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La ricerca dello stile

Scrivere per pubblicare

Da cosa è data la bellezza di una storia? Non solo dalla trama, anche se conta molto. Una trama solida fa stare in piedi la storia, non la fa vacillare, non fa storcere il naso ai lettori. Non solo dai personaggi. Un protagonista perfetto spicca fra tutti nella storia, emerge come solo un protagonista deve fare.

No, la bellezza di una storia è data anche dallo stile di scrittura, che ovviamente può piacere o meno. La bellezza dello stile è soggettiva, perché è il modo in cui è narrata la storia. Non è solo la struttura a rappresentare la narrazione – tipo di intreccio, sviluppo delle scene, ecc. – ma anche la voce usata dallʼautore.

Da cosa è composto lo stile di scrittura?

Il primo passo da seguire per trovare il proprio stile è capire che cosa è. Se cerchiamo “stile” nel dizionario Treccani, troviamo questa bella definizione:

Particolare modo dell’espressione letteraria, in quanto siano riconoscibili in essa aspetti costanti (nella maniera di porsi nei confronti della materia trattata, di esprimere il pensiero, nelle scelte lessicali, grammaticali e sintattiche, nell’articolazione del periodo, ecc.), caratteristici di un’epoca, di una tradizione, di un genere letterario, di un singolo autore…

Mi vorrei soffermare su alcune parole usate dalla spiegazione: “aspetti costanti” e “caratteristici”. Dunque lo stile, in parole povere, è ciò che si ripete in un autore, ciò che, nella sua scrittura, ci permette di riconoscerlo dagli altri.

Ma da cosa è fatto lo stile?

Io credo che sia la risultanza di alcuni elementi tipici della lingua scritta. Ogni elemento, preso a sé, non definisce lo stile di un autore, ma nellʼinsieme questi elementi identificano quellʼautore.

  • Ritmo: è un insieme di fattori e si individua non soltanto nella costruzione delle frasi e dei periodi ma anche nella tipologia di scene e nella loro sequenza.
  • Mescolanza di parole: sono convinto che il vero stile di uno scrittore sia il modo in cui mescola le parole nella sua storia, in tutto ciò che scrive.
  • Uso delle parole: ci sono autori dal dizionario limitato, altri, come per esempio Cormac McCarthy, che ci fanno conoscere parole mai sentite.
  • Linguaggio: usate un linguaggio forbito? Oppure usate lʼaziendalese e il burocratese tanto amati in Italia? Siete soliti inserire parole volgari nelle storie? Da autore a autore il linguaggio varia.
  • Uso degli aggettivi: in genere, specialmente quando si è alle prime armi, si tende a usarne molti, come se, decorando le frasi con tanti aggettivi, stessimo offrendo al lettore qualcosa di grandioso.
  • Tipo di prosa: è asciutta? È una prosa barocca? È aulica? La prosa è il carattere della narrazione. In alcuni autori è molto scorrevole (mi viene in mente Lansdale), in altri meno (come Dick).
  • Dettagli: ci sono storie ricche di dettagli, altre che lasciano invece più libertà di immaginazione al lettore.
  • Temi trattati: anche gli argomenti cari allʼautore sono parte del suo stile. La scrittura, la narrativa anzi, è una sorta di filosofia dellʼautore, anche se spesso non molto chiara.

Lo stile di scrittura è la nostra voce

Quando leggiamo un autore, è come sentirlo parlare. La sua scrittura è la sua voce. Attraverso lo stile un autore ci parla con la sua voce diretta. Il suo modo di esprimersi e di esporre ogni concetto è parte della sua personalità.

Uno dei passi forse più importanti nella scrittura creativa è trovare la propria voce, il proprio stile. Uno stile destinato a modificarsi, a unʼevoluzione inevitabile, ma pur sempre qualcosa di riconoscibile.

Creare una propria identità

In fondo ricercare un proprio stile di scrittura significa definire una propria identità attraverso la scrittura. Perché lo stile ci identifica fra gli altri. Leggendo un solo romanzo di un autore non sempre possiamo notarlo, anche se a grandi linee possiamo scorgere qualche elemento che lo caratterizza.

Ecco perché leggo sempre le prime due o tre pagine del romanzo di un autore che non conosco: per rendermi conto se il suo stile mi prende o meno.

Si dice che uno stile catturi il lettore: lo stile è quindi la modalità in cui una storia viene raccontata. Nella vita reale abbiamo conosciuto amici che sapevano raccontare barzellette e altri che era meglio se avessero taciuto. Si tratta di stile anche in quei casi.

5 passi per trovare il proprio stile di scrittura

  1. Leggere di tutto: serve per migliorare la scrittura, ma anche per definire il proprio stile. Più letture, di più generi letterari, arricchiscono il vocabolario, ci fanno conoscere una gran varietà di stili.
  2. Scrivere di tutto: perché aiuta la scrittura, forza la nostra creatività a confrontarci con tanti generi, sviluppa il nostro stile personale perché spinge la mente scrivere in diverse situazioni.
  3. Imitare alcuni autori: è il primo passo – forse obbligato – per trovare il nostro stile. Ho iniziato imitando Terry Brooks, poi McCarthy, poi basta. Credo sia naturale, amando certi autori, cercare di emularli. Lʼimportante è che il periodo dellʼemulazione duri poco, molto poco.
  4. Essere autentici: lo sforzo maggiore è scrivere restando noi stessi. Identità significa in fondo autenticità. Lo stile di scrittura proprio si trova sforzandosi di essere autentici.
  5. Liberare le emozioni: perché lo stile siamo noi, quindi dalla nostra scrittura deve trasparire la nostra essenza, la nostra personalità, ciò che siamo veramente. Il successo maggiore, scrivendo una storia, credo si raggiunga soltanto attraverso una scrittura e uno stile ricolmi delle nostre emozioni.

Imparare dai grandi autori

Che è diverso dallʼemularli. Prendiamo Joe Lansdale. Se avete letto qualcuno dei suoi romanzi, non potete non riconoscerne lo stile. Anche i suoi incipit sono quasi sempre strutturati allo stesso modo. Usa un linguaggio diretto, specialmente quando le storie sono narrate in prima persona. Ha lʼabilità di riuscire a identificarsi con il protagonista in quel caso, a tirare fuori la sua voce. Non è Lansdale che scrive, ma sono i suoi personaggi a scrivere le sue storie.

Prendiamo Andrea Camilleri. Scrive in un linguaggio che è un misto fra lʼitaliano e il dialetto siciliano. Se scrivesse in stretto dialetto siciliano, nessuno capirebbe le sue storie, eccetto quelli della sua zona. Quello è il suo stile di scrittura.

Cormac McCarthy usa frasi brevi, di solito, ha un linguaggio duro, ma allo stesso tempo poetico, non usa le virgolette per i dialoghi. Ecco il suo stile.

J.K. Rowiling è molto descrittiva, lʼho visto in Harry Potter, ne Il seggio vacante e ne Il richiamo del cuculo. È meticolosa, le sue storie sono frutto di unʼattenta documentazione. Non lo ha detto lei, si nota leggendole.

Ognuno di questi autori – e di tanti altri come loro – ha definito col tempo un proprio stile di scrittura, uno stile che non solo lo identifica e lo rende riconoscibile, ma che nasce direttamente dalla sua personalità e dal suo bagaglio culturale e sociale.

Trovare lo stile di scrittura più adatto a noi

È ciò che conta, alla fine. I grandi autori ce lo dimostrano. Ognuno di loro ha lo stile più appropriato, quello più congeniale, quello che dà maggior forza alle sue storie.

Questo è il traguardo che dobbiamo raggiungere: trovare il nostro stile.

Io sono ancora alla ricerca del mio. E voi? Avete trovato il vostro personale stile di scrittura?

47 Commenti

  1. Kinsy
    8 giugno 2015 alle 06:27 Rispondi

    Secondo me lo stile ha anche una parte innata. Una specie di marchio che ci viene dal dentro e che nemmeno noi riusciamo a modificare. Una specie di impronta digitale letteraria.
    Credo però che i temi trattati non siano affatto parte dello stile, possono cambiare molto da un libro ad un altro. Sto leggendo un libro di un’autrice che scriveva solo di gatti e streghe e che ora tratta di persone comuni che hanno vissuto la seconda guerra mondiale. La Rowiling ha cabiato genere e tema…

    • LiveALive
      8 giugno 2015 alle 10:22 Rispondi

      Sicuro che nella strutturazione delle scene, nella scelta dei caratteri, nel modo in cui parlano i personaggi, non ci sia ricorrenza? In somma, forse i temi no, ma una parte di contenuto sì.
      Almeno di norma: perché ciò non toglie che l’autore può decidere di trasformarsi e scrivere cose completamente diverse. Di norma però il suo gusto si vede.

      • Daniele Imperi
        8 giugno 2015 alle 13:48 Rispondi

        Anche per me nel contenuto c’è ricorrenza.

      • Kinsy
        9 giugno 2015 alle 06:09 Rispondi

        Pienamente d’accordo, ma Daniele ha scritto un punto proprio dicendo “temi trattati”, specificando poi “argomenti cari al’autore”. E io non sono d’accordo su questo punto, proprio perché i temi e gli argomenti cambiano.

        • Daniele Imperi
          9 giugno 2015 alle 07:32 Rispondi

          In che senso cambiano? Alcuni autori, di cui ho letto diverse opere, hanno come portato avanti un loro “discorso”. Lansdale, per esempio, ma anche McCarthy o Bernard Cornwell. Sono come un segno distintivo dell’autore. Non dico che i temi trattati siano un elemento fondamentale dello stile, ma che ne facciano però parte.

    • Daniele Imperi
      8 giugno 2015 alle 13:47 Rispondi

      Da dentro ci viene il nostro linguaggio e il nostro modo di ragionare, che comunque sono le basi dello stile.

  2. annamaria
    8 giugno 2015 alle 07:43 Rispondi

    altro post interessante…grazie!
    Buona giornata

  3. Banshee Miller
    8 giugno 2015 alle 08:13 Rispondi

    Generalizzando molto dico che se uno quando scrive è se stesso, avrà uno stile, il suo. Se è una persona eccentrica, solare, aperta, colta, chiusa, logorroica ecc avrà uno stile simile. Se è una persona insignificante avrà uno stile insignificante.

    • LiveALive
      8 giugno 2015 alle 10:25 Rispondi

      Nel modo in cui scrivo i commenti vedi abbastanza stile da definirmi?
      (perché è una cosa che mi sono chiesto spesso: se scrivendo così, di getto, si veda una tendenza naturale dello stile; e se si veda un carattere)

      • Banshee Miller
        8 giugno 2015 alle 17:00 Rispondi

        Preciso che per stile intendo in modo magari blando e lasso, quel qualcosa che rende riconoscibile un autore. Da questo punto di vista il tuo stile, per quanto non ti conosca praticamente sotto nessun aspetto, indica una persona piuttosto precisa, attenta, riflessiva, che sottilizza molto, le sparo grosse eh, anacronistica e meticoloso, magari anche troppo.

        • LiveALive
          8 giugno 2015 alle 18:53 Rispondi

          Probabilmente hai ragione, soprattutto sull’anacronismo

    • Daniele Imperi
      8 giugno 2015 alle 13:49 Rispondi

      Essere se stessi aiuta di sicuro, ma non basta, secondo me.

  4. Marina
    8 giugno 2015 alle 08:58 Rispondi

    Sì, io so di avere un mio stile, ma non so definirlo. Forse è un controsenso, ma da una parte ho la consapevolezza di avere un mio modo di scrivere, dall’altra non so se qualcuno, leggendomi, potrebbe identificare la mia voce. La mia è una prosa ricca, con lunghi periodi; mi piacciono le descrizioni non solo di luoghi fisici, ma anche di stati d’animo o atmosfere particolari. Prediligo le figure complesse, con una personalità multisfaccettata, meglio se la loro vita non è semplice; le storie che racconto devono avere una conclusione, non restano aperte e la trama è ricca di scene e sequenze.
    Ciò che scrivo rispecchia molto le mie contraddizioni: semplice e lineare all’esterno, ma con una rivoluzione sempre in atto dentro. (Lo sai che ho scritto un post proprio a riguardo che non so se pubblicherò domani?)

    • Daniele Imperi
      8 giugno 2015 alle 13:58 Rispondi

      Non so se questi elementi che citi siano identificativi di uno stile: la vita di un personaggio non deve essere semplice, altrimenti che storia può nascere? La storia poi è giusto che sia ricca di scene e che ci siano descrizioni.

  5. Alice
    8 giugno 2015 alle 10:04 Rispondi

    davvero hai iniziato imitando Terry Brooks?
    dal tuo registro odierno, non l’avrei detto…

    • Daniele Imperi
      8 giugno 2015 alle 13:58 Rispondi

      Sì, ma parliamo anche dei primi anni ’90 :)

  6. Chiara
    8 giugno 2015 alle 10:17 Rispondi

    Dici bene: “lo stile di un autore è la sua voce”, e io penso che dipenda anche in parte dal suo carattere, o dalle sue convinzioni riguardo se stesso. Quando leggo bozze di aspiranti scrittori, mi capita spesso di percepire un’energia invisibile che permea il loro stile, e riesco a capire se si sentono ansiosi, insicuri o vanagloriosi. Questo avviene anche nella vita quotidiana, in fondo. Hai mai fatto caso al linguaggio delle persone. Chi è insicuro fa spesso domande del tipo “va bene così?”, e chi ha mania del controllo tenderà a chiedere spesso “hai capito?” o, affini.

    L’editing secondo me serve anche a far sì che la voce dello scrittore sia autonoma e personale, ma anche priva di quelle interferenze esterne che rivelano troppo il suo stato d’animo nel momento in cui scrive, fenomeno particolarmente visibile con chi è alle prime armi.

    • LiveALive
      8 giugno 2015 alle 10:27 Rispondi

      E io che energie negative trasmetto? XD

    • Daniele Imperi
      8 giugno 2015 alle 14:00 Rispondi

      Sì, il carattere c’entra anche per me. Sì nella vita reale ho notato quello, ma non saprei come possa emergere in una storia.
      Non credo valga per tutti, qualsiasi stato d’animo io abbia, la scrittura ne resta isolata.

  7. Chiara
    8 giugno 2015 alle 10:17 Rispondi

    P.S. Anche io anni fa scimmiottavo Ammaniti! :-D

  8. LiveALive
    8 giugno 2015 alle 10:20 Rispondi

    (a me dispiace scrivere risposte così lunghe, ma non so che farci, ho tanto da dire… XD)
    Io sono sempre stato un “critico stilistico”, nel senso che ho sempre fatto grande attenzione per lo stile, che se devo studiare un argomento sarà relativo allo stile più che alla trama, e che se devo scegliere che libro comprare non leggerò il tema della trama ma qualche pagina per saggiarne lo stile.
    Un tempo ricercavo lo stile particolare, strambo, quello che aggiunge alla mia lista di tecniche qualcosa di nuovo in somma. Ora mi sto dirigendo di più verso uno stile classico, semplice, limpido (perché una volta ricevuti gli strumenti vediamo come usarli).
    In realtà poi nell’ultimo periodo mi sto pure interessando alla trama in sé. Mi sto pensando infatti che la vera “dominante emotiva” la dà la trama, e lo stile dovrebbe solo supportare, come diceva Marquez. Pure, una trama “che funziona” non è detto che sia una trama che emoziona: serve darle gli eventi giusti, lo stile non basta a risollevare. A tal proposito, penso a Tolstoj: per quanto Nabokov definisse il suo stile “flawless”, è cosa abbastanza condivisa (anche da un suo traduttore e maestro della lingua come Landolfi) che il suo stile in sé sia carente. Rileggendo le sue prime stesure (la prima di Guerra e Pace, 1805, è stata pubblicata qualche anni fa) ci si rende conto come lavorasse a blocchi: molte frasi sono rimaste identiche. Ciò che è cambiato è la disposizione di tali blocchi. Ma il 95% degli sforzi è stato il modificare la trama: trovare le sceme giuste, modificare i personaggi, finché non si arrivava a ciò che emoziona davvero.
    ***
    Oggi parlare di stile come ripetizione di caratteristiche tra le opere dell’autore è difficile: il postmoderno ha sostituito lo sperimentalismo con il pastiche, e ora ci sono autori che scrivono libri con caratteristiche completamente diverse tra loro. Se lo stile fosse solo questo, poi, esisterebbe solo lo “stile dell’autore” e non lo “stile dell’opera”, quando è chiaro che anche la singola opera, sia tramite coerenza sia tramite incoerenza, può dare informazioni su un modello di scrittura.
    Oltremodo difficile è individuare tutti gli elementi che lo determinano, perché è, semplicemente, tutto.
    Chiaramente, bello scrivere, una persona non potrà tenere sotto controllo tutto, ogni singolo aspetto della scrittura: una parte dello stile inevitabilmente sarà determinata dal proprio istinto di scrittura. E forse è proprio questa parte che conta.
    ***
    Landolfi dice che ci sono scrittori che parlano meglio di quanto scrivono, perché parlando non hanno tempo di riflettere, mentre scrivendo si arrovellano così tanto su ogni parola che alla fine viene fuori un tipo di scrittura falso e affettato.
    Mi viene da chiedermi allora se anche lo scrivere senza alcuna riflessione possa aiutare a trovare uno stile più personale. Tempo fa mi era venuto in mente che, per sbloccarsi dal blocco dello scrittore e trovare uno stile, potesse essere molto d’aiuto scrivere… erotico XD perché è una cosa che si scrive senza sforzo, senza riflessione, qualcosa che si scrive con il corpo; quindi un modello di scrittura propria e naturale – senza contare che per me nel 90% dei casi il blocco dello scrittore deriva proprio dal pensare troppo.
    ***
    Voglio contribuire pure io agli esempi stilistici! XD vediamo…:
    – Tolstoj: linguaggio semplice, predilezione per l’ipotassi, sintassi che sposta le parole più importanti in punti focali, tendenza a dare ritmo tramite l’interpolazione di commenti del narratore o tramite riassunti espositivi, prosa “allucinatoria” grazie alla continua attenzione ai gesti e piccoli movimenti, soprattutto nei dialoghi.
    – Proust: uso sfrenato dell’ipotassi con continue specificazioni che spezzettano la principale (con l’idea di lasciare la frase più impressa facendo attendere la conclusione), linguaggio abbastanza semplice ma raffinato, uso possente della aggettivazione (anche 5 e più aggettivi per un solo sostantivo) spesso con terminologie marcare e accostamenti espressionistici.
    – d’Annunzio: come cambiano i tempi: oggi è uno stile odiato, mentre l’enciclopedia britannica lo definiva studiato e perfetto! Predilezione assoluta per l’arcaismo, aggettivazione abbondante ma non troppo e molto marcata, uso barocco del concettualismo con lunghe esposizioni extra-sceniche di concetti ritenuti esteticamente belli, uso amplissimo del citazionismo (per esempio, paragonando un personaggio a una figura di sfondo di un qualche quadro), scene che a volte abbandonano il realismo in favore di una visione lirica e, ogni tanto, affettata.
    – Dino Campana: senza dubbio la cosa più complessa che la letteratura di qualsiasi tempo e luogo abbia mai visto. Sfrutta anche errori di ortografia, distrugge la normale sintassi per creare una lingua sua spesso orfica, uso marcatissimo di aggettivi e avverbi, uso potente e amplissimo delle ripetizioni… Bisogna leggerlo perché non si può rendere a parole.

    Di norma come autori con il migliore stile si indicano Joyce e Nabokov. Sarebbe più corretto però indicarli come autori più padroni della loro lingua, perché le loro opere sono così varie negli stili che non si riesce a individuarne uno davvero loro. Ciò non toglie che l’Ulysses sia la più grande miniera di possibilità stilistiche mai creata, e che Lolita sia un magnificissimo esempio di scrittura.
    Io credo che per sviluppare il proprio immaginario la lettura di libri non narrativi che aprono la mente su nuove chiavi di lettura della realtà, come il Tractatus di Wittgenstein, sia più importante della lettura di una storia. Ugualmente credo che si possa apprendere di più cosa sia la magnificenza di uno stile leggendo della prosa saggistica ben scritta. Prova a dare una letta alle Vite del Vasari: non è uno stile magnifico? Non si può prescindere poi da Cicerone e Demostene, visto che l’arte dell’uso delle parole, anche se per narrativa, vien fuori dalla retorica.
    Storicamente i nostri modelli, indicati da Brembo, sono Boccaccio per la prosa e Petrarca per la poesia (Cicerone e Virgilio se scrivi in latino). Non Dante in quanto troppo sperimentale e pluristilistico, nonché secco e duro nella forma: non certo adatto alla lingua eterna e immutabile che stava cercando. Abbiamo insomma due idee: la prima è la docta varietas, come Poliziano, l’uso di una pluralità di modelli con l’idea che nessuno abbia raggiunto la perfezione e che dunque si debba prendere il meglio da ognuno; la seconda è il principio del buon modello, cioè l’idea che si debba imitare un singolo autore (con stravaganze controllate per non renderlo uguale) perché se non si fa così si ottiene qualcosa di incoerente e spiacevole. …cosa notiamo? Oggi noi puntiamo alla varietà, soprattutto nel postmoderno, con i suoi continui cambi stilistici. Eppure il buon modello è rimasto nel pop: non solo nella musica che ricicla cellule melodiche ormai testate, ma anche nella lettura di genere, che vuole dare al lettore ciò che già sa che questo si aspetta.

    P.S.: ieri era il mio compleanno. Che mi hai regalato?
    (io mi sono regalato Auster, Morrison, McCarthy, Fenoglio)

    • Daniele Imperi
      8 giugno 2015 alle 14:04 Rispondi

      Io però non ho né tempo né voglia di leggere risposte così lunghe, te lo dico subito :)
      Scrivere erotico è difficile, invece, specialmente se scrivi di qualcosa che tu stesso non abbia provato.
      Secondo me invece la lettura dei saggi non aiuta molto in quel senso.
      Non sapevo del tuo compleanno, auguri in ritardo, quindi niente regalo :)

      • LiveALive
        8 giugno 2015 alle 14:12 Rispondi

        È difficile scriverlo “artisticamente bene”, l’erotico. Ma dal punto di vista della scrittura pura, credo venga più naturale degli altri generi. Credo cioè spinga meno ad arrovellarsi.

  9. Erin Wings
    8 giugno 2015 alle 13:44 Rispondi

    Molto interessante come articolo. Io non ho ancora trovato il mio stile, ma in fondo ho solo diciannove anni, col tempo forse lo troverò.
    Almeno adesso ho capito davvero cosa significa stile, in tutte le sue sfumature e descrizioni, perciò ti ringrazio. :)

    • Daniele Imperi
      8 giugno 2015 alle 14:06 Rispondi

      Grazie. A 19 anni è difficile già avere un proprio stile, di norma si ha poca esperienza di letture e scrittura.
      Questa è la mia idea di stile ;)

  10. Elena Petrassi
    8 giugno 2015 alle 13:53 Rispondi

    Sullo stile ho messo insieme una piccola collezione di citazioni sul mio blog:
    http://elenapetrassi.blogspot.it/search/label/stile

    questa tratta da Björn Larsson
    Otto personaggi in cerca (con autore)
    è impagabile, secondo me:
    Ricetta per un capolavoro: la bilancia di Flaubert
    http://elenapetrassi.blogspot.it/2012/05/ricetta-per-un-capolavoro.html
    Ciao a tutti!
    E.

    • Daniele Imperi
      8 giugno 2015 alle 14:11 Rispondi

      Grazie, darò un’occhiata.

  11. Poli72
    8 giugno 2015 alle 14:18 Rispondi

    De Gustibus dicevano gli antichi romani.Personalmente prediligo autori con uno stile asciutto e sobrio.Lee Child ad esempio,secco ed incisivo.Scrittore di action-thriller moderni dove ambientazione e descrizione caratteriale hanno pochissimo spazio.La logica deduttiva del personaggio principale (Jack Reacher) che riesce a districarsi e vinire a capo del mistero e’ tutto cio’ che fornisce la sostanza dei suoi romanzi.Linguaggio diretto, di facile lettura e comprensione.Non occorre pressoche’ alcun impegno intellettuale nel seguire le vicende narrate linearmente nei suoi romanzi ,tuttavia incolla il lettore alla pagina.Ecco la magia.
    Bernard Cornwell e’ a mio avviso il suo omologo nell’ambito del romanzo storico . Il genere e’ obbligatoriamente piu’ descrittivo;cio’ per rendere partecipe anche il lettore piu’ sprovvisto di basi storiche.Descrizioni ridotte all’osso pero’, e assenza quasi totale di parole tecniche o concetti forbiti.Facile lettura e poco impegno intellettuale anche nel suo caso.Stile quindi semplice ed asciutto,trama lineare.Un posto da fuoriclasse spetta a G.R.R. Martin nel fantasy-storico.
    Ahh ,credo che solo un pazzo potrebbe mettersi in testa di replicare le sue trame complesse, animate da centinaia di personaggi.Eppure questo mostro di bravura riesce a rendere semplici ed intuitive matasse narrative colossali.Anch’egli ,linguaggio semplice ,diretto e assenza di qualsiasi terminologia difficile.
    Lo stile vincente e’ per me riuscire a narrare nel modo piu’ semplice e diretto possibile ,lasciando alla storia (trama) il ruolo di protagonista.Bandire assolutamente termini o frasi tecniche o virtuosistiche .Descrivere il minimo indispensabile.Caratterizzare i personaggi con le azioni che compiono,lasciando quindi al lettore un ampio margine di interpretazione personale.
    McCarthy nel suo romanzo piu’ pubblicato ” La Stada” non si preoccupa nemmeno di spiegare al lettore quale sia la causa che devasta il pianeta,lasciando pochi superstiti.Non e’ essenziale alla storia ,ognuno ne immagini una sua .La lotta per la sopravvivenza del padre e del suo bambino sono la storia.

    • Daniele Imperi
      8 giugno 2015 alle 16:06 Rispondi

      Ciao Paolo, benvenuto nel blog.
      McCarthy riesce a creare un mondo postapocalittico anche senza spiegare cosa sia accaduto. In fondo è davvero necessario? In quel contesto no, perché appunto la storia è quella del padre e del bambino. Ma qui andiamo oltre la questione dello stile.
      Bernard Cornwell e Martin mi piacciono molto, hanno uno stile che riesce a catturarmi.

    • LiveALive
      8 giugno 2015 alle 18:56 Rispondi

      Attento a non esagerare però: il massimo della trasparenza è ottenuto dai nuovi puristi, che però raggiungono una semplicità tale da risultare sterili.

  12. Tenar
    8 giugno 2015 alle 14:44 Rispondi

    Immagino che un autore abbia trovato la sua voce quando gli altri la riconoscono. Prima si può solo cercare e sperare. A me piace quando la prosa scorre come seta, elegante senza essere barocca, semplice senza rinunciare a qualche parola ricercata quando ci va. Qualcosa che non spaventi e non sembri troppo facile. Tra gli italiani mi piace molto la prosa di Rigoni Stern che arriva al dunque senza tanti fronzoli, ma non rinuncia alla sua eleganza e quella, molto dolce, di Elisabetta Bucciarelli.
    Parole brusche o volgari non mi piacciono per niente, ma qualche volta, sopratutto nei dialoghi, ci stanno.

    • Daniele Imperi
      8 giugno 2015 alle 16:07 Rispondi

      Sì, lo penso anch’io. Non ho letto le due autrici che citi.
      La volgarità nei romanzi non piace neanche a me, ma in alcuni casi serve. Lansdale la usa, nei dialoghi ma anche nel narrato, quando è in prima persona.

      • Tenar
        8 giugno 2015 alle 20:18 Rispondi

        Mario Rigoni Stern. Quello del Sergente nella neve. Decisamente uomo.

        • Daniele Imperi
          9 giugno 2015 alle 07:28 Rispondi

          Mi pareva strano… non so perché ho pensato fossero autrici entrambi :)

  13. Monia
    8 giugno 2015 alle 18:42 Rispondi

    Post proprio interessante.
    Lo stile è quella cosa indescrivibile (eppure ben descritta e mostrata in ogni parola e sbattuta in prima pagina e in ogni pagina) che permea il modo che hai di guardare le cose che nel tuo scritto aleggiano anche quando non si vedono, la maniera personalissima con cui scrivi le parole lasciate a dormire tra le righe finché qualcuno non si sveglia e le legge e fa quella cosa che spaventa ogni scrittore: quel qualcuno, finalmente, TI legge.

    Non sono d’accordo col terzo punto. L’imitazione non lo vedo un passaggio né auspicabile né “obbligato”. E forse non sono d’accordo neanche col titolo. Non sono certa che lo stile si cerchi, sai?

    (E, per restare in tema, sappi che secondo me il tuo stile, nel blog, è di giorno in giorno più… Palpabile. Ed è bello, da esso, lasciarsi toccare)

    • Daniele Imperi
      8 giugno 2015 alle 18:48 Rispondi

      Grazie :)
      Ho scritto “forse obbligato” perché di solito succede così, quando siamo alle prime armi. Tendiamo a imitare gli autori che ci piacciono.
      La ricerca è intesa sia nel senso che ognuno di noi cerca di essere se stesso e differente dagli altri sia come consapevolezza del proprio stile.
      Il mio stile nel blog è più palpabile? Non saprei, ma grazie :)

  14. Lisa Agosti
    8 giugno 2015 alle 18:56 Rispondi

    Il commento di Tenar mi rispecchia in toto. Mi piace la prosa scorrevole e non troppo pesante ma nemmeno troppo superficiale. Purtroppo quando è il mio turno di scrivere le cose si complicano. Così come un amante dell’opera può scoprire di avere una voce nasale, così un amante della letteratura elegante può scoprire di avere uno stile sgarbato e dissacrante. Sarà meglio seguire le mie disposizioni naturali o sforzarmi di cambiare voce per arrivare a scrivere come vorrei saper fare? Si può cambiare voce, secondo voi?

    • Daniele Imperi
      8 giugno 2015 alle 18:58 Rispondi

      Eh, si complicano anche quando devo scrivere io…
      Secondo me dovresti cambiare voce secondo le storie, almeno è così che io vedo la scrittura: storia che vai, stile che trovi :)

  15. Ivano Landi
    8 giugno 2015 alle 19:04 Rispondi

    Qualcuno, ma non ricordo più chi, ha definito lo stile l’impronta digitale dello scrittore. Penso renda bene l’idea.
    Ma lo stile è anche qualcosa di sfuggente, in un certo senso misterioso. In musica, per esempio, Bartok e Dvorak sono distinguibilissimi tra loro, eppure usano le stesse sette note.

    • Ivano Landi
      8 giugno 2015 alle 19:07 Rispondi

      Non avevo letto nessuno di coloro che mi hanno preceduto prima di scrivere (sono tanti commenti e alcuni lunghissimi), ma vedo ora che il tema dell’impronta digitale era già uscito nel primo commento :D

      • Daniele Imperi
        9 giugno 2015 alle 07:25 Rispondi

        È vero, non me lo ricordavo :)
        Segno che è una frase azzeccata ;)

    • Daniele Imperi
      9 giugno 2015 alle 07:25 Rispondi

      Ricordo anche io quella frase, ma non l’autore. E concordo che sia anche qualcosa che non riusciamo a cogliere, ma che si avverte.

  16. Francesca Lia
    8 giugno 2015 alle 22:43 Rispondi

    Sono d’accordo. Articolo molto accurato.
    Penso di aver trovato il mio stile, ma ho ancora molta strada da fare: devo sgrezzarlo, “ripulirlo” da quello che non è necessario e dalle immaturità. Ho trovato il mio carattere, ma devo metterlo bene a fuoco. Prenderci la mano, insomma.

    • Daniele Imperi
      9 giugno 2015 alle 07:26 Rispondi

      Grazie. Io non sono sicuro di averlo trovato, invece, ma di sicuro so che è ancora pieno di immaturità. Si può ripulire soltanto con parecchio esercizio.

  17. Grazia Gironella
    12 giugno 2015 alle 22:26 Rispondi

    Credo che il mio stile, ancora in evoluzione (e quando mai smetterà?), miri a essere semplice ed evocativo. Anche da lettrice è quello che preferisco, anche se esistono numerose eccezioni. Certi autori sono così bravi da far dimenticare le preferenze.

    • Daniele Imperi
      13 giugno 2015 alle 09:07 Rispondi

      Semplice e evocativo piace anche a me. Concordo che lo stile non smetta mai di evolvere.

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