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Roulette russa

Un racconto drammatico di 300 parole

Quando il padre uscì, per andare al lavoro, Riccardo rimase solo. Sua madre era morta l’anno prima, uccisa durante una rapina in casa. Così l’uomo aveva deciso di comprare una pistola, anche se la teneva ben chiusa in un mobile del suo studio, per via del bambino.

Ma Riccardo conosceva il nascondiglio. Anche se aveva nove anni, era sveglio e le lunghe giornate trascorse da solo, nella casa vuota e silenziosa, erano apparse meno noiose ispezionando le stanze e aprendo i mobili, in una sorta di gioco.

Aveva trovato un cassetto della scrivania, nello studio del padre, chiuso a chiave, durante una delle sue perlustrazioni. Ma nello studio non si vedevano chiavi. Forse suo padre le portava con sé. Qualche giorno dopo, tuttavia, aveva visto, per caso, il padre aprire quel cassetto e poi, dopo averlo richiuso, mettersi la chiave in tasca.

Mentre l’uomo era chiuso in bagno a farsi una doccia, Riccardo aveva frugato nella tasca dei pantaloni lasciati sul letto e aveva trovato un piccolo mazzo di chiavi. Non gli fu difficile capire quale avrebbe aperto il cassetto misterioso. La tolse dal mazzo e la nascose in camera sua.

Suo padre aveva una pistola. Quando aveva aperto il cassetto, il giorno dopo, quasi non aveva creduto a quella scoperta. Persino più bella di quando aveva trovato la scatola di profilattici nel comodino.

Adesso si rigirava l’arma fra le mani, seduto alla scrivania, immaginando di essere uno sceriffo. Poi giocò alla roulette russa, sparando a vuoto sulla sua tempia. La pistola era scarica. Frugando meglio nel cassetto, trovò anche la scatola dei proiettili. Caricò l’arma, una sei colpi, con cinque pallottole. Poi ruotò il tamburo, come nei film.

Quando suo padre aprì la porta di casa, sentì lo sparo.

Ma la sua corsa nello studio non servì a nulla.

5 Commenti

  1. Romina
    23 ottobre 2011 alle 11:18 Rispondi

    Quando ho letto il titolo, ho subito immaginato un finale tragico, ma caspita un bambino? Scelta originale (non me lo sarei mai aspettato), però, che angoscia… povero bimbo!

    Il brano, però, è davvero interessante. Mi è piaciuto molto come hai descritto il modo in cui il bambino ha trovato la pistola: l’hai reso tristemente credibile (nessuno avrebbe lasciato una pistola in bella vista, no?).

    Sbaglio o i tuoi brani finiscono sempre in tragedia? Quello dell’ascensore mi spaventa ancora… e questo spero di non sognarmelo questa notte!
    In tanto imparo qualcosa su un genere di cui non mi occupo spesso…

  2. Daniele Imperi
    23 ottobre 2011 alle 17:26 Rispondi

    Grazie, Romina.

    Questi racconti finiscono sempre in tragedia perché inizialmente volevano essere una raccolta di racconti con la morte come elemento comune. Poi ho capito che non l’avrebbe pubblicata nessuno e quindi li pubblico qui :)

    Quando finiranno, a breve, ne proporrò altri.

  3. Romina
    23 ottobre 2011 alle 17:53 Rispondi

    E perché non li avrebbe pubblicati nessuno? Il tuo è un genere abbastanza diffuso e abbastanza acquistato… molto più della poesia o di altri! Non arrenderti così… E poi sono testi ben scritti e originali, tanto che, anche se non è il mio genere, mi piacciono molto! Forza! Stai cadendo nel girone infernale degli scrittori esordienti “non ce la farò mai”… e in quel “club” ci sono già io!

  4. Daniele Imperi
    23 ottobre 2011 alle 18:02 Rispondi

    Grazie, ma è questione di essere realistici :)

    Alcuni di quelli scritti non saranno pubblicati, perché li prenderò come “trame” per futuri racconti più lunghi.

  5. Romina
    23 ottobre 2011 alle 23:06 Rispondi

    Ah… ma allora è tutta un’altra storia! In bocca al lupo per tutto!

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