
      Imparare a promuovermi? Devi esserci portato, per me, e devi anche aver voglia di imparare. Io non ce l’ho.
      Delegare? Non ho soldi da spendere in quel senso. E, come dici, nessuno può garantirmi dei risultati.

  4. Caterina
    13 luglio 2017 alle 08:02 Rispondi

    Diversamente da te non sono un’aspirante autrice, però mi faccio le stesse domande. All’università ho penato non poco ad ogni esame orale. Ed erano tutti orali. Medie e superiori le ho passate sentendomi dire che ero timida e riservata (anche fuori dalla scuola). Alla fine uno comincia a credere di non poter essere nient’altro che quello nella vita. E invece no, ma per scoprirlo mi sono dovuta buttare nel vuoto. Infatti la chiacchera ce l’ho, solo che la uso come, quando e con chi dico io. Resta il fatto che non mi so vendere (né mi piace), che non amo la parola strategia e che parlare in pubblico mi terrorizza. Purtroppo non posso rispondere alle tue domande. Cerco anch’io delle risposte, il modo migliore per cavarmela su questa terra, realizzare dei sogni rispettando la mia natura. Mi viene in mente la canzoncina di quel cartone animato sul corpo umano: “siamo fatti così, siamo proprio fatti cosiii…”

    • Daniele Imperi
      13 luglio 2017 alle 12:06 Rispondi

      All’università, che ho poi abbandonato, al massimo sono arrivato a un 25 come voto.
      Anche io quando, come e con chi dico io ho la chiacchiera :D
      Concordo sul realizzarsi rispettando la propria natura. Forse ho capito a quale cartone ti riferisci… ma forse :)

      • Caterina
        13 luglio 2017 alle 12:15 Rispondi

        Dai sicuro l’hai visto. Quello coi pupazzetti tanto carucci! 😄

        • Daniele Imperi
          13 luglio 2017 alle 12:28 Rispondi

          Ah, quello, ora sì che mi viene in mente! :D

  5. olivia
    13 luglio 2017 alle 08:44 Rispondi

    CIAO Penna BLU. Leggo il tuo blog perché mi arriva in e-mail da tempo. Non so perché questa mattina quello che hai scritto mi ha colpito particolarmente ma ho iniziato a fare una serie di considerazioni. La prima e più importante riguarda la sinossi. Chi rispetto all’autore stesso é in grado di riassumere in una o due frasi quel libro a cui ha è dedicato tanto tempo? Quando mi è stata chiesta mi sono trovata in difficoltà ma poi mi sono accorta che era un grande atto di fiducia nei miei confronti. Ero libera di parlare con il pubblico nel.modo che ritenevo il più idoneo ed era anche una scommessa. La seconda considerazione riguarda il marketing. Non mi sembra che tu non sia in grado di farlo. La dimostrazione sta nel titolo del post che ha attirato la mia attenzione e nel fatto che nemmeno sapendo il tuo cognome o avere letto un tuo libro ho deciso di ricevere i tuoi pensieri nella mia mail, e anche tu vorrai considerare quanto può essere fastidioso dover controllare la posta ogni mattina se per sbaglio ricevi qualcosa di troppo. Sono stata contenta di averlo fatto e di averti seguito comunque perché scrivi del mio lavoro. Questo grazie alle tue doti di marketing. Ovvero alla tua capacità di vendere un prodotto che è una tua idea che corrisponde in ogni cado ai bisogni di un piccolo o vasto pubblico. Poi ti chiami Penna Blu. Il che mi fa pensare agli indiani d’America e a Don Juan ed è una cosa simpatica. Gli argomenti di cui tratti sono di interesse generale, tematiche che chi scrive ogni giorno cerca su Google sperando di ottenere delle risposte per migliorare e progredire. Anche questo é marketing. Tuttavia l’incontro con il lettore é anch’esso un’operazione di marketing e spesso anche per quelli che diversamente da noi hanno una casa nei migliori quartieri di San Francisco e royalties che fanno accapponare la pelle agli scrittori italiani é puro lavoro. Beh… i social, non sono necessari se il tuo libro é un Best seller, e se finisce per diventare quello che vende e destinato ad entrare nella letteratura. BOOM . Non è così purtroppo che funzionano le cose. Non sempre accade, non sempre quello che si scrive protrá rientrare nella storia degli autori che hanno affascinato migliaia di lettori e in ogni caso molti scrittori, ora mi vengono in mente P. Dick o D.F.Wallace, durante le loro vite ricevevano magri compensi per ciò che invece dopo la loro morte hanno rappresentato. Dick ha ispirato centinaia di sceneggiatori tanto che hanno copiato tutte le sue storie e non c è un film .di fantascienza che non porti la sua impronta, tranne forse Dune, ma quello era di CLARKE. Wallace non aveva social, faceva mille lavori per rientrare nelle spese e bla bla bla, con che scrive spesso per molti rimane off limits ma ad un certo punto qualcuno si è ritrovato in ciò che scriveva e oggi qualcuno cita le sue frasi senza avere mai letto una riga dei suoi libti un po’ come accade per tutti gli artisti. Ecco a cosa ho pensato mentre ti leggevo, io non posso definirmi artista. Se la sono o meno sono sempre gli altri a farlo, saranno i lettori a deciderlo e una sinossi beh… é come dare un titolo al tuo quadro, non vorrei mai qualcuno si prendesse la briga di togliermi questa possibilità. Per quanto riguarda invece il fatto di rientrare tra quei libri che mettono in vetrina o nella top ten é sempre frutto di un lavoro appunto di marketing ma credimi, anche se uno scrittore che venda poche centinaia di copie del suo lavoro decidesse di voler imparare il lavoro dell agente letterato cadrebbe infatti in in grossolano errore. PRIMA di tutto perché manchiamo di obiettività, e questo è sempre il lavoro di una terza persona. PER cui si, in parte sono d ‘accordo. Noi scriviamo e se ne varrà veramente la pena qualcuno ci seguirà. Farsi pubblicità non assicura la bellezza e l ‘eternità perché parliamoci chiaro… é questo che ci piace, che la gente consideri le nostre idee, ci legga, comprenda un modo diverso di vedere le cose, e a noi piace comprendere le ragioni degli altri e vendere il nostro libro/prodotto, con il nostro nome e perché no la nostra faccia. Ma non è che non sappiamo vendere, la verità spesso é che non riusciamo e purtroppo spesso la colpa sta nel fatto che nessuno fino ad ora ci considera un prodotto da vendere. E si, che peccato, mi dico spesso, a volte mi supera anche quella di 50 sfumature di grigio pensa un po’, senza alcuna velleità letteraria, perché probabilmente il marketing stesso stava nell idea, nella storia, era quello che la gente voleva leggere e ha pagato per farlo. Allora sai che c é? Se non vogliamo vendere e non vogliamo scrivere questo Best seller e non vogliamo puntare su di noi magari facendo leggere le nostre cose ad un agente letterario rimarremo sempre con quesiti dubbi, il fatto che non venderemo mai e che pochissimi ci leggeranno. Io preferirei tentare pensando al fatto che milioni di scrittori prima di me ci hanno provato e provato fino a quando i loro libri si sono venduti da soli. L’importante e tenere bene a mente che non basta scriverlo il libro ma bisogna crederci e se non ci crediamo noi….. nessuno lo farà.

    • Daniele Imperi
      13 luglio 2017 alle 12:14 Rispondi

      Ciao Olivia, benvenuta nel blog.
      Sinossi: certo, io posso parlare di ciò che scritto – anzi posso scrivere di ciò che ho scritto – ma in una sinossi ti vendere.
      Marketing: mmm, non lo chiamerei marketing il mio, ma solo capacità di scrivere buoni titoli (scusate la modestia, è colpa di Olivia) e post che possono interessare.
      Dune però è di Frank Herbert :)
      Clarke è quello di 2001: Odissea nello spazio.
      Crederci nel proprio libro è senz’altro giusto, ciò che non trovo giusto, per la mia natura, è tutto l’apparato che deve oggi avere un autore.

      • olivia
        27 luglio 2017 alle 07:27 Rispondi

        Eh già, Herbert! )) comunque ogni artista ha lo stesso problema, dipinge un quadro ma poi ha bisogno del curatore, che lo porti tra la gente, che gli dia un valore. Ma ripeto, a mio parere se si chiamano artisti é perché la gente ha deciso così. Il resto dura poco, se il contenuto é alquanto povero. E credo che ci esempi così tu ne possa fare. Grazie per la risposta! E buone vacanze.

  6. Maria Teresa Steri
    13 luglio 2017 alle 08:55 Rispondi

    Queste tue riflessioni mi sono piaciute così tanto che ho deciso di risponderti con un post martedì prossimo… :)

    • Maria Teresa Steri
      13 luglio 2017 alle 09:44 Rispondi

      PS Comunque si vede che non ami Facebook… non hai messo neppure il pulsante per condividere!

      • Daniele Imperi
        13 luglio 2017 alle 12:16 Rispondi

        Non ho messo il bottone di condivisione per via dei tanti cookie che generava (grazie all’assurda legge che ha reso il web peggiore di prima). E poi che un mio post venga condiviso su Facebook o meno a me non cambia nulla. Chi vuol farlo, lo farà a mano. Altrimenti è il benvenuto comunque :)

        • von Moltke
          27 luglio 2017 alle 07:30 Rispondi

          Però mi manca il pulsante del “mi piace”, almeno per risposte come questa!

          • Daniele Imperi
            27 luglio 2017 alle 07:38 Rispondi

            Pazienza, va bene anche a voce :D

    • Daniele Imperi
      13 luglio 2017 alle 12:14 Rispondi

      Bene, leggerò volentieri il tuo articolo di risposta :)

  7. Monia
    13 luglio 2017 alle 09:20 Rispondi

    La risposta è “non deve”.
    Il punto, secondo me medesma io, è che per non dover fare da te devi riuscire a dare a qualcun altro un buon motivo per fare al tuo posto qualcosa che tu non sai/non puoi/non vuoi fare.
    Tutto qui.
    Non riesci a dare questa buona ragione?
    O nuoti o affondi.
    (Questo commento è una parte del lunghissimo commento che avrei voluto scrivere ma credo sia un estratto abbastanza rappresentativo di ciò che penso)

    • Daniele Imperi
      13 luglio 2017 alle 12:16 Rispondi

      Il buon motivo sono i soldi, però, non ce n’è un altro :D

      • Andre
        13 luglio 2017 alle 14:04 Rispondi

        Concordo con Monia: non deve. Dissento con te Daniele sulla rusposta, ma in parte: non sono “solo” i soldi, o non lo sono in modo diretto.

        • Daniele Imperi
          13 luglio 2017 alle 14:55 Rispondi

          Se deleghi certi lavori ad altri, questi altri non lo fanno gratis…

          • Andre
            13 luglio 2017 alle 16:39 Rispondi

            Sì, ma non necessariamente da tirar fuori di tasca tua prima di avere il prodotto nelle mani del cliente. Ad esempio io il marketing non lo so fare, ma se fosse il mio meatiere acommetterei su di te e lo farei assumendomi il rischio, ovvero in cambio.di una percentuale sulle vendite.

            • Daniele Imperi
              14 luglio 2017 alle 07:11 Rispondi

              Grazie della fiducia, allora :D
              Non so quanti siano disposti a fare questi lavori basandosi su una percentuale sulle vendite.

              • Monia
                15 luglio 2017 alle 15:57 Rispondi

                Anche io sono d’accordo con me stessa e cambierei la risposta “i soldi” con la risposta “beneficio”.
                Tutti, o quasi, vogliono ottenere un beneficio da ciò che fanno (su quanto poi a volte si sbagli e si consideri qualcosa un beneficio ma a torto è un altro discorso).
                Cosa può essere un beneficio? Un guadagno monetario immediato, certo, o un guadagno monetario successivo, chiaro, ma anche l’essere parte di qualcosa in cui si crede, contribuire a rendere reale qualcosa del cui valore si è certi, ecco, anche quelli sno “benefici” in senso lato.

    • Nuccio
      13 luglio 2017 alle 14:15 Rispondi

      Molto sintetica, ma efficace!:)

      • Monia
        15 luglio 2017 alle 16:00 Rispondi

        Qualora il tuo commento fosse riferito a me, Nuccio, ti ringrazio: ora andrò a vedere anche se hai espresso il tuo parere leggendo gli altri commenti (tanti, come quasi sempre accade a Pennaland, perché Daniele, sarà pure schivo, ma tanti lo apprezzano, si sa)

        • Nuccio
          15 luglio 2017 alle 16:17 Rispondi

          Daniele è sanguigno (ops, una volta fu ritenuta una offesa, ma credo che fosse stato interpretato come “sanguinario”), ma è tipico nei generosi. Se vuoi appurare se sono un commentatore seriale, ebbene, nn lo sono. Ciao.

          • Daniele Imperi
            17 luglio 2017 alle 07:17 Rispondi

            Sanguigno non me l’aveva mai detto nessuno :D

            • Nuccio
              18 luglio 2017 alle 16:18 Rispondi

              Se fossi stato donna saresti stata una sanguigna, cioè una matita rossastra. Tratto molto bello e delicato. :)

              • Kukuviza
                19 luglio 2017 alle 08:39 Rispondi

                Come si sarebbe conciliata una matita rossastra con una penna blu? Cose da sdoppiamento di personalità

              • Daniele Imperi
                19 luglio 2017 alle 08:47 Rispondi

                L’ho usata, ma preferisco il nero del carboncino, il rosso non mi piace :)

                • Nuccio
                  19 luglio 2017 alle 09:31 Rispondi

                  Non avevo dubbi. Come vedi sei per gli atteggiamenti decisi, ma anche le soffuse dimensioni di un mondo in sanguigna possono ammaliare. Ah, ah, ah.

  8. Filippo
    13 luglio 2017 alle 09:32 Rispondi

    Caro Daniele, sono d’accordo con tutto quello che dici. I timori, le perplessità e le domande che ti sei posto, sono le stesse che mi pongo io tutti i giorni. Sono scrittore e blogger ma mi chiedo, sempre più spesso… perché ammazzarsi così tanto per vendere i propri libri? Non basta scriverli? Cosa dobbiamo fare ancora di più? Cosa ci verrà chiesto nel futuro? Le risposte mi spaventano, ma sappi che sono in sintonia con tutto quello che hai scritto.

    • Daniele Imperi
      13 luglio 2017 alle 12:19 Rispondi

      Il tempo che un autore passa per fare marketing e giocherellare sui social è tutto tempo in cui non scrive. Per me è su questo che si deve riflettere.

      • Nuccio
        13 luglio 2017 alle 14:18 Rispondi

        In tutti i campi è lo stesso. Vedi che devono fare i cantanti!Non è per darti addosso, ma è inevitabile che ci debba essere un minimo di savoir faire anche nella comunicazione. Non credo che potrai condividere.

  9. Andrea
    13 luglio 2017 alle 09:34 Rispondi

    Quando ho scritto e poi deciso di autopubblicare il mio primo ebook mi sono dovuto calare nel personaggio del markettaro. E questo tu lo sai bene, perché molte delle strategie che ho usato le ho riportate nel guest post (mi inchino di nuovo per l’onore) :)
    Sai, mi fa un po’ male leggere alcune tue frasi, tipo: “questo non è per me, questo non fa per me”. Il desiderio di far leggere i miei contenuti agli altri mi ha permesso di ricalcare con entusiasmo il personaggio del markettaro. Mi sono divertito in quel frangente, è stato molto stimolante e istruttivo, in fondo mi sono trasformato in quel personaggio così come ho fatto precedentemente con quello dello scrittore. Secondo me è stimolante fare esperienze nuove senza aspettarsi risultati troppo seri, che magari poi arrivano, oppure no, ma ciò che si impara nessuno può portartelo via.
    Anche quando tu scrivi delle presentazioni in pubblico, mi sembra di guardarmi allo specchio. Come te quando parlo perdo il 70% del mio vocabolario, e dato che considero la mia scrittura mediocre, pensa un po’ te che figura ci posso fare. Ricordo la mia prima presentazione, se mi avessero chiamato al fronte sarei stato meno agitato. Ma dalla seconda in poi cercai solo di godermi la situazione e di imparare.
    Se magari sei spinto dalla voglia di far leggere ciò che hai scritto, calarti nel personaggio del markettaro e del relatore diventa più facile, l’importante è essere consapevoli della recita. Stessa cosa si può fare nei social. Tutti recitano al loro interno, ma anche lì è importante essere un attore consapevole del ruolo, altrimenti si entra in un meccanismo deleterio. Penso che tu lo conosca bene, per questo te ne sei allontanato.
    Non voglio che tu fraintenda però, capisco bene le tue scelte e la tua direzione, in fondo stai proprio facendo quello che io stesso consiglio nello scritto di cui parlavo qua sopra. Tuttavia, nel mondo sociale tutti sono costretti a recitare, ma se lo facciamo con leggerezza e consapevolezza non c’è nulla di male. Come diceva qualcuno che non ricordo: essere nel mondo ma non del mondo (in questo caso, sociale).

    • Daniele Imperi
      13 luglio 2017 alle 12:21 Rispondi

      Il pubblico a me fa scattare la scena muta. Meglio che evito :)
      Recita? Io non sono un attore e non ho mai amato recitare.

      • Andrea
        13 luglio 2017 alle 12:59 Rispondi

        Nella società recitiamo tutti. Neanche io amo non poter essere me stesso come quando sono steso in un prato senza dover essere chiuso in costrizioni, ma se sei consapevole della recita, può diventare anche piacevole. Dai, magari quasi piacevole :)

        • Monia
          15 luglio 2017 alle 15:55 Rispondi

          Il mondo della recitazione mi affascina ma no, anche io come Daniele direi che “fingere” non fa parte della mia natura ma, dirò di più, dato che della natura individuale, quando si discute in questi termini generali, importa fino a un certo punto: credo che fingere possa essere molto utile, non lo nego, soprattutto quando lo si ritiene quasi necessario, ma non darie per scontato che essere indicibilmente se stessi faccia meno parlare di sé.
          Prendiamo come esempio Daniele: non potrebbe forse la sua stessa ritrosia diventare il suo “punto di forza”?

          • Daniele Imperi
            17 luglio 2017 alle 07:16 Rispondi

            Vedremo se questa mia ritrosia lo sarà :D

      • Nuccio
        13 luglio 2017 alle 14:20 Rispondi

        Basta sciogliersi un po’ e poi tutto viene di seguito. All’inizio è naturale, ma poi ti cali nel compito e lo assolvi.:)

      • luisa
        16 luglio 2017 alle 00:12 Rispondi

        Secondo un certo sig. x tutti recitiamo un ruolo nella vita, anche quando pensiamo di non recitare, alcuni se lo cuciono addosso talmente da non riuscire a recitarne altri, ma in realtà non siamo quello che pensiamo di essere

    • Nani
      14 luglio 2017 alle 04:09 Rispondi

      L’apostolo Giovanni. “Viviamo nel mondo, ma non siamo del mondo” (Gv 17, 14)
      Perdonami, mi ha fatto strano trovare Giovanni sulle tue labbra. :)
      Comunque sono d’accordo su tutto: dalle recite sui social al prendere con leggerezza (e consapevolezza) il proprio ruolo.
      E, tuttavia, comprendo perfettamente Daniele quando dice che non ci e’ capace e non ha voglia di perdere tempo a imparare, perche’ per me e’ lo stesso.

  10. Emilia
    13 luglio 2017 alle 10:15 Rispondi

    Non sono un’attrice nata, ma quando devo parlare in pubblico mi gaso. La prima cosa che mi viene in mente è di sottovalutare quelli che mi ascoltano e di sopravvalutare me stessa. Però prima a casa faccio delle prove: parlo ad alta voce, mi pongo delle domande e mi rispondo, come facevo in preparazione delle assemblee studentesche. Anche se mi fischiavano li lasciavo sfogare e poi impostavo bene la voce e con fermezza rispondevo, e ricevevo applausi. E’ bello sfottere se hai qualcosa di sensato da dire, and sure you have got it, il tuo blog lo dimostra.

    • Daniele Imperi
      13 luglio 2017 alle 12:23 Rispondi

      Qualcuno ha detto di immaginare il pubblico in mutande, così da sentirsi superiori e vincere la paura. No, per me non funziona, anche perché non voglio immaginare dei maschietti in mutande :D
      Dipende dal carattere della persona, tutto qui.

  11. Susanna De Ciechi
    13 luglio 2017 alle 10:43 Rispondi

    Buongiorno, Daniele. Sono convinta che, in quanto scrittori, si scriva per essere letti, Scrivere per sé è altra cosa e qui non si parla di questo, almeno credo. Se vogliamo essere scrittori e avere dei lettori dobbiamo stare alle regole del gioco. Gli editori hanno smesso da molto tempo di fare il loro mestiere e questo è un fatto. Per non vedere scomparire i miei libri nell’arco di due mesi, per potermi autogestire nel bene e nel male, ho scelto il selfpubpro. L’ho fatto perché mi sono stati sottoposti dei contratti e delle condizioni non accettabili (non parlo di Eap), da parte di editori che investono sugli stranieri e sui soliti noti, per gli altri autori non hanno budget per il marketing e non sono aggiornati sulle techiche di promozione del libro. I social non mi piacciono, soprattutto Fb, un paesone, ma mi sono dovuta adattare e da quando pubblico con il mio nome in chiaro, ho dovuto imparare molte cose e mai finirò, perché tutto cambia velocemente. Per fortuna il contatto con il pubblico non mi crea problemi, anzi lo trovo stimolante e questo per me non è uno scoglio. Tutto questo per dire che non abbiamo scelta: se vogliamo essere letti dobbiamo farci conoscere e dare evidenza ai nostri libri. Trovo sia più produttivo impegnarsi in proprio, magari scegliendo dei collaboratori validi, che stare nel recinto in cui sono rinchiusi quelli che disperantamente stanno attaccati a un modello del passato che ormai non esiste più. Sono assai pragmatica. Grazie per lo spazio.

    • Daniele Imperi
      13 luglio 2017 alle 12:27 Rispondi

      Buongiorno Susanna e benvenuta nel blog.
      Non dico che hai torto, ma il modello che esiste oggi non fa per me. Io ormai sono arrivato a mezzo secolo e non posso più perdere tempo a creare contenuti sui vari social, perché di ore per avere risultati ne partono una caterva e i risultati, se ci saranno risultati, si vedranno dopo anni. In tutto quel tempo io avrò fatto di tutto eccetto che scrivere. No, mi dispiace, ma preferisco scrivere.

      • Susanna De Ciechi
        13 luglio 2017 alle 14:30 Rispondi

        Comunque “mezzo secolo d’età” è pochissimo. Io l’ho abbondantemente superato e sono curiosissima di sapere in che direzione andrà l’evoluzione nel nostro settore. Adesso viviamo tutti una transizione confusa.

    • Nuccio
      13 luglio 2017 alle 14:21 Rispondi

      Sono d’accordo con te. Ad averne di lettori(sig)!

  12. Barbara
    13 luglio 2017 alle 14:41 Rispondi

    Ahimè, nella vita, tutto è marketing.
    Alle elementari c’è la preferita della maestra, perché sa fare gli occhi dolci e i complimenti (=marketing). Alle superiori, devi faticare tutto il pomeriggio sui libri perché alle interrogazioni le domande per te sono toste, mentre alla ragazza più carina della classe basta la camicetta un po’ aperta e il professore non capisce più niente e le chiede il colore del cavallo bianco di Napoleone (camicetta = visual marketing). All’università vorresti agganciare quella tipa per cui esci di matto ad ogni suo sguardo, casuale, ma lei vede solo i bicipiti del capitano della squadra di rugby, il quale sa benissimo che gli conviene puntare sui bicipiti che sulla scioglievolezza della conversazione (valorizzare i punti di forza = marketing). Ai colloqui di lavoro, il selezionatore deve dare intendere al candidato che questa è l’azienda più solida del momento, i migliori del mondo, è un onore lavorare per loro e pure lo stipendio è un benefit (= marketing) ; il candidato deve dimostrare che tutto quello che è scritto sul curriculum non è una balla (= content marketing), sorvolando dove le ha sparate grosse, simulando di avere esperienza oltre il dovuto, che è un onore per l’azienda riceverlo e che lui sta regalando loro del tempo prezioso non pagato, ancora. Per entrambi, l’abito fa il monaco, senza contare il linguaggio non verbale (= visual marketing again). C’è anche chi ha creato un impero solo con qualche immagine postata su un social, e noi fuori che ci chiediamo: ma cosa vende? Marketing!!
    Insomma, il problema è generalizzato, e pure la scrittura ci cade dentro. O meglio: se scrivi e basta, non t’importa del marketing. Se scrivi e vuoi essere letto, occorre il marketing per arrivare al lettore. In un certo senso, devi “socializzare” col lettore, direttamente o indirettamente.

    • Daniele Imperi
      13 luglio 2017 alle 14:57 Rispondi

      La preferita della maestra io la chiamo lecchina, non marketing :)
      Non sono molto d’accordo sugli esempi che hai fatto, comunque.

  13. Roberto
    13 luglio 2017 alle 16:23 Rispondi

    La sinossi la odio! Davvero!! Ma, a quanto pare, è a carico dello scrittore… Per quel che mi riguarda, passo talmente tanto tempo a scrivere che organizzare strategie di marketing la trovo una perdita di tempo. Ma pare che vada fatto… Intanto, scrivo! Poi, terrò tutto nel cassetto:-)

    • Daniele Imperi
      13 luglio 2017 alle 16:36 Rispondi

      Una volta la sinossi mi sa che neanche esisteva :)

  14. Martin Rua
    13 luglio 2017 alle 17:18 Rispondi

    Ciao Daniele,
    eccomi a dire la mia che, come spesso accade, non è proprio in linea con la tua! Ma va bene così, quel che scrivi è sempre molto stimolante e in un mondo perfetto sarebbe anche giustissimo.
    Ma – e qui arriviamo al punto – tu, io e la maggior parte di coloro che hanno commentato questo tuo post non viviamo in un mondo perfetto.
    Ergo, no, se vuoi vendere un po’ di libri e non solo scriverli, devi fare anche altro. Come minimo devi fare qualche presentazione (non troppe, non tutte servono, a meno che tu non sia un grosso nome: in quel caso alle presentazioni si vendono parecchie decine di copie); condividere sui social contenuti inerenti ai tuoi libri; essere presente anche al di fuori della caverna dove ti rinchiudi a scrivere.
    Questo vale se hai 40, 50 o 60 anni e se il tuo obiettivo è scrivere e vendere.
    Sono d’accordo con chi ha scritto che gli editori non fanno il loro dovere fino in fondo (parlo degli editori normali, non quelli a pagamento, quelli neanche li considero): pubblicato il libro lo si lascia al suo destino. Ma le cose vanno così al momento e non ci si può lamentare, se non ci si adegua; se si vuole poter scrivere e basta e volere che la promozione, distribuzione e marketing siano fatte ad hoc da altri, non c’è che una strada: diventare scrittori famosi.
    Io ci provo, ma per ora ho un seguito di alcune migliaia di lettori che non mi consente di lasciar perdere il lato self-marketing. E allora devo fare anche quello.
    E lo faccio, cercando di conciliare questo con la necessità di fare ricerca e scrivere.
    Una fatica, ma non c’è altra via.
    Ti abbraccio,
    M

    • Daniele Imperi
      14 luglio 2017 alle 07:14 Rispondi

      Ciao Martin,
      nel mio caso una presentazione sarebbe forse dannosa per le vendite del mio libro :D
      Comunque non sono del tutto chiuso nella mia caverna. Ho un blog e qui posso segnalare una mia eventuale pubblicazione, e condividerla in qualche social. Ma oltre per me sarebbe troppo e anche controproducente.

  15. Amanda Melling
    13 luglio 2017 alle 17:36 Rispondi

    Io una risposta te la scrivo. Non è vero, puoi saltare tutte quelle parti che non ti competono, perché chi è arrivato lontano lo ha fatto grazie a un enorme carrozzone editoriale, e/yo per la qualità del suo romanzo. Il fatto poi che molti scrittori siano attivi sui social o bravissimi a parlare (come Saviano) non aggiunge nulla al successo che hanno ottenuto. Lo fanno perché hanno piacere di esprimersi anche così. Quelli che dicono che bisogna vendersi lo fanno parlando di microeditoria, ma io non mi sbatto neanche. Non ne vale la pena. Purtroppo invece per la sinossi non puoi farne a meno, serve per gestire il tempo.

    • Daniele Imperi
      14 luglio 2017 alle 07:15 Rispondi

      Alla fine la sinossi l’ho scritta, vedremo se ha fatto colpo :)

  16. Kukuviza
    13 luglio 2017 alle 18:52 Rispondi

    Ma la Ferrante come fa? La casa editrice promuove di sicuro però lei(?) presentazioni non ne fa e suppongo che non faccia niente di relativo alla promozione.

    Sto inoltre pensando al caso tipo quello di Salgari, costretto a scrivere a ritmi pazzeschi per riuscire a sopravvivere. In quel caso non c’è di mezzo la questione marketing però lo stesso penso che l’aspetto artistico ne soffra parecchio.

    • Daniele Imperi
      14 luglio 2017 alle 07:18 Rispondi

      La Ferrante non ha fatto presentazioni perché ha pubblicato sotto pseudonimo e non voleva rivelare la sua identità.
      Su Salgari hai ragione.

    • azzurropillin
      14 luglio 2017 alle 08:27 Rispondi

      ciao kukuviza! stavo per scrivere la stessa cosa!
      o ti esponi con tecniche di marketing più o meno sofisticate o fai come la ferrante, fai della tua privacy e della tua riservatezza la tua cifra stilistica. (nel 99% dei casi significa essere ignorato, ma nel suo ha funzionato)

      • Daniele Imperi
        14 luglio 2017 alle 08:32 Rispondi

        Ma non avevano scoperto la sua identità di recente?

        • azzurropillin
          14 luglio 2017 alle 08:38 Rispondi

          sì, pare che sia la moglie di starnone. ma pensa che paradosso: il marketing di elena ferrante, per anni, è stato non far sapere chi fosse, nascondersi, non fare presentazioni, non esserci sui social…

  17. Cinzia
    13 luglio 2017 alle 20:24 Rispondi

    I tuoi dubbi sono del tutto legittimi e condivisibili, Daniele. Mi vengono in mente un paio di cose. Leggere il proprio libro in pubblico non e’ una cosa moderna, lo si faceva anche prima, magari non cosi’ di frequente. E per quanto riguarda la promozione via social, a volte puo’ essere davvero noiosa per chi la “subisce”. Io ho dovuto mettere in mute gente di cui magari avrei letto volentieri il libro perche’ mi stavano intasando la timeline di reclame. Se la casa editrice e’ valida dovrebbe essere in grado di farti lei una buona promozione, pero’. (Non ho avuto tempo di leggere tutti gli altri commenti, sorry)

    • Daniele Imperi
      14 luglio 2017 alle 07:20 Rispondi

      Ciao Cinzia, benvenuta di nuovo, mi pare tu abbia già commentato in passato :)
      Leggere il proprio libro si faceva in passato, è vero, ma è una cosa che a me non piacerebbe fare (non so parlare come non so leggere ad alta voce) né piacerebbe ascoltare un autore leggere una sua opera.
      Concordo sui social: è successo anche a me! Una cosa è segnalare una propria opera, un’altra è bombardare.

      • Cinzia
        14 luglio 2017 alle 16:13 Rispondi

        Siii prima scrivevo di piu’, sto lentamente riemergendi dopo l’impegno del pupo :) E comunque io il tuo libro lo presi dopo aver letto un tuo tweet (e’ in lettura adesso, sono diventata lenta) ;)

        • Daniele Imperi
          14 luglio 2017 alle 16:23 Rispondi

          Ah, allora grazie e buona lettura (spero) :D

  18. Mauro
    13 luglio 2017 alle 20:44 Rispondi

    Ciao Daniele!

    Non siamo tutti dei camaleonti, questo è certo, ma neanche avere la flessibilità di una parete di granito è una buona cosa, in ogni aspetto sociale e umano: nel lavoro, nelle passioni e nelle relazioni.
    Quando ti toccano le chiacchierate in pubblico, le sinossi, o addirittura delle dirette live su Facebook per sponsorizzare i tuoi libri, pensa che ti stai violentando per una buona causa: fare quello che ami per il resto della tua vita.

    Io tifo gli “orsi” come te: poche “markette”, tutta sostanza! :-)

    • Daniele Imperi
      14 luglio 2017 alle 07:22 Rispondi

      Ciao Mauro, dipende :)
      Video dal vivo? Non se ne parla minimamente, mi dispiace. Non amo essere fotografato, figurati ripreso da una telecamera.

  19. maddalena frangioni
    14 luglio 2017 alle 07:16 Rispondi

    Interessante dibattito per i tanto aspetto Che tocca. Si dice Che ci siano piu scrittori Che lettori, perché denigrare ?oggi finalmente la scrittura é di tutti e per tutti. Se si ha qualcosa da dire é Bello scrivere cosi come é Bello leggere. La libertá cosi come la circolaritá delle idée sono sacrosanti. Ora poi tutto ció Che segue é dettato da cette regole attuali ai fini della visibilité la commercializzazione la fama il denaro, aspetto ciascuno degno di nota a Cui uno scrittore si sottopone o

    Tiene a distanza. É un mondo quasi selvaggio in Cui é difficile muoversi e in Cui si puó perdere la giusta strada, questi blog fa riflettere e fa prendere coscienza di quanto accade fuori di noi.per quanto mi riguarda vista anche i miei tanto anni trascuro gli orpelli e scrivo ma a un giovane scrittore dico buttati nell’arena ma in modo consapevole e abbi fiducia in te, il vado poi provvederá.

    • Daniele Imperi
      14 luglio 2017 alle 07:24 Rispondi

      La scrittura di qualità non può essere per tutti, come ogni forma d’arte non è alla portata di tutta l’umanità.

  20. Kinsy
    14 luglio 2017 alle 08:02 Rispondi

    Purtroppo bisogna anche imparare a fare marketing, perché l’editore fa quel (poco) che può. Così devi muoverti da solo per cercare di farti recensire in qualche blog, per farti scrivere un articolo, per trovare visibilità (sul web e fuori). Durissima per una persona schiva come me, che non ama chiedere.
    Presentazioni ne ho fatte tre, perché proposte dagli organizzatori stessi, per cui mi sono presentata e mi sono limitata a rispondere (balbettare?) alle loro domande, trovando tutta la serata organizzata. Assurdamente, visto che ho proprio il panico da palcoscenico, sono andate benissimo, buon riscontro di pubblico e di vendita. Penso che quando pubblicherò il prossimo libro cercherò di forzare a mia natura e di propormi io stessa per organizzarne, senza aspettare di essere invitata. Perché con tutto il resto ho perso un sacco di tempo e sprecato molta energia per risultati minimi.

    • Daniele Imperi
      14 luglio 2017 alle 08:31 Rispondi

      Per me esistono professionisti per ogni cosa, i tuttologi non funzionano. I risultati non potranno mai essere buoni, salvo eccezioni.

  21. Chiara (Appunti a Margine)
    14 luglio 2017 alle 08:06 Rispondi

    Io mi sono sempre considerata una pessima venditrice. Una decina di anni fa ho lavorato un mese come agente immobiliare, poi ho mollato perché non mi piaceva essere costretta a fingere che tutto fosse perfetto quando non lo era. Ciò nonostante, ho buone capacità dialettiche e riesco a interagire serenamente con le persone. A scuola, più volte sono riuscita a cavarmela nei momenti di incertezza grazie alla mia parlantina. Mi piace il contatto umano e, quando la situazione non degenera, anche scrivere sui social. Questo devo dire che mi aiuta, pur non essendo una fissata del marketing. L’importante è riuscire a mantenere la mia spontaneità, senza ipocrisia. Per esempio, ho sempre visitato e commentato i blog altrui e questo ha avvantaggiato il mio, però l’ho fatto e lo faccio tutt’ora volentieri, perché mi piace ciò che scrivete. Altri invece mi visitano solo quando sanno di contare su un ritorno, e non immagini quanto questa cosa mi irriti. ;)

    • Daniele Imperi
      14 luglio 2017 alle 08:32 Rispondi

      Ecco, il contatto umano: deve piacerti. E a me non piace :)
      Commentare dev’essere spontaneo, altrimenti irriti, appunto, e non ottieni riscontri.

      • Chiara (Appunti a Margine)
        14 luglio 2017 alle 09:03 Rispondi

        Verissimo. Per esempio, leggo tutti gli articoli tuoi e di altri blogger, ma commento solo quando ho qualcosa di sensato da dire. Se mi pronunciassi sul fantasy sarebbero parole buttate lì tanto per, perché non è un argomento che conosco. :)

  22. Grazia Gironella
    14 luglio 2017 alle 20:23 Rispondi

    Su questo argomento (e anche su altri, ho l’impressione) stiamo seguento un percorso simile. Può darsi che sia davvero fondamentale sapersi vendere bene con tutti i vari strumenti di cui da anni sentiamo parlare, ma rivendico la mia possibilità di scegliere altrimenti. A cosa mi serve spendere X tempo ed energie per diventare ciò che non sono, quando quello che desidero è scrivere buone storie? Che i due aspetti possano coesistere bene è una questione molto personale. Se io spendo ore a darmi da fare con il marketing, quel giorno non scriverò, o lo farò malamente. Non solo: la direzione dei miei sforzi, il mio focus, cambia in base alle mie scelte, e questo si riflette per forza sui risultati come sulla mia gioia di scrivere. Per questo dico che mi riprendo la mia libertà, senza rovelli e preoccupazioni. Non è detto che non mi venga voglia di lavorare di più sull’autopromozione in futuro, ma non mi sento obbligata a farlo. Anzi, penso che a volte pagare qualcuno perché faccia bene questo lavoro possa essere una buona idea. Non ci ho mai provato, comunque.

    • Daniele Imperi
      17 luglio 2017 alle 07:10 Rispondi

      Hai centrato un altro punto importante: rischi di diventare chi non sei. Pagare qualcuno? Certo, ma devi considerare il ritorno economico: con le storie quanto ci guadagni?

      • Grazia Gironella
        18 luglio 2017 alle 14:00 Rispondi

        E’ un punto interrogativo, certo. Per ora la mia unica convinzione è che ognuno fa bene a lavorare sulla base delle proprie caratteristiche. E’ inutile voler fare per forza presentazioni se è un tormento parlare in pubblico, solo per trovarsi davanti a una manciata di persone e vendere due copie del libro. Se invece si vive la presentazione come un’occasione per incontrare potenziali lettori ed esprimere qualcosa, allora anche le due copie vanno bene. Bisogna trovare la propria via.

  23. mattia venni
    15 luglio 2017 alle 02:40 Rispondi

    Quello che posso dirti fa riferimento alla mia esperienza di direttore della fotografia/Operatore di macchina che come il fotografo, sta subendo la concorrenza della strategia del ribasso, come conseguenza della nascita di Instagram, Facebook e Youtube.

    Ero in concorso per un lavoro settimana scorsa, e l’ho perso per il semplice fatto di non avere un account Instagram. La risposta del cliente è stata molto chiara : “Come posso prenderti se non so come ti vendi”?
    Da notare il fatto che naturalmente ho un sito che è in grado di mostrare tutti i miei lavori passati (showreel in gergo) e dal quale un cliente puo’ benissimo farsi un’opinione di quelle che sono le mie capacita’, ma a quanto pare la mia decisione di non voler mettere la mia vita su internet mostrando a tutti quello che faccio o meno,o posti che frequento,è stata rilevante sulla scelta di un cameraman, lavori che da sempre esistono e hanno sempre funzionato per piu di 100 anni senza l’uso di Internet.
    L’arrivo di questi social media che si basano su di una comunicazione unicamente visiva e quindi grazie a video e fotografie, hanno creato un bisogno quasi infinito di creazione di contenuti a fruizione immediata da parte di tutti. I numeri parlano chiaro, negli anni 90 nel mondo si scattavano piu o meno 900 milioni di fotografie, nel 2013 88 Miliardi e nel 2017, qualcosa come 170 Miliardi e questo numero è solo destinato ad aumentare.

    Oggi tutti sono fotografi e cameraman, e in questo libero mercato dove la concorrenza per noi artisti dell’immagine è diventata di 4 Miliardi di persone,dato che ogni utente è potenzialmente un fotografo,non c’è piu spazio per la professionalita’, in quanto un cliente preferisce prendere un fotografo esperto di marketing e possibilmente con 500k followers per avere free advertising anche da parte del fotografo stesso. E’ la mercificazione dell’arte dove il professionista lavora gratis per avere una foto di Selena Gomez con piu’ di 100M di follower, proprio perche’ la foto stessa avra’ poi un valore per l’instagram account del fotografo stesso, il quale monetizzera’ con gli ad Space sui suoi social media, i quali acquisiranno un valore molto piu’ grande grazie appunto alla foto stessa.
    Tutto e’ merce e marketing, e noi artisti che abbiamo sempre ricercato la qualita’ nel lavoro siamo i primi ad esserne schiacciati. Penso sia uguale nella scrittura.
    Spero possa esserti d’aiuto la mia esperienza e pensiero.
    Ciao

    • Daniele Imperi
      17 luglio 2017 alle 07:13 Rispondi

      Ciao Mattia, benvenuto nel blog. Anche a me sembra assurdo che si richieda un profilo Instagram e non si vada invece a vedere il portfolio sul sito personale del fotografo, dove tra l’altro possono esserci informazioni su lavori passati, cosa che su Instagram non compare.
      Oggi tutti possono fare foto e video, ma NON sono tutti fotografi e cameraman. Il professionista si distingue sempre. A me piace fare foto, ma non sono un fotografo.

  24. Ventoh
    15 luglio 2017 alle 18:27 Rispondi

    Il marketing non sempre (almeno non più) ha un’accezione negativa. E posso dimostrartelo.
    Per come è inteso oggi il marketing non è altro che la capacità di creare relazioni, di parlare al proprio pubblico, di raccontare le proprie verità. Questo blog almeno per il copywriting è un esempio di marketing ben riuscito. Ma come vedi questo non fa di te un markettaro. Solo uno che dice quello che pensa, che ha creato relazione e che ha un suo seguito di affezionati.

    A parte questo le tue obiezioni possono essere condivisibili e anche piuttosto legittime (scrivere e basta). Però credo che non funzioni più così. Adesso i vari editori chiedono di fare interviste, presentazioni in giro per l’Italia e andare in tv (a chi è più fortunato). Quindi chi sceglie la carriera di scrittore ha incorporata la necessità di interessarsi alla promozione. Poi c’è chi ha venduto milioni di libri in self publishing, usando internet per promuoversi: non servono interviste, non serve parlare in pubblico ma bisogna avere le competenze. Insomma non credo si possa avere la botte piena e la moglie ubriaca.

    • Daniele Imperi
      17 luglio 2017 alle 07:20 Rispondi

      Neanche io sostengo che il marketing sia una cosa negativa.
      Presentazioni in giro per l’Italia: immagino siano spesate dall’editore, altrimenti io ci rimetto solo soldi. Due giorni a Milano, per esempio, mi costerebbero fra treno e vitto e alloggio almeno 200 euro.
      TV neanche a parlarne. E poi gli autori che vanno in TV sono quelli che hanno fatto già il botto, e pure bello sonoro.

  25. luisa
    15 luglio 2017 alle 23:47 Rispondi

    Conoscete questa parola: “imprenditore di se stesso” , infatti chi non sa “vendersi ” ottiene poco dicono…, lo vedo anche con i quadri, un mio amico pittore abile venditore riesce, mentre per me è un disastro vendere, soprattutto se si tratta di cose realizzate da me, va un pò meglio se “devo” vendere ciò che fan gli altri.
    “Parlare in pubblico è sempre stato il mio incubo. Immaginate quindi con che stato d’animo andassi alle interrogazioni a scuola” , come mi ci rivedo, a seconda delle situazioni a me sparisce la voce.
    Dove sono finiti i mecenate, i mercanti, gli scopritori di talenti ?
    Nessuno vuole più investire o rischiare soldi proponendo qualcuno, forse la troppa concorrenza ?
    Comunque secondo me dopo i primi libri pubblicati si trova quella giusta disinvoltura a parlarne in bubblico

    • Daniele Imperi
      17 luglio 2017 alle 07:22 Rispondi

      Fai vendere i tuoi quadri al tuo amico :D
      Il problema è vendere, appunto, i primi libri pubblicati.

      • luisa
        17 luglio 2017 alle 10:10 Rispondi

        Sarebbe bello, ma come ben sai ogni pittore si vende le sue opere :-)

  26. Megalis
    16 luglio 2017 alle 19:15 Rispondi

    Vero, bisogna sapersi vendere. Se sai vendere vendi anche aria fritta, in qualunque campo.
    Invece, il doversi destreggiare su diversi fronti penso sia più che altro dettato dal risparmio aziendale. Pagano una persona che da sola sia in grado di ricoprire più mansioni. Comodo, no? Se ci pensate anche noi aspiranti scrittori potremmo pagare un’agenzia che scriva una sinossi per nostro conto o impagini il romanzo… e invece per risparmiare…
    Mentre, parlare in pubblico per me continua ad essere un problema, nonostante diverse esperienze teatrali. Anche perché in caso di promozione pubblicitaria metti in mostra te stesso e non un personaggio fittizio con battute preconfezionate. Quando decisi di partecipare a un reading, l’emozione era tanta, ma il testo era breve e così lo imparai a memoria.

    • Daniele Imperi
      17 luglio 2017 alle 07:23 Rispondi

      Pagare un’agenzia per scrivere sinossi o impaginare va bene, ma resta il discorso: quanto ti conviene fare una cosa del genere? I guadagni con la scrittura sono bassissimi, quindi non ne vale la pena.

      • Megalis
        17 luglio 2017 alle 16:45 Rispondi

        Ti sei risposto da solo, non conviene, perciò bisogna imparare a farlo da sé.

  27. Chiara Mazza
    18 luglio 2017 alle 10:24 Rispondi

    Premetto che non ho letto tutti i commenti che sono tanti (!!), quindi mi scuso se mi ripeto.
    Io non ho risposte alle tue domande, Daniele, ma ho altre domande… ;)
    Mi chiedevo infatti se un po’ di marketing non sia sempre stato necessario, anche in tempi non sospetti quando non c’era internet, né i social e gli editori facevano il loro lavoro come si deve.
    Intendo con questo che le presentazioni pubbliche dei libri sono sempre esistite, le presenze in televisione, alla radio, ai festival, alle fiere del libro, gli autografi in libreria, le interviste, etc. Questo un autore che avesse voluto vendere o vendere di più ha sempre dovuto farlo, sempre più o meno con il piacere o la capacità di farlo. In questo senso quelli che riuscivano meglio in queste attività hanno sempre venduto più degli altri, a parità di valore intrinseco dell’opera.
    Secondo me il problema è un altro: oggi tutti scrivono mentre anche solo dieci o vent’anni fa ci si pensava un po’ di più. E parallelamente la gente legge meno. Di conseguenza il lavorio per distinguersi e vendere è maggiore, che se lo accolli l’editore o l’autore. E ovviamente l’editore lo scarica all’autore perché ci sono sempre più autori e sempre meno lettori. Per me è come se il gioco domanda-offerta si fosse completamente invertito: non sono i lettori che domandano di leggere agli editori, ma gli autori che domandano di scrivere… :(
    Che ne pensate?

    • Daniele Imperi
      18 luglio 2017 alle 10:43 Rispondi

      Altre domande? :D
      Hai ragione, certe operazioni di marketing – anche se magari quasi nessuno le chiama così – ci sono sempre state, anche quando non esisteva l’energia elettrica.
      Un’intervista non mi crea problemi, se avviene in forma scritta.
      Gli autori domandano di scrivere? Cioè?

      • Chiara Mazza
        18 luglio 2017 alle 11:00 Rispondi

        Nel senso che una volta – non saprei dire fino a quanto tempo fa, ma di certo l’avvento dei social dove tutti pubblicano tutto in ogni momento non ha aiutato – c’era un numero molto limitato di autori per una schiera di lettori. L’editore doveva dunque andare a caccia di (buoni) autori per soddisfare la domanda dei lettori.
        Adesso c’è una schiera di autori che domanda all’editore di prenderli in considerazione pubblicandoli per pochi lettori annoiati che domandano poco o niente all’editore. Di conseguenza l’editore, per esistere e continuare a fare il suo lavoro, invece di andare a caccia di soldi creando un’offerta per lettori che domandano, va a caccia di soldi creando un’offerta per gli autori che domandano. Così sono nati gli editori a pagamento.
        E se l’editore non si fa pagare, comunque scarica una parte del proprio rischio sull’autore per via della logica domanda-offerta, in cui purtroppo oggi l’autore si trova dalla parte della domanda più che di quella dell’offerta.

        • Daniele Imperi
          18 luglio 2017 alle 11:10 Rispondi

          Capito, il discorso fila. I lettori sono sempre gli stessi, ma gli autori aumentano. Non è possibile leggerli tutti e bisogna fare una scrematura. Come? Per alcuni bastano i gusti personali, altri si lasciano irretire dal markettaro di turno.

  28. Ferruccio
    18 luglio 2017 alle 13:03 Rispondi

    Paradossalmente, se per vivere dovessimo ammazzare qualcuno faremmo anche quello. Se necessario diventiamo anche scrittori markettari. L’importante è non dimenticare di essere scrittori e lasciare spazio solo alle marchette :-D

    • Daniele Imperi
      18 luglio 2017 alle 13:25 Rispondi

      Se vuoi essere un killer, allora ok :D
      Con le marchette e basta non ci vai avanti, mi sa.

  29. Delia Garzarella
    21 luglio 2017 alle 00:07 Rispondi

    Davvero, tante frasi che hai scritto sono proprio le stesse frasi che mi rimbombano nella mente (ormai da anni). Anch’io mi chiedo spesso, se c’è qualche problema a non voler essere al centro dell’attenzione. Anch’io non rendo molto in caso debba parlare in pubblico, e a scuola mi chiedevo, ma sono qui per studiare, mica per affinare tecniche di recitazione?
    Perché si sa, è sempre più premiato chi è più “attore”.
    Io pure sono un personaggio privato, e infatti l’unico social che mi va a genio è Twitter, che secondo me è il social più “asocial” di tutti. Interazioni brevi, rapide e poco intrise di fatti propri.

    Che dire?
    Prendi la stesura della sinossi come un esercizio di stile…Non come marketing.
    Tu sei lo scrittore, devi scrivere!
    Per le presentazioni dal vivo, perciò, ti consiglierei di andarci come si va dal dentista o all’ufficio postale, una routine insomma, in pieno stile “che mi tocca fare per campare!”. Dura abbastanza poco da potersi sopportare, immagino!

    • Daniele Imperi
      21 luglio 2017 alle 07:04 Rispondi

      Twitter non mi piace più, preferisco Instagram, che parla per immagini.
      Solo il pensiero di stare davanti a gente che mi fissa mi fa passare la voglia di scrivere :D

  30. Andrea Venturo
    29 luglio 2017 alle 08:49 Rispondi

    Markettaro… in Italia la situazione è tragicomica. Qualche agenzia seria esiste, ma è sommersa dal lavoro e, a meno che tu non faccia di cognome “Montalbano” non ti si fila. La promozione è tutta demandata all’esordiente cui viene chiesto di pagare per far girare le pubblicità che lui stesso ha ideato. Ci si ritrova con la necessità di seguire personalmente, h24/7, ad word, FB, twitter, blog di recensioni, interviste via yt, radio, firma copie (se cartaceo), giveaway… ecc… col risultato (tragico) di non scrivere una bega (b come Savona) per un paio di anni.
    sto battendo un’altra via.
    Se hai prodotto un libro (editing, cover, quarta, bozze, impaginazioni varie) ti serve una rete di vendita.
    So che ne esistono tante (a trovarle per i libri…) e funzionano. Cioè in cambio di una percentuale sulle vendite e/o di sostanziosi premi al raggiungimento degli obiettivi di vendita, promuovono e vendono il tuo prodotto. Se ne trovo una te la segnalo… tra l’altro, l’ultimo articolo sulla produzione di un libro, che pubblicherò tra una decina di GG se i pupi e la suocera me lo consentiranno, riguarderà proprio questo aspetto.

    • Daniele Imperi
      31 luglio 2017 alle 07:19 Rispondi

      Sostanziosi premi al raggiungimento degli obiettivi di vendita? La parola sostanziosi non si accoppia coi guadagni scarsi dell’editoria.

      • Andrea Venturo
        31 luglio 2017 alle 09:14 Rispondi

        Eh, ma infatti per un libro non ho trovato granché. L’unica possibilità è se ne hai più d’uno già pronto. Il primo, venduto a 9,9 € con obiettivi di 5k€ ogni 1000 copie (e quindi tu pagherai le tasse, ma i soldi se li piglierà il markettaro) e il seguito lo fai uscire e lo vendi grazie alla pubblicità che hai comprato in questo modo, ma è rischioso, oppure lasci perdere queste reti di vendita.

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