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Lo sconosciuto degli abissi

Un racconto fantastico

Lo sconosciuto degli abissi

Prefazione

Quello che segue è un affascinante racconto che ho messo insieme in seguito a una serie fortunata di eventi. In realtà non si tratta di un racconto unitario, ma piuttosto di documenti, interviste, relazioni, storie che ho reperito durante una mia ricerca.

Negli anni ’60 il mio giornale mi incaricò di scrivere una storia dell’Oceanografia e così iniziai a documentarmi, rovistando fra gli archivi di vari quotidiani, spulciando nelle biblioteche e interpellando docenti universitari.

Un giorno mi imbattei nella figura di Sir Anthony Seymour Laughton e, per pura curiosità, raccolsi alcuni fatti insoliti, inspiegabili nati attorno ai suoi studi. Da allora trovai altro materiale – la maggior parte inutile e pieno di notizie infondate – e infine feci una cernita di ciò che ritenevo meritasse la dovuta attenzione e la riunii in un unico documento, che pubblico ora per la prima volta.

Sarebbe rimasto inedito, se non fosse stato per la tragica scomparsa del mio amico e scrittore Daniel Irving, con cui più volte discussi di quei fatti e che mi inviò, a quel tempo, un suo racconto sull’argomento, ispirato da alcune leggende irlandesi che conosceva.

È a lui, dunque, che dedico questo lavoro.

 

Harold Bennett, 7 novembre 1982

Sir Anthony Seymour Laughton, oceanografo

Intervista condotta da Tanya Merchant per conto della BBC Radio. Trascrizione basata su una registrazione a nastro a opera di Paul Levin e custodita alla British Library.

 

Tanya Merchant: […] ed eccoci all’intervista con Sir Anthony Seymour Laughton [pronunciato lor’-tun]. Ho detto bene?

Anthony Laughton: Sì, perfettamente.

TM: Può dirci qualcosa di lei, dottor Laughton? Sappiamo che è nato a Londra nel 1927. Quando ha iniziato a interessarsi di mari e oceani?

AL: Nell’ottobre 1944 mi sono arruolato in Marina. La guerra infuriava ancora in Europa e era attiva nel Pacifico. Finita la guerra ho studiato all’Università di Cambridge, dove ho ottenuto una borsa di studio per un dottorato di ricerca sulla compattazione dei sedimenti marini. Quindi mi sono trasferito all’Osservatorio Geologico Lamont della Columbia University di New York, prima di entrare all’Istituto Nazionale di Oceanografia, il NIO, nel 1955.

TM: E di cosa si è occupato al NIO?

AL: Sono partito dallo sviluppo della fotografia di profondità e dalla generazione di una mappatura dei fondali oceanici fino a costituire un gruppo di geologia e geofisica marine. Ho partecipato inoltre a spedizioni nell’Atlantico e nell’Oceano Indiano, che si sono rivelate importanti per avere informazioni sui fondali e sulla tettonica a zolle.

TM: La sua strada nello studio dell’Oceanografia era quindi ormai avviata.

AL: Direi proprio di sì. Avevo trovato la mia vera passione.

TM: Ricorda una spedizione in particolare, una che abbia suscitato in lei un’emozione diversa dalle altre?

(Sospiri, probabilmente di Laughton).

AL: Sì, la ricordo. Era una spedizione organizzata dal NIO nel 1952.

TM: Ce ne può parlare? Dove eravate andati?

AL: Al largo delle coste irlandesi, nell’Atlantico. Ero imbarcato sulla William Scoresby, un vascello costruito per operare in acque antartiche.

TM: E che cosa accadde? Perché ricorda quella spedizione?

AL: In realtà non accadde nulla. Scattammo una serie di fotografie sottomarine – era la quarta macchina fotografica che usavo, le altre furono irrimediabilmente rovinate dalla corrosione. Poi le analizzai in laboratorio e…

(Una pausa).

TM: E?

AL: Beh, scoprii qualcosa su quei fondali. Qualcosa che non avrebbe dovuto né potuto essere laggiù.

Orme ignote sul fondo dell’Oceano

Versione romanzata della spedizione scientifica a cui partecipò il dottor Laughton per conto del National Institute of Oceanography (NIO) sulla nave da ricerca William Scoresby – A cura di Daniel Irving, racconto pubblicato sul Daily Telegraph nel 1952.

 

Largo delle coste irlandesi, Oceano Atlantico.

 

Sulle acque scure la nave da ricerca William Scoresby sembrava un monumento metallico eretto a un dio marino. Nel cielo le nubi stavano già ricoprendo l’azzurro di umido grigiore, mentre le ultime luci del giorno si ritiravano dalla superficie dell’oceano risucchiate dal sole che tramontava.

«Gregg, aziona il verricello.»

L’uomo obbedì, mentre il dottor Anthony Laughton osservava le acque agitate e la corda d’acciaio risalire dalle profondità buie del mare.

«Quanto è andata giù, dottor Laughton?»

«Dodicimila piedi, questa volta.»

«Speriamo che funzioni ancora.»

«Già», disse Laughton. «Sono stufo di ricomprare tutta l’attrezzatura, ma la corrosione fa parte del mare, mio caro Gregg.»

Restarono in attesa che il cavo riportasse in superficie la macchina fotografica, mentre i minuti passavano e il mondo incupiva.

***

Dipartimento di Geofisica, Cambridge. Due settimane dopo.

 

«Le stampe sono pronte, dottore», disse l’assistente. «Le hanno appena consegnate.»

«Grazie, Reeves», rispose Laughton. «Le lasci pure sulla mia scrivania.»

La spedizione nell’Oceano Atlantico si era conclusa da oltre una settimana e Laughton stava analizzando i dati rilevati, nell’attesa di poter ricevere le fotografie di profondità. Terminò di elaborare alcuni valori per un grafico, la realizzazione di una mappa dei fondali gli stava portando via più tempo del previsto, e si concesse una pausa. Sedette alla scrivania e aprì la busta che gli aveva consegnato l’assistente.

Una dopo l’altra le immagini passarono davanti ai suoi occhi come scene da un mondo lontano. Scartò subito quelle sfocate o mosse e tornò a osservare le altre. Spugne, stelle marine, anellidi, pesci abissali, rocce dalle forme inconsuete, piane di sabbia. Si concentrò sui fondali.

Non era facile riuscire a ottenere immagini vivide e chiare a quelle profondità. Laughton era abituato agli insuccessi, faceva parte del mestiere. Tuttavia continuava imperterrito.

Un’ora dopo aveva ristretto il gruppo di fotografie a una decina di immagini, che prese a osservare con una lente. Fu allora che spalancò gli occhi, quasi saltando dalla sedia per la sorpresa.

«Reeves!», chiamò. «Reeves!»

Passi risuonarono nella stanza attigua e un toc toc alla porta seguì subito dopo.

«Entri, Reeves», disse Laughton.

L’assistente entrò.

«Che succede, dottor Laughton?», chiese l’uomo preoccupato.

«Guardi queste fotografie», disse, «e mi dica cosa vede.»

Reeves le prese. Erano quattro immagini dei fondali. Una distesa di sabbia, alcune rocce tondeggianti e…

«Dio mio!»

«Dunque non sono pazzo», disse Laughton. «Anche lei ha visto.»

«C’è senz’altro una spiegazione, dottor Laughton.»

«Allora ne aspetto una, Reeves», lo esortò l’oceanografo. «M’illumini.»

«Beh», rispose l’altro. «Non ne ho, ovviamente. Dico che… insomma, è tutto maledettamente strano, non trova?»

«C’è una sola cosa strana in quelle immagini, Reeves.»

Laughton le riprese, diede loro un’altra occhiata e scosse la testa.

«Questo è strano», disse poi, indicando un punto su una fotografia. «Queste orme umane impresse sul fondale a dodicimila piedi di profondità!»

***

Chiddingfold, Surrey. Abitazione del dottor Laughton. Quella sera stessa.

 

Sul salotto scendeva la sola luce di una lampada da tavolo. Seduti sulle rispettive poltrone, Laughton e un suo amico si godevano una tazza di tè, mentre i suoni della città andavano affievolendosi in un monotono brusio.

«Ne sei proprio convinto, Anthony?», disse l’uomo. «Anche a me, a dire il vero, sembra che sia così, ma la tua è certamente un’opinione più qualificata della mia.»

Laughton poggiò la tazzina sul tavolinetto e accavallò le gambe.

«Di cosa si può essere sicuri a questo mondo, Charles?»

«Oh, beh», rispose l’amico, «nel campo della scienza c’è sempre da porsi qualche quesito.»

«Più che giusto», disse Laughton. «Vedi», riprese dopo una pausa, «ho esaminato quelle fotografie assieme a Reeves per almeno due ore. Le abbiamo confrontate coi negativi, osservate con una lente di ingrandimento, misurate persino, tenendo conto di alcune proporzioni e sulla base di altri scatti dello stesso fondale. Erano orme di un bipede, Charles, non ho dubbi su questo e al medesimo tempo confuto questa tesi. Un bipede di dimensioni immense, che ha passeggiato sotto un peso d’acqua tale da poter schiacciare un elefante come se fosse un chicco d’uva! A questo punto mi chiedo: quale peso occorre per poter produrre su quei fondali impronte come quelle calcolando la tremenda pressione a cui un corpo sarebbe sottoposto?»

«Io non ne ho davvero idea», rispose Charles. «In che direzione andavano? Mi spiego: venivano verso la macchina fotografica o se ne allontanavano?»

«Sembravano marciare verso il largo, verso profondità maggiori.»

«Hai pensato di ritornarvi? Magari con un sommergibile.»

Laughton rise. «Il NIO non ha fondi per finanziare una caccia all’uomo degli abissi con un sottomarino, Charles. E per giunta su una semplice fantasia.»

Charles prese di nuovo una delle foto sparpagliate sul tavolinetto accanto al servizio da tè. «Anche a me sembrano impronte di un bipede, Anthony, come ti avevo detto», disse dopo averle avvicinate agli occhi. «Non credo sia solo una fantasia da scienziato bizzarro.»

«Per l’istituto lo sarebbe, credimi. Senza contare le conseguenze che avrebbe il fallimento di una spedizione come quella. Sia per la mia carriera sia per l’immagine del NIO.»

«Mmh, credo tu abbia ragione.»

«Purtroppo è così.»

«Che cosa intendi fare?»

«Mi credi se ti dico che non ne ho davvero idea?»

«Dunque l’abominevole uomo dei mari resterà sconosciuto?»

«Già», rispose Laughton con un sospiro. «Non ho fondi né risorse né prove inconfutabili per convincere il NIO a seguirmi in un’impresa come quella. È un peccato non conoscere la verità sul gigantesco sconosciuto che se ne va a spasso negli abissi.»

L’abominevole Uomo dei Mari

Intermezzo favolistico scritto da Daniel Irving. Inedito.

 

C’era un tempo in cui la popolazione di Cuàdrach Mhin viveva di pesca e uomini come Mac Dara s’alzavano presto al mattino per uscire con la loro barca e tornare prima che scurisse. Stanchi, vestiti e pelle pregni di salsedine, un’esistenza salata e umida e bruciata dal vento. La giornata era segnata dal ritmo dei remi sulle acque agitate del mare, dalle attese sotto il cielo di pietra, dal freddo che spezzava le ossa. A casa li attendeva una moglie e bambini che avevano fame e ben poco da mangiare. Séarlait faceva sempre trovare a Mac Dara una pentola fumante e una zuppa calda con cui scaldarsi. Mac Dara vendeva gran parte del pescato sulle rive dell’oceano e talvolta riusciva a portare a casa due pesci, ma più spesso nulla.

«Cosa c’è oggi?», chiedeva a Séarlait quando rincasava che era già buio e la luce del lume l’aveva guidato lungo il sentiero sassoso.

«Zuppa», rispondeva sempre Séarlait mentre rimestava nel pentolone come una parodia di strega.

E allora Mac Dara sedeva, si accendeva la pipa, carezzava i figli smagriti dalla povertà e sorrideva loro raccontando storie di mare inverosimili che inventava sul momento.

C’era un tempo in cui a Cuàdrach Mhin la gente credeva alle storie che si narravano davanti al fuoco, storie portate dal vento, da stranieri giunti dalle coste lontane di paesi dai nomi impronunciabili, storie che i pescatori amavano arricchire, modificandone la tessitura come sarti della parola. E i bambini ascoltavano. Come Nia, Bairtleméad, Sedric e Lughaidh, i figli di Mac Dara che ora attendevano la storia della sera prima di mangiare. Ma Mac Dara era irremovibile e diceva sempre loro che prima viene il pasto e poi il sorriso. A stomaco vuoto non avrebbero gustato le antiche vicende dei padri vissuti chissà quanto tempo prima in quella terra flagellata da vento e pioggia.

Mac Dara il pescatore amava immedesimarsi nelle storie che raccontava, protagonista delle avventure sui promontori sassosi dove l’erba nascondeva appena tracce di un’antica vita che nessuno ricordava e per i mari infuriati da cui di tanto in tanto emergevano creature che non appartenevano a quel mondo.

C’era un tempo in cui gli abitanti di Cuàdrach Mhin credevano all’abominevole uomo dei mari, lo sconosciuto gigante che marciava negli abissi come una sentinella a guardia del mondo sommerso. Si diceva che vegliasse a ché nessuno si spingesse al largo a disturbare la gente acquatica, gli uomini pinnati che fluivano laggiù più veloci delle correnti.

Ma un giorno il vento portò la barca di Mac Dara lontano, dove le acque sono più buie e fonde, dove la costa non è più visibile e fu allora che il pescatore vide ciò che gli altri avevano prima solo immaginato.

Mac Dara conobbe quel giorno lo sconosciuto degli abissi.

 

«Era una giornata di pioggia», cominciò a raccontare, la piccola Nia in braccio, gli altri seduti in terra in circolo, Séarlait che finiva di lavare le scodelle e scuoteva la testa in amorevole rassegnazione alle storie che Mac Dara narrava. «Non avrei dovuto uscire, lo sapevo, perfino il vecchio Peadar m’aveva ammonito, ma non potevo tornarmene a casa a mani vuote, senza vendere nessun pesce. Nelle prime ore il tempo si mantenne con qualche piovasco, anche se il vento portava strani odori e il cielo era una minaccia nera come Barguest. Sì, proprio come quel maledetto cane, potevate sentirlo abbaiare da lontano e forse era proprio lui che scorrazzava come un demone per i cieli scuri tuonando e mandando tempesta.

«Me ne stavo seduto ad attendere che qualcosa abboccasse alla mia lenza e intanto fumavo e guardavo il cielo con la paura che di lì a poco venisse giù tutta l’acqua delle nuvole. Lontano potevo vedere aprirsi nel mare mulinelli e speravo di non finirci dentro, ma la barca era ferma, ondeggiava come se fosse una culla e io il bambino che ci dormiva.

«Poi la forza del vento aumentò. Vidi la barca muoversi, spinta verso il largo, e allora ritirai la lenza e presi i remi. Cominciai a remare contro la furia dell’aria che soffiava senza darmi tregua, ma più remavo e più mi sembrava di non avanzare ma di indietreggiare verso il cuore dell’oceano.

«Sentii il cielo sopra di me brontolare, una specie di ruggito soffocato e pensai che fosse il tuono più potente che avessi mai udito. Ma non veniva dal cielo, me ne accorsi più tardi, e così mi guardai attorno per capire cosa avesse prodotto quel suono orribile e cupo.

«E allora capii che veniva dal mare, sì proprio dalle profondità dell’oceano. Remai con più vigore, ma la barca non obbediva. Per ogni remata che facevo era come se ne facessi quattro indietro.

«Intanto il vento aveva preso a sollevare le onde e spruzzi di acqua mi colpivano il viso in continuazione. Ero fradicio, stanco, avevo freddo e paura. Mi raccomandai a Lí Ban e smisi di remare, tanto era inutile.

«E poi la mia barca cominciò a girare, girare, girare e tutto il mondo mi parve un incubo di pioggia e vertigini.

«Infine tutto cessò, o meglio cessò quel vortice. Sentii un rumore acquoso come di qualcosa che uscisse fuori dal mare e una cascata d’acqua mi crollò addosso, come se lassù, nei cieli di tempesta, ci fosse stato un fiume che precipitava sull’oceano.

«Ero sdraiato sul fondo della barca, ammaccato e mezzo stordito. Mi tirai su e allora vidi.

«Era davanti a me, a cinquanta, forse sessanta metri.

«Enorme, gigantesco oltre l’immaginabile. Un dio marino vomitato dall’oceano. Non aveva naso, ma branchie che si aprivano come fauci sul collo. Una pinna sporgeva dal capo viscido e verde. Scaglie coprivano quel corpo abissale venuto da chissà dove. Gli occhi, sporgenti, mi guardavano senza espressione. La bocca si apriva e chiudeva come se quel mostro sconosciuto stesse parlando in una lingua senza suono.

«Poi alzò un braccio e seppi che per me era finita.

«Abbassò la mano con decisione, compiendo un movimento circolare. Il palmo agguantò la superficie del mare creando un’onda che spinse via la mia barca allontanandola dal gigante.

«L’onda mi portò lontano finché, esaurita la sua forza, io vidi le coste amate della mia terra. E allora cominciai a remare più veloce che potevo e mi fermai solo quando lo scafo si insabbiò a riva.

«Gli altri pescatori, che erano rimasti a terra, videro il terrore sulla mia faccia e non ebbero coraggio di chiedermi nulla. Sapevano, forse, sapevano cosa avevo visto in quella giornata di pioggia e vento e se lo tennero per sé.

«E io adesso l’ho raccontato a voi, figli miei. Vi ho narrato di quando incontrai l’abominevole uomo dei mari, il custode del mondo sommerso, colui che marcia negli abissi e veglia sulla sicurezza degli uomini pinnati.»

Avventura a 20000 piedi di profondità

Un fatto di cronaca occorso nell’estate del 1955 e pubblicato sul Belfast Telegraph – Articolo senza firma.

 

In una delle recenti immersioni, l’equipaggio del batiscafo Trieste, in operazione nell’Oceano Atlantico – la posizione precisa non è stata riferita – si è imbattuto in qualcosa di inspiegabile. A circa ventimila piedi sotto la superficie del mare, uno dei due uomini ha avvistato quello che a una prima occhiata poteva essere scambiato per un subacqueo. Naturalmente nessun sommozzatore può nuotare a simile profondità senza rimanere schiacciato dalla notevole pressione dell’acqua.

L’uomo ha avvisato il compagno e, insieme, hanno deciso di seguire il “subacqueo”, troppo lontano per essere identificato.

Fu quando lo strano nuotatore degli abissi si avvicinò a una roccia già conosciuta al Trieste – avevano sostato nelle sue vicinanze avendola scambiata per un relitto – che i due uomini si resero conto della sorprendente scoperta.

«Le proporzioni… le proporzioni…», hanno riferito gli uomini alle autorità navali alcune ore dopo, risaliti in superficie.

Portati in ospedale in evidente stato di choc, gli uomini hanno continuato a parlare di proporzioni, di un volto senza naso coperto di scaglie, di un mostro divino apparso d’improvviso a scacciarli, di branchi di subacquei senza muta né bombole.

Le scorte d’aria del Trieste sono state controllate dai tecnici ma nulla di anomalo è stato rinvenuto. Nessun gas estraneo può aver causato, dunque, allucinazioni nei due uomini dell’equipaggio. Nessuno, finora, ha saputo interpretare quei discorsi senza senso pronunciati dai due uomini.

Abbiamo intervistato il dottor Haworth, esperto di medicina navale, sulla possibilità di nuotare a ventimila piedi di profondità, ma ha chiuso la questione con un secco no. Anche il dottor Eastman, ricercatore di biologia marina, ha escluso la presenza di simili creature negli abissi.

«Non è stata ancora completata la tassonomia dei fondali marini – ha detto il dottor Eastman – ma animali di forme simili a quella umana non possono vivere a quella pressione.»

Eastman ha preferito non pronunciarsi sulle creature di dimensioni ciclopiche, liquidando il fatto con un sorriso di scherno.

Che cosa ha avvistato il batiscafo Trieste? Quanto c’è di vero in ciò che hanno riferito i due uomini dell’equipaggio e quanto è frutto di allucinazioni?

Gli abissi del mare sono ancora fonte di studio e in futuro, forse, riserveranno sorprese che non ci aspettiamo.

«Was ist das?»

Dalla relazione del Capitano di corvetta Karl-Friedrich Merten, comandante dell’U-68, in merito ai fatti occorsi il 7 giugno 1941 nell’Oceano Atlantico, al largo delle coste del Marocco.

 

[…] Eravamo in ricognizione nel Nord Atlantico, alcune miglia a ovest di Madera. Avevo portato l’U-68 a quindicimila metri di profondità, secondo gli ordini. Nessuna nave era stata captata negli ultimi tre giorni e l’ultima comunicazione avuta col Comando risaliva a qualche ora prima.

Stavo per andare a pranzo quando il radarista mi chiamò. Aveva ricevuto insoliti segnali da un corpo in movimento davanti al nostro sottomarino. Così raggiunsi la sala comando e osservai assieme a lui i segnali.

Mi parvero subito sospetti. Stando a quanto vedevo, un oggetto sconosciuto di enormi proporzioni navigava in profondità nella nostra stessa direzione. Ma quello che mi preoccupò fu il suo andamento: fluido, veloce, sinuoso perfino. Come se fosse stato un gigantesco squalo che, secondo l’istinto, cambiava percorso in una frazione di secondo. Quale mezzo sottomarino poteva compiere movimenti del genere?

Avevo letto qualche articolo sugli Unbekannte Unterwasserobjekte, quelli che gli americani chiamano U.S.O. (Unidentified Submarine Objects), ma non avevo dato credito a quelle storie. Eppure eravamo proprio in presenza di uno di quegli oggetti sottomarini non identificati.

Non poteva essere un altro U-boot né un sottomarino nemico. Le dimensioni non tornavano. Che cos’è?, chiesi più a me stesso che ai miei uomini. Un’arma segreta americana?

Ordinai al telegrafista di mettersi in contatto con il Comando e di riferire ciò che avevamo captato. Ma la risposta fu un secco “Procedete oltre!”

Non compresi quell’atteggiamento, così chiesi al radarista di ripetere il messaggio, specificando le dimensioni dell’oggetto e soprattutto il suo andamento insolito. Ma dal Comando giunse la risposta “Obbedite!”

Noi continuammo a navigare e a svolgere il nostro compito di sorveglianza. L’oggetto misterioso scomparve presto dal nostro schermo e non riapparve più.

Non so che cosa nascondano gli abissi. Non so spiegarmi ciò che abbiamo veduto né tanto meno il comportamento del Comando di terra. C’era naturalmente qualcosa sotto, un segreto che gli alti comandi tedeschi volevano proteggere. L’unica cosa che mi tranquillizzò è aver capito che non fu un’arma nemica.

Krvkpt. Karl-Friedrich Merten

Epilogo

Che cosa vide il dottor Laughton? Furono realmente delle orme gigantesche quelle impresse sui fondali oceanici? Perché quella notizia non ha avuto risonanza? Perché nessuno è mai andato a controllare?

Da quale leggenda irlandese il mio amico Daniel ha preso spunto per il suo racconto? Ne parlammo varie volte, ma sempre si rifiutò di riferirmi l’origine di quella storia. E invano tentai di consultare biblioteche e pubblicazioni: non trovai traccia dell’Abominevole Uomo dei Mari.

Il batiscafo Trieste ha davvero incontrato gli uomini pinnati descritti da Mac Dara nel racconto di Irving? E il mostro divino è lo stesso che emerse dal mare allontanando la barca del pescatore?

Fin dove si è spinta la Germania nazista di Hitler durante la Seconda Guerra Mondiale? Quanto c’è di vero nella relazione del Capitano di corvetta Merten?

Rileggendo questi fatti non posso sottovalutare che:

  1. lo sconosciuto degli abissi non abbia fatto alcun male a Mac Dara, ma l’abbia solo allontanato dalla sua “zona”;
  2. gli uomini pinnati e il gigantesco mostro marino non abbiano disturbato il batiscafo Trieste;
  3. l’oggetto misterioso rilevato dall’U-68 non abbia creato alcun problema all’equipaggio.

Dunque mi chiedo: quali specie si nascondono negli abissi degli oceani? Da dove provengono? Se sono così pacifiche, perché non si mostrano all’uomo?

La risposta, purtroppo, è solo una. E va ricercata nel comportamento distruttivo che da sempre l’umanità ha mostrato di avere senza ritegno.

 

Harold Bennett, 7 novembre 1982

Nota

Il racconto si basa sugli studi delle fotografie di profondità condotti dal dottor Anthony Laughton per conto del NIO. L’oceanografo aveva introdotto la fotografia nelle esplorazioni dei fondali oceanici. Secondo una notizia, Laughton scoprì tracce di un bipede impresse sul fondale dell’Oceano Atlantico.

La nave e il sommergibile menzionati nella storia sono realmente esistiti e così anche il Capitano di corvetta Merten.

Tanya Merchant e Paul Levin sono in realtà Tanya Levin e Paul Merchant, che realmente intervistarono Sir Anthony Laughton in anni recenti. L’intervista riportata nel racconto è completamente inventata (eccetto la frase sulla pronuncia del cognome Laughton).

Lo scrittore Daniel Irving non esiste.

Dello sconosciuto degli abissi si accenna nel saggio Il mattino dei maghi di Louis Pauwels e Jacques Bergier, da cui è partita l’idea per questo racconto.

11 Commenti

  1. Cristiana Tumedei
    14 aprile 2013 alle 13:43 Rispondi

    Mi è piaciuto molto questo racconto. L’ho trovato coinvolgente e scorrevole. Dopo Il Sanatorio delle Coincidenze Esagerate è quello che mi ha affascinata di più ultimamente.
    Grazie per la bella lettura :)

    • Daniele Imperi
      14 aprile 2013 alle 13:47 Rispondi

      Grazie a te della lettura :)
      Mi piacciono molto i racconti strutturati a questo modo, ma non sapevo se potevano essere accolti bene.

      • Cristiana Tumedei
        14 aprile 2013 alle 13:49 Rispondi

        Beh, a me piacciono parecchio ;)

      • Marcello
        17 gennaio 2014 alle 13:20 Rispondi

        Prendo spunto da questa tua risposta per dirti che, da quando hai cominciato a scrivere con la struttura menzionata in “nuove ossessioni della scrittura” i tuoi racconti mi piacciono ancora di più.
        Prendi in considerazione la pubblicazione con qualche casa, dai!

        Saludos!

        • Daniele Imperi
          17 gennaio 2014 alle 13:46 Rispondi

          Grazie mille, Marcello :)
          La considerazione c’è, ma prima devo avere qualcosa di buono da mandare.

  2. franco zoccheddu
    14 aprile 2013 alle 20:52 Rispondi

    L’atmosfera da finzione-reale e realtà-fantasiosa che emerge dal racconto è veramente coinvolgente. Citazione di fatti e accadimenti reali mescolati con la fantasia, con un registro in stile resoconto giornalistico: è il tuo stile che preferisco. Aggiungo che mi è sembrato un piccolo film, e potresti estrarne la sceneggiatura per un bel cortometraggio.

    • Daniele Imperi
      15 aprile 2013 alle 08:39 Rispondi

      Grazie Franco :)
      Oddio, non sono capace a tirarne fuori una sceneggiatura per un cortometraggio :D

  3. franco zoccheddu
    15 aprile 2013 alle 16:12 Rispondi

    Si, ti capisco: neanche io ho mai capito bene la strana alchimia degli sceneggiatori, un misto di sintesi, tagli, rinunce a parti, stravolgimenti e ristrutturazione del racconto che solo loro imparano a fare con l’esperienza. Insisto: tu hai un taglio che mi sembra vicino a quello cinematografico. Quando leggo i tuoi racconti, paradossalmente, se non ti offendi, più che lasciar del tutto libera la fantasia mi sembra di vedere immediatamente delle scene ben organizzate sotto l’aspetto dell’immagine. Non ho esperienza di sceneggiature, potrei star dicendo un sacco di fesserie…

    • Daniele Imperi
      15 aprile 2013 alle 16:23 Rispondi

      Beh grazie, che c’è di offensivo, anzi :D

      Ho fatto un minimo di sceneggiatura al corso di tecnica del fumetto anni fa. Ma giusto un minimo.

  4. Il mattino dei maghi di Louis Pauwels e Jacques Bergier
    7 giugno 2013 alle 07:40 Rispondi

    […] È grazie a questo saggio che sono riuscito a scrivere Il Sanatorio delle Coincidenze Esagerate e Lo sconosciuto degli abissi. È grazie a questo libro che ho avuto altre idee per racconti e […]

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