Lo scrittore nel castello, oppure…?

Lo scrittore nel castello
“Quanto può mettersi in discussione uno scrittore senza perdere se stesso?”

Questo è un guest post scritto da Grazia Gironella.

Se qualcuno ci pone la domanda: “scrivi principalmente per te stesso o per il pubblico?”, non ci mettiamo sulla difensiva. È ovvio che si scrive per se stessi – chi non ha iniziato a scrivere per il puro gusto di farlo? – e una volta deciso di tentare la pubblicazione, ecco che automaticamente si scrive anche per un pubblico.

Ma non è così automatico.

Può succedere, e di fatto succede spesso, che le due opzioni sembrino separarsi e ci lascino dubbiosi sul bivio, a domandarci: cosa è giusto? Cosa è più importante?

È il caso di quando un nostro lavoro viene sottoposto a serio editing. Abbiamo carpito l’attenzione di un editore, abbiamo firmato un contratto che in linea di massima ci soddisfa e stiamo preparando l’opera per il suo più o meno trionfale debutto. Più felici di così…?

Però l’editor è un tipo scomodo. Non gli piacciono le frasi sincopate che abbiamo sempre considerato la massima espressione del nostro stile. Vuole tagliare alcune delle scene per noi più divertenti/commoventi/eccitanti. Trova l’incipit troppo lento e il finale troppo prevedibile. Ehi, chi è qui l’autore? Possibile che per pubblicare ci tocchi cambiare tutto?

Cambio di scenario. Stiamo leggendo un testo di scrittura creativa. Ce lo ha consigliato un amico, in rete ha qualche buona recensione, vuoi vedere che serve a qualcosa? Però queste “regole”… chi lo dice che il protagonista debba essere attivo, che dopo il climax non ci si debba dilungare troppo, che il personaggio secondario non possa rubare troppo spazio nella scena? E ancora, chi è qui l’autore? Perché dovremmo modificare il nostro modo di scrivere in ossequio alle idee di qualcuno che pontifica dall’alto di chissà quali certezze?

Ultimo scenario. Un agente letterario importante ha accettato di rappresentarci. È potenzialmente un grande passo avanti per la nostra carriera: qualcuno finalmente crede in noi. Però nel corso di una conversazione scopriamo che una delle nostre opere rientra in un genere al momento in disgrazia, perciò dovrà restarsene buona in un cassetto in attesa che giri il vento – se mai tornerà a girare in suo favore. Noi però abbiamo già iniziato il sequel di quell’opera. Adesso cosa dovremmo fare, abbandonare il nostro giallo per darci al paranormal romance?

Le situazioni che vi ho proposto (con qualche esagerazione) ci portano al nocciolo della questione: quanto deve mettersi in discussione uno scrittore? Ovvero: quanto può mettersi in discussione uno scrittore senza perdere se stesso?

Mi viene in mente Corrado Guzzanti con il suo celebre “la risposta è dentro di noi, ma purtroppo è sbagliata”. Di fatto è proprio così: non è detto che l’istinto ci porti nella direzione giusta, perché:

  • La resistenza al cambiamento è di tutti. Cambiare costa fatica.
  • Scrivere non è come fabbricare uno stampo in ghisa. Nei nostri scritti vengono riversati gli aspetti più intimi di noi stessi. Ogni critica è vissuta come una critica personale, più che una critica all’opera.
  • Tutti speriamo di essere speciali. Questo ci fa temere di perdere le nostre peculiarità, anche se potenziali.
  • Ci viene naturale vedere ogni scelta come un punto di svolta decisivo, da cui rischiamo di non poter più tornare indietro.

Però è anche vero che:

  • Solo accettando la sfida costituita dai cambiamenti possiamo evolvere.
  • Noi non siamo ciò che scriviamo. I nostri scritti fissano il punto di evoluzione sulla curva del nostro cammino di scrittori – cammino, non castello, si spera.
  • Ognuno di noi è unico e speciale. Questo non significa che sia anche perfetto in tutto ciò che fa, scrittura inclusa.
  • La scrittura ci permette infiniti aggiustamenti (al contrario della chirurgia, ha detto qualcuno). Non c’è motivo perché una scelta sbagliata ci imponga un futuro letterario sbagliato. Al peggio avremo speso una certa quantità di tempo ed energie per un risultato che non ci soddisfa… ma se non sappiamo accettare questo, forse scrivere non fa per noi.

Allora mi sembra che possiamo porre la domanda in un’altra forma: corriamo maggiori rischi nel chiuderci a riccio per difenderci dalle influenze esterne, oppure nell’accettare di avventurarci su terreni sconosciuti? Scrivere è comunicare. Un messaggio che non arriva al lettore è di per sé un messaggio “sbagliato”.

Siamo proprio convinti che quell’editor abbia torto? Siamo sicuri che conoscere le tecniche narrative possa inquinare il nostro prezioso istinto? Vogliamo davvero scrivere un’opera che probabilmente non verrà pubblicata perché il filone è saturo? Come sempre, la scelta giusta non è una sola per tutti, ma quella più consapevole per il singolo. L’importante è non chiudere fuori quel mondo di spunti e stimoli che ci incalza solo per proteggere un concetto di noi stessi che alla lunga ci andrà stretto.

La guest blogger

Grazia Gironella è nata a Bologna, ma vive da anni in un paesino friulano ai piedi delle montagne, dove si dedica alla famiglia e alla scrittura. Nel tempo libero legge, cammina e pratica yoga e taijiquan. Finalista alla 41ª edizione del Premio Teramo e segnalata alla 24ª edizione del Premio Calvino, è autrice di racconti premiati a concorsi letterari e ha pubblicato il manuale di scrittura “Per scrivere bisogna sporcarsi le mani” (Eremon, 2011) e il romanzo “Due vite possono bastare” (IoScrittore, 2013 – ebook). Ogni settimana parla di scrittura nel suo blog ScriverÈVivere.

Categoria postPublicato in Guest post, Scrittori - Data post18 febbraio 2014 - Commenti23 commenti

Guest bloggerGuest blogger su Penna blu

Questo post è stato scritto da un collaboratore. Se vuoi scrivere un articolo per Penna blu, leggi i dettagli sul guest posting su come inviare il tuo contributo.

Ti è piaciuto questo post? Condivilo sui social media o via email!

Email
Commenti
  • italese 18 febbraio 2014 at 09:44

    Eh eh eh le tecnica si deve conoscere e studiare sempre, indipendentemente dal fatto che si veda il libro come un oggetto commerciale o un’opera d’arte. È un elemento fondamentale per chiunque si avvicini alla scrittura in modo serio.
    Per quanto riguarda l’editor… beh, bisogna valutare con attenzione. Di certo si tratta di una persona che di romanzi se ne è vista passare tanti davanti agli occhi, e questo qualcosa vorrà pur dire. Però in Italia, parlo per il genere fantastico, che mi interessa particolarmente, si permette la stampa di opere che, per dirla con molta dolcezza, magari non ci sono passate proprio per la mano di un editor. Ecco il nocciolo, quindi. Bisogna valutare con molta attenzione quanto i consigli di riscrittura siano validi.
    Infine, sulla questione dell’esaurimento di un filone letterario, dico solo che di quello che abbiamo scritto non si butta via niente, quindi conservate sempre, magari il momento della pubblicazione arriverà.

  • Attilio Nania 18 febbraio 2014 at 10:00

    Siamo proprio convinti che quell’editor abbia torto?
    La domanda secondo me è un’altra: ma c’è davvero bisogno dell’editor?

    Forse ho frainteso, ma il senso di questo articolo mi sembra essere:
    a volte è meglio omologarsi allo standard e seguire quel che va di moda, perché tanto noi siamo speciali lo stesso…

    • Grazia Gironella 18 febbraio 2014 at 11:10

      Omologarsi allo standard significa rinunciare a decidere in autonomia, perciò mi guarderei bene dal caldeggiarlo. Credo però che il fatto di scrivere a modo nostro non ci renda automaticamente “preziosi”, per la cultura e per i lettori. Come dice Davide, serve equilibrio, per distinguere tra i messaggi che ci arrivano quelli utili alla nostra evoluzione e quelli che invece non ci appartengono. Senza però avere paura di metterci in discussione. Il senso del post era questo. :)

  • Davide Q. 18 febbraio 2014 at 10:02

    Secondo me, in questo come in tutto serve trovare un equilibrio.

  • Salvatore 18 febbraio 2014 at 11:01

    Io scrivo per essere letto… :P

  • Marti C. 18 febbraio 2014 at 11:11

    Servirebbe trovare un giusto compromesso fra le varie opzioni: accettare ed ascoltare i vari punti di vista, pur continuando ad avere l’ultima parola sui nostri scritti. Se ci si dovesse rendere conto di aver “tradito” la propria natura o la propria storia, beh allora forse sarebbe il caso di fare un piccolo passo indietro…

  • MikiMoz 18 febbraio 2014 at 11:12

    Ho in programma un post similare, o meglio… che punta il riflettore su un elemento che si è citato.
    Comunque, credo che tutti scrivano per essere letti anche solo da una persona.

    Moz-

  • Moonshade 18 febbraio 2014 at 11:21

    Credo che una persona smetta di scrivere solo per sé quando si interessa ad imparare come una storia si struttura {climax, colpi di scena, costruzione dei personaggi, documentazioni…}.
    Per la mia scarsa esperienza però posso dire questo: l’editing è basilare, e dare un senso a delle frasi che sono chiare all’autore è importante. Però è vero, il testo è dell’autore, ma perché è sempre un concentrato di cose che gli piacciono + esperienze personali + regole imparate, e se manca qualcosa deve capirlo e rimediare grazie all’editing -se ha intenzione di andare per il mondo-, perché avendo la storia sempre in mente non si rende conto di cosa ha dimenticato e cosa no. Personalmente cambio subito cose segnate nella fase di editing e rivedo i passaggi se mi si segnala se una cosa non funziona o è troppo lenta, e cerco di essere il più flessibile possibile su questa fase tecnica. Ma, come dicevo prima, per esperienza personale, gli editori con cui ho avuto a che fare mi questionano meno l’editing e più cose tipo “non sta bene che l’assistente di questa figura femminile sia un maschio”/ “una ragazza non dovrebbe scrivere l’horror così” {perché non ho presentato un para-romance} oppure “metti una mascotte puffosa che in tutti gli altri fantasy funziona”. Sono dettagli che non cambiano l’aspetto tecnico della storia, ma sono propri dall’autore proprio per quell’addizione di prima. Per cui preferisco molto qualcuno che mi martella tantissimo di editing perché il finale è pessimo ma questi particolari li lascia, piuttosto che lasciare un finale che non funziona e aggiungere la mascotte ‘perché vende’ (per gli altri).

  • Tenar 18 febbraio 2014 at 12:06

    Mi è piaciuto molto il post e le domande che pone non sono banali. Credo che sia anche qui una questione di consapevolezza. Più un’opera è “omologata” o meglio, è aderente a determinati canoni narrativi/narratologici e più è fruibili, quindi, in potenza, può arrivare a più lettori.
    Sta all’autore essere consapevole di questo e anche del fatto che un capolavoro raramente sarà “omologato”. Quindi, se il mio intento di autore è di arrivare al massimo numero di lettori possibili i consigli dell’editor, dell’agente e dell’editore presumibilmente mi aiuteranno a raggiungere il mio scopo.
    Se voglio preservare la mia “autorialità” e il mio andare contro corrente devo sapere che la mia opera sarà probabilmente meno fruibile, avrà meno lettori e quindi sarà meno appetibile dal mercato editoriale.
    Questo ha poco a che vedere con valore letterario dell’opera stessa (la stragrande maggioranza degli editori preferisce pubblicare un best seller omologato piuttosto che un autore sperimentale che magari tra 30 anni vincerà il nobel, è una mera questione di guadagni, temo).
    Quindi cosa vogliamo come autori? Essere fruibili e avere più possibilità con la grande editoria o essere sperimentali e sapere che più probabilmente riceveremo rifiuti? Non c’è una scelta giusta o sbagliata, l’importante è scegliere con consapevolezza il proprio cammino

  • Pawn371 18 febbraio 2014 at 13:20

    Come si dice nel post si scrive principalmente per se stessi, ma secondo me è insita in ognuno la volontà di migliorare ciò che si fa, nel caso della scrittura occorre farsi leggere mettendosi in gioco, avendo l’onestà di accettare le critiche, ovviamente quando queste sono costruttive ed hanno un senso. Può sembrare un gioco di parole, ma occorre criticare le critiche, per capire quali sono valide e quindi possono aiutarci a fare meglio ciò che amiamo.

    • Emma 19 febbraio 2014 at 16:07

      Concordo in pieno sulla necessità di differenziare le critiche e tenere in considerazione quelle volte al proprio miglioramento.

  • Lisa Agosti 18 febbraio 2014 at 18:26

    Grazia, vado subito a vedere il tuo sito.
    Daniele, ma le storie del martedì non le scrivi più?

  • Sabrina Guaragno 18 febbraio 2014 at 21:44

    Ottimo articolo! Seguo Grazia Gironella su Facebook, e i suoi post e ciò che scrive mi ha sempre intrigato e fatto aprire gli occhi su molti aspetti della scrittura, degli scrittori e del loro faticoso mondo! :)

  • Laura Tentolini 18 febbraio 2014 at 22:58

    Ciao Grazia, belle domande e belle risposte.
    Pensa che proprio l’altro giorno ho stampato il tuo post “Scrivere un buon racconto”!

    Come dici, scrivere è comunicazione; riflettevo sul fatto che comunicare significa anche correggere il messaggio che si trasmette, interpretando via via i segnali ricevuti dall’interlocutore, altrimenti diventa un monologo, non uno scambio.

    Ecco, lo scrittore è solo mentre scrive, e durante la stesura del testo non ha modo di verificare la reazione del pubblico, se non facendo leggere qualche pagina agli amici o la bozza all’editor.
    In pratica, lo scrittore scopre soltanto alla fine, con la pubblicazione, se il suo lavoro è piaciuto… gramo destino!

    • Grazia Gironella 19 febbraio 2014 at 10:25

      E un piccolo numero di beta-readers? Non è facile metterlo insieme, ma se si conoscono altri scrittori ci si può scambiare il favore. Almeno c’è un mini-pubblico su cui mettere alla prova il proprio testo prima di spedirlo nel grande mondo. ;)

  • Meua 19 febbraio 2014 at 15:01

    Ciao a tutti. Finalmente mi sono decisa a commentare un post su questo sito che seguo da un anno ormai. Mi sento un po’ un ninja ogni volta che clicco su Penna Blu, spio, leggo quello che mi interessa e scappo. Due cose: la prima, complimenti Daniele, ammiro la tenacia e la dedizione che ci metti ogni giorno, come pesi le parole in ciascun post che scrivi, come scegli di comunicare ai tuoi lettori. Mi sa che sei uno bravo. Senza mi sa. Seconda cosa, questo guest post: ecco, io sono proprio all’alfabeto, ho 24 anni, non ho mai pubblicato niente, ho sempre scritto per me e chiuso con lucchetto con doppia mandata. L’unico sito su cui scrivevo delle specie di poesie che tali non possono essere considerate data la mia ignoranza in materia, era scrittori emergenti, carino, mi divertivo, tutto questo rigorosamente in anonimato. Poi, ho litigato con la scrittura ed è finita. Ogni tanto ancora scrivo, ma la mia pigrizia vince sempre. Ecco, arrivo al dunque: mi chiedo, quando arriva il momento in cui uno decide di scrivere per qualcuno? C’è una molla che deve scattare perché questo avvenga? Il mio modo di scrivere e di comunicare deve cambiare. Come posso farlo? Spesso mi faccio dei film in testa, o delle storie riguardo a persone estranee, spesso anche sul mio cane, ma quando penso di doverle scrivere, tac, ecco che arriva il macete della pigrizia che mi taglia le mani. Devo dire che la concorrenza non aiuta. Cioè, io sono a zero, ho fatto un solo passo per ora, iscrivermi a un corso di scrittura, ahimè già finito, ma pensare che fuori dalle quattro mura di casa mia, del mio paese, della mia città, ci sono miliardi di scrittori o aspiranti tali, non è incoraggiante! Si, diciamo pure che la mia autostima è rimasta attaccata al cordone ombelicale e ops, mi sono dilungata troppo, la sintesi non è mai stata il mio forte. Riguardo il post, vorrei solo dire che io sto cercando di educarmi alla curiosità, curiosità fuori di me, andare oltre e vedere che c’è un mondo fuori che sprigiona mondi d’immaginazione. Ecco, tutto qua, quindi l’editor se ci dice per esempio che il nostro finale non funziona, noi prendiamo il nostro finale e ce lo mettiamo sotto il cuscino, poi ne pubblichiamo un altro. Ed è giusto capire che non c’è niente di personale in questo. Siamo portati a stare nella nostra zona di comfort e appena ci spostano da lì, addio, ci perdiamo e sbarelliamo ( scusate, non esiste in italiano lo so, ma è un termine così efficace per me!) Poi possiamo sempre decidere di auto pubblicare un tot. di copie con la nostra versione del manoscritto per una cerchia ristretta di amici e parenti e il resto è in mano a chi di dovere, mi sembra un buon compromesso. Grazie all’autrice di questo post e ai preziosissimi consigli di Daniele Imperi! Buona giornata a tutti.

    • Grazia Gironella 19 febbraio 2014 at 16:10

      Dici bene, tendiamo a restare nella nostra zona di comfort, così ci tarpiamo le ali da soli.

    • Daniele Imperi 19 febbraio 2014 at 16:20

      Ciao Meua, benvenuta nel blog e grazie dei complimenti :)

      Ho preso appunti e qualcuna delle tue domande cercherò di rispondere con un post, ok?

      • Meua 19 febbraio 2014 at 16:25

        Ciao, si volentieri! Grazie.

  • Emma 19 febbraio 2014 at 16:19

    Grazie per il post, davvero interessante e realistico. Senza sofismi e retorica. A mio parere si scrive in primo luogo per se stessi, ma come giustamente sostieni tu è fondamentale ricordare sempre che “scrivere è comunicare” è la comunicazione presuppone uno scambio, non necessariamente piano e semplice. Anzi, il dialogo è assai stimolante se le posizioni degli interlocutori sono diverse. Ora andrò proprio a dare un’occhiata al tuo blog :)

  • Cosa leggere nei blog sulla scrittura? 22 febbraio 2014 at 05:01

    […] decide di scrivere per qualcuno? C’è una molla che deve scattare perché questo avvenga? Meua su Lo scrittore nel castello, oppure…? di Grazia […]

  • Fammi conoscere la tua opinione sul post

© 2010 - 2014 Penna blu - Ideazione e web design di Daniele Imperi - Torna su