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Finzione o realtà letteraria?

Finzione o realtà letteraria?

Che cosa rappresenta una storia? È finzione? Narrativa, dunque, testi da raccontare, storie di fantasia, per differenziarli dalla saggistica, testi di insegnamento, di documentazione.

Un romanzo, quindi, si veste di un’aura di falsità, intesa in senso non negativo. Una maschera che crea una sorta di barriera fra il lettore – che vive nel reale – e la storia – che sta al di là. Lettore e storia, con questa interpretazione della narrativa, sono divisi. Non c’è continuità emozionale.

Finzione ed evasione

Se la lettura è evasione, la colpa è forse di come il lettore – e lo scrittore prima! – intende la storia: un mondo fittizio, un universo che si trova altrove, l’altrove della fantasia. Si legge per cercare un rifugio che ci tenga lontani dalla quotidiana realtà.

Siamo dunque noi i primi – noi lettori e noi scrittori – a ridefinire la letteratura: rimodellata e riplasmata secondo geometrie preimposte. Siamo noi i primi a creare quel distacco fra lettore e storia. Un libro si apre come si aprirebbe una finestra verso un altro mondo, pur restando nel reale. Non ci è possibile varcare quella finestra. Ci è solo possibile osservare. Il lettore è spettatore. È lontano.

Realtà letteraria

Preferisco parlare di realtà letteraria e non di finzione quando scrivo. Preferisco scrivere di altre realtà, non importa se inesistenti, importa solo che non siano fittizie. Lo scrittore deve iniziare a riconsiderare i canoni di giudizio verso la narrativa, a modificare il suo approccio verso la lettura e la scrittura.

Lo scrittore per primo deve restituire alla narrativa il suo giusto valore: quello di mera realtà letteraria. Una realtà creata dalla sua penna, dalla sua mente, dalla sua fantasia, ma pur sempre una realtà.

Scrivere una storia che non abbia il sapore della finzione: questa deve essere la missione dello scrittore. Davanti a un film, se gli attori sono bravi, abbiamo l’impressione di guardare una realtà. Non ci accorgiamo che è tutto un montaggio, uno studio di pose, di espressioni, non notiamo la presenza di un set, ma di un ambiente, una realtà in cui vivono altre persone.

Dobbiamo permettere al lettore di vivere la nostra realtà: il lettore non deve evadere dalla sua e rifugiarsi nella nostra. Il lettore deve vivere nella realtà che abbiamo creato. Dobbiamo abbattere la barriera che è stata innalzata fino a ora.

Quando chiude il libro, il lettore deve avvertire nostalgia: allo stesso modo con cui prova quel sentimento quando torna da una vacanza. Quando apre il libro, il lettore deve già sentire una forte attrazione con la storia: deve sapere che non starà leggendo un romanzo, ma starà per viverlo.

Rendere una storia letterariamente reale

  • Credere nella storia, prima di tutto. Nelle proprie capacità, poi. Credere alla figura dello scrittore come creatore di realtà e non come malinconico solitario che vive di sogni.
  • Creare storie credibili. Perfino far parlare un drago può risultare credibile, se è lo scrittore a crederci per primo. Il lettore, leggendo, ci crederà anche lui.
  • Infondere emozioni. Scrivere suscitando sensazioni nel lettore. Ho parlato di continuità emozionale: questo è il vero – e più duro – lavoro dello scrittore, quello di creare un collegamento diretto fra la sua storia e il lettore.

9 Commenti

  1. KINGO
    3 maggio 2013 alle 10:07 Rispondi

    Lo scrittore non deve vivere di sogni ma di obiettivi, deve credere in se stesso, deve creare storie credibili e deve trasmettere emozioni. Tutte cose gia’ dette e ridette, qui su Penna blu, ma fa sempre piacere sentirle di nuovo.

    “Dobbiamo permettere al lettore di vivere la nostra realtà: il lettore non deve evadere dalla sua e rifugiarsi nella nostra.”

    Per questa frase meriteresti un premio…

  2. salvo
    3 maggio 2013 alle 12:15 Rispondi

    Lo scrittore deve “solo” creare” ciò che viene definita “la sospensione dell’incredulità”. E’ inutile spiegare in cosa consiste, ognuno leggendo le tre parole, capirà da sè.
    Salvo

    • Daniele Imperi
      3 maggio 2013 alle 12:24 Rispondi

      Hai toccato una nota dolente, Salvo :D
      Della sospensione dell’incredulità parlerò fra qualche settimana in un post lungo e dettagliato.

  3. franco zoccheddu
    4 maggio 2013 alle 11:23 Rispondi

    Non ho nulla di significativo da aggiungere ai vostri interessanti commenti, è che mi sembravano pochi 4 commenti… Beh, dopo i più di 50 sull’autopubblicazione…

    • Daniele Imperi
      4 maggio 2013 alle 11:33 Rispondi

      Grazie, Franco, questo post era solo una mia personale riflessione. In realtà di venerdì capiterà ancora, ho scritto altri post in cui rifletto su alcuni aspetti della scrittura e della narrativa, credo siano utili per conoscere l’opinione altrui e valutare se altri la pensano come me.

  4. Tenar
    5 maggio 2013 alle 15:32 Rispondi

    D’accordo al 100% col post. Peccato che ottenere la realtà letteraria di cui parla Daniele non sia affatto semplice…

    • Daniele Imperi
      5 maggio 2013 alle 15:46 Rispondi

      No, non è semplice infatti. L’importante è provarci e magari con tanta pratica ci si riesce.

  5. Romina Tamerici
    7 maggio 2013 alle 23:28 Rispondi

    Sono d’accordo su tutta la linea. Di fatto le vicende raccontate in un libro non sono finte, sono reali dal momento in cui esistono. E non importa che siano realistiche o realmente avvenute. L’importante è che siano credibili.

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