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Le regole della scrittura creativa

Le regole della scrittura creativa

Leggendo il post sulla prima regola della scrittura creativa scritto da Lisa, ho voluto riflettere sul concetto di regole. Cʼè chi dice di seguirle, chi sostiene che vadano infrante. La verità, come spesso accade, sta nel mezzo.

Tempo fa ho parlato delle mie personali regole di scrittura creativa, quelle che tendo a seguire quando scrivo una storia. Ognuno ha le sue, anche se qualcuna può coincidere, così come esistono quelle regole di scrittura che si possono infrangere, quando cʼè una vera necessità.

Ma esistono vere regole quando si scrive? È conoscendole e rispettandole che si impara davvero a scrivere romanzi e racconti?

Al di là dei manuali di scrittura creativa

Leggere libri sulla scrittura aiuta lo scrittore? Io non ne ho letti molti, anzi soltanto 3:

  1. On Writing di Stephen King: può essere considerato come unʼautobiografia artistica del Re. A me è piaciuto molto, lʼho letto in originale e ho trovato spunti interessanti.
  2. Il mestiere dello scrittore (On Becoming a Novelist) di John Gardner: mi è piaciuto anche questo, parla senza mezzi termini dellʼattività di romanziere dellʼautore.
  3. Minuti scritti di Annamaria Testa: molto utile, fa capire quanto sia difficile scrivere. Ci sono esercizi di scrittura che mettono davvero in difficoltà. Consigliato vivamente.

Mi hanno aiutato questi libri? Sì, ma forse proprio perché non sono manuali di scrittura. Il vero manuale è lʼesperienza.

Penso che sia opportuno imparare a scrivere leggendo e scrivendo, proprio come consiglia King. La lettura ci fa scoprire i segreti della scrittura, se siamo lettori attenti, se leggendo cerchiamo di capire la struttura del romanzo, le tecniche usate dallʼautore.

Ecco quello che mi sento di dire: non leggere troppi manuali, altrimenti il rischio è di avere la testa farcita di nozioni inutilizzabili. Uno scrittore non deve avere una cultura nozionistica, ma letteraria.

Andare quindi oltre i manuali di scrittura creativa. Leggere quei libri sulla scrittura che parlano di esperienze dirette dellʼautore, perché sono le uniche che possono insegnarci qualcosa.

10 regole di scrittura creativa

Detto questo, penso che esistano comunque delle regole che un autore deve rispettare, perché sono regole che rendono leggibile e comprensibile una storia.

  1. Grammatica: è la prima per eccellenza, perché forse la più infranta. Le regole grammaticali vanno conosciute per infrangerle quando la storia lo richiede. Altrimenti vanno rispettate come leggi.
  2. Stile: creare un proprio stile di scrittura per differenziarsi dagli altri, per essere riconoscibili. Lo stile è sempre in mutamento.
  3. Linguaggio: possiamo scegliere di usare un linguaggio crudo, diretto o fatto di metafore e similitudini. Oppure un linguaggio semplice perché scriviamo per bambini e ragazzi. Il linguaggio fa parte di noi, della nostra personalità, della nostra cultura, dei nostri valori, anche.
  4. Ambientazione: una storia va ambientata, una storia è fatta da una successione di eventi che avvengono allʼinterno di scene. Quelle scene devono essere mostrate o descritte al lettore.
  5. Personaggi: sono uno degli elementi portanti di una storia, no? Una storia è fatta di personaggi, di ciò che accade loro. Sono i personaggi che la conducono attraverso le parole del narratore. Costruire personaggi tridimensionali è uno dei compiti dello scrittore.
  6. Premessa: ne abbiamo parlato quando ho introdotto il concetto di idea forte, quellʼidea che riesce a trasformarsi in storia e a permetterci di scriverla. Oggi per me è fondamentale riuscire a individuare la premessa nelle storie che voglio scrivere.
  7. Originalità: parola abusata in ogni campo. Ma può un autore non essere originale? Certo, se scrive il solito fantasy con gnomi e elfi o coi soliti vampiri e zombi.
  8. Personalità: dalle nostre storie deve trasparire la nostra personalità, dobbiamo trasparire noi stessi. Sentimenti, valori, paure, tabù, amori e odi influenzano la nostra scrittura.
  9. Coerenza: può forse mancare in una storia? No, assolutamente. Ogni elemento che inseriamo deve rientrare in una sua logica e avere rapporti ben precisi col resto. Alla fine della storia tutto deve tornare, non possono esserci lacune, incomprensioni, conti che non tornano.
  10. Tecnica: per scrivere narrativa non ci vuole solo fantasia, ma anche tecnica. La scrittura, creativa o per il web, è anche una scrittura tecnica. Scegliere con quale forma narrativa raccontare una storia, come strutturare il romanzo, come impostare i dialoghi, ecc., è tutta tecnica che si impara col tempo e lʼesercizio.

Unʼunica regola di scrittura creativa: la storia

Ho letto la storia del cinema nellʼenciclopedia Treccani online e ho scoperto che negli USA esisteva – o forse esiste tuttora? – un Ufficio soggetti (Story department). Ecco, questa è per me lʼunica regola di scrittura creativa: lo scrittore deve creare dentro di sé il proprio Ufficio soggetti, in cui supervisiona idee e trame per sviluppare solo quelle degne di diventare una storia.

LʼUfficio soggetti dello scrittore deve promuovere le vere storie, quelle che hanno un capo e una coda, quelle che hanno un inizio, uno svolgimento e una fine. Questa è ovviamente la mia idea personale di storia, ma davvero non riesco a leggere storie che non rientrino in questi canoni.

Non credo che rispettare questa mia unica regola significhi limitare lʼazione dello scrittore, la sua immaginazione, la sua creatività.

La vostra unica regola di scrittura creativa

Qual è? Su cosa basate la vostra narrativa? Quale regola diventa per voi una legge da rispettare?

43 Commenti

  1. Serena
    26 marzo 2015 alle 07:28 Rispondi

    Sai che mi sto divertendo a mettere giù le regole degli scrittori citati dal Guardian nel famoso report. La mia personale regola, invece, è una sola: Impara la struttura. Al resto c’è rimedio, ad una storia senza motore, senza grammatica interna, no. Con un intervento sulla struttura si salvano storie che non vanno da nessuna parte. E non sono molto d’accordo che i manuali non servano, ma adesso devo schizzare via, quindi ti risponderò in un post sul mio blog, o magari in un podcast ;-)
    ,

    • Daniele Imperi
      26 marzo 2015 alle 12:36 Rispondi

      Qual è il post del Guardian?
      Aspetto che mi spieghi la storia della struttura, allora :)

      • Serena
        30 marzo 2015 alle 18:49 Rispondi

        Ciao Daniele,
        nell’introduzione alla mia mini-serie di articoli sulle regole della scrittura ho parlato del post del Guardian, che trovi qui: http://www.theguardian.com/books/2010/feb/20/ten-rules-for-writing-fiction-part-one. Si tratta di un pezzo abbastanza famoso che è stato rebloggato e ripreso un po’ ovunque e raccoglie le regole della scrittura secondo alcuni grandi, tra i quali gente del calibro di Neil Gaiman, Margaret Atwood ed Elmore Leonard. Nella mia serie io non enuncio le “mie” regole della scrittura, ma parto analizzando quali sono le regole che vengono citate più frequentemente da questi scrittori. Non mi permetterei mai di dettare le mie regole, non sento di avere scritto e/o pubblicato abbastanza per poterlo fare e forse non lo farei nemmeno con parecchi libri pubblicati all’attivo.
        Tranne che per un aspetto: l’importanza della struttura. Su questo metto la mano sul fuoco. Con struttura mi riferisco non solo e non tanto alla classicissima struttura in tre atti, ma soprattutto alla dinamica della storia: alla presenza dei principali punti di trama al posto giusto, alla natura e alla potenza del conflitto – come motore che manda avanti il tutto, all’arco del personaggio. Credo (spero) di avere spiegato abbastanza bene cosa intendo, anche se in modo molto generale, qui:
        http://109.73.229.176/~serenabi/ceraunavoltaunastoria.it/struttura-in-tre-atti/

        • Daniele Imperi
          31 marzo 2015 alle 08:17 Rispondi

          Ciao Serena,
          appena posso mi leggo quel post sul Guardian. Sulla struttura e la dinamica della storia mi trovi d’accordo. Mi leggerò anche il tuo post.

  2. Banshee Miller
    26 marzo 2015 alle 08:05 Rispondi

    Leggere molto e scrivere molto. Tutto il resto viene dopo. Dopo cosa? Dopo aver letto e scritto molto, dopo aver raggiunto un discreto livello di dimestichezza ci si può soffermare sugli elementi presenti nei dieci punti, che sono importanti, ma che appunto vengono dopo. I manuali di scrittura sono delle mezze fregature, perché danno un punto di vista troppo personale e quindi scarsamente utilizzabile, oppure danno dritte troppo blande e generali che saprebbe dare anche mia nonna. Ho detto mezze fregature però, perché all’interno si trova sempre qualche cosa che si può tener buono. Quello di King è il più bello che ho letto.
    Quando facevo l’università, anni fa purtroppo, andai a chiedere a un docente fissato con la scrittura cosa potesse fare uno studente per migliorare in quel campo. Lui rispose senza pensarci nemmeno un secondo “leggere l’opera omnia di Kafka”, per poi rimanere zitto a fissarmi. Dopo, forse notando la mia faccia delusa, avevo già letto l’opera omnia di Kafka, aggiunse che Kafka aveva una prosa perfetta e pulita, il massimo della rigorosità, traguardo a cui uno deve mirare quando scrive.

    • Daniele Imperi
      26 marzo 2015 alle 12:38 Rispondi

      Leggere e scrivere molto è un obbligo, altrimenti non puoi scrivere nemmeno mezza riga.
      Di Kafka ho letto solo Metamorfosi, ma vorrei leggere altro. Vediamo se darò ragione al tuo docente.

  3. LiveALive
    26 marzo 2015 alle 08:15 Rispondi

    Io penso a manuali più normativi – e anche per questo più adatto agli inesperti – come Self Editing For Fiction Writers.
    Ci sono critici che sono autoritari (Aristotele, il primo critico; e neoaristotelici vari; e molti altri), e cioè che impongono la loro scala di valori; e critici che autoritari non sono. Pure ci sono i teorici letterari, coloro cioè che cercano in modo univoco di definire il testo letterario, e quali caratteristiche lo differenziano da un testo non-letterario.
    Il critico autoritario, inutile dirlo, è quello che piace di più all’inesperto: lui ha bisogno di certezze, e dirgli “si fa così, e basta” è quello che vuole; dirgli “si può fare così. Ma anche così. In fondo, è tutto relativo” gli mette ansia, lo confonde… Purtroppo, il critico autoritario è spesso anche quello più lontano dalla realtà (e infatti Aristotele sbatte contro un muro ogni volta che prova a parlare di generi che non rientrano nel suo paradigma; lui, poretto, che considerava i generi intrinseci all’opera, e non convenzionali…).
    ***
    Puoi chiamarle regole, o tecniche, o consigli, come ti pare meglio;a c’è una base che non cambia: l’estetica è sempre cosa, almeno al 99%, soggettiva. Non esiste un “bello oggettivo”: al limite, all’interno di un contesto, può essere soggettivo ma condiviso dal senso comune (avessi voluto fare il figo avrei potuto dire “trascendentale”), ma ciò non risolve il problema. Come fare? L’unica possibilità è negare il giudizio di gusto e prendere una base non-estetica: se rispetta questo principio bene, se non lo rispetta male (principi, sia chiaro, non estetici: principi estetici con cui si può dire una cosa del genere non esistono). Ma è una cosa priva di senso: il giudizio dei fruitori sarà sempre di gusto, sarà sempre estetico. Allora, sprofondiamo in una notte relativista? Eh, ma se il relativismo è la realtà, perché negarla? (e ho già spiegato i limiti che si devono considerare)
    ***
    Ciò che consideriamo bello varia di epoca in epoca, e di conseguenza variano anche quei concetti applicabili che possiamo chiamare regole o come vi pare. Secondo alcuni esistono principi base che resistono nei secoli, e che sono validi in ogni epoca. Per quanto io consideri esistente ina base biologica comune, non credo esistano principi di questo tipo: è solo una illusione, che inganna coloro che non si rendono conto che in ogni epoca esistono tutte le tendenze; e che anche ora abbiamo tanto minimalisti quanto barocchi quanto classicisti.
    Darsi una regola base, quindi? Non mi pare utile: bisogna dare una regola al proprio lavoro, certo, perché se no non si ha criterio per procedere (genio kantiano? Ma il genio è presente in tutti, in grado diverso, poiché tutti diamo una regola a ciò che facciamo; altrimenti non potremmo neanche farla); ma una regola comune a tutti i lavori, non fa per me. Forse potrei dire, comunque, la complessità, cioè il fatto che poche parole implichino molti ragionamenti, che una singola causa porti molto conseguenze: perché per me è questa l’essenza del bello come lo percepiamo. Oppure potrei dire la connotatività, perché per me è ciò che distingue una frase “letteraria” da una, per dire, saggistica (ciò non toglie che, de facto, esiste solo il testo: le altre suddivisioni sono roba nostra: ecco perché nessun romanzo è letteratura e basta, narrativa e basta).

    • Daniele Imperi
      26 marzo 2015 alle 12:44 Rispondi

      Il bello che c’entra in tutto il discorso? Ovvio che sia soggettivo. Ma cosa c’entra con le regole della scrittura?

      • LiveALive
        26 marzo 2015 alle 14:37 Rispondi

        Se le regole non permettono di ottenere il “bello”, perché applicarle? Puoi ottenere altro, certo; ma poiché il fruitore cerca il bello, ottieni qualcosa di inutile.

        • Daniele Imperi
          26 marzo 2015 alle 14:41 Rispondi

          Infatti non credo che le regole debbano farti ottenere il bello, proprio perché “bello” è un concetto soggettivo. Le regole ti permettono di ottenere una storia che funziona, che poi ti piaccia o meno non ha importanza.

          • LiveALive
            26 marzo 2015 alle 15:50

            Definisci “che funziona”. Io credo che “una storia che funziona” sia “più bella” di “una storia che non funziona”. Se no, perché farla funzionare, se alla fine, quando il lettore esprime il suo giudizio di gusto, scopre che vale tanto quanto una che non funziona? …c’è addirittura chi pensa che le “regole” siano solo ed esclusivamente relative alla forma, perché la forma, dicono, è oggettiva, e il contenuto soggettivo; quindi, per loro, la “storia che funziona” manco esiste… Ma sono estremisti.

          • Daniele Imperi
            26 marzo 2015 alle 15:55

            Sono d’accordo che la forma sia oggettiva. Se hai scritto rispettando la grammatica, nessuno può dire il contrario. Il contenuto, poi, la storia, può piacere o meno.
            Noi usiamo dire “bello” a sproposito, spesso. Una storia che funziona non è più bella di una che non funziona, è più coerente, casomai, è più stabile, più comprensibile.

          • Tenar
            26 marzo 2015 alle 20:55

            Una storia che funziona secondo me è una storia che un lettore può seguire e che ottiene gli effetti di significato (o di non significato) voluti dall’autore. Può non piacere, ma viene fruita. Magari non è un capolavoro, ma è parecchie spanne sopra rispetto a un sacco di cose che vengono scritte…
            Io a una storia che funziona secondo questi parametri non sputerei sopra, anche se magari non ho prodotto nulla di sublime…

  4. Chiara
    26 marzo 2015 alle 09:29 Rispondi

    Le regole che hai elencato le considero dei capisaldi talmente integrati nel modo di scrivere che non riesco a considerarle delle norme. Mi spiego meglio: quando penso al concetto di “regola”, mi viene in mente qualcosa imposto dall’esterno.
    Penso a tutti quelli che pontificano sui blog, e cercano di imporre il loro modus operandi come l’unico possibile e accettabile. Esempio: una storia va parcellizzata nel dettaglio, compresa divisione di scene e capitoli, prima di mettersi a scrivere. Oppure: i post del blog devono essere scritti almeno un mese prima. A conferma di ciò c’è il fatto che, quando si parla di questo argomento, si citano spesso i manuali, quasi a voler dare maggiore credibilità alle proprie parole.
    Raramente si parla delle proprie regole personali, quelle che uno scrittore trova dentro di sé e che gli consentono di orientarsi in mezzo al caos della creatività.
    Ecco: quelle che tu citi mi appartengono profondamente. :)

    • LiveALive
      26 marzo 2015 alle 11:00 Rispondi

      Non preoccuparti, che anche quelle regole sono superabili, neanche solo sono intrinseche alla scrittura XD Per esempio, Kafka supera giustamente la coerenza: le sue contraddizioni sono funzionali al messaggio, e anzi sono essere stesse il vero soggetto. Oppure, i personaggi: D’Annunzio progettava la storia di una città, quindi un testo privo di personaggi; ma non è il solo ad averlo pensato, e poi testi senza personaggi ci sono stati davvero (a meno che gli oggetti scenici non possano essere considerati tali: insomma, un albero parlante è pur sempre un personaggio; ma un albero semplicemente percepente? è un confine fumoso)

    • Daniele Imperi
      26 marzo 2015 alle 12:49 Rispondi

      In quel caso non le considero regole, ma appunto modi di lavorare. Metodi. Ognuno ha il suo. Io posso parlare di come scrivo nel blog, ma resta un mio metodo che per te, magari, non va bene.
      Le regole personali sono le migliori :)

  5. Marina
    26 marzo 2015 alle 11:18 Rispondi

    Anche per me l’unica regola creativa che conta è la storia, scriverla bene comprende le altre precedenti regole da te opportunamente citate.
    Leggerò “Minuti scritti” di Annamaria Testa: mi incuriosisce molto!

    • Daniele Imperi
      26 marzo 2015 alle 12:51 Rispondi

      Fammi sapere se ti piacerà.

  6. Tenar
    26 marzo 2015 alle 14:11 Rispondi

    Posto che la regola base rimane “scrivi una storia di cui ti sei innamorato – non perdere tempo con nulla di meno importante”, un po’ di narratologia di base secondo me va conosciuta.
    Saper smontare e rimontare un testo non può far male, così come a un progettista d’auto non può far male conoscere un po’ di meccanica e saper montare e rimontare un motore.
    Non sono una fanatica di manuali, ma sia al liceo che all’università avevo insegnanti di letteratura di scuola strutturalista, quindi ho chili e chili di appunti. Ultimamente ho apprezzato “Scrivo dunque sono” di Elisabetta Bucciarelli, forse perché è un’autrice che mi piace molto, forse la mia preferita tra gli italiani contemporanei.

    • Daniele Imperi
      26 marzo 2015 alle 14:26 Rispondi

      Perché non scrivi un post sulla narratologia di base? :)
      Sulla storia di cui si è innamorati mi trovi d’accordo: altrimenti rischi di non andare avanti, ma soprattutto di scriverla male.
      Che intendi di preciso per smontare e rimontare un testo? Il proprio o i testi letti?

    • LiveALive
      26 marzo 2015 alle 14:39 Rispondi

      La mia prof mi diceva sempre, invece, che gli strutturalisti hanno ucciso la letteratura.
      (ma la mia formazione, in realtà, è prevalentemente strutturalista)

      • Tenar
        26 marzo 2015 alle 20:51 Rispondi

        Gli strutturalisti non si occupano di estetica, volendo non sanno dirti se un testo è bello o no, se è stato importante nel contesto storico in cui è stato scritto. Questo in effetti uccide il concetto stesso di letteratura. Però capiscono come funziona un testo e perché funziona. Dal punto di vista della costruzione di una narrazione danno degli strumenti potentissimi. Infatti i manuali di base di sceneggiatura derivano tutti dallo strutturalismo.
        PS: Daniele, quando vi ho rotto le scatole sulla differenza tra narratario e lettore ideale ho scritto post sulla narratologia.

        • Daniele Imperi
          27 marzo 2015 alle 07:49 Rispondi

          Ah, vero, vado a rileggerli allora :)

  7. juli
    26 marzo 2015 alle 14:23 Rispondi

    Lasciare, prima di tutto, parlare l’anima ed in seguito trasformarle in parole scritte. Quando scrivo i miei pensieri o le mie poesie, passo qualche giorno quasi tormentata da frasi a metà, singole parole, lascio semplicemente che affiorino… e basta. Arriva poi il momento di metterle per iscritto, le metto sulla carta anche se non hanno senso perchè “sento” che qualcosa sta nascendo, le lascio semplicemente lì… come se dovessero “crescere”, “maturare”; le riprendo dopo qualche giorno e comincio a dare un senso a quel vortice che mi ha “tormentato” per alcuni giorni, finchè la mia piccola opera è compiuta.

    • Daniele Imperi
      26 marzo 2015 alle 14:28 Rispondi

      Ciao July, benvenuta nel blog.
      Il procedimento che usi può andare bene per le poesie, ma non per un romanzo. Qualcosa del genere è successo anche a me in qualcuna delle poche poesie che ho scritto.

  8. LiveALive
    26 marzo 2015 alle 15:46 Rispondi

    Una riflessione… Il “classico” prevede anche il rispetto di un canone. Pensiamo al poema epico: il viaggio, il duello, la descrizione di un oggetto, la lista, l’invocazione alla musa, i giochi in onore del defunto, la divisione in 12 o 24 canti (6 è più raro)… Sono convenzioni che si trovano in ogni vero poema epico. Non le rispetti? Non è un poema epico: ecco perché all’inizio la Gerusalemme Liberata era così osteggiata. E pensiamo anche al primo testo di critica, la Poetica di Aristotele, come è rigida nell’individuare i generi e le loro caratteristiche fisse…
    Ma per noi oggi una visione così rigida è inaccettabile. Perché? Perché siamo comunque eredi di una letteratura romantica (la mia prof, anzi, diceva che il romanticismo è tutt’altro che finito). Pensiamo anche a Kant: chi è il genio? Colui che dà una regola all’arte. Ma che dà regola senza copiarla! Quello è un pappagallo che fa manierismo, non il genio che fa arte bella! …questa idea è rimasta: per noi il genio è quello che rompe il paradigma e porta una grande innovazione. Se ricordiamo Shakespeare, Goethe, Tolstoj, Cervantes, è perché hanno cambiato durevolmente il modo di intendere la letteratura.
    Quindi, più che dare regole, il genio deve ignorarle? Mah… Ognuno mette dei suo comunque, e l’effetto ha sempre prelazione. Ognuno deve dare una regola alla sua arte, cioè il mezzo tecnico con cui realizza l’effetto: che tale regola sia quella consigliata, o una di sua invenzione, non ha importanza, conta l’effetto.
    A proposito: secondo la mia prof di critica, il romanzo è oggi il genere d’eccellenza non certo perché prima non fosse regolamentato, ma anzi proprio perché è sempre stato (uso una definizione critica, non l’ho inventato io XD) il “genere bastardo”. È insomma il genere più vario, più libero, quello più “misto”, e che proprio per questo, proprio perché non ha regole rigide, si è meglio adattato ai tempi, ed è sopravvissuto dopo la morte degli altri generi. I romanzi – anche se un po’ diversi (tipo Satyricon, o Asino d’Oro) – esistevano anche in antichità. Perché Aristotele non ne parla? Perché lo considera un genere così infimo da non meritare di essere trattato. La regina delle arti, per lui, è la tragedia. Ma dove è finita oggi la tragedia? E l’epica, che viene subito dopo, dove è finita? È stato tutto inglobato nel romanzo. E la poesia, che Kant, Schiller, Holderlin e tanti altri consideravano la regina delle arti? Oggi interessa a ben pochi, è una nicchia; e più ci avviciniamo ai tempi moderni, più hanno cercato di liberarla dai paradigmi, fino al punto che ora non si sa più cosa è prosa e cosa poesia…

    • Daniele Imperi
      26 marzo 2015 alle 17:20 Rispondi

      Anche oggi devi rispettare certi canoni. Se vuoi scrivere un giallo, ci sono delle regole da rispettare, altrimenti non hai scritto un giallo.
      Riguardo alla tragedia e all’epica sono solo cambiati i gusti dei lettori, al pari dei tempi.

      • LiveALive
        26 marzo 2015 alle 17:46 Rispondi

        Il punto è che oggi se vai oltre il genere, e crei qualcosa di nuovo, o scrivi un giallo con protagonista un cane e non un detective, o se mescoli più generi, nessuno si lamenta. Un tempo invece era un peccato mortale XD siamo più elastici. Poi, per la divisione in generi, sai che c’era chi, come Croce, voleva fosse abolita. E tra l’altro di recente si sta riprendendo a discuterne: potenzialmente, ogni singola opera è un sottogenere…
        ***
        L’epico è diventato il poema cavalleresco, che poi è diventato il fantasy XD i gusti cambiano, ma se certi generi sono morti e altri resistono, non è solo questione di gusto: anche le caratteristiche di tale genere influiscono.

  9. Barbara
    26 marzo 2015 alle 16:40 Rispondi

    Le regole sono ciò che gli artisti rompono; ciò che è memorabile non è mai nato da una formula.
    Bill Bernbach (pubblicitario)
    Il genio è non conformismo.
    Vladimir Nabokov (scrittore)
    La vera scoperta non consiste nel trovare nuovi territori, ma nel vederli con nuovi occhi.
    Marcel Proust (scrittore)
    Detesto portare delle citazioni, ma il punto è questo: chi ha scritto (ed ha avuto successo) non ha seguito regole, anzi. Nei contemporanei almeno, non esistono regole. Ovvio la grammatica ed il linguaggio, se vuoi essere compreso, ed una storia che abbia un minimo di senso, ma tutto il resto è una rigida forma mentale che non permette di distinguersi dalla massa. Se guardo agli ultimi casi editoriali (quelli da milioni di copie worldwide), che piaccia o meno, hanno venduto perchè hanno rotto degli schemi. A volte schemi di nicchia, offendendo gli autori attaccati a quella nicchia, ma è proprio allargando la nicchia senza rispetto delle sue regole, che hanno allargato le vendite.
    E’ brutale, lo so. Ma probabilmente è l’unica regola.

    • LiveALive
      26 marzo 2015 alle 17:09 Rispondi

      Chiediamoci perché però. Chi rompe le regole ha successo perché interpreta meglio il gusto dell’epoca quando sta cambiando? Oppure la novità attira (e poi diventa ininteressante: la famosa trovata)?

    • Daniele Imperi
      26 marzo 2015 alle 17:26 Rispondi

      Sei sicura che non abbiano seguito delle regole? Dipende poi da cosa intendi per regole.
      Rompere gli schemi fa bene, certamente. Parlando di successi del momento: ti riferisci alle varie sfumature di grigio? Non ho letto quei libri, ma davvero hanno rotto delle regole?

      • Barbara
        26 marzo 2015 alle 18:15 Rispondi

        Arridaje con ste sfumature…L’unica cosa che vorrei delle sfumature è l’Audi R8 spider, bianca.
        “Codice da Vinci” di Dan Brown “ma ha spacciato per verità ciò che non lo era”: in realtà ha formulato un’ipotesi, plausibile e non, a seconda delle opinioni, che però funziona. E’ ben scritto, ottima suspance, sa il fatto suo su simbologia ed affini. I libri successivi? Finora non mi ha deluso.
        “Il signore degli anelli” di Tolkien. Quando uscì fu abbastanza criticato per aver confuso la favola per bambini con il romanzo adulto, a detta dei critici dell’epoca. Non fu un successo sul momento. Adesso credo sia uno dei pilastri del fantasy, uno di quelli che vanno letti come la bibbia. Ed è solo un ventesimo di tutta la produzione di Tolkien (chissà cos’altro avrebbe potuto estendere dal Silmarillion).
        “Mangia Prega Ama” di Gilbert: ha avuto la fortuna di poter sfruttare la sua autobiografia, raccontando i suoi viaggi in Italia, India, Indonesia (tre stati, tutti con la I). Non è nella struttura del diario come ci si aspetterebbe, ma piuttosto un continuo salto di pensieri e continui flashback, riuscendo tuttavia a rispettare con eleganza il numero di 108 capitoli come le 108 perline degli japa mala (108 multiplo perfetto di 3 con tre cifre). Qui forse ha rotto lo schema della forma.
        “Il diario di Bridget Jones” di Fielding, che ha aperto l’epoca dei “chick-lit”. Ha rotto gli schemi perchè la protagonista è una ragazza sovrappeso, fumatrice, single endemica, con un lavoro del cavolo e amici ancora più sfortunati di lei. Una caratteristica su cui evidentemente molte si sono riconosciute. Inoltre inizia ogni capitolo con la conta delle calorie e delle sigarette. Giocato sull’ironia e sull’eccesso, ha sbancato. Libri successivi? Il secondo così così. Il terzo, le fans si sono rifiutate di comperarlo perchè Bridget è diventata vedova e la scelta non è stata apprezzata.

        C’è sempre un elemento che stacca le regole, di forma o contenuto. Ovviamente le regole in vigore nel periodo di stampa. Le 50 sfumature sono giocate sull’inserimento del bdsm da quattro soldi (nel senso che in realtà è trattato molto alla leggera e solo sul primo libro) all’interno di un romanzo d’amore “lussuoso” che gioca sul “vorrei ma non posso” delle lettrici. Era l’unico modo per uscire dallo scaffale degli anonimi. Tra i tre libri (che poi per narrazione sembrano uno unico, diviso in tre pubblicazioni dall’editor), l’unico decente è l’ultimo…e solo perchè c’è la spider!

        • Daniele Imperi
          26 marzo 2015 alle 18:33 Rispondi

          Il codice Da Vinci è scritto come tanti altri, a me non ha detto nulla e non ho più letto nulla di Dan Brown. Comunque ho capito che volevi dire. Ma non parlerei di regole in quei casi. Dan Brown che regole ha rotto? Alla fine ha scritto un thriller.

  10. LiveALive
    26 marzo 2015 alle 16:58 Rispondi

    Rispondo qua a Daniele perché lì non mi lascia più…
    Per forma non mi riferisco a grammatica, ma a uso del punto di vista, bilanciamento di esposizione e scena, uso di aggettivi sensoriali, degli avverbi… Forse per te è stile: allora diciamo che c’è chi crede esista uno stile unico oggettivamente corretto (più per principi che per tecniche però).
    ***
    Parli di storia “più coerente, più stabile, più comprensibile”. Però neanche questi sono necessariamente pregi: avevo fatto l’esempio di Kafka, che è volontariamente pieno di contraddizioni. Converrai, immagino, che tutto dipende da un sistema, e che ci sono tanti sistemi possibili, e che un insieme di regole ne rappresenta solo uno.
    ***
    Dunque una storia più coerente/stabile/comprensibile non è più bella di una incoerente/instabile/incomprensibile. È almeno più piacevole? Se no: perché cercare di renderla tale? Se io devo rendere la mia storia coerente/stabile/comprensibile, vuol dire che me ne viene del vantaggio. Vuol dire che stabilità, comprensibilità e coerenza sono virtù in loro stesse, e che quindi una storia che le annovera tra le sue qualità è “migliore” di una che non le ha: se fosse peggiore o uguale, non avrei motivo di ricercarle infatti. Ora, essendo il testo letterario un oggetto estetico, io mi aspetto che la natura di tali virtù sia a sua volta estetica, e che quindi l’essere “migliore” coincida con lo scopo dell’oggetto estetico (se lo migliora, infatti, vuol dire che realizza meglio il suo scopo), e cioè lo renda “più bello”.
    Quindi le possibilità sono due: la prima è che le qualità di coerenza, stabilità e comprensibilità realmente realizzino lo scopo dell’oggetto estetico, e cioè lo migliorino, e cioè ne aumentino la bellezza. Se è così, allora le regole che garantiscono queste tre qualità vanno rispettate necessariamente, e la loro bontà è indiscutibile. La seconda è che stabilità, comprensibilità e coerenza non rendano il testo migliore, cioè più bello, e cioè che sono tre qualità non-estetiche. In questo secondo caso, non c’è alcun motivo di rispettarle, così come non c’è motivo di allegare un carica batterie a una confezione di posate: cioè non realizzano meglio lo scopo dell’oggetto artistico, ma sono qualcosa di esterno.
    La mia posizione è la seguente: che, dato un sistema di caratteristiche del testo e un contesto sociale, le qualità di stabilità, comprensibilità e coerenza possono rendere il testo “più bello” (così come possono non farlo: dipende dai fattori appena elencati).
    E questi sono i motivi per cui rimango nella mia posizione. Ci scriviamo un post? XD

    • Daniele Imperi
      26 marzo 2015 alle 17:30 Rispondi

      Oggi sono fuso, con più calma rileggerò questo commento e vedo se potrà uscir fuori un post :)

  11. Marco
    26 marzo 2015 alle 20:20 Rispondi

    La mia regola è cercare di essere semplice, sobrio. Uno scrittore che ammiro è Simenon: lui, che non amava gli intellettuali, e si considerava un artigiano, aveva una capacità di descrivere persone, ambienti, eccezionale. Dovrei leggerlo più spesso e non solo i gialli, ma anche i suoi romanzi.

    • Daniele Imperi
      27 marzo 2015 alle 07:48 Rispondi

      Di Simenon ho letto solo I fantasmi del cappellaio. Ho anche un altro libro, credo, però non so ancora come giudicarlo.

  12. Salvatore
    27 marzo 2015 alle 09:07 Rispondi

    Quello di Annamaria Testa lo devo ancora leggere. Per gli altri due: concordo.

    • Daniele Imperi
      27 marzo 2015 alle 10:06 Rispondi

      Poi mi dirai come ti è sembrato. Un esercizio mi ha bloccato per 3 settimane…

  13. Grazia Gironella
    27 marzo 2015 alle 21:43 Rispondi

    Una sola regola? Imparare a distinguere come va raccontata quella specifica storia, al di là delle regole. :)

    • Daniele Imperi
      28 marzo 2015 alle 08:23 Rispondi

      Lo penso anche io: ogni storia va scritta con lo stile più appropriato e anche con la struttura più adatta.

  14. Lisa Agosti
    28 marzo 2015 alle 06:29 Rispondi

    Che bella sorpresa! Grazie per il link.
    Delle regole che hai elencato, grammatica e coerenza sono quelle su cui devo lavorare di più.
    Per quanto riguarda la coerenza solo andando avanti giorno per giorno potrò arrivare arrivare a dei risultati, durante la revisione del mio romanzo trovo continuamente errori madornali. Per esempio, salta la luce ma la protagonista accende la luce… Miracolo?!? So che probabilmente ti riferivi a un livello di coerenza più elevato, ma io sono ancora a quei livelli :)
    Per quanto riguarda la grammatica, mi consiglieresti qualche testo in particolare? Esiste una Bibbia della grammatica, così come King è la Bibbia dei manuali di scrittura?

    • Daniele Imperi
      28 marzo 2015 alle 08:44 Rispondi

      Mi riferivo anche a quello: alla fine tutto deve tornare, quindi anche il personaggio che non può accendere la luce se la corrente è saltata :)
      Quelle sono sviste che vanno trovate nella revisione, se non le noti prima.
      Io ho comprato una grammatica della Zanichelli, ma non ho proseguito la lettura, non mi sono trovato bene, sembra troppo tecnica e manca di esempi concreti, non è neanche scritta con un linguaggio chiaro. Non so dirti, quindi, quale comprare.

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