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Dal romanzo al film

Un film è il progetto transmediale del libro

Dal romanzo al film

Ogni volta che ho visto un film preso da un romanzo sono rimasto deluso. Lo stesso è avvenuto quando ho letto il romanzo avendolo conosciuto grazie al film. Le differenze erano tante, dai totali sconvolgimenti alle troppe libertà cinematografiche.

Col passare del tempo, però, ci ho fatto lʼabitudine: sapendo, in partenza, della delusione, non me ne sono più preoccupato. Pian piano il mio atteggiamento è persino cambiato, al punto che mi sono convinto o, meglio, ho accettato che un romanzo è un romanzo e un film tratto da un romanzo è solo un film.

È davvero possibile mantenersi fedeli al romanzo?

No. È questo che penso ora. Libro e film sono due mezzi di comunicazione diversi. Il primo parla al lettore attraverso la scrittura, il secondo attraverso le immagini e l’audio. La storia nel romanzo è conosciuta leggendo, mentre nel film guardando e ascoltando.

È la scoperta dellʼacqua calda? No, è un modo per far capire i due metodi differenti di apprendimento. Le immagini richiedono un apprendimento immediato, velocizzano la conoscenza e la comprensibilità.

Quando guardiamo un film, cʼè un collegamento diretto fra le immagini e il nostro cervello. Quando leggiamo un libro, dobbiamo tradurre le parole in immagini, associarle a concetti che abbiamo imparato.

Prendete una scena dʼazione di due soli secondi: quello è il tempo che vi occorre per registrarla nella vostra mente. Quante parole servono invece per raccontarla? E quanto tempo a voi per registrarla?

Un film è la condensazione di un libro

In poco spazio, in due ore o poco più, un film deve condensare magari 400 o 600 pagine, quando a un lettore veloce, che impiega un minuto e mezzo a leggere una pagina, occorrono 10 o 15 ore per leggerle.

Qualche taglio è dunque necessario.

Posso prendere come esempio un romanzo finito da poco, PopCo di Scarlett Thomas, in cui nei primi due capitoli si assiste in pratica a una sola scena: la protagonista prende un treno e scende alla sua fermata. Allʼautrice sono occorse 17 pagine per raccontarla, perché per la maggior parte sono ragionamenti mentali dellʼio narrante. In un film quella scena sarebbe durata 15 secondi. O forse anche meno.

Condensare, però, non significa stravolgere la storia, trasformare un personaggio femminile in un uomo, cambiare nomi e altre libertà del genere, a cui tutti credo abbiamo assistito.

Che cosa significa “trasposizione cinematografica”?

Si chiama adattamento, che forse è più corretto come termine. Adattare un romanzo alla fruizione per immagini della storia che narra. In questo modo tutto diventa più chiaro, le diversità si fanno accettabili, ad alcune libertà si passa sopra.

Quando David Mitchell ha saputo in che modo sarebbe stato adattato per il cinema il suo romanzo Lʼatlante delle nuvole, ha detto che non poteva essere raccontato diversamente. Non avrebbe funzionato secondo la struttura del libro. E forse ha ragione.

Che cosa significa “transmedia”?

Nel sottotitolo del post ho scritto che un film è il progetto transmediale del libro. Il transmedia è una nuova forma di narrazione che sta prendendo piede negli ultimi anni. Si tratta di raccontare una storia attraverso più mezzi di comunicazione, creando prodotti nuovi e raccogliendo anche la partecipazione del pubblico.

Perché non vedere il film tratto dal romanzo come parte di un progetto transmediale del romanzo stesso? Con il transmedia la storia continua a vivere, anche se sotto forma di una nuova storia, di sotto-storie magari, come gli spin-off, per esempio.

Vedendola in questʼottica, almeno per me, gli adattamenti cinematografici dei romanzi risultano più accettabili, godibili.

Dal romanzo al film…

Forse è il caso di vedere un romanzo come una potenziale base per creare un film. Uno spunto, un testo da cui partire per scrivere una sceneggiatura, ma romanzi e film, almeno per me, sono e restano due prodotti differenti.

Ricordo la risposta che Len Deighton, scrittore di spionaggio (tra lʼaltro), mi ha dato quando, attraverso il sito Deighton Dossier, ho potuto fargli una domanda per lʼintervista del novembre 2012, ossia se fosse o meno soddisfatto dei film tratti dai suoi romanzi:

Uno scrittore non deve essere troppo possessivo con le storie. Non puoi avere la botte piena e la moglie ubriaca. Se vendi i tuoi diritti a qualcuno di cui ti fidi, devi lasciagli creare la sua interpretazione. Bisogna ricordare che un film di 90 minuti può usare circa un quarto della lunghezza media di un libro, cioè 200 o più pagine. Il film sta alla scrittura come una foto sta alla pittura; le foto avranno tutte una certa uniformità, ma i dipinti possono cambiare radicalmente.

E voi come la pensate sui film tratti dai romanzi?

60 Commenti

  1. Serena
    11 giugno 2015 alle 07:55 Rispondi

    Il tema mi intriga tantissimo, l’anno scorso volevo anche organizzare una o due serate proprio su questo. Sai che cosa aveva scatenato la mia curiosità? La trasposizione cinematografica di Harry Potter. Mi era capitato per le mani “Il fenomeno Harry Potter”, da lì tutto il trip. Da tutto ciò che avevo letto mi sono portata a casa un concetto fondamentale: dal libro al film è come fare una traduzione. Tradurre in un’altra lingua, proprio.

    • Daniele Imperi
      11 giugno 2015 alle 14:11 Rispondi

      Hai ragione, è proprio come tradurre in un altro linguaggio. Harry Potter mi è sembrato abbastanza fedele, no? Non ricordo bene, però.

      • Serena
        11 giugno 2015 alle 17:19 Rispondi

        Guarda, per risponderti decentemente dovrei rileggere tutti i miei appunti. Comunque, alla veloce: sì, piuttosto fedeli, abbastanza da soddisfare i fan dei libri. E’ stato veramente più un lavoro di traduzione che di trasposizione e alcune scelte erano necessarie. Ti faccio un esempio: tutta la backstory di Sirius Black ridotta all’inquadratura della prima pagina della Gazzetta del Profeta, nel terzo film.
        Molte linee narrative ridotte o tagliate, tipo quella dei genitori di Neville: la scena all’ospedale, che mi ha commossa nel libro, e non solo a me, inesistente. E via così.
        Ma nel complesso un lavoro fatto bene :) anche se non tutti i film sono alla stessa altezza.

        • Daniele Imperi
          11 giugno 2015 alle 17:29 Rispondi

          Non ricordo praticamente nulla di tutto quello che hai citato :)
          Il problema è che in 3 ore di film – o quelle che erano – è impossibile condensare tutto quello che stava nel romanzo.

          • Juana
            11 febbraio 2016 alle 10:51 Rispondi

            Scusate se intervengo solo adesso, sono arrivata a questo post dal post pubblicato oggi…

            Il motivo per cui i film di HP differiscono dai libri e’ dovuto anche al fatto che questi cominciarono a uscire nelle sale mentre la saga su carta era ancora in pubblicazione.
            Non e’ nuovo, per esempio, lo scoramento provato dai lettori all’uscita nelle sale del Calice di Fuoco. Quel libro e’ il punto centrale dell’intera saga, il capitolo in cui cio’ che e’ successo comincia a collegarsi con cio’ che succedera’ poi. Dal momento che, pero’, il film usci’ nelle sale quando gli ultimi 3 tomi non erano ancora stati pubblicati, molti dettagli essenziali furono tralasciati.
            J K Rowling ha lavorato a stretto contatto coi vari registi, ovviamente, ma come ogni autore (e specie considerato l’enorme interesse che ruotava intorno alla fine da lei prevista per il maghetto di Privet Drive) non si e’ sbilanciata troppo nel rivelare dettagli che, forse, avrebbero aiutato ad evitare quelle omissioni.

  2. Briccioledinfo
    11 giugno 2015 alle 08:00 Rispondi

    Se posso, preferisco fare esattamente il contrario, guardo il film e poi leggo il libro, la delusione è minore ;)
    In ogni caso è assurdo pensare di trovaree inalterato un qualsiasi racconto!
    Ogni lettore, avendo vissuti diversi, raccoglierà spunti diversi, emozioni personali che non potranno mai essere uguali a quelle di qualsiasi altra persona.
    Come si può quindi restar delusi leggendo o guardando l’interpretazione altrui?
    E’ come se, in una classe scolastica, l’insegnante restasse deluso per l’interpretazione personale che ogni alunno da leggendo il Manzoni. E’ un modo per capirne i pensieri, le idee, i sentimenti. Un modo per conoscere gli altri e crescere insieme.

    • Daniele Imperi
      11 giugno 2015 alle 14:13 Rispondi

      Io ho in pratica sempre fatto così, vista la mole di romanzi letti e conosciuti dopo aver visto il film :)
      Inalterato no, ma stravolto nemmeno, però.
      Il romanzo va interpretato, in effetti, per diventare un film. Ormai me ne sono convinto.

  3. Cristina
    11 giugno 2015 alle 08:52 Rispondi

    Diamo per certo che sono due linguaggi totalmente differenti, come dici tu, e danno due forme di piacere diversi. Nel romanzo il lettore vi si immerge completamente, ed è in grado di entrare nella testa del personaggio, specie se ci sono parti in prima persona. Di contro, deve sopperire alla mancanza di immagini fornendole lui, con le sue elaborazioni personali, che possono essere molto diverse non solo da lettore a lettore, ma dai singoli momenti della lettura. Per quello leggere è nutriente, perché potenzia l’immaginazione.

    Il film ha una fruizione più passiva e immediata, e deve essere più dinamico, qualunque sia la storia narrata. Ci sono vecchi film con piani sequenza lunghissimi, che durano minuti! Il romanzo e il film che citi, “L’atlante delle nuvole”: li conosco entrambi e li ho recensiti sul blog. Mi sono piaciuti, ma è come se fossero cugini e non fratelli gemelli. Del resto non poteva essere altrimenti. L’allestimento cinematografico deve sempre un po’ tradire il testo.

    • LiveALive
      11 giugno 2015 alle 09:31 Rispondi

      I piani sequenza lunghissimi li trovi anche nel cinema postmoderno. Majevski è famoso perché può tenere la telecamera incollata immobile per un quarto d’ora o anche di più. Pure Sorrentino, certe volte, se ne sta un bel po’ fermo (ma lui si limita a poche scene, non come Majevski).
      Secondo Paul Aster è proprio l’assenza di immagini che permette di sentire la storia del libro più intima e personale: usiamo il nostro modello mentale, non dobbiamo adattarci un altro. Anche Calvino dice che la totale “cecità” della narrazione è un valore tanto quanto la sua visibilità – e porta come esempio di narrazione priva di visibilità Beckett.
      La letteratura che prova a immergere in una vicenda è solo uno degli approcci possibili: le differenze con il cinema stanno anche il molti altri aspetti. Prendi l’Ulysses: per la vicenda, nessun problema, ma come fai a renderlo davvero in un film?

    • Daniele Imperi
      11 giugno 2015 alle 14:15 Rispondi

      Hai detto bene: nel romanzo il lettore ha una parte attiva nell’immaginare le scene, nel film invece deve accontentarsi dell’immaginazione altrui.
      L’atlante delle nuvole infatti non m’è dispiaciuto per niente per come è stato realizzato, dopo averlo rivisto successivamente alla lettura del romanzo.

  4. Alice
    11 giugno 2015 alle 08:58 Rispondi

    ho visto molti film tratti da romanzi…
    raramente ne sono rimasta soddisfatta al mille x mille
    sicuramente non è semplice non scontentare la fantasia altrui, cosa che, succede inevitabilmente quando, dalla carta, si identificano personaggi in carne ed ossa.
    un esempio particolarmente mal riuscito di trasposizione, sebbene sia il libro che il film mi siano piaciuti, è “Il codice Da Vinci”.
    gli attori, per quanto pregevoli, Tom Hanks in primis, non erano la perfetta incarnazione dei personaggi, così come me li ero figurati io

    • Daniele Imperi
      11 giugno 2015 alle 14:16 Rispondi

      A me Il codice Da Vinci non è piaciuto come romanzo, quindi neanche il film, che di sicuro è inferiore al libro.

  5. LiveALive
    11 giugno 2015 alle 09:50 Rispondi

    Oggi facciamo anche il contrario: prima il film, poi ci scriviamo il libro.
    Fare confronti è interessante. Non basta stampare la sceneggiatura per fare un libro: risulterebbe asettica e noiosa. Non basta neppure copiare le scene del libro per fare un film, tranne casi eccezionali: esiste un film sul Don Chisciotte che replica frase per frase i dialoghi del libro; ma la miglior trasposizione, quella di Orson Welles (un my-own film incompiuto e giuntoci molto rovinato, girato a spezzoni appena trovava un po’ di soldi) stravolge tutto, e fa un film dal significato diverso da quello del libro.
    Ci sono però anche sceneggiature che hanno uno stile proprio, anche piuttosto vivace, con caratteristiche che nel film sono andate perse. Per esempio, secondo me le sceneggiature di Sorrentino sono interessanti, anche stilisticamente.

    • Daniele Imperi
      11 giugno 2015 alle 14:18 Rispondi

      Mi è capitato di trovare romanzi scritti sulla base della sceneggiatura del film, come Bigfoot e i suoi amici, La minaccia fantasma e Hook.
      Einaudi ha pubblicato la sceneggiatura del film Il procuratore di Cormac McCarthy, ma se la tengono.

  6. Chiara
    11 giugno 2015 alle 10:27 Rispondi

    Gli unici film che mantenevano la fedeltà nei confronti del romanzo da cui erano tratti sono “La bestia nel cuore” di Cristina Comencini (autrice del libro e regista del film), “Non ti muovere” e “Venuto al mondo”, entrambi tratti da romanzi di Margareth Mazzantini e girati dal marito, Sergio Castellitto. In questi due casi l’autrice del libro ha collaborato alla sceneggiatura. Forse si tratta solo di impressioni personali, ma in linea di massima credo che la fedeltà del romanzo al film possa essere legata al coinvolgimento delle autrici, che hanno saputo selezionare bene le scene da mostrare, senza stravolgere la storia.
    Salvatores ha tratto diversi film da romanzi del “mio adorato” Niccolò Ammaniti. Con “Io non ho paura” è stato fedele, ma il romanzo era una favoletta molto breve, non era difficile condensarlo. “Come dio comanda”, invece, è stato condensato. Sebbene non si discuta lo stile impeccabile del regista, secondo me uno dei più bravi in Italia, ha eliminato un personaggio, tutta la prima parte del romanzo e – cosa più grave – il messaggio del libro, che si intravedeva solo a grandi linee.
    La più grande delusione? L’adattamento cinematografico del romanzo “Gli sfiorati” di Sandro Veronese. La storia originale si svolgeva nel 1990, e non poteva essere altrimenti: erano gli anni in cui nasceva la post-modernità, nuovi stili di vita e nuove forme mentali, ben evidenziate nel corso del romanzo, avente per protagonista un giovane grafologo che, analizzando la scrittura della sorellastra di quindici anni più giovane, trovava un nuovo tratto, mai visto prima, definito come “schiumevolezza”. Da qui, alcune vicende finalizzate ad evidenziare come l’identità dei giovani fosse diventata sempre più evanescente e frammentaria. Insomma, una bella storia.
    Bene: il film era ambientato nel duemilaqualcosa. L’anima filosofica del romanzo scomparsa, insieme alla sua lettura sociologica. La vicenda ridotta ad una relazione pseudo-incestuosa. La protagonista femminile improvvisamente è diventata italo-spagnola, probabilmente per giustificare l’accento dell’attrice (tra l’altro incapace)… insomma, una delusione assurda!

    • Daniele Imperi
      11 giugno 2015 alle 14:26 Rispondi

      Mie sorelle invece hanno preferito i libri della Mazzantini ai film.
      Se l’autore comunque collabora con la sceneggiatura, allora possiamo stare quasi certi che la storia sarà più fedele possibile.
      L’attrice poteva essere doppiata ;)

      • LiveALive
        11 giugno 2015 alle 14:47 Rispondi

        Che ne pensi della Mazzantini? So che ci sono tanti che la criticano. Io ho letto qualche pagina in libreria, e non mi sembrava male.

        • Daniele Imperi
          11 giugno 2015 alle 15:05 Rispondi

          Non mi attira.

    • Marina
      12 giugno 2015 alle 08:11 Rispondi

      “Come Dio comanda” è uno dei libri più belli che io abbia letto negli ultimi anni, però consiglio di non vedere il film, prima di averne letto la storia: nella trasposizione cinematografica manca tutto quello che, invece, la lettura lascia, la compartecipazione si azzera.

      • Daniele Imperi
        12 giugno 2015 alle 08:26 Rispondi

        Non è proprio il mio genere…

  7. GiD
    11 giugno 2015 alle 10:53 Rispondi

    Sì, in linea di massima il film delude se confrontato al romanzo, ma non sempre.

    – Di “Memorie di una Geisha” ho apprezzato molto sia il romanzo che il film, forse anche per l’uso abbondante, nel film, della voce narrante della protagonista che, come nel romanzo, racconta la propria vita.
    – Di “Stardust”, eccezionalmente, mi è piaciuto di più il film. Il romanzo l’ho trovato noioso e banalotto, mentre il film è davvero molto molto piacevole. Il film batte il romanzo davvero su tutto, dallo stile con cui viene portata avanti la storia all’inventiva su certi elementi del tutto assenti nel romanzo.
    – De “Le cronache del Ghiaccio e del Fuoco” sto odiando la serie TV (anzi, l’ho odiata per due puntate, poi non l’ho più seguita). Ecco, questo è uno dei casi in cui i limiti della trasposizione televisiva impoveriscono in maniera rilevante il materiale di partenza.

    In definitiva, credo che la resa della trasposizione dipenda molto dal tipo di romanzo da cui si parte.

    • Daniele Imperi
      11 giugno 2015 alle 14:28 Rispondi

      “Memorie di una Geisha” volevo leggerlo. “Le cronache del Ghiaccio e del Fuoco” invece non l’ho visto e non credo che lo vedrò. Ho in testa i miei personaggi.

  8. ulisse di bartolomei
    11 giugno 2015 alle 09:58 Rispondi

    Le trasposizioni cinematografiche sono ineluttabilmente dipendenti dai costi di realizzazione, che sono tutt’altro di quelli dei libri e i produttori devono forzatamente confezionare un prodotto attraente per un ampio bacino motivazionale di gradimento. Sono d’accordo che il film è un’altra cosa e chi apprezza il libro, mai troverà confacenza nel film. Iniziando dalle descrizioni ambientali o sui protagonisti che se lasciate totalmente alle immagini, lasciano un’ampia libertà interpretativa e quindi il messaggio che l’autore intende comunicare, inevitabilmente diviene meno rigoroso. Secondo me però il peggio avviene a seguito della “rivoluzione Gay”, le componenti migratorie, per non menzionare poi del “canarismo” dove si mettono riferimenti dappertutto con il risultato che in un prodotto “visivo” ci devono per forza stare gli amici gay, il negretto adottato e il cane di famiglia. Comunque ad una trasposizione di qualità si può perdonare tanto, ma stravolgere un racconto, quello no!

    • Daniele Imperi
      11 giugno 2015 alle 14:22 Rispondi

      Hai ragione sul peggio, non capisco neanche io perché per forza bisogna inserire certi elementi nei prodotti visivi. Fra poco estenderanno queste mode anche i libri, vedrai, così non saremo più padroni di scrivere quello che vogliamo.

  9. Danilo (IlFabbricanteDiSpade)
    11 giugno 2015 alle 12:24 Rispondi

    Il Cinema tutto ringrazierebbe per questo post. Ciò che la gente si ostina a non capire è un concetto semplice: cinema e letteratura sono ARTI DISTINTE. Due forme di comunicazione diverse, spesso opposte. Cinema è, fondamentalmente (per me, ma non solo), mostrare un punto di vista con le immagini. Scrivere è dirlo a parole. In questa semplice considerazione è racchiuso il fulcro del discorso ed ogni possibile risposta ai dubbi (legittimi, per carità) dei lettori.

    • Daniele Imperi
      11 giugno 2015 alle 14:30 Rispondi

      Vero, sono arti distinte. Si può contestare la rappresentazione dei personaggi, se non è stata azzeccata, il mancato messaggio, come sollevato da Chiara, qualcosa quindi che stravolge l’idea originale.

  10. MikiMoz
    11 giugno 2015 alle 12:57 Rispondi

    Ci sono anche esempi di film migliori dei romanzi (o fumetti) da cui sono stati tratti, o che sono alla pari: prendi Shining, di King e Kubrick. O Arancia Meccanica, di Burgess e Kubrick.
    Uno Stand by me per me funziona molto molto meglio come film che come romanzo, Watchmen non ha quasi senso di esistere come film perché non era il medium adeguato a quel che Moore voleva raccontare.

    E’ ovvio che dev’essere sempre attuato un processo di adattamento, quando si cambia mezzo. A me danno fastidio solo i tradimenti allo spirito originale dell’opera, quelli non li sopporto.

    Moz-

    • Daniele Imperi
      11 giugno 2015 alle 14:33 Rispondi

      Shining a me non è piaciuto, la seconda volta che l’ho visto dopo circa 20 minuti di noia ho lasciato perdere. Arancia Meccanica l’ho chiuso dopo 20 minuti, mi stava dando il voltastomaco. A questo punto neanche mi ci metto a leggere quei romanzi.
      Watchmen mi è piaciuto moltissimo, invece. Ho il fumetto, ma ancora non l’ho letto.

      • LiveALive
        11 giugno 2015 alle 14:47 Rispondi

        Secondo me invece il libro Arancia Meccanica potrebbe anche piacerti! Provato con una anteprima?

        • Daniele Imperi
          11 giugno 2015 alle 15:06 Rispondi

          No, non ho provato. Ma se non riesco a simpatizzare per il protagonista, non gradisco la storia. Ho simpatizzato per altri protagonisti criminali, ma quello di Arancia meccanica volevo solo torturarlo a morte…

      • MikiMoz
        12 giugno 2015 alle 14:01 Rispondi

        Abbiamo gusti molto diversi XD

        Moz-

    • Ivano Landi
      11 giugno 2015 alle 15:52 Rispondi

      Ti quoto su Shining, Miki: un libro mediocre trasformato in un grande film :)
      Su Arancia meccanica sono più incerto. Mi è piaciuto molto anche il libro.
      Di Watchmen invece ho preferito il film al fumetto.

      • MikiMoz
        12 giugno 2015 alle 14:02 Rispondi

        Infatti per me Arancia Meccanica è pari, sia come film che come libro.
        Watchmen, che come fumetto nasce per criticare la deriva fumettistica di allora, non ha motivo di essere come film, perché non critica i cinecomix…

        Moz-

        • Daniele Imperi
          12 giugno 2015 alle 14:14 Rispondi

          No, infatti il film Watchmen non dava proprio quel messaggio.

  11. Ivano Landi
    11 giugno 2015 alle 13:05 Rispondi

    A me non sempre il film sembra inferiore al romanzo. Nel caso di uno dei miei film preferiti in assoluto, per esempio, “Valeria e la settimana delle meraviglie” ho trovato la versione filmica nettamente superiore al libro, sebbene pure questo mi sia piaciuto.
    Lo stesso vale per un altro dei miei film cult “Picnic a Hanging Rock”. Il romanzo è bellissimo, ma il film va oltre per intensità.
    Stesso discorso per “Lasciami entrare”: grande romanzo, ma il film ti porta letteralmente via.
    Ecc. ecc.(al punto che potrei perfino scriverci un post) :)

    • Daniele Imperi
      11 giugno 2015 alle 14:35 Rispondi

      Non ho mai sentito nominare quei 3 film citi :)
      Ecco, scrivici un post, magari vedo di che si tratta.

  12. Tenar
    11 giugno 2015 alle 13:06 Rispondi

    Proprio come hai detto tu, Daniele, cinema e letteratura sono arti diverse che lavorano in modo diverso. Inoltre un film è sempre la visione autoriale di un regista. È suo, non dello scrittore e l’autore ne è consapevole nel momento in cui cede i diritti (se non gli sta bene può sempre non farlo). Quello che odio sono i “compitini ben fatto” quei film che mettono tutte tutte le scene più importanti del romanzo, ma si dimenticano di inserire l’anima (molti degli Harry Potter mi sono sembrati così…). Ci sono film tratti dai romanzi che ho adorato e quasi sempre prendevano il romanzo e ne facevano altro. Uno degli adattamenti che più mi ha colpito è stato “Master and Commander” che di fatto prende una serie di episodi disseminati in quasi venti romanzi e cuce un viaggio alternativo, altro rispetto a quelli narrati nei libri. Molte cose che ho amato nei romanzi non ci sono (anche se l’occhio allenato vede alcuni accenni qua e là), eppure mi sembrava di respirare proprio la stessa aria dei libri, lo stesso amore per i dettagli, l’attenzione all’aspetto corale della vicenda, la guerra raccontata con una profonda umanità.

    • Daniele Imperi
      11 giugno 2015 alle 14:38 Rispondi

      Vero, il film è del regista, non più dello scrittore. Harry Potter ormai tendo a non ricordarmelo più, colpa appunto dei film. Un giorno rileggo tutta la saga e dopo aver finito un libro mi riguardo il film, per scoprire cosa è cambiato. Idem per Il signore degli anelli.
      Su “Master and Commander” hanno fatto una schifezza, ne riparlerò a breve.

      • Tenar
        11 giugno 2015 alle 18:56 Rispondi

        Sull’adattamento di “Master and commander” ho scritto il saggio finale del corso di critica cinematografica. Può non piacere. Non è certo un capolavoro. Ma non è una schifezza. Weir può non piacere, ma è un grande regista. È un film perfettamente coerente con gli intenti del regista e quando un film è coerente con gli intenti che stavano alla base è un film riuscito.
        I gusti sono personali e tutto può piacere o meno. Io ho odiato Madame Bovary, non mi è piaciuto per niente, questo non toglie che sia un gran romanzo. Così come non mi è piaciuto quel gran film che è Pulp Fiction. Però non confondiamo i gusti personali con dei criteri oggettivi.

        • LiveALive
          11 giugno 2015 alle 22:28 Rispondi

          Madame Bovary non è un gran romanzo, secondo criteri oggettivi: si dilunga in cose inutili che non hanno influenze nella trama, il narratore passa l’80% del tempo a esporre e usa poco le scene, la trama segue uno schema con due picchi che oggi ci appare discutibile, il bovarismo stesso è fatto con elementi di riciclo da Cervantes, c’è abbondanza di avverbi, di aggettivi astratti, e tutta l’analisi del tema dell’amore e dell’adulterio che fa è monolitica, banale e limitata se confrontata con quella di Anna Karenina.
          Il punto è che un criterio oggettivo non è ontologico. Qui naturalmente sto giocando, perché non è vero che non è un gran romanzo (ma non sto dicendo che sia vero che lo sia): dipende dal paradigma con cui si giudica, e il paradigma dipende dalle convenzioni del tempo e dalla epistemologia di riferimento che si sceglie.
          Ma l’unico fatto è l’effetto. L’effetto è un fatto, e non si può non tenerlo in considerazione. È vero, l’effetto è soggettivo e variabile, ma tutto ciò che non si basa sull’effetto è inutile, perché solo l’effetto è sperimentabile – e che senso ha esprimere un giudizio che non è sperimentabile? Che senso ha dire che un quadro è teoricamente ben fatto se poi fa schifo a tutti? Che senso ha dire che una bistecca è fatta bene se poi nessuno riesce a mangiarla? Gusto personale fin che vuoi, ma è solo quello che conta, perché poi per fruire davvero l’opera si userà il gusto, e ciò che giudica al di fuori d’esso è insensato.
          È chiaro che la verità ha una natura dialogica: un giudizio in sé giusto non può esistere. Ecco perché credo che il critico debba esprimere una pluralità di giudizi, ognuno basato su un diverso paradigma, e ogni paradigma basato a sua volta su un diversi modo di percepire gli effetti (che è soggettivo ma non casuale).
          Ora, se vuoi il mio giudizio, Bovary non è un grande romanzo. Non lo è sulla base dei criteri oggettivi sopra detti. Il gusto si basa sempre su criteri oggettivi, basta trovare cosa genera l’effetto. Ciò che preclude al giudizio una natura ontologica è l’effetto collegato al criterio. L’effetto non è intrinseco, non esiste di per sé: è un accordo tra le caratteristiche dell’opera e le facoltà del fruitore. E allora? Allora cambia l’effetto legato ai fattori del criterio, e il giudizio cambia. O cambia criterio, e il giudizio cambia.

        • Daniele Imperi
          12 giugno 2015 alle 07:57 Rispondi

          Intendo che è una schifezza riproporre un libro di O’Brian con la copertina del film, che è totalmente fuorviante, visto che non è preso da quel romanzo. Il film non mi è piaciuto, comunque. Ricordo ancora la scena in cui segano il braccio al bambino e quello non apre bocca.

          • Tenar
            12 giugno 2015 alle 14:52 Rispondi

            Quello è un problema dell’editore che ha voluto sfruttare il film, non del regista o dell’autore. E il bambino l’avevano drogato per bene prima.

        • Daniele Imperi
          12 giugno 2015 alle 15:20 Rispondi

          Sì, non intendevo che era colpa del regista o dell’autore. Ho dovuto riportare indietro il libro, convinto che fosse da cui era ispirato il film, mentre invece l’avevo già: era Ai confini del mare, ripubblicato con la locandina del film…
          Non ricordo che avevano drogato il bambino.

  13. Ferruccio
    11 giugno 2015 alle 15:39 Rispondi

    Fino a qualche tempo fa ho tenuto una rubrica sul blog in merito ai film tratti dai lbri. Ora ho cambiato parere, però vanno giudicati in maniera totalmente diversa, Certo il fatto di voler vedere il film fedele al libro è difficile da togliersi di dosso- L’ultimi che mi ha lasciato perplesso e Il grande Gatby, troppo decadente rispetto all’elegia del romanzo. Tuttavia il film resta degno di nota e non posso “bruciarlo”,

    • Daniele Imperi
      11 giugno 2015 alle 15:55 Rispondi

      Sì, è difficile togliersi quella tentazione, si tende sempre a voler la storia identica al romanzo letto. Il film de Il grande Gatsby non l’ho visto, mi disturbava proprio quella musica altissima e ossessiva e non mi piaceva Leonardo Di Caprio nel ruolo di Gatsby, io avevo in testa un personaggio del tutto diverso.

  14. Marco
    11 giugno 2015 alle 20:44 Rispondi

    Sono due linguaggi differenti, l’unica accortezza è di non tradire l’atmosfera del romanzo. Per il resto il film può essere tratto “molto liberamente” dal libro e risultare molto bello. “Moby Dick” di John Houston è fedele al romanzo (anche se sul protagonista avrei qualcosa da ridire) ed è un gran film. “Il terzo uomo” nasce come sceneggiatura, poi Graham Greene ne fa un romanzo, ma il film è un capolavoro. E certi libri discreti hanno avuto una trasposizione cinematografica che li ha resi popolarissimi. Tanto per cambiare non ci sono regole. Tutto dipende da un mucchio di fattori sui quali le persone non hanno molto potere.

    • Daniele Imperi
      12 giugno 2015 alle 08:01 Rispondi

      Sì, anche secondo me non bisogna stravolgere l’atmosfera del romanzo. Concordo anche che alcuni film possano risultare più godibili dei libri. Prendi qualche episodio biblico: magari a leggerlo ti annoi, ma a vederlo al cinema ti appassioni.

  15. Giada
    12 giugno 2015 alle 06:03 Rispondi

    Difficilmente riesco ad apprezzare i film tratti da romanzi che ho letto.
    Capisco che si debba concentrare in un ristretto lasso di tempo la storia ma, tra tagli e modifiche, difficilmente viene bene. In “Angeli e Demoni” hanno tagliato tutta la parte iniziale in Svizzera e cambiato moltissime altre cose che nel libro avevo apprezzato molto.
    Anche “I Pilastri della Terra” e “Mondo Senza Fine” di Ken Follet hanno subito enormi cambiamenti e tagli nonostante abbiano realizzato una mini-serie e nonostante la collaborazione dello scrittore (che compare anche in alcune scene, in stile Stan Lee).
    Non viene bene neppure quando dal libro creano dei videogichi (e in quelli la longevità è un punto a favore) come la serie “The Witcher” tratta dai libri di Andrzej Sapkowski. I primi due non erano neppure tanto male a livello di trama e trasposizioni dai romanzi, lo scrittore infatti ha partecipato attivamente alla loro realizzazione, cosa che non è avvenuta nel terzo capitolo che presenta molte inesattezze rispetto ai libri e una trama a mio avviso un po’ scontata.

    • Daniele Imperi
      12 giugno 2015 alle 08:03 Rispondi

      “Angeli e Demoni” non l’ho letto né visto, perché non m’era piaciuto Il codice Da Vinci. “I Pilastri della Terra” e “Mondo Senza Fine” sono troppo lunghi e complessi per farne un solo film, quindi una serie starebbe bene, anche se in quel caso potresti tranquillamente rispettare il romanzo.

  16. Marina
    12 giugno 2015 alle 08:18 Rispondi

    Non mi fido mai delle trasposizioni cinematografiche dei libri: sono un’altra cosa. Possono essere simili, ma mai del tutto fedeli. Il che è ovvio, trattandosi di due veicoli di storie diversi. Basta non coltivare aspettative; io preferisco leggere sempre prima il libro che vederne la rappresentazione al cinema e se mi capita di vedere un film tratto da un libro, non ho più il piacere di andare a leggere la storia scritta. Preferisco tenere le due cose separate: amo il cinema, ma i film, per me, hanno una vita propria che non va associata a quella nettamente diversa di un libro.

    • Daniele Imperi
      12 giugno 2015 alle 08:28 Rispondi

      Sì, infatti ormai non mi aspetto più nulla da un film. Anche io preferirei leggere prima il romanzo, ma in giro ce ne sono talmente tanti e alla fine capita sempre che conosca il libro dopo aver visto il film.
      Invece a me poi piace leggere il romanzo: ora sto leggendo Il totem del lupo, conosciuto dopo aver visto L’ultimo lupo.

      • Marina
        12 giugno 2015 alle 14:08 Rispondi

        Io non ci riesco perché ciò che amo, nella lettura, è la possibilità di immaginare gli scenari o i personaggi, se vedo prima il film sono condizionata dal volto degli attori e dalle loro voci e mi passa proprio il piacere.

        • Daniele Imperi
          12 giugno 2015 alle 14:13 Rispondi

          Piace anche a me, e infatti non ho mai visto le serie TV di Montalbano, però devo dire che le immagini dei film non restano molto nella mia memoria, quindi non mi crea problemi.

  17. Noemi
    12 giugno 2015 alle 19:03 Rispondi

    Sono d’accordo, un film non può essere identico al libro, anzi, oserei dire che NON DEVE esserlo, perché si tratta di forme di narrazione che, pur partendo dagli stessi presupposti, si esprimono con mezzi diversi. Invece, un film può (e dovrebbe) rimanere fedele allo “spirito” del romanzo. Ad esempio nel libro Il buio oltre la siepe sono presenti diversi episodi e personaggi la cui esistenza è stata completamente cancellata dal film. Attenendosi al cuore del racconto e “sfoltendo”, Il buoi oltre la siepe è un esempio di grande cinema e allo stesso tempo di fedele trasposizione del romanzo.

    • Daniele Imperi
      13 giugno 2015 alle 09:04 Rispondi

      Sì, possiamo dire anche che il film non deve essere uguale al romanzo ma deve rispettare lo spirito e il messaggio. Il buio oltre la siepe mi manca in tutte e due le forme :)

  18. Giorgiana
    14 giugno 2015 alle 14:07 Rispondi

    La mia opinione è che un film, se si tratta di un adattamento, deve essere i più fedele possibile al libro da cui è tratto. E’ una forma di rispetto nei confronti dell’autore (bisogna però dire che molti autori che sono presenti sul set del proprio film approva molte scelte del regista anche se vanno molto lontane dalla storia originale) Io rimango molto soddisfatta quando vedo che certi registi si prendono addirittura la briga di riportare pari pari certi dialoghi tratti dalle pagine, pur non essendo obbligati. Lo vedo come un gesto di profondo affetto e di rispetto. Poi naturalmente bisogna tener conto della notorietà del romanzo… più un romanzo è conosciuto più l’aspettativa del pubblico sarà alta.
    Quando sento dire “a me i film di Harry Potter sono piaciuti molto” mi metto le mani nei capelli. D’accordo, se si prendono i film da soli le critiche sarebbero altre: la recitazione degli attori principali che col tempo è andata peggiorando, ai cambi di regia da film a film (negli ultimi quattro film piuttosto confusa..) Se Chris Columbus, regista della Pietra Filosofale e della Camera dei Segreti avesse preso in mano la cinepresa per tutto il resto della saga allora ne sarebbe risultata una saga molto più comprensibile e più fedele (alla storia, ai personaggi, a qualunque cosa.) Dall’Ordine della Fenice in poi sono andata al cinema senza alcuna emozione e aspettativa perché sentivo che la saga si stava già deteriorando…

    Però che dire del Signore degli Anelli? Sarebbe stata un’impresa immane tentare di riprodurre fedelmente ogni parte eppure anche così ne è venuto fuori un capolavoro che non mi stanco mai di guardare… Storia diversa per lo Hobbit, per il quale è accaduto l’esatto contrario, ovvero la volontà di dilatare una storia fin troppo semplice e poco movimentata per un pubblico ormai avvezzo alle battaglie epiche e agli amori tra razze diverse alla Aragorn-Arwen (non mi sarei mai aspettata da P.Jackson l’invenzione di sana pianta un personaggio estraneo a Tolkien.. mi ha veramente delusa)
    Di recente poi mi avevano fatto vedere la saga di Hunger Games e mi aveva appassionata moltissimo. E’ stato uno dei rari casi in cui mi sono messa a leggere il libro dopo averne visto l’adattamento cinematografico. Ebbene… i film mi hanno emozionata molto più dei libri. Ho apprezzato la trama, ma molto poco come è stata sviluppata dalla scrittrice, dalla quale non mi è parso di veder emergere un reale amore per la scrittura… poi ovviamente è solo la mia opinione.
    Insomma, secondo me non bisogna demonizzare gli adattamenti, perché posso essere terribilmente deludenti ma come anche riservare piacevoli sorprese!

    • Daniele Imperi
      15 giugno 2015 alle 07:32 Rispondi

      Ho visto anche io qualche dialogo rimasto tale come nel romanzo.
      Lo Hobbit per me è diventato un film commerciale, che ha voluto eguagliare Il signore degli anelli. Un romanzo di 300 pagine dilatato in 3 film, perché hanno aggiunto parti delle appendici de Il signore degli anelli, mi pare.
      Hunger Games non l’ho letto.

  19. vera scimone
    29 luglio 2015 alle 12:14 Rispondi

    Buon giorno. ho pubblicato un romanzo sentimentale ambientato a Catania in un passaggio che va dai giorni nostri agli anni 80 alla cui base vi è un intreccio di storie sentimentali.
    Posso chiedervi a chi rivolgermi o che percorso per ricavarne una sceneggiatura o una trasposizione in film ?
    Vera

    • Daniele Imperi
      29 luglio 2015 alle 12:43 Rispondi

      Ciao Vera, benvenuta nel blog.
      Non so risponderti. Anni fa uno degli insegnanti che ho avuto alla scuola del fumetto disse che negli USA potevi andare da un produttore a raccontare la tua idea per un film: avevi 5 minuti a disposizione, ma se la gradiva, ti firmava un assegno di 5000 dollari. Qui però siamo in Italia e tutto questo appartiene alla fantasia.

  20. Dino
    17 settembre 2017 alle 14:24 Rispondi

    La parola, scritta o verbale, è evocativa, ma parliamo già di due arti, scrittura ed oratoria. Trasferirla in immagini è altra arte. Fare di una serie di parole, di un racconto, un film richiama altre arti: paesaggistica o location, colore, musica, recitazione, per non contare tutte le attività collaterali.
    La scenografia è essenziale, razionale, è come un diagramma a blocchi in informatica, fredda.
    Fatta la traduzione, trasposizione, adattamento, fatto il film subentra l’utente finale, il percettore, la variante più variante delle varianti: l’uomo. MA… l’uomo è il fattore di ogni passaggio: uno pensa una cosa e facilmente ne scrive un’altra, uno legge e ne interpreta altra ancora e così via per ogni passaggio interpretativo ed emozionale, come il passa parola che parte piccolo ed arriva immane o addirittura altro, alieno. Voglio essere pedante, “… ebbe paura…” in questa espressione ognuno rispecchia una propria paura che induce a ritrarsi o a reagire, chi immagina Dracula, chi uno scheletro, chi un assassino, chi il vuoto, le vertigini, uno zombi, semplicemente il buio come incognita. Ognuno che partecipa all’evento udito, letto, visto percepisce una propria emozione, parlando di vari uomini che mischiano varie arti, come si può fare “critica” se non dichiarando il proprio indice di gradimento? Non esiste il bello o il brutto, il buono o il cattivo, ma ciò che è gradito, dettato dal senso comune della cultura sociale e dall’estetica suddivisa in moda.
    “UNA FEMMINA ACCANTO AL PROPRIO PARTO”: una cagna col cucciolo, una gallina col pulcino, una donna col figlio, la madonna col bambino, la madonna col Cristo flagellato, la madonna col Cristo morto.Le ottiche della scala dei valori, ma oggi ci sono anche le scale mobili che invertono la marcia, le ottiche sono tante e ci sono i filtri.
    Non voglio però dire che tutto è relativo, ma che tutto è visto in relazione ai tempi storici, non dimenticando la geografia.
    Mi presento, non sono uno scrittore, provo solo a scrivere.

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