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Il rogo

Un racconto di 300 parole

Il domenicano che aveva interrogato la donna uscì dalla cella col volto graffiato. Le guardie sorrisero a quella vista, immaginando i risvolti dell’interrogatorio. Il religioso si segnò, passandogli accanto e borbottando per mantenere un contegno in quella circostanza.

La guardia portò la cena alla prigioniera, quella sera, e nella cella trovò una donna incatenata, sporca, i capelli arruffati sul volto giovane. Il puzzo di urina e feci ammorbava l’aria. Dalla veste lacera due scie di sangue coagulato striavano le gambe su cui la pressione di robuste dita aveva lasciato vistosi lividi.

La donna sputò addosso alla guardia, ma l’uomo, ormai veterano delle prigioni, non ci badò. lasciò il vassoio di legno in terra e uscì, fischiettando una vecchia canzone.

Due giorni dopo costruirono il rogo. Nella piazza due guardie legarono la prigioniera al palo. Il domenicano lesse accuse e sentenza davanti alla folla. Con la torcia il boia accese la legna secca e un crepitio si diffuse nell’aria. La donna guardò il domenicano dall’alto di quella pira, maledicendolo. Il fumo salì su, fino ad avvolgere quel corpo strettamente legato.

Quando il fumo si dissolse per un colpo di vento, il domenicano si avvicinò al rogo, che ancora non ardeva completamente, e vi salì, avvicinandosi alla donna.

«Pentiti!», le ingiunse. La donna sussurrò qualcosa, ma il domenicano non capì. Accostò l’orecchio, intimandole nuovamente di pentirsi, poi urlò. I denti della prigioniera erano affondati nell’orecchio del religioso, che non riusciva a staccarsi da quella strega.

Chiese aiuto, ma nessuno osò avvicinarsi alla pira, che adesso aveva cominciato a bruciare bene.

«Lasciami, maledetta!» urlò impazzito, mentre le fiamme lambivano la sua veste, attaccando la stoffa. Colpì la donna al volto, al ventre, l’afferrò per i capelli, strappandoli, ma la presa non diminuì.

Le guardie faticarono, più tardi, per staccare i due cadaveri carbonizzati.

7 Commenti

  1. Frank Spada
    6 maggio 2012 alle 11:26 Rispondi

    E’ noto che le donne amano i domenicani, da sempre, fino alla follia di rivolerli dopo averli generati.
    Cristo docet!

  2. Luigi Leonardi
    6 maggio 2012 alle 11:42 Rispondi

    Guarda Daniele, mentre leggo il tuo racconto sto facendo un elenco delle memorie dell’umanità. Quando si tratta di “non dimenticare” ci si rivolge spesso alle atrocità commesse dai nazisti, dimenticando qualche altro migliaio di efferatezze, come per l’appunto quelle commesse dalla santa inquisizione. Anche quelli sono atrocità in nome di niente. Perché non ricordare che mentre “ecclesia abhorret a sanguine” bruciava e torturava?

  3. Daniele Imperi
    6 maggio 2012 alle 13:13 Rispondi

    Hai ragione, Luigi, il “non dimenticare” è sempre riferito al nazismo, quando c’è chi ha fatto più morti, come la chiesa e i gulag russi…

    • Diego
      12 settembre 2012 alle 15:49 Rispondi

      è vero, da ricordare anche i bruciati dal napalm americano nel Vietnam del Nord e Viet Cong: 1 100 000 morti

  4. Vincenzo D'Urso
    6 maggio 2012 alle 20:25 Rispondi

    Un racconto che mi ha riportato all’epoca della Controriforma. Non so il reale motivo, ma mi sono proiettato nel Cinquecento, ho immaginato la caccia alle streghe. Molto suggestivo!

  5. Romina Tamerici
    7 maggio 2012 alle 01:24 Rispondi

    Non vale! Proprio in questi giorni sto scrivendo anch’io un racconto su un tema simile! Comunque tu hai fatto un ottimo lavoro!

    Ci sono tantissime cose che non si dovrebbero dimenticare nella storia… ma è sempre facile vedere nell’altro il cattivo, un esempio è la “conquista” dell’America che per le povere popolazioni locali è stata invece un'”invasione”. Cristoforo Colombo per noi è un personaggio storico importante, altri nel mondo abbattono le sue statue. La storia non è mai oggettiva, ma è fatta di punti di vista.

  6. Lucia Donati
    7 maggio 2012 alle 11:56 Rispondi

    Un elemento che mi sembra ricorrente nelle tue storie: colui che viene eliminato che porta con sé l’eliminatore.

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