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Definire le proprie regole ortoeditoriali

Regole ortoeditoriali

Quando cʼè stato lʼediting del mio libro sul blogging, per la prima volta ho sentito parlare di “norme ortoeditoriali” della casa editrice. Si tratta di una serie di “convenzioni” stilistiche e tipografiche, almeno credo si possa definirle così, che danno ai testi pubblicati da una casa editrice unʼomogeneità, unʼimpronta precisa anche.

Aprendo i libri pubblicati da uno stesso editore, notiamo uniformità allʼinterno dei testi, per esempio nei dialoghi, nellʼuso del corsivo e delle virgolette per citare riviste, opere, ecc.

Anche se non ce ne rendiamo conto, nei nostri blog abbiamo impostato delle norme ortoredazionali, così come queste norme esistono nei nostri manoscritti. Qualcuno di voi, per esempio, usa i trattini per i dialoghi – su cui tornerò più sotto – e altri, come me, le caporali.

Gli elementi ortoeditoriali di un testo

Considerare gli elementi ortoeditoriali nei nostri testi significa avere una scrittura più ordinata, “regolata” da precise consuetudini, anche se personali, che rendono i nostri post e i nostri manoscritti coerenti fra loro.

Come citare un brano nel blog e in letteratura

Qui ho spesso citato brani di libri o di post altrui e miei, e per farlo ho usato il tag HTML <blockquote>, che trovate sia in WordPress sia in Blogspot.

Citazione Blogspot

Citazione Blogspot

Citazione WordPress

Citazione WordPress

Usare questo tag è per me preferibile alle classiche virgolette o a altri accorgimenti poco semantici, perché racchiude il testo in una sorta di “box” con una grafica diversa dal resto.

E in narrativa?

A me piace molto citare brani nelle mie storie, così come mi piace trovare citazioni nei romanzi che leggo. Anche in quel caso sono state definite delle norme. La citazione ha una grandezza minore rispetto al resto, è magari allineata a destra, ecc.

Come inserire le note nel blog e in letteratura

Si è un poʼ perso lʼuso delle note. Mia madre ha una copia de Le mie prigioni di Silvio Pellico, era di mio nonno, unʼedizione degli anni ’40. Quel libro è pieno zeppo di note, in una pagina cʼè una sola riga di testo e lo spazio rimanente è occupato dalle note. Mi sono innamorato di quellʼedizione a prima vista.

Nel mio libro sul blogging ne ho inserite tante, tutte rigorosamente a fondo pagina, il posto più logico. Le note, come le citazioni, sono scritte con un carattere più piccolo.

1. La copywriter italiana più famosa del web.

Ma in un blog possiamo inserire le note? Nel suo articolo “Le note sul web” Luisa Carrada1 dice che “non si mettono”. Perché “le note sul web sono i link” – ho appena inserito una norma ortoeditoriale, ve ne siete accorti? – e ha ragione.

Tempo fa in un vecchio blog avevo necessità di inserire delle note e le ho messe “a fondo pagina” come in un libro, ma questo obbliga il lettore a scendere e risalire nel post. Ho sfruttato i link o, meglio, le ancore, come sono chiamate. Il numero 1 inserito come apice e linkato, ancorato, a fondo pagina in corrispondenza della nota 1. A fine nota, poi, un link che riportava in alto dovʼera stata interrotta la lettura.

Una soluzione machiavellica?

Come vedete, in questo post ho trovato altre soluzioni, fornite da un plugin credo, che inserisce una citazione “flottante” a destra oppure a sinistra.

I tag per lʼapice sono <sup>1</sup> e quelli del pedice, per scrivere per esempio H2O, sono <sub>2</sub>.

Lʼuso del tondo, del corsivo e del grassetto

  • Questa frase è scritta in tondo
  • Questa frase è scritta in corsivo
  • Questa frase è scritta in grassetto

Un post va scritto in tondo, così come un romanzo e un racconto, un saggio e un manuale. Unʼemail, una pagina web. La scrittura deve essere tonda.

Abusare del corsivo e del grassetto rende la lettura più difficile. Quando usarli? Dipende dalle vostre regole ortoredazionali.

Io uso il corsivo per alcuni termini stranieri, magari quelli poco comuni. Anche nei romanzi si legge così. In questo caso il corsivo avverte il lettore che cʼè una parola straniera. Uso il corsivo anche per i titoli dei libri. O, infine, per dare enfasi ad alcune parole.

Il grassetto non si usa mai in letteratura. Nei post va usato con parsimonia, per richiamare lʼattenzione del lettore su alcune parole o concetti chiave.

Lʼuso delle virgolette: caporali, apici doppi e singoli

2. Chiamate così perché ricordano il grado di caporale.

CaporaleA me nei dialoghi piace usare le virgolette a caporale2, altrimenti dette caporali: « ». Ma cʼè chi usa i cosiddetti “rigati”, ossia i trattini che io uso negli incisi.

Gli apici doppi, che ho usato nel paragrafo precedente, servono anche per indicare parole o concetti espressi per la prima volta, o metterli in evidenza. In alcuni casi ho visto usarle nei dialoghi.

Gli apici singoli sono usati per racchiudere termini stranieri o gergali e dialettali, ma io preferisco il corsivo. Oppure evidenziano una parola allʼinterno di una frase già contenuta nelle caporali o nelle virgolette alte.

Lʼuso dei trattini

Ho prima accennato ai rigati, che io uso negli incisi. Per inserire questo trattino (almeno in OpenOffice, ma credo anche in Word) è sufficiente inserire il trattino presente nella tastiera e poi scrivere: automaticamente questo trattino si allungherà.

Attenzione: è un errore inserire il trattino di congiunzione, che serve appunto per unire due parole, come per esempio self-publishing.

Lʼuso degli accenti

E qui arriviamo al bello. Come sapete, io porto avanti da anni una battaglia contro gli accenti in mezzo alla parola. Una caratteristica della nostra bella lingua è quella di non avere accenti se non a fine parola e solo in rari casi. Perché renderla complicata inserendo quegli inutili accenti?

Lo so, molti di voi – e anche gli esperti della lingua italiana – sostengono che in alcuni casi sono consentiti, ma io divento idrofobo ogni volta che li vedo.

Ecco quindi una mia personale regola ortoeditoriale: nessun accento in mezzo alle parole.

Lʼuso del maiuscolo

Il maiuscolo – come mi hanno insegnato alle elementari – si usa per i nomi propri di persona (Daniele) o per i luoghi (Roma) o per indicare periodi storici (Giurassico, Ottocento, Medioevo), o correnti artistico-culturali (Manierismo, Cubismo, Astrattismo) o istituzioni (la Chiesa, il Ministero).

Oggi, specialmente nel web, si abusa del maiuscolo. Alcuni avrebbero scritto il titolo di questo post allʼamericana: Definire Le Proprie Regole Ortoeditoriali. È semplicemente osceno.

Come scrivere i titoli delle riviste, dei libri e degli articoli

Ho sempre usato il corsivo per i titoli dei libri e sempre così li ho trovati scritti nelle varie pubblicazioni. Durante lʼediting del mio libro, però, lʼeditor tolse il corsivo ai nomi delle riviste e dei fumetti che avevo citato, racchiudendoli nelle caporali. Quindi non Tex e Vanity Fair, ma «Tex» e «Vanity Fair», come da norme ortoeditoriali della casa editrice.

In quel momento mi era sembrato strano usare le caporali, ma a pensarci bene ho sempre visto usarle per i nomi delle riviste e dei quotidiani. Per gli articoli dei post che cito uso invece i doppi apici. Ma userò le caporali per i nomi dei blog, quindi «Anima di carta», «Appunti a margine», «Penna blu».

Le abbreviazioni

USA o U.S.A.? JK Rowling o J.K. Rowling o ancora J. K. Rowling?

Alcune abbreviazioni sono ormai entrate nel linguaggio e trattate come parole a sé stanti. Quindi scriviamo FAQ, SEO, SUV, OGM e non F.A.Q., S.E.O., S.U.V, O.G.M.

Nel caso dei nomi è giusta la seconda opzione: J.K. Rowling. Quando una persona ha più di un nome, si abbrevia e le iniziali non si separano con uno spazio. Quindi J.F. Kennedy, E.L. Doctorow, J.R.R. Tolkien, George R.R. Martin, H.G. Wells, ecc.

Il Vancouver Citation Style prevede invece di non usare il punto nelle bibliografie, quindi, per esempio: Harry Potter e la pietra filosofale, Rowling, JK, Salani, 2015.

La bibliografia

Altro elemento interessante nei libri. Io ho creato la mia bibliografia, definendo alcune regole ortoeditoriali per indicare ciò che avevo scritto:

  • titoli di post e racconti tra apici doppi
  • titoli di pubblicazioni in corsivo
  • nomi di blog tra caporali

Il mio excursus nelle norme ortoredazionali è finito. Voi avete definito le vostre? O la vostra scrittura non è omogenea?

39 Commenti

  1. Salvatore
    30 novembre 2015 alle 09:49 Rispondi

    Anch’io adotto istintivamente alcune di queste regole, anche se non saprei dire se la cosa ha molto senso visto che poi ogni casa editrice uniforma il testo alle proprie tradizioni tipografiche. Comunque, nel mio caso, ad esempio uso le caporali («caporali») per il discorso diretto; i segni paragrafemici sintattici li metto al di fuori delle caporali se riguardano la didascalia che segue, all’interno se riguardano il discorso diretto. Il punto, per chiudere il discorso diretto, lo metto sempre fuori dalle caporali. Uso parecchio il punto e virgola. Uso poco le maiuscole e, al di fuori dell’uso normativo, solo per evitare equivoci. Ad esempio: Paese con la maiuscola se intendo indicare una nazione per distinguerlo da “paese” di provincia. Gli accenti nel mezzo della parola non li inserisco mai, neanche per evitare equivoci: li trovo odiosi. Eccetera…

    • Daniele Imperi
      30 novembre 2015 alle 12:20 Rispondi

      Sì, è vero che ogni editore ha le sue regole, però presentare un testo curato fa un’impressione migliore.
      Il punto prima lo mettevo anche io fuori, poi ho iniziato a metterlo dentro le caporali, perché ogni frase comunque deve finire con un punto. Quindi scrivo: «Ciao, Salvatore.», anche perché si scriverebbe «Vattene via!», quindi se il punto esclamativo può stare dentro, perché non ci può stare il punto?

      • Salvatore
        30 novembre 2015 alle 12:36 Rispondi

        A me, ad esempio, quel punto lì, all’interno delle caporali, mi crea urticaria. Non riesco neanche a leggerlo senza un seguente profondo moto intestinale. Non ti saprei dire il perché, ma mi infastidisce. XD

        • Salvatore
          30 novembre 2015 alle 12:40 Rispondi

          Ho risposto prima di leggere tutto il tuo commento. Per rispondere: per lo stesso motivo cui si può far seguire a un punto interrogativo o esclamativo una lettera minuscola (anziché maiuscola) se si ritiene che il periodo non è concluso; mentre con il punto questo non può accadere, a un punto deve sempre seguire una maiuscola. Quindi, per chiudere il periodo io metto il punto e visto che il punto dentro le caporali non chiuderebbe il periodo (perché le caporali restano fuori, o ne metti un secondo, con il rischio di fare questo: “.».”, oppure metti solo il secondo. Mi spiego?

          • Daniele Imperi
            30 novembre 2015 alle 12:42 Rispondi

            Io faccio seguire la minuscola ai punti interrogativo ed esclamativo solo nel caso in cui c’è una frase tipo questa:
            “Dov’era finito Salvatore?, mi chiesi a un certo punto.”
            Però c’è la virgola che fa capire che il pensiero include tutto e non va quindi una maiuscola.

          • monia74
            30 novembre 2015 alle 14:10 Rispondi

            Daniele, nel tuo esempio io metterei il pensiero in corsivo, e mi pare ci stia il doppio segno. Ma cercherei comunque di evitarlo con altri giri di frasi, tipo discorso indiretto. O anche solo la domanda credo sia molto chiara, senza specificare che “mi chiesi”. Comunque non credo sia un errore, solo brutto da vedere.

          • Daniele Imperi
            30 novembre 2015 alle 14:15 Rispondi

            @Monia74: La domanda potrebbe esserci anche se la storia fosse narrata in 3° persona: Dov’era finito Salvatore?, si chiese a un certo punto.
            Si può usare il corsivo per i pensieri, è vero. Dipende appunto dalle regole ortoeditoriali che imposti.

          • monia74
            30 novembre 2015 alle 14:32 Rispondi

            Io scriverei: si chiese a un certo punto dov’era Salvatore. Insomma, non mi piace il dialogo riportato. Ma è mio gusto. :)

          • Daniele Imperi
            30 novembre 2015 alle 14:41 Rispondi

            @Monia74: sì, è questione di gusto, perché io trovo spesso scritto a quel modo. :)

        • Daniele Imperi
          30 novembre 2015 alle 12:40 Rispondi

          In un certo senso stona anche per me. Infatti stavo pensado di tornare al punto esterno, che chiude comunque il discorso diretto. Però il ?, il ! e i … si mettono all’interno, quindi perché non mettere anche il punto?

          • monia74
            30 novembre 2015 alle 14:06 Rispondi

            Perchè (in teoria) tu dovresti leggere il testo ignorando i caporali e dovrebbe stare su da solo, senza errori. Per questo si mettono i due punti prima dei caporali e per questo dopo si mette o la virgola o il punto. Il punto esclamativo è legato al parlato e se messo fuori ha un altro significato, dato dalla voce narrante.

          • Daniele Imperi
            30 novembre 2015 alle 14:17 Rispondi

            @Monia74: i due punti non ci sono sempre nel discorso diretto. Io li vedo e li uso raramente.

          • monia74
            30 novembre 2015 alle 14:22 Rispondi

            Intendo che non puoi scrivere “Disse “, ma “Disse: “. Se non lo metti è un errore (a quanto ne so io). Poi, ci sono anche modi per evitare del tutto. “<>, disse.” o “” e basta. (non so se stiamo dicendo la stessa cosa. Anche io li evito più che posso)

          • monia74
            30 novembre 2015 alle 14:27 Rispondi

            ops, non mi ha scritto parte del testo, sarà finito come codice :P Manca “ciao” in tutte le frasi

          • Salvatore
            30 novembre 2015 alle 15:10 Rispondi

            I segni interrogativo e affermativo non hanno il compito di chiudere il periodo, ma hanno un compito sintattico. Quindi metterli dentro le caporali è corretto. Invece il punto, oltre al compito sintattico, ha anche quello di chiudere il periodo: va messo fuori.

            Per quanto riguarda le minuscolo a seguire i segni ? e ! non serve che ci sia la virgola, anche se, va detto, potrebbe essere di più facile interpretazione. Tuttavia, nella normativa, questa virgola: “Dov’è finito Salvatore?, mi chiedi” è anomala. Bisognerebbe scrivere: «Dov’è finito Salvatore?» mi chiesi. Oppure: Mi chiesi dove fosse finito Salvatore. O, ancora: “Dov’è finito Saltatore?”, mi chiesi. Infine: Dov’è finito Salvatore? mi chiesi. Detto questo, io preferisco: Dov’è finito Salvatore?, mi chiesi. Proprio come te… ;)

  2. ombretta
    30 novembre 2015 alle 10:11 Rispondi

    Ottimo post, complimenti! Scrivere un testo in modo omogeneo è fondamentale soprattutto se si tratta di una tesi di laurea. Quando scrissi la mia non avevo nozioni editoriali e feci un lavoro enorme di confronto dei testi. Il risultato fu buono e quella un’ottima palestra per la mia formazione. Magari avessi trovato un post così a quei tempi :)
    Anch’io preferisco le caporali. Gli accenti in mezzo alle parole non mi piacciono e li giustificherei solo nei libri per bambini.

    • Daniele Imperi
      30 novembre 2015 alle 12:21 Rispondi

      Grazie.
      Anche per una tesi bisogna definire certe regole, alla fine si tratta di scrivere una sorta di saggio.

  3. Tenar
    30 novembre 2015 alle 10:52 Rispondi

    Credo che il tuo sia un ottimo post, che mette a fuoco un elemento spesso sottovalutato.
    Come hai detto, ogni editore ha la sua norma, ma fa sicuramente un effetto migliore presentare a un editore un testo curato sotto l’aspetto ortoeditoriale piuttosto che uno raffazzonato.

    • Daniele Imperi
      30 novembre 2015 alle 12:24 Rispondi

      Grazie. Io penso che, oltre al fatto di presentare un testo ordinato, è anche più piacevole e chiaro scrivere un testo in cui ogni elemento abbia le sue caratteristiche. Quando scrivo un racconto per il blog, a me piace comunque impaginarlo con OpenOffice, con tanto di rientro di paragrafo, ecc.

  4. Andrea Torti
    30 novembre 2015 alle 11:39 Rispondi

    Come si suol dire, “anche l’occhio vuole la sua parte” :)
    Un testo curato anche sotto questo aspetto ha di certo più chance di attirare l’interesse di una Casa Editrice.

    • Daniele Imperi
      30 novembre 2015 alle 12:25 Rispondi

      Oltre all’aspetto estetico, che conta, per me è un fatto di chiarezza e non solo di ordine all’interno del testo.

  5. monia74
    30 novembre 2015 alle 12:31 Rispondi

    Anche io mi sono data delle regole. Un po’ sono quelle che mi hanno insegnato alle elementari, altro po’ recuperate da Internet. Anche a me piace vedere un testo ordinato e omogeneo.
    Io uso il punto fuori dai caporali, perchè mi aveva convinto la spiegazione trovata. Ma in effetti anche la tua osservazione non fa una piega :)
    Uso i trattini con parsimonia e li uso al posto delle parentesi. Corsivo per i pensieri, doppi apici (virgolette) in casi di emergenza, tipo citazioni all’interno di un dialogo. Mai gli apici.
    Ho usato le note un paio di volte (ma in narrativa le trovo poco non necessarie in effetti).
    Le abbreviazioni le preferisco senza punti, e comunque ricordiamoci di evitare la doppia punteggiatura a fine frase o seguita da virgola.
    Per gli accenti guardo la treccani. Se una parola non mi suona bene metto l’accento. Se non mi piace con l’accento ne trovo un’altra :P :P

    • Daniele Imperi
      30 novembre 2015 alle 12:38 Rispondi

      Ho letto anche io da qualche parte una spiegazione riguardo al punto fuori dalle caporali. Diciamo che da questo punto di vista non avrei problemi ad accettare le regole di un editore. Di sicuro non mi piace e non trovo neanche sensato il doppio punto, tipo: «Ciao, Monia!».
      Ma in qualche caso ho trovato scritto proprio così…

  6. Barbara
    30 novembre 2015 alle 15:16 Rispondi

    …un post del genere al lunedì mattina può far davvero male, eh!! :)
    Tutto bene, finchè non sono arrivata alla caporali! Capo…che??!
    Qui ho un paio di ebook, li apro velocemente e sì, ci sono ste caporali! Ma com’è che non me ne sono mai accorta??!
    Semplice. Nonostante passiamo da tastiere italiane ed americane (pur mantenendo lo stesso supporto plastico) non vengono mai stampate. Il mio word non ha questa correzione automatica (non è un default), semmai quando si digitano le virgolette inglesi ” si arrangia ad aprirle e chiuderle ove occorre (fa un banale conteggio). Ergo, io sempre quelle ho usato.
    Dato che qui ci sono parecchi digitatori compulsivi, chiedo “Oh, ma nessuno di voi ha mai usato le caporali?” Non vi dico che bagarre ne è uscita…
    Ora devo capire se editare tutti i testi con i dialoghi, solo i testi inseriti come post pubblici, o se lasciar perdere perchè in fase di scrittura le virgolette sono più comode, in fase di lettura non sono l’unica ad essersene accorta stamattina.
    Sbirciando un po’ in rete però, davvero ogni casa editrice ha le sue, le caporali poi sono italiane (in Germania le usano rovesce, puntando alla parola contenuta). Quindi: ha senso sbattercisi sopra il cranio? Non lo so…anche perchè uno dei ragionamenti che “gira” in questo periodo è che convenga proporre le bozze prima all’estero (quindi con virgolette inglesi) e poi ritornare a vendere in Italia.
    E bene che vada (in caso di pubblicazione), con un paio di “find & replace” si possono facilmente sostituire e sistemare in ogni software o supporto che sia!

    • Daniele Imperi
      30 novembre 2015 alle 15:30 Rispondi

      Finora non ti eri mai accorta delle caporali nei romanzi? :D
      Anche a me Writer chiude le virgolette con cliccando sullo stesso simbolo. Il trattino quindi non ti esce?
      Che significa proporre le bozze prima all’estero? Se io ho scritto un libro in italiano, che faccio? :)

      • Barbara
        30 novembre 2015 alle 15:37 Rispondi

        Si, non me n’ero accorta ed ora comprendo il motivo: è una scelta della casa editrice. Evidentemente ho letto più Feltrinelli che Mondadori. E leggo più stranieri che italiani.
        Se hai scritto un libro in italiano, lo fai tradurre e lo puoi proporre all’estero, tenendo conto di “internazionalizzarlo”. Cioè non contenere riferimenti che all’estero non possono essere compresi. O spiegarli. Ma è una cosa di cui sto ancora discutendo con i miei amici del marketing…

        • Daniele Imperi
          30 novembre 2015 alle 15:44 Rispondi

          Anche io leggo più stranieri che italiani, ma credo di non aver letto nulla o quasi di Feltrinelli :)
          Il racconto che voglio pubblicare in self lo farò tradurre in inglese, ma da un traduttore madrelingua. E decideremo insieme proprio la questione internalizzazione. Per esempio, dovrò cambiare nome a un animale, che in inglese non avrebbe senso.

  7. monia74
    30 novembre 2015 alle 15:19 Rispondi

    Il trova sostituisci lo uso anch’io, ma non andrei fuori con un testo senza i caporali. Fa molto principiante, secondo me. :)

    • Barbara
      30 novembre 2015 alle 15:32 Rispondi

      Isabel Allende, L’amante giapponese, Feltrinelli Editore, edizione italiana:
      “Qui è proibito fumare,” l’avvertì il direttore.
      Qui le caporali non ci sono, e la Allende certo non è principiante. La scelta è delle casa editrice.

      • Daniele Imperi
        30 novembre 2015 alle 15:40 Rispondi

        Vanno bene anche quelle virgolette nei dialoghi, non sono obbligatorie le caporali. Invece penso sia sbagliata la virgola dopo fumare, andrebbe fuori dalle virgolette.

      • monia74
        30 novembre 2015 alle 15:41 Rispondi

        Io ho letto anche qualcosa senza nessun segno a identificare i dialoghi, ma era piuttosto fastidioso. In ogni caso non userei mai i maggiori o minori.

        • Daniele Imperi
          30 novembre 2015 alle 15:49 Rispondi

          Allora devi leggere Cormac McCarthy :)
          Ma anche E.L. Doctorow lo ha fatto nel romanzo Ragtime.

    • Daniele Imperi
      30 novembre 2015 alle 15:33 Rispondi

      Anche per me. O usi le caporali o le virgolette. Nei romanzi inglesi e americani trovo sempre le virgolette o perfino gli apici singoli.

  8. Simona C.
    30 novembre 2015 alle 15:20 Rispondi

    Qualcosa dello stile personale deve adattarsi alle regole della casa editrice.
    Da auto-pubblicata, dopo i primi esperimenti, mi sono data delle regole precise per l’uso dei corsivi, delle virgolette e delle caporali nei dialoghi perché anche questo è un segno distintivo del mio modo di scrivere e organizzare esteticamente paragrafi e capitoli.
    Non uso mai i trattini, anche se lo facevo in passato, né gli accenti all’interno delle parole, né le parentesi: li trovo tutti orrendi in un libro. Al massimo, posso tollerare le parentesi in un testo manualistico o nei post su un blog, ma in narrativa non le sopporto.

    • Daniele Imperi
      30 novembre 2015 alle 15:38 Rispondi

      Hai fatto bene. Io ora penso proprio di mettermele per iscritto, mi faccio uno schema finché non ricordo tutto a memoria.
      Le parentesi non mi dispiacciono, servono anche quelle. A forza di leggere ho imparato che non bisogna disdegnare i vari simboli della scrittura: se esistono, signfica che hanno una loro utilità.
      C’è un autore norvegese che inserisce le liste puntate nei romanzi. Si chiama Erlend Loe.

  9. Loredana
    30 novembre 2015 alle 18:11 Rispondi

    Bellissimo. Uno di quei post d’istruzioni che si devono stampare e consultare ogni tanto, quando ci si dimentica qualcosa. Io utilizzo molte di queste norme ortoeditoriali (che parola magnificamente bizzarra), che derivano da quelle che usai per scrivere la mia tesi di laurea…ricordo che usai il manuale di Umberto Eco praticamente all’osso per rispettare le regole della bella scrittura.

    • Daniele Imperi
      1 dicembre 2015 alle 08:12 Rispondi

      Grazie. Sì, il nome suona un po’ bizzarro anche a me :)

  10. Ilario Gobbi
    3 dicembre 2015 alle 19:40 Rispondi

    Ciao, grazie mille per questo approfondimento, una riflessione utile sull’editing che mi ha permesso di realizzare che stavo compiendo alcuni errori di formattazione da tempo ^_^
    Non sapevo di queste norme ortoeditoriali, ma in effetti è ragionevole che vengano rispettate per mantenere l’uniformità stilistica ed espositiva dei libri di una casa editrice.

    • Daniele Imperi
      8 dicembre 2015 alle 17:05 Rispondi

      Ciao Ilario, che errori commettevi? :)

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