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Lo scrittore e i suoi (possibili) brand

Brand scrittore

Commercialmente parlando pare non sia una grande idea, tant’è vero che sarebbe meglio (dicono) addirittura avere un brand – un nome di penna – per ogni genere in cui si scrive.

Serena Bianca De Matteis su 5 validi motivi per variare generi letterari.

A quanto ho potuto vedere, ci sono stati pareri contrastanti sulla mia convinzione di non restare attaccati allo stesso genere narrativo. A me era sembrata una buona idea scrivere seguendo le proprie inclinazioni, le idee e le passioni del momento e lo è tuttora. Ma dai commenti sono nate questioni interessanti, che ho voluto approfondire in questo articolo.

Prima di parlare dellʼutilità o meno dei possibili brand di uno scrittore ho voluto riportare alcuni esempi di autori famosi e dei motivi che li hanno spinti a scegliere uno pseudonimo.

Il caso di Stephen King e il “brand” Richard Bachman

Per alcuni editori uno scrittore non dovrebbe pubblicare più di un libro allʼanno. I lettori, secondo il loro punto di vista, non lo accetteranno. E così Stephen King, per non saturare il mercato editoriale con il “brand” King, decise di pubblicare alcuni romanzi sotto pseudonimo.

Come ha scritto lo stesso King nel suo sito, non è mai stato dʼaccordo su questo limite e come lui anche altri autori. Ma lo pseudonimo gli permise – a lui come anche a Ed McBain – di pubblicare due libri lʼanno.

King ha comunque detto una cosa da tenere in considerazione: “puoi cambiare il tuo nome ma non puoi certo mascherare il tuo stile”. E infatti un certo Steve Brown, di una libreria di Washington, scoprì similitudini fra lo stile di scrittura di Stephen King e quello di Richard Bachman.

Il caso di J.K. Rowling e il “brand” Robert Galbraith

La scrittrice inglese J.K. Rowling è diventata famosa – come sappiamo tutti – con la saga fantasy di Harry Potter. 7 romanzi tradotti in tutte le lingue e portati poi al cinema. Oltre alla saga lʼautrice ha scritto anche altri due libri dellʼuniverso di Potter e uno di fiabe, tutti per beneficenza.

Appare poi con lo stesso nome con Il seggio vacante, il suo primo romanzo per adulti. Uno stile diverso, ma sempre una cura per il dettaglio e una perfetta caratterizzazione dei personaggi.

Infine escono 3 romanzi polizieschi con uno pseudonimo e per giunta maschile: Robert Galbraith. La Rowling, come confessa nel suo sito, ha deciso di scrivere con quel nome sia per provare le stesse sensazioni della prima volta, di quando un autore è alla sua prima esperienza di pubblicazione, sia per distinguere questi nuovi lavori.

Cʼè però da aggiungere che il nome reale dellʼautrice è semplicemente Joanne Rowling. Fu la sua casa editrice a suggerirle di usare le iniziali, aggiungendone una per un ipotetico secondo nome, poiché i ragazzi non avrebbero mai letto un romanzo fantasy scritto da una donna.

Altri scrittori famosi e i loro “brand”

  • Mary Westmacott ha scritto sei romanzi dʼamore – anche se in realtà non sono vere e proprie storie dʼamore, non hanno un lieto fine, ma parlano dellʼamore nelle sue forme più potenti e distruttive. Sotto quel nome si nasconde la famosa autrice di gialli Agatha Christie. Il cambio di direzione non piacque al suo editore, visto che la scrittrice stava diventando famosa al pubblico con i suoi polizieschi.
  • Se il nome di Paul French non vi dice nulla, allora quello di Isaac Asimov vi dirà molto. Per paura che il suo nome potesse essere danneggiato da un pessimo adattamento televisivo delle sue opere, Asimov per i suoi romanzi per ragazzi della serie di Lucky Starr scelse quello pseudonimo.
  • Colin Andrews ha pubblicato i thriller medici Ingraham e Innesto mortale, ma in realtà è lo scrittore americano F. Paul Wilson. La scelta di firmarsi con quello pseudonimo è stata strategica: servì per il mercato britannico, per farsi trovare in cima agli scaffali e non alla fine (Andrews contro Wilson), dove in genere sta la lettera “W”. Ma Wilson ha anche pubblicato un romanzo scritto insieme alla moglie, Virgin, usando il nome di lei, Mary Elizabeth Murphy, sebbene il contributo dello scrittore sia stato del 90%.
  • John Le Carré è un nome conosciuto nella letteratura di spionaggio, ma forse pochi conoscono il suo vero nome: David John Moore Cornwell, un agente dei servizi segreti inglesi. I suoi capi gli dissero di pubblicare i suoi romanzi sotto pseudonimo e lui scelse quel nome.

I motivi dietro la scelta dello pseudonimo

Riassumendo quanto letto finora, i motivi sono abbastanza vari:

  • possibilità di pubblicare più romanzi senza intasare il mercato editoriale (King, McBain)
  • separare le diverse opere (Christie, Rowling)
  • non danneggiare il proprio nome (Asimov)
  • aumentare la visibilità nelle librerie (Wilson)
  • proteggere la propria identità (Cornwell)

Ma chissà quanti altri ce ne saranno.

Dal mio punto di vista, il primo non mi riguarda e magari mi riguardasse. Il secondo non lo condivido, le opere per me sono separate perché stanno in libri separati. Il terzo idem come il primo. Il quarto neanche, sono la “I” e sto in mezzo come il prezzemolo. Il quinto potrebbe riguardarmi se dovessi scrivere qualche saggio politico, ma mi porrò il problema se e quando si verificherà.

In questo post devo parlare dei (possibili) brand dello scrittore quando decide di scrivere in generi letterari diversi dal solito. Alcuni lettori hanno parlato di suicidio editoriale, se si cambia genere. Le case editrici non lo accetteranno mai, piuttosto lʼautore dovrà cercare altri editori o pubblicare in self-publishing (e perché mai in self-publishing i lettori accetteranno questa scelta?).

Serena ha scritto che secondo molti “sarebbe meglio addirittura avere un nome di penna per ogni genere in cui si scrive”.

Uno pseudonimo per ogni genere letterario scelto

Non so che cosa state scrivendo – di qualcuno di voi sì – ma ho dato unʼocchiata alle idee che vorrei, chissà quando, trasformare in romanzi e ho visto che appartengono ai seguenti generi:

  1. fantasy
  2. fantascienza
  3. romanzo storico
  4. poliziesco (ironico)
  5. mainstream (eh, sì, un paio di idee)
  6. avventura
  7. spionaggio
  8. horror

Devo quindi scegliere 8 pseudonimi? Sinceramente non credo di avere tutta questa fantasia. Perché qui non si tratta di trovare i nomi per i personaggi – per quello non ho problemi – ma di trovare ben 8 nomi per altrettanti me – e su questo sarei molto esigente, enormemente esigente.

Io mi chiamo Daniele Imperi. Che piaccia o meno – a me non piace – il mio nome è questo e non lo cambio con nessun altro. Un tempo avevo lʼidea di firmare le mie probabili opere con lo pseudonimo Ludus, che uso quando disegno vignette. Ma quel nome è legato appunto alle vignette umoristiche e non posso appiccicarlo a una storia horror.

Un vero scrittore deve stupire

È vero che ogni scrittore eccelle in un genere narrativo e non potrà eccellere in tutti – tesi tutta da dimostrare, poi – ma dove è scritto che non potrà sfornare buoni romanzi in svariati generi?

Perché Ken Follett non ha cambiato nome quando è passato dal thriller al romanzo storico? In realtà però ha usato il nome di Bernard L. Ross per pubblicare Amok: King of Legend e altri pseudonimi per altre opere.

Se seguo un autore, non mi dispiacerebbe affatto trovarlo in altri generi, se li leggo. Anzi, sarebbe per me una bella sorpresa.

La verità (prima o poi) viene a galla

E non è successo dopo la morte dellʼautore, ma quando è ancora in vita. In alcuni casi si sa da subito che quello pseudonimo appartiene allo scrittore Tal dei Tali. Dunque mi chiedo: a che pro usarlo, se poi tutti sanno a chi appartiene?

Lʼalternativa allo pseudonimo

  1. Cambiare casa editrice
  2. Pubblicare in self-publishing

Sono emerse queste alternative. Voi quale scegliereste? Siete dʼaccordo ad abbandonare il vostro nome per uno pseudonimo?

Perché, se si pubblica in self-publishing, i lettori sono più propensi ad accettare un autore in altri generi letterari?

70 Commenti

  1. LiveALive
    21 settembre 2015 alle 06:55 Rispondi

    Non ho mai sentito un grande autore usare un nome per genere: la dimostrazione che se hai un nome già noto non ne valga la pena viene da King stesso, visto che finché non si era saputo che Bachman era lui aveva venduto 1/10 di quel che vendeva di solito, il resto è arrivato dopo. A dimostrazione anche di quanto conta la qualità e quanto il nome. Se invece un nome non te lo sei già fatto, be’, come speri di sfondare se continui a cambiare nome a ogni libro? Se i fans devono aspettare 3 anni per vedere un testo nuovo quando tu nel frattempo ne hai pubblicati altri 17 con nome diverso, e loro, non sapendolo, si sono dimenticati di te?
    Non capisco tutta questa smania per il successo. Certo credo sia normale voler diventare come i propri idoli. Anche Manson voleva diventare come i Beatles. Ma, razionalmente: perché? Che te ne fai? Hai bisogno dell’affetto di maree di fans per non sentirti solo? Vuoi perdere la libertà pur di essere ammirato? Io non voglio il successo editoriale. Voglio la fama eterna, come Goethe! Anche perché per dare il massimo devi darti obiettivi che non potrai raggiungere XD ma il punto è che qui l’obiettivo è scrivere cose buone. E in genere scrivere cose davvero buone non aiuta il successo di pubblico. Certo non si può farne una regola assoluta, perché non si vendono mica solo le porcherie; ma il gusto pop è ben lontano da quello “alto”, e un Finnegans, per dirne uno, rimarrà sempre un libro per pochi, esattamente come non useranno mai Stockhausen in discoteca o per le pubblicità.

    • LiveALive
      21 settembre 2015 alle 09:56 Rispondi

      A proposito: il mio vero nome non mi piace. “Alessio Montagner”, ha un che di francese forse (mi dicono che siamo quelle le origini, in fondo, c’è Montaigne, c’è Montagnier…), ma è più adatto a un onesto agricoltore che a uno scrittore pieno di prosopopea! Trovami un nome adatto, dai.

      • LiveALive
        21 settembre 2015 alle 12:46 Rispondi

        Facciamo scambio? Facciamo che mi chiamo io Daniele Imperi. Bello, importante, a un passo da “l’Imperatore Daniele”.
        Be’,Alessio potrebbe diventare Alessandro. Bello, importante, come il Macedone. Però il cognome diventa troppo lungo… Perché non conta la lunghezza del cognome, ma come lo si usa! E allora, da Montagner, Monti! Così da una parte citiamo un conquistatore, dall’altra un grande poeta!
        Che ne pensi? A me però piacciono anche certi nomi rinascimentali, quelli con il “da”. Qui vicino è nato Tiziano da Cadore. Io non sono nato proprio a cadore, sono nato a Motta, ma, più o meno… Alessio da Cadore. Come sembra?

        • Daniele Imperi
          21 settembre 2015 alle 13:10 Rispondi

          Monti ricordo un recente bruttisimo periodo politico italiano :D
          Il mio nome non lo do a nessuno, poi.

      • animadicarta
        21 settembre 2015 alle 12:50 Rispondi

        Alessio Montagner è un bel nome! E per uno scrittore è perfetto :)
        (Ma poi a chi piace il proprio nome?)

      • Kinsy
        21 settembre 2015 alle 14:38 Rispondi

        Anche a me piace il tuo nome e lo trovo anche molto adatto ad uno scrittore: ha un che di esotico e poetico allo stesso tempo e si memorizza facilmente. Che dici, invece, di Angelique Gagliolo?

        • LiveALive
          21 settembre 2015 alle 17:21 Rispondi

          Gagliolo. Magari Gaglioffo. Bello, una allusione, oscuro, arcaicizzante, che abbassa pure le aspettative perché, tanto, è gaglioffo, così non rimangono delusi.

    • Daniele Imperi
      21 settembre 2015 alle 13:10 Rispondi

      Il problema infatti è anche questo: cambi nome e torni a essere uno sconosciuto come prima. Vale la pena?
      Non credo sia per il successo, ma se uno scrittore pubblica è per vendere i suoi libri, no?

    • Kinsy
      21 settembre 2015 alle 14:35 Rispondi

      Concordo a pieno! Infatti capita spesso di leggere sulle copertine “Pinco Pallino già notocon il nome Tizio Caio” o “Pinco Pallin pseudonimo di Tizio Caio”…

      • Daniele Imperi
        21 settembre 2015 alle 14:42 Rispondi

        Vero, continue spiegazioni per far capire al lettore chi è.

  2. Grilloz
    21 settembre 2015 alle 07:59 Rispondi

    Giusto per aggiungere un altro caso, praticamente tutti gli scrittori di fantascienza italiani degli anni ’50 hanno pubblicato con uno (o più) pseudonimo dal suono vagamente anglosassone, all’epoca, si diceva, nessun lettore di fantascienza avrebbe letto il romanzo di un italiano e di conseguenza nessun editore l’avrebbe pubblicato. La cosa curiosa che oggi un noto autore di fantascienza americano ha pubblicato con uno pseudonimo italiano.

    • Daniele Imperi
      21 settembre 2015 alle 13:12 Rispondi

      Conoscevo quel fatto. Chi è questo autore americano che ha pubblicato con nome italiano?

      • Grilloz
        21 settembre 2015 alle 19:19 Rispondi

        Beh, io più che conoscere il fatto conoscevo proprio gli autori, molti di loro li ho incontrati di persona quando ero un ragazzino :D
        Bruce Sterling ha di recente pubblicato una raccolta di racconti con Urania con lo pseudonimo di Bruno Argento. Non so se l’ha fatto come omaggio alla sua città d’adozione (Torino) o perchè i racconti si svolgono in Italia, anche perchè nell’ambente tutti sanno chi si cela dietro quel nome.

      • Grilloz
        21 settembre 2015 alle 19:55 Rispondi

        Sempre restando nell’ambiente della fantascienza va citato anche il caso di Alice Bradley Sheldon che negli anni ’70 pubblicava con lo pseudonimo maschile di James Tiptree Jr. in un’epoca in cui la fantascienza era considerata un genere prettamente maschile. La sua identità rimase segreta per anni. La storia è abbastanza interessante con risvolti a volte se vogliamo comici, come quando Silverberg sostenette che Tiptree non potesse essere una donna, se volete leggere la trovate su wikipedia.

  3. Banshee Miller
    21 settembre 2015 alle 08:23 Rispondi

    Io uso uno pseudonimo. Banshee Miller. Ho deciso di usare uno pseudonimo in modo da poter partire da zero. Tutto quel poco che vendo è assolutamente incontaminato dall’interesse di amici parenti e conoscenti. Mica tutti hanno capito questa motivazione, ma se ottengo un download è perché qualcuno, chissà chi, ha notato e scaricato il mio lavoro. Mi piace così.
    In generale non ci vedo niente di male a usare lo pseudonimo, e ancor meno ce ne vedo a usare il vero nome. L’importante però è tenere sempre lo stesso, cambiare spesso, o usarne troppi non credo sia utile.
    Lo scrittore eclettico è raro e meno digeribile dal grande pubblico. Sì Daniele, lo scrittore deve stupire, ma mica troppo, se no la gente scappa. Meglio creare delle micro sorprese ridondanti all’interno di schemi molto rigidi, così non si scandalizza nessuno.

    • Daniele Imperi
      21 settembre 2015 alle 13:14 Rispondi

      E quanti parenti amici conoscenti hai? :D
      Non mi fila molto come ragionamento, perché un amico potrebbe benissimo non scaricare un tuo ebook se non gli interessa e uno sconosciuto, appunto, non ti conosce, quindi se scarica è perché interessato.

  4. Chiara
    21 settembre 2015 alle 08:41 Rispondi

    Non sapevo che Rowling/Garbaraith avesse già scritto tre polizieschi, perché io ne ho letti solo due. Siccome m sono piaciuti, andrò a vedere se il terzo è già stato pubblicato in italiano.

    La penso comunque come te per quel che riguarda il “cambio di nome” da un genere all’altro e, soprattutto, non sono d’accordo con la spersonalizzazione dell’autore. Il libro è un prodotto, ma l’autore no. L’autore è una persona che cresce e si evolve insieme alle sue opere. I suoi lettori, viaggiano con lui su lungo questo percorso, affascinante ed entusiasmante. Quando Biondillo (autore di gialli che adoro) se n’è uscito con un mainstream io l’ho letto con piacere. E sono stata altrettanto contenta quando è ritornato alle origini…

    A volte, il marketing dovrebbe avere il buonsenso di starsene al proprio posto.

    • Daniele Imperi
      21 settembre 2015 alle 13:16 Rispondi

      “Career of Evil”, il 3° della serie su Cormoran Strike, esce il 20 ottobre. Ho letto il primo e mi è piaciuto e a breve prenderò il secondo.
      “A volte, il marketing dovrebbe avere il buonsenso di starsene al proprio posto”: questa frase me la prendo come motto :D

      • Chiara
        21 settembre 2015 alle 16:27 Rispondi

        Ahahahahaha, però voglio il copyright! :D
        20 ottobre? Buono a sapersi. Io compio gli anni il 19, me lo auto-regalerò! :D

  5. nani
    21 settembre 2015 alle 09:13 Rispondi

    Mmh…
    Io sono la lettrice che le case editrici hanno in mente quando picchiano gli autori che svalvolano in generi completamente opposti al loro. Se so che Misery non ha nulla si horror o sovrannaturale, per quanto io possa provare un grande piacere nel leggermi King, non lo compro o lo lascio per ultimo nella lista dei desideri. Che vi devo dire? Io da King mi aspetto horror – sovrannaturale – fantasy; e lo so che e’ bravo a scrivere qualunque cosa, ma a me non interessa qualunque cosa. MI interessa il suo modo di fare horror – sovrannaturale – fantasy.
    Gli pseudonimi? Ci sono generi che si avvicinano l’un l’altro in qualche modo. Se l’autore si sente di esplorarli, io lo seguo senza problemi. Ma se un autore salta di palo in frasca, allora rimango un pochino sulle mie: un autore di fantasy che passa al romanzetto d’amore? Ehm…
    Ammetto che la stessa reazione non l’avrei se passasse al thriller, per esempio. Ma perche’ i tempi del genere fantasy e del genere thriller, bene o male, si assomigliano, mentre quelli del romanzo d’amore o intimista sono completamente diversi ed e’ davvero difficile avere una disposizione o preparazione che permetta di aver una buona padronanza in emtrambi gli stili. Per questo guarderei al romanzo d’amore di un autore fantasy con qualcosa di piu’ che uno sguardo dubbioso. Per questo consiglierei anch’io a quello stesso autore di cambiare nome e vedere come va senza il peso di un’etichetta fantasy sulle spalle.

    • Daniele Imperi
      21 settembre 2015 alle 13:39 Rispondi

      Sui generi opposti siamo d’accordo: come se io dovessi imbarcarmi in un romance o in un romanzo a sfondo sociale…
      Di King ho diversi romanzi e non tutti sono horror. Ti saprò dire quando li avrò letti tutti :)
      Sono d’accordo sui tempi che accomunano alcuni generi. In quel caso per l’autore è più semplice destreggiarsi.

  6. Martin Rua
    21 settembre 2015 alle 09:18 Rispondi

    Scrivo thriller a sfondo esoterico e quando ho iniziato (nel 2006) gli italiani che lo facevano erano ancora pochi. I lettori preferivano il mercato straniero. Mah!
    Così ho creato uno pseudonimo anagrammando il mio vero nome. Uno pseudonimo non anglosassone però, ma vagamente ispanico e che ha un collegamento con la mia città (Napoli), dove c’è una strada che si chiama “Rua catalana”. E dove ci sono un paio di famiglie con questo cognome.
    Secondo me non è malaccio e mi consentirà, volendo, di utilizzare il mio vero nome per libri di altro genere.
    Se sarò in grado di scriverli o meno però, è tutto da vedere…
    Saluti.

    • Daniele Imperi
      21 settembre 2015 alle 13:42 Rispondi

      Quindi Martin Rua è uno pseudonimo?

      • Martin Rua
        21 settembre 2015 alle 16:41 Rispondi

        Visto? Non sembra, eppure lo è ;-)
        Mi è sempre piaciuto il nome Martin – non molto diverso dal mio vero nome – e così ho creato il gioco linguistico. Esotico, ma non troppo.

        • Daniele Imperi
          21 settembre 2015 alle 16:50 Rispondi

          Pensavo fosse il nome vero :)
          Il tuo vero nome quindi non lo hai rivelato? Ma d’altra parte, scrivendo di misteri…

          • Martin Rua
            21 settembre 2015 alle 16:53 Rispondi

            A parte amici e parenti, gli altri lettori lo ignorano.
            E io mi diverto a tenerlo ancora riservato…

  7. Serena
    21 settembre 2015 alle 09:27 Rispondi

    Ho giusto cinque minuti, poi stasera torno con calma :) Intanto grazie per il riferimento, sono onorata ^^. Poi: allora, il marketing NON è una scienza esatta, anzi: proprio perché ogni autore è un essere umano differente dovrebbe fare ciò che è meglio per lui. Danielle Steel non può far finire le sue storie con una scena splatter in cui l’eroe e l’eroina commettono omicidio/suicidio, immagino, vero? A meno che stia tentando una sorta di suicidio commerciale.
    Quanto a Daniele Imperi, non ha alcun bisogno di 8 pseudonimi perché nasce già come “generalista”. Si presenta al suo pubblico come uno che scrive di tutto, è un brand caratterizzato dalla versatilità e, secondo me, da un certo modo di andare controcorrente. Potrebbe funzionare benissimo così. Come le motivazioni e gli autori sono molteplici, le scelte possibili sono molteplici e vanno fatte in base al buon senso e alle esigenze.
    E poi io, per esempio – ma sono io che non sono te – fantastico, fantasy, sci-fi e horror li scriverei sotto lo stesso cappello. Parlante. Che era indeciso, Harry era così versatile che non sapeva in che Casa metterlo. Appunto. :P )

    • Serena
      21 settembre 2015 alle 09:33 Rispondi

      (io comunque Grifondoro. Ok, stamattina sono un po’ scema.)

    • Daniele Imperi
      21 settembre 2015 alle 13:48 Rispondi

      Tu con questi 5 minuti non la conti giusta :D
      Sulla Steel d’accordo. Sarebbe un suicidio.
      Ah, quindi sono un generalista :|
      Se funzionerà lo sapremo :)

  8. enri
    21 settembre 2015 alle 09:33 Rispondi

    Io opterei per la scelta della Rowling, perché mi sembra intrigante e onesta. Se fossi uno scrittore di successo, piacerebbe anche a me avventurarmi per diletto in un altro genere e avere un feedback dai lettori non dipendente dal nome che porto.
    Per quanto riguarda quale firma usare, invece, credo che la decisione spetti all’autore assieme all’agente letterario o Brand manager e all’eventuale casa editrice.
    Se vuoi vendere, ci sono regole precise. Se lo fai per divertimento, allora ti puoi sbizzarrire. Ma un romanzo è lavoro e quindi meglio andare cauti con l’abuso dei nomi. Dall’altro canto se ti chiami King e scrivi horror bestseller, se scrivi un romanzo rosa correrai sempre il rischio, per quanto bello sia, di deludere il tuo pubblico. Ma forse ne acquisterai un altro.
    Se invece sei un illustre sconosciuto non cambierei nome, almeno all’inizio. Se vendo milioni di copie, un altro discorso. Potrei anche cambiare idea ^^

    • Daniele Imperi
      21 settembre 2015 alle 13:51 Rispondi

      La Rowiling però ha scritto Il seggio vacante con quel nome, lo stesso usato per la saga di Harry Potter. In teoria avrebbe dovuto cambiare.

  9. Luciano Dal Pont
    21 settembre 2015 alle 09:44 Rispondi

    Io non adotterei uno pseudonimo nemmeno se cercassero di convincermi sotto tortura, o nemmeno se mi offrissero un milione di euro, ma che dico, dieci milioni di euro per farlo. Sono ambizioso, egocentrico e narcisista e, se diventerò famoso, voglio diventarlo con il mio vero nome e cognome che, per inciso, è davvero Luciano Dal Pont, anche se mi rendo conto che Dal Pont è un cognome poco usuale, ma è davvero il mio, si tratta in realtà di un cognome piuttosto diffuso nel Veneto, regione della quale sono originario pur essendo nato a Milano.
    Per il resto, come ho già scritto qui a commento di un altro articolo, resterò fermo in questa mia determinazione anche quando cambierò genere, e ciò avverrà sicuramente proprio perché amo cambiare e spaziare in diversi generi, e se le case editrici non saranno d’accordo, pazienza, cercherò altre case editrici o pubblicherò in self, ma mai e poi mai adotterò un nome diverso dal mio. Anche perché, a prescindere dal mio caso personale, non sono poi così convinto che ciò possa davvero servire a livello commerciale. Sono d’accordo con LiveAlive quando, nella prima parte del suo commento, cita il caso emblematico di King – Bachman, che dovrebbe far riflettere su tutta la questione.

    • Daniele Imperi
      21 settembre 2015 alle 13:58 Rispondi

      Meglio se è inusuale, intriga di più :)
      Penso che si possano trovare tante soluzioni per evitare il cambio di nome.

  10. Simona C.
    21 settembre 2015 alle 10:04 Rispondi

    All’inizio, avrei voluto usare uno pseudonimo perché mi intriga l’idea dell’identità segreta, come i supereroi, ma il mio vero nome Simona Colombo è così comune e banale da sembrare già un’invenzione per l’anonimato, una sorta di Jane Doe all’italiana.
    Ho deciso infine di mantenerlo perché non voglio separarmi dai miei libri, nonostante siano di generi diversi (un horror, un fantasy, un diario di viaggio, una saga storico/fantascientifica). Cambiando continuamente avrei dovuto gestire più identità, più siti, più profili social ecc.
    L’unico problema col mio banalissimo nome è che, nelle ricerche su Internet, i risultati sono moltiplicati per una serie di omonimie col rischio di confondere i lettori. A meno che non si aggiunga la parola “libri” perché pare che gli altri Colombo non si dedichino granché alla letteratura.

    • Daniele Imperi
      21 settembre 2015 alle 14:01 Rispondi

      Ecco un altro problema: più identità hai e più siti, blog e profili sociali dovrai creare…
      L’omonimia è un ennesimo problema, ma su quella non possiamo farci molto.

  11. Luciano Dal Pont
    21 settembre 2015 alle 10:34 Rispondi

    C’è anche un’altra considerazione, una domanda che, come si suol dire, mi sorge spontanea: come si regolano per le presentazioni pubbliche o interviste o conferenze gli scrittori che adottano due o tre diverse identità? Si mascherano ogni volta adottando parrucche e/barbe o simili ogni volta che devono apparire in pubblico a seconda dell’identità con la quale devono apparire? E per la voce? Camuffano anche quella? O appaiono come loro stessi, rendendo con ciò pubblico e quindi vano il o i loro pseudonimi? Come si presentava in pubblico Stephen King quando veniva presentato un romanzo di Bachman?

    • Daniele Imperi
      21 settembre 2015 alle 14:02 Rispondi

      Non rilasciano interviste dal vivo e non fanno presentazioni, secondo me.

  12. Ivano Landi
    21 settembre 2015 alle 10:42 Rispondi

    Un’altra ragione per usare pseudonimi, da aggiungere all’elenco, è quella di rendere i nomi più interessanti e di effetto. Credo che Roberto Raviola e Luciano Secchi siano diventati per questo Magnus & Bunker.
    Riguardo al tuo nome, mi sembra tutt’altro che brutto e lo vedo bene stampato sulle copertine dei libri.
    Io ho usato per un periodo, negli anni ’90, lo pseudonimo Danio Monti, con cui ho scritto una serie di articoli, alcuni in Inglese. Ma oggi non lo userei, e certo non per la narrativa o per il blog. Confonderebbe solo le idee.

    • Daniele Imperi
      21 settembre 2015 alle 14:04 Rispondi

      Nel caso di fumettisti è usuale che si cerchi un nome d’arte. Però nelle tante testate a fumetti che ci sono sono rari quelli che lo usano.
      Grazie per aver apprezzato il mio nome :D
      Credo che a un altro “orecchio” i propri nomi suonino diversamente.

  13. Tenar
    21 settembre 2015 alle 11:33 Rispondi

    Io insegno alle medie, capita che i ragazzi mi chiedano dei miei libri o che trovino in giro i miei libri. Non scrivo per ragazzi, ma in quello che ho pubblicato non c’è nulla che possa sconvolgere un tredicenne. Lo trovo improbabile, ma se avessi per le mani una storia molto bella ma molto forte, con scene crude e esplicite, forse sceglierei di pubblicarla con un altro nome. Non mi sentirei a mio agio con alunni e genitori (sopratutto con i genitori!) se associassero il mio nome a, che so, una scena di sesso esplicita.
    Per il resto credo che sia anche una questione di pubblico fidelizzato. Se uno di solito scrive rosa e poi vuole scrivere un horror è importante che il lettore non scambi una cosa per l’altra e non si trovi sconvolto davanti a uno zombi che succhia con voluttà un cervello quando invece si aspettava un romantico bacio… Forse in questo caso il cambio di nome è utile.
    Certo, per porsi il problema è necessario essere autori famosi, quindi al momento non ci perdo certo il sonno…

    • Daniele Imperi
      21 settembre 2015 alle 14:07 Rispondi

      L’imbarazzo forse dipende dalle persone. Se tu, insegnante, avessi già scritto e pubblicato dei romanzi erotici o più spinti, che avresti fatto? Intendo se fossero usciti col tuo nome. Magari cambi scuola e ti porti dietro i tuoi romanzi spinti.
      Io non ci vedo nulla di male, anche se il bigottismo è sempre dietro l’angolo.

      • Tenar
        21 settembre 2015 alle 20:55 Rispondi

        Credo sarei stata cacciata a pedate dai genitori?
        Al di là delle battute, ci sono libri che non ritengo adatti a degli undicenni e che oggettivamente potrebbero turbarli. Non parlo sono di erotico, mettiamo anche un noir incentrato su una torbida storia di pedofilia in cui si va giù pesante sull’ambiguità morale o un romanzo storico che insista a descrivere fin nelle minuzie le torture inflitte a un’accusata di stregoneria. Non vorrei che un mio alunno ci incappasse dentro solo per curiosità di vedere cos’ha scritto la prof. In questi casi (improbabili, ma mai dire mai) userei uno pseudonimo.

  14. animadicarta
    21 settembre 2015 alle 11:57 Rispondi

    Le uniche ragioni valide per un cambio di nome le vedo nel proteggere la propria identità (come ha fatto Le Carré) o la propria reputazione (come Asimov). Il resto non lo capisco. Se uno ha successo con un nome, trovo insensato sceglierne un altro.
    Quando scrivi hai un tuo stile e una certa voce, a prescindere dal genere: sei riconoscibile. Una delle mie autrici preferite – Ruth Rendell – ha pubblicato alcuni romanzi sotto pseudonimo perché erano leggermente diversi dalle sue storie abituali e voleva vedere se con un nome sconosciuto sarebbero piaciuti lo stesso. Ovviamente sono piaciuti, perché avevano impresso il suo personale modo di raccontare. Ecco, questo lo trovo un esperimento con un suo perché.

    • Daniele Imperi
      21 settembre 2015 alle 14:08 Rispondi

      Le Carré e Asimov (più il primo che il secondo per me) hanno valide ragioni.
      A livello di esperimento ci può stare.

  15. Kinsy
    21 settembre 2015 alle 14:45 Rispondi

    Ma poi come la mettiamo con la promozione? Perché anche gli autori famosi fanno promozione! Cosa fanno, mandano un attore al loro posto?

    • Daniele Imperi
      21 settembre 2015 alle 15:02 Rispondi

      Stesso inconveniente citato da Luciano, quindi è una domanda che ci si pone facilmente. Non so come abbiano fatto, ma di molti si è saputo subito, quindi il problema non si è posto.

  16. Ryo
    21 settembre 2015 alle 15:02 Rispondi

    Secondo me la cosa si fa più chiara raggruppando tutti i gruppi che hai individuato per mezzo del loro comun denominatore: si tratta in tutti i casi di scrittori di successo che vogliono pubblicare senza seccature dal proprio editore :-)

    • Daniele Imperi
      21 settembre 2015 alle 15:19 Rispondi

      Sì, possiamo anche vederla in quest’ottica :)

    • Daniele Imperi
      22 settembre 2015 alle 11:10 Rispondi

      Ti rispondo qui all’altro commento :)
      Secondo me per un desiderio innato della gente a voler sapere tutto di un autore e poi per una questione di credibilità, forse.

      • Ryo
        22 settembre 2015 alle 11:22 Rispondi

        Certo, ci può stare… dici che la cooperativa di scittori non possa maturare una propria autorevolezza?

        • Daniele Imperi
          22 settembre 2015 alle 11:31 Rispondi

          Beh, Wu Ming è una cooperativa famosa, no? In quel caso ha funzionato. E possiamo chiamarlo “brand”. A me non piace, ma non faccio testo. Però forse il pubblico apprezza di più il singolo scrittore.
          Dal mio punto di vista, quando leggo che un romanzo è stato scritto in coppia, mi chiedo: chi ha scritto cosa? Come fanno due stili diversi a integrarsi?
          Un altro discorso, invece, è quando io, per esempio, metto l’idea e tu ci scrivi un romanzo. E infatti ho letto un paio di romanzi in cui compariva l’autore in cima e sotto “Da un ‘idea di…”.
          Chiarezza :)

          • Ryo
            22 settembre 2015 alle 11:43 Rispondi

            M’è capitato di leggere un romanzo scritto a 4 mani, ti assicuro che è terribile quando riesci a capire quando scrive uno e quando scrive l’altro *_*
            Invece se uno ci mette le idee e l’altro scrive molto probabilmente si crea una vera sinergia dove si dà valore alle cose positive di ognuno dei due

  17. Salvatore
    21 settembre 2015 alle 16:27 Rispondi

    Carina l’idea di uno pseudonimo per ogni genere. Solo che in questo modo, pensando alle vendite, non puoi sfruttare la fama che ti sei fatto precedentemente (ammesso di essertela fatta).

    • Daniele Imperi
      21 settembre 2015 alle 16:36 Rispondi

      Emergono nuovi problemi: e questo mi pare proprio da non sottovalutare. Secondo me, se cambi proprio genere e vuoi mantenere il tuo nome, devo solo cambiare strategia di marketing.

  18. Barbara
    21 settembre 2015 alle 17:16 Rispondi

    Personalmente, credo che lo pseudonimo abbia senso per proteggere l’identità o per un cambio “estremo” di genere. Per quest’ultimo, ha senso per la Rowling: immaginatevi un ragazzino che ha letto Harry Potter che si ritrovi per errore Il seggio vacante regalato dai nonni per Natale!
    A volte poi l’uso dello pseudonimo serve a “rifarsi il trucco” per il pubblico, come una seconda chance. Per esempio, Madeleine Wickham non era molto considerata in Inghilterra per i suoi primi romanzi. Poi è diventata Sophie Kinsella ed ha sfondato con la serie “I love shopping” (no, il film non fa testo, è una ciofeca conclamata…). Successivamente, è tornata a ripubblicare i primi romanzi, citando entrambe i nomi in copertina.
    Qualcuno vuol far credere che c’è stato anche un cambio di stile e di genere letterario. No, anzi. Lo stile è sempre il suo. Però i romanzi a firma anagrafica sono meno scontati come trama e personaggi, pur rimanendo nel genere rosa-chicklit.

    • Daniele Imperi
      21 settembre 2015 alle 17:24 Rispondi

      Ma Il seggio vacante è firmato Rowling non Galbraith.
      Il caso della Wickham sembra più un caso unico, non credi?

  19. GiD
    21 settembre 2015 alle 18:44 Rispondi

    Devo dire che sono favorevole all’utilizzo di diversi pseudonimi da parte di uno stesso autore, ma credo sia una questione legata più all’immagine che l’autore vuole dare (o mantenere) che al genere letterario.
    Mi spiego meglio: un affermato autore di gialli può, secondo me, tranquillamente spostarsi verso il thriller o il noir. Parliamo di generi letterari diversi ma comunque vicini, se pensiamo al target di riferimento. L’autore rimane inquadrato in un certo modo, legato a certe storie. E’ probabile che molti lettori dei suoi gialli provino, anche solo per curiosità, ad avvicinarsi al nuovo romanzo noir.
    Discorso simile se parliamo di fantasy e fantascienza o di romanzi rosa e mainstream.

    Prendiamo invece il caso di un autore, Carlo Carlini, che passi da “Maga Margarina e le fate di zucchero filato” a “Nella notte e nel sangue”; è chiaro che qui non è solo un problema di generi, ma soprattutto di target e di immagine. C’è troppo stridore fra l’idea dell’autore/cantastorie che scrive racconti per bambini e l’autore maledetto che scrive storie di violenza e vendetta.
    Ecco, in questo caso l’uso di uno pseudonimo mi sembra un’ottima soluzione.

    • Daniele Imperi
      22 settembre 2015 alle 07:09 Rispondi

      Gialli, noir, thriller alla fine sono polizieschi. Non conosco Carlini, ma non è la prima volta che vedo autori che trattano opere pe adulti e per bambini. Succede anche in campo fumettistico.

  20. Grilloz
    21 settembre 2015 alle 19:56 Rispondi

    E il caso di Wu Ming dove dietro allo pseudonimo non si nasconde uno scrittore ma un collettivo come lo classifichiamo?

    • Daniele Imperi
      22 settembre 2015 alle 07:07 Rispondi

      Non li ho mai sopportati, te lo dico sinceramente. Quando leggo un libro, voglio sapere chi è il traduttore.

      • Grilloz
        22 settembre 2015 alle 07:46 Rispondi

        Non li ho mai letti, ma perché il traduttore? Sono italiani https://it.wikipedia.org/wiki/Wu_Ming

        • Daniele Imperi
          22 settembre 2015 alle 07:58 Rispondi

          Avevo letto da qualche parte che erano traduttori. Intendevo quello. So che sono italiani. Ma coi romanzi è ancora peggio: voglio sapere chi è che scrive, non mi interessa leggere opere di “collettivi”.

          • Ryo
            22 settembre 2015 alle 11:03 Rispondi

            Secondo te perché è così importante sapere chi scrive? (Anche per me è lo stesso ma non saprei darmi una risposta :-) )

  21. Lisa Agosti
    21 settembre 2015 alle 20:19 Rispondi

    Mi sono divertita a scoprire tutti questi pseudonimi che non conoscevo (ne sapevo solo alcuni).
    Secondo me in Italia è meglio avere un nome unico, perché la gente compra chi conosce (vedi personaggi della tele che non sanno manco l’alfabeto) piuttosto che chi scrive bene.
    Ti consiglio caldamente di firmarti Daniele Imperi, sono anni che lavori per associare al tuo nome una buona reputazione tra i letterati e sarebbe uno spreco ripartire daccapo. Ludus è un bellissimo nickname comunque, adatto ai fumetti, ma lo terrei solo per quelli.

    • Daniele Imperi
      22 settembre 2015 alle 07:10 Rispondi

      La penso allo stesso modo.
      E hai ragione, cambiandomi nome dovrei ricominciare con un altro blog e non finirei più :)

  22. Grazia Gironella
    21 settembre 2015 alle 20:49 Rispondi

    Non mi piacerebbe usare uno pseudonimo, non perché toglierei gloria al mio nome, ma solo perché non mi piacciono le alterazioni. Se però dovesse essere un problema per un editore che mi interessa davvero, sarei disposta a prenderlo in considerazione. In fondo l’importante è che le mie storie circolino.

    • Daniele Imperi
      22 settembre 2015 alle 07:11 Rispondi

      Sì, è importante che le storie circolino, ma possono circolare anche usando sempre lo stesso nome. Non sono molti che usano pseudonimi, la maggior parte usa il proprio nome.

  23. Laura
    23 settembre 2015 alle 09:12 Rispondi

    La mia è una testimonianza un po’ diversa… Sono nata come artista (pittrice, ecc…) ed ho spopolato, sul web e non, con il nome d’arte laurArt, ma tutti sapevano comunque che mi chiamo Laura Panzera.
    Da fine giugno ho aperto un blog dove racconto la mia vita, e quella di tre mie amiche, in maniera molto ironica, irriverente e in stile Sex&TheCity ma ambientata ovviamente a Lugano.

    Sul web ho notato che i miei seguaci, inizialmente hanno fatto davvero fatica ad accettare laurArt che scriveva e che non dipingeva….e le domande erano solo legate a quello ‘Ma non dipingi più?, non fai più tutorial su YT?’….

    Da quando ho sentito il richiamo fortissimo alla scrittura, ho deciso immediatamente di restare laurArt, forse mi metto i bastoni tra le ruote da sola ma voglio far capire alle persone che un’artista lo può essere a 360 gradi. Dipingere non deve e non può privarmi dal provare a scrivere (anch’essa forma d’arte), o dal fotografare, o scolpire, … Sono sempre io, laurArt, che mostra anche un lato in più della sua personalità.
    Ora sembra stiano iniziando ad accettarlo un pochino di più, il blog per fortuna ha un grande successo al di là di questo, ma il mio desiderio sarebbe essere vista come laurArt che dipinge, scrive, e fa molte altre cose.
    Non cambierò mai il mio nome per il blog, su questo sono fissa come un mulo ;) a costo di lasciarci la pelle io sono laurArt punto e stop :) :) :)

    Un caro saluto Daniele, e grazie per gli articoli sempre spunto di riflessioni e molto interessanti!

    • Daniele Imperi
      23 settembre 2015 alle 11:14 Rispondi

      Secondo me fai bene, un artista può benissimo essere versatile. Prendi Leonardo: ha creato progetti, invenzioni, ha dipinto, scolpito e scritto. Non significa che dobbiamo ritenerci altri Leonardo, ma che possiamo essere versatili e usare il nostro nome o il comune pseudonimo.

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