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L’arte della retorica

Inventio, dispositio, elocutio

L’arte della retorica

Questo è un guest post scritto da Salvatore Anfuso.

Negli ultimi decenni si sente spesso schernire il ricorso alla retorica: come se il semplice fatto di adoperarla renda meno veritiere le parole e più fasulle le intenzioni. Che lo si faccia in forma orale o scritta, ogni volta che comunichiamo con qualcuno ci sforziamo di essere convincenti; ovvero di rendere il nostro argomentare il più efficace possibile. Persuadere l’interlocutore della validità delle nostre ragioni non è né facile né banale; e anche se possiamo non esserne coscienti, per riuscirci tutti noi ricorriamo all’esperienza e alla logica. In una parola: alla retorica.

Il fatto di farvi ricorso non è di per sé discriminatorio: se siete dei farabutti, lo siete sia che sappiate come essere convincenti sia che della retorica ignoriate del tutto il buon uso. Ma se le vostre intenzioni sono genuine, allora sapere come fare a persuadere gli altri della validità delle vostre argomentazioni può essere molto utile. L’arte di ottenere ragione è un componimento sulla dialettica, pubblicato postumo, del filosofo tedesco Arthur Schopenhauer. Rimando a lui qualsiasi consiglio in merito, se siete interessati. Il nostro interesse in questo articolo, invece, è solo quello di capire in modo un po’ più specifico e meno prevenuto cosa sia la retorica.

La retorica è l’arte di esporre fatti veri o verosimili (inventio) secondo una disposizione curata per sortire il massimo effetto (dispositio), prestando attenzione che la forma delle frasi e la scelta dei vocaboli si accordino con coerenza al contenuto (elocutio). A queste tre caratteristiche gli antichi, che abitavano un mondo fondato sull’esposizione orale, ne aggiungevano altre due: la memoria, utile per mantenere in mente le informazioni da pronunciare in pubblico; e la declamazione, ovvero la capacità di dare la giusta intonazione al proprio favellare.

Se si è appassionati di politica, non è raro cogliere nei discorsi degli uomini di potere (soprattutto se americani) il ricorso anche a questi ultimi due attributi. Per gli scrittori di oggi essere capaci di recitare in modo elegante il proprio componimento non conta poi molto: il terreno di gioco è un altro. Diversa, a mio avviso, è la questione della memoria: provate a immaginare quante informazioni dovete gestire, e quindi tenere a mente, quando scrivete un romanzo. Una buona memoria è un aiuto potente.

Inventio

Riguardo all’inventio, cioè al rinvenire di una storia o alla sua palese invenzione, la prima cosa utile da chiedersi è come distinguere un fatto banale, di cui probabilmente non importerà niente a nessuno, da uno interessante e quindi meritevole d’essere riportato. Quis, quid, cur, quod, quemadmodum, quibus adminiculis; ovvero: chi? che cosa? perché? quando? come? con quali mezzi? Prima ancora che gli inglesi formulassero le loro cinque W, i latini già adoperavano questo metodo: utile non solo a esporre immediatamente i fatti rilevanti, ma anche a capire se quella che si ha per le mani è una storia avvincente.

Per rispondere a queste domande bisogna cercare o inventare (con una verosimiglianza convincente), a seconda che si sia giornalisti o scrittori. Quando siamo certi di saper rispondere, allora sappiamo anche di avere il dominio della materia che vogliamo trattare; almeno nella sua bozza iniziale. Ricordandoci che un conto è narrare, cioè riportare i fatti, un altro è argomentare, cioè riportare i fatti in modo che si accordino alla nostra tesi, in questa fase ci interessa solo capire se essi sono completi, coerenti e intriganti. Saper rispondere a queste cinque domande è la base per raccontare qualsiasi tipo di storia (reale o meno che sia): Chi è il protagonista? Che cosa vuole? Perché lo vuole? In che epoca è ambientata la vicenda e in che tempo si svolge? Il dove, per i latini, è strettamente legato al quando, ma noi possiamo aggiungercelo: dove si svolge la vicenda? Come intende riuscirci? Con quali mezzi o aiuti?

Ma quali fatti meritano di essere raccontati? e come si riconoscono? Il passaggio dalla sfera privata a quella pubblica – uno scritto, almeno nelle intenzioni, è sempre pubblico – passa attraverso un giudizio critico: lo scrittore s’interroga circa la rilevanza dei fatti escogitati e compie una scelta sulla base della propria esperienza. Questo significa che non esiste una netta separazione fra ciò che è raccontabile e ciò che non lo è: se è frutto di una scelta, i fatti diventano raccontabili. Ogni volta che siamo costretti a compiere questa scelta dobbiamo chiederci cosa della vicenda merita la nostra attenzione, e quindi l’attenzione del pubblico, e cosa invece è privo di interesse. Ciò ha un legame molto stretto con il punto di vista che adotteremo e, di conseguenza, rivela il nostro modo di guardare il mondo; di selezionare cioè di esso alcune cose, quelle che ci attraggono, tralasciando le altre.

I modelli di riferimento principali sono due: quello della rappresentazione, ovvero la storia coincide con un modello sociale condiviso dal pubblico di riferimento; e quello della contrapposizione, ovvero la storia assume rilevanza proprio perché si contrappone a un modello culturale riconosciuto. Quindi, per riepilogare, se dei fatti che avete inventato o rinvenuto possedete abbastanza informazioni da rispondere alle domande suddette e il suo nocciolo può essere fatto corrispondere a uno dei due modelli evidenziati, allora vi trovate di fronte a una storia che potete raccontare.

Il valore di questa storia, ovvero quanto interesse è in grado di suscitare, dipende da alcuni fattori: argomento, mode, eccezionalità, credibilità, coinvolgimento di fattori noti (località molto conosciute, personaggi di pubblico dominio), tempestività (ovvero cogliere una moda prima che si palesi o quando si sta palesando), gusti del pubblico di riferimento, contesto storico. A questi possiamo aggiungere: drammaticità (un fatto drammatico è di norma più interessante di un fatto divertente), empatia, conflittualità, progresso (la storia veicola idee rivoluzionarie), comunicabilità (ovvero la facilità di raccontarlo). Tutto questo meriterebbe un ulteriore approfondimento.

Dispositio

Tutto ciò che rientra nella dispositio riguarda la “semplice” organizzazione del materiale raccolto in precedenza. La struttura che daremo alla storia rientra normalmente in due categorie: la fabula e l’intreccio. Con fabula s’intende una narrazione che segue diligentemente l’ordine cronologico degli eventi. Con intreccio, invece, s’intende un ordine – perché sempre di ordine si tratta – in cui la sequenza dei fatti è stata mescolata secondo un principio dominante: aumentare la suspense.

Visto che il tema è stato già trattato in lungo e in largo da molti altri prima di me e, presumo, da molti altri dopo di me verrà altrettanto trattato, è inutile soffermarci su questo argomento più del necessario. Se della prima, la fabula, l’ordine dipende dagli eventi e quindi è indipendente dalla volontà dello scrittore; della seconda, l’intreccio, possiamo invece immaginare per ogni storia una miriade di versioni possibili, tanto da poter essere narrata da scrittori distinti (distinti non per professionalità, ma per anagrafe) in modi anche profondamente diversi: su questo principio si fonda, ad esempio, il concetto di rivisitazione.

È chiaro, come già riferito in altri articoli, che un testo è normalmente diviso in almeno tre parti: esordio, sviluppo ed epilogo. Nell’esordio è bene esporre immediatamente l’argomento che si tratterà nel corso della narrazione; nello sviluppo lo si tratta in modo approfondito; nell’epilogo lo si ribadisce dandone una risoluzione. Poiché ne abbiamo già parlato in precedenza, a proposito dei tre atti, è inutile insistere ulteriormente.

Elocutio

Se esistono dei criteri per decidere cosa è opportuno dire quando si racconta una storia, probabilmente rientrano in un più generale criterio: quello della pertinenza. Se su cosa è rilevante si possono avere opinioni diverse, su cosa sia pertinente invece no: se parlo della morte di un bambino è inutile parlare della guerra in Vietnam, a meno che uno non sia conseguenza dell’altro. Non mi pare ci sia nulla di incomprensibile, riguardo la pertinenza, per cui non mi soffermerei.

Una buona esposizione di norma tiene conto di quattro regole generali: l’economia (se puoi dirlo con poche parole, fallo!); la coerenza (anni fa andava in onda una pubblicità in cui un figlio, per dichiarare la propria omosessualità, diceva alla madre: «Io non sono chi tu pensi io sia», al che la madre rispondeva: «Neanch’io sono chi tu pensi io sia» strappandosi di dosso abiti e parrucca mostrando così di essere non la madre, bensì il padre. Mi pare fosse la pubblicità di un chewing gum… Ecco, evitatelo); contiguità semantica (se parliamo di una madre, difficilmente il lettore assocerà il sostantivo “madre” a madre Teresa di Calcutta: penserà piuttosto che stiate parlando di una “mamma”; quindi ricordatevi di specificare sempre nel caso in cui di una parola con più significati non ci si riferisca a quello più generico); categorie descrittive (un uomo che si lancia da un aereo col paracadute per sport è un paracadutista; un uomo che effettua indagini per conto di privati è un investigatore; un uomo che batte lamiere per appianare ammaccature è un carrozziere, questo indipendentemente dal fatto che siano anche collezionisti di francobolli, abili amatori o cinici divorziati).

Lo scrittore, infine, può assumere verso la storia un punto di vista esterno, di chi i fatti li conosce e li sta raccontando al lettore; oppure un punto di vista interno, dove la sua presenza si annulla per far emergere agli occhi del lettore i fatti così come si stanno svolgendo. Nel primo caso: tanto più uno scrittore fa sentire la sua voce, tanto più al lettore la sua esposizione sembrerà oggettiva. Nel secondo caso, invece, tanto più è soggettivo il racconto dello scrittore, tanto più protagonista della vicenda si sentirà il lettore; questo al di là che si narri in prima o in terza persona.

Come si è visto da quanto esposto in questo articolo, la retorica non è una meretrice pronta a rubare denari dalle tasche incustodite dell’incauto passante di turno. Tutti noi l’adoperiamo, spesso senza saperlo. Come quel tale, che un giorno di maggio chiese a un noto scrittore: «Ma come si racconta una storia?» E lo scrittore: «Esponendo una serie di fatti». «Eh… dotto’, fosse così semplice, saremmo tutti scrittori».

Il guest blogger

Ho frequentato Lettere a Torino, un corso alla Holden, uno con Giulio Mozzi. Scrivo dall’età di 10 anni. Dal 2015 al 2017 ho collaborato col settimanale Confidenze. Mi potete trovare su: Salvatore Anfuso • il blog.

26 Commenti

  1. Grilloz
    11 maggio 2017 alle 08:17 Rispondi

    Stavo giusto pensando alla storia di un carroziere che per sport fa il paracadutista e un giorno si improvvisa investigatore per scoprire chi gli ha rubato la collezione di francobolli indagando fra le sue amanti perseguitato dalla ex moglie cui non paga gli alimenti (alla fine è tato il maggiordomo)
    :P

    P.S. adesso c’è la PNL ;)

    • Salvatore
      11 maggio 2017 alle 09:01 Rispondi

      Inaccettabile, a meno che non sia un romanzo frattale! :)

      • Grilloz
        11 maggio 2017 alle 09:05 Rispondi

        Dimenticavo che ad un certo punto incontra una meretrice di nome Retorica che gli soffia il portafoglio dove conservava il biglietto da visita di un certo bloger scrittore che ogni lunedì fornisce lezioni di grammatica :D

        • Salvatore
          11 maggio 2017 alle 09:15 Rispondi

          Piuttosto che fare questi incontri, meglio restare a casa.

    • Daniele Imperi
      11 maggio 2017 alle 11:35 Rispondi

      La PNL sarebbe quel modo assurdo di scrivere con tutte frasette brevi, dando del tu, caricando la gente con domande e risposte e portando il lettore a leggere tutto per scoprire alla fine che l’articolo non ha detto assolutamente nulla? :D

      • Salvatore
        11 maggio 2017 alle 11:41 Rispondi

        Hai descritto il 95% dei siti della blogosfera… XD

        • Daniele Imperi
          11 maggio 2017 alle 11:42 Rispondi

          Spero di far parte del restante 5% :D

      • Grilloz
        11 maggio 2017 alle 12:14 Rispondi

        I dettagli non li ho studiati :D credo di sì, anche se probabilmente quelli che scrivono quei testi sono quelli che non l’hanno capita :D

        • Daniele Imperi
          11 maggio 2017 alle 12:15 Rispondi

          O che l’hanno distorta :)

          • Grilloz
            11 maggio 2017 alle 12:18 Rispondi

            Se l’avessero capita ci avrebbero convinti, invece ci hanno solo infastiditi :P

            • Daniele Imperi
              11 maggio 2017 alle 12:24 Rispondi

              Hai ragione, a questo non avevo pensato :)
              Appena leggo testi del genere, chiudo la pagina.
              Un po’ come i politici hanno distorto la retorica.

      • Chiara Mazza
        17 maggio 2017 alle 13:42 Rispondi

        La PNL è un tipo di psicoterapia, almeno che io sappia. Se poi la usano anche per fare blog di cui il web dovrebbe sbarazzarsi però non lo so… ;)
        Il principio di base comunque credo sia l’idea che se comunichi le cose diversamente, per quanto i messaggi restino gli stessi, a volte molto cambia.
        Un esempio: se dici a tuo marito “sei sempre il solito, hai lasciato la cucina uno schifo!” cambia rispetto a se dici “se la cucina è sporca e incasinata non riesco a starci e quando la trovo così mi arrabbio con te e ho l’impressione di non essere capita”. Magari la seconda formulazione è una menata per chi l’ascolta, ma è inattaccabile perché soggettiva, quindi retoricamente molto più efficace… ;)

  2. luisa
    11 maggio 2017 alle 14:31 Rispondi

    Come spesso accade tra la “gente comune” si adoperano parole senza saperne il significato più profondo, ecco che mi nasce l’attenzione e rifletto su questa parola: “retorica”
    Cosa sia la PNL mi spiace non lo so :-( posso solo intuirlo dalle risposte soprastanti
    Ps. Grazie a Salvatore Anfuso

    • Daniele Imperi
      11 maggio 2017 alle 14:48 Rispondi

      Programmazione neuro linguistica :)

    • Salvatore
      11 maggio 2017 alle 14:48 Rispondi

      Prego, Luisa. È un piacere. :)

      • luisa
        12 maggio 2017 alle 01:25 Rispondi

        Ho fatto “un giro sul tuo blog e ho visto un mio primo piano con un sorriso smagliante… :-)

        • Salvatore
          12 maggio 2017 alle 08:02 Rispondi

          Ciao Luisa, in che senso?

          • luisa
            12 maggio 2017 alle 17:54 Rispondi

            Troppo facile se te lo dico, secondo te?

            • Salvatore
              12 maggio 2017 alle 18:12 Rispondi

              Sospetto che c’entri un asinello. Ho azzeccato? :)

  3. Antonio Alfiere
    17 maggio 2017 alle 10:39 Rispondi

    Questo è il quinto articolo che leggo in rete sulla suddivisione in tre parti delle opere e non credo alle coincidenze: stanno tutti a copiare sul web :D

    Adesso, comunque, la Retorica ha cambiato nome in Persuasione.
    Risulta più accettabile parlare di Persuasione che di Retorica.

    • Salvatore
      18 maggio 2017 alle 07:39 Rispondi

      Ciao Antonio,
      due dei cinque che hai letto probabilmente li ho scritti io. Del terzo conosco l’autore, che ha anche commentato sul mio blog. Gli altri li ignoro. :)

      Perché secondo te persuasione dovrebbe essere più accettabile di retorica?

  4. Chiara Mazza
    17 maggio 2017 alle 13:34 Rispondi

    Bel articolo, Salvatore!
    Non sono d’accordo su una cosa: un testo scritto non è per forza, per intenzione, pubblico. La lista della spesa è scritta e privata, il diario segreto è, appunto “segreto”, un assegno contiene testo scritto, ma… ma insomma, magari sono soltanto puntigliosa sulla definizione di “testo scritto”.
    Ho anche una domanda: non mi è chiaro perché se come narratore adotti un punto di vista esterno allora più sei presente più il racconto risulta oggettivo e se adotti un punto di vista interno allora più sei soggettivo più il lettore si sente coinvolto. Non dipende anche in parte da cosa racconti? Per esempio quando scrivi su facebook cos’hai mangiato adotti un punto di vista interno e sei super soggettivo, ma boh… io come lettore non mi sento specialmente coinvolto… ;) (la domanda è volutamente provocatoria! ;) )
    Ma ribadisco: bel articolo, grazie!

    • Salvatore
      18 maggio 2017 alle 07:46 Rispondi

      Grazie, Chiara. Dunque, specifichiamo che con testo scritto si intende un testo che si voglia far leggere a terzi. Per intenderci, una lista della spesa nel momento in cui la passi a tuo marito – perché tanto lo sappiamo che la lista la scrivi tu ma al super mercato ci mandi lui – diventa pubblica. Allora dovremmo intenderci sulla definizione di pubblico… Mi fermerei qui.

      Per quanto riguarda la seconda domanda: dipende non dall’argomento – un articolo di giornale può parlare di politica o di sport o di gossip, ma sarà sempre avvertito dal lettore come oggettivo se l’autore adotta un punto di vista esterno – ma da come si pone l’autore. Su FaceBook puoi raccontare fatti tuoi, certo, ma se riporti semplicemente una notizia avrai comunque un punto di vista esterno e il lettore avvertirà l’informazione come oggettiva (anche se non lo è); tanto più sarà esterno il punto di vista dell’autore tanto più oggettiva sembrerà al lettore la comunicazione. E viceversa.

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