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Realtà e finzione: il senso della narrativa

Realtà e finzione

Cosa rende differenti la vita reale e le storie narrate in romanzi e racconti? Davvero tutto ciò che accade nella realtà può essere trasformato in narrativa, in storie da leggere (o da filmare)?

A queste domande potrei rispondere con un concetto già diverse volte espresso in qualche mio articolo: una storia è tale se vale la pena raccontarla. Che, detta così, dice tutto e non dice nulla. Un concetto del genere provoca un’ulteriore domanda: quando vale la pena raccontare una storia?

Lo scorso anno ho cercato di esprimere il significato di storia, che posso riassumere nei 5 passaggi che la caratterizzano, secondo il fumettista Will Eisner:

  1. Introduzione o ambientazione
  2. Problema
  3. Affrontare il problema
  4. Soluzione
  5. Fine

Tutto questo ci riporta all’arco drammatico, cioè a quella linea curva immaginaria che unisce i vari passaggi e, soprattutto, mostra l’evoluzione dei fatti iniziali.

In poche parole una storia è il risultato di una serie di trasformazioni: un episodio iniziale causa varie conseguenze che si ripercuotono sulla vita dei personaggi coinvolti fino ad arrivare a una conclusione.

La vita reale non basta a creare una storia

Ciò che funziona nella realtà non può funzionare nel romanzo.

Se non ricordo male, è quanto ho letto nel saggio di Hans Tuzzi Come scrivere un romanzo giallo o di altro colore.

Sì, condivido in pieno questo pensiero. La vita è la vita, la finzione è la finzione. Sono due mondi paralleli. A me non interessa leggere storie di vita reale, altrimenti non comprerei romanzi e non andrei al cinema.

Sembra quasi che io me ne freghi dei problemi della gente. In realtà ciò che voglio dire è che le storie di vita reale vanno bene come articoli o saggi, ma non come storie, a meno che non siano “romanzate”.

E qui la domanda sorge spontanea: che significa romanzare un fatto?

Sfrutto ancora Will Eisner, che ha elencato i 3 elementi che devono essere presenti in una storia:

  1. Incipit provocante o attraente
  2. Contenuti
  3. Sorpresa del lettore

Tutto ciò potrebbe benissimo mancare nella vita reale. Certo, la mia bocciatura al quinto ginnasio è stata una bella sorpresa nel lettore (leggi: mia madre che legge i quadri), ma non va certo bene per farne una storia. In quanto ai contenuti, è stata proprio la loro assenza a farmi bocciare a scuola. E l’incipit non c’è mai stato: non ho proprio iniziato a studiare. Una storia mancata in partenza…

Battute a parte, una storia è fatta di passaggi più o meno obbligati e di elementi che la rendano “avvincente”, perdonatemi l’abuso di questo termine. Ma è così. Provate a raccontare la vostra vita: siete sicuri che possa diventare un romanzo? Mettetela a confronto con un qualsiasi romanzo letto.

La narrativa è finzione

[…] the type of book or story that is written about imaginary characters and events and not based on real people and facts.

Ecco cosa riporta il «Cambridge Dictionary» sul significato di “fiction”: un tipo di libro o storia scritto su personaggi ed eventi immaginari e non basato su persone e fatti reali.

D’altra parte la lingua inglese ha derivato la sua “fiction” dal nostro latino fictio, che proviene dal verbo fingere, dal significato non certo interpretabile.

Al capitolo XV del suo libro Following the Equator: A Journey Around the World Mark Twain riporta questa citazione, presa dal Pudd’nhead Wilson New Calendar:

Truth in stranger than fiction, but it is because Fiction is obliged to stick to possibilities; Truth isn’t.

E cioè: “La verità è più strana della finzione, ma è perché la Finzione è costretta ad attenersi al possibile; la Verità no.”

Una storia è dunque una simulazione della realtà. Una sequenza di fatti inventati dall’autore.

Questa, almeno, è il tipo di storia che a me piace leggere (e scrivere). Per il resto, per altri significati e opinioni, la parola spetta a voi.

33 Commenti

  1. hesham
    28 settembre 2017 alle 07:38 Rispondi

    Che pensi delle autobiografie che possono essere anche fiction?

    • Daniele Imperi
      28 settembre 2017 alle 13:03 Rispondi

      Non credo di averne lette. Ho letto romanzi biografici, ma erano comunque di personaggi che hanno avuto una vita avventurosa.

  2. Nuccio
    28 settembre 2017 alle 13:04 Rispondi

    Mi riferisco alle fiction televisive. Che squallida banalità! Con cosiddetti attori che bisbigliano o urlano. Poveri soggettisti obbligati a prostituirsi x soddisfare i produttori, tradendo ogni principio morale. Meglio scrivere x proprio diletto.

    • Daniele Imperi
      28 settembre 2017 alle 13:08 Rispondi

      Alla fine sono storie seriali, che hanno lati positivi e negativi. Io non guardo quelle italiane, ma solo una americana, Criminal Minds, che col tempo comunque è scaduta un po’.

      • Nuccio
        28 settembre 2017 alle 13:48 Rispondi

        Mi chiedo sempre perché la maggior parte delle cose terrene ha una scadenza mentre altre sopravvivono al tempo? E perché le fiction non sopravvivono mai? 😶😩☻

        • Daniele Imperi
          28 settembre 2017 alle 13:52 Rispondi

          Il problema delle serie televisive sono gli attori: i contratti scadono, gli attori litigano coi produttori, gli attori si stufano o muoiono. Nelle serie a fumetti questo non succede.

          • Nuccio
            28 settembre 2017 alle 14:12 Rispondi

            Sono più intelligenti gli attori degli spettatori?

            • Daniele Imperi
              28 settembre 2017 alle 14:28 Rispondi

              Lo spettatore, come il lettore di libri e fumetti, si affeziona ai personaggi.

  3. maela
    28 settembre 2017 alle 13:54 Rispondi

    Ecco perché ai concorsi letterari i miei racconti non “fanno strada”. Sono troppo reali.

    • Daniele Imperi
      28 settembre 2017 alle 14:10 Rispondi

      Non è detto che sia quello il motivo :)

  4. luisa
    28 settembre 2017 alle 14:27 Rispondi

    Oggi ho trovato questo scritto in rete se sia la vera citazione dell’autore non so e forse non è neanche attinente però mi è piaciuta e la voglio condividere quì.
    Una sequenza di fatti inventati, certo altrimenti l’autore potrebbe annoiarsi o no? :-)
    E infine Orwell conclude con un’affermazione che dovrebbe restare impressa nella mente di tanti scrittori:

    Scrivere non è un affare serio. È una gioia e una celebrazione. Dovresti divertirti a farlo. Ignora gli autori che dicono: “Oh, mio dio, che parola? Oh, Gesù Cristo…” Ora, al diavolo. Non è un lavoro. Se è un lavoro, fermati e fa qualcos’altro.

    • Daniele Imperi
      28 settembre 2017 alle 14:30 Rispondi

      Orwell ha ragione: scrivere una storia deve essere soprattutto un piacere. Ma è anche un lavoro, se ci devi guadagnare.

  5. Serena
    29 settembre 2017 alle 08:39 Rispondi

    Ho semre amato scrivere, sin da bimba. poi ho smesso per un bel periodo ed ora sto riprendendo questa bellissima forma d’arte, ma una cosa ricorda bene. La mia maestra dell’elementari, grande donna e insegnante, diceva : “si può scrivere un libro anche su una briciola di pane se chi scrive sa usare le parole e i senitmenti.” Be’… io credo sia così. Sta nell’abilità di chi scrive ad usare parole, punteggiatura, e metterci abbodante sentimento.

    • Nuccio
      29 settembre 2017 alle 09:20 Rispondi

      Le formiche apprezzano le molliche. Ha ragione l’insegnante.

    • Daniele Imperi
      29 settembre 2017 alle 09:30 Rispondi

      In un certo senso lo condivido, ma per me conta anche la storia: alla fine della lettura voglio che mi rimanga qualcosa e se l’autore ha usato solo belle parole su una storia senza capo né coda, a me non resta nulla.

      • Serena
        29 settembre 2017 alle 09:41 Rispondi

        Certo, sono d’accordo, un bel romanzo ha una storia ricca e avvincente, che ti prende e ti trascina dentro le pagine, dentro la storia, accanto ai personaggi.
        Intendo dire che non sempre occorre avvalersi delle basi sopracitate, a volte anche le storie semplici possono riempire il cuore, fare riflettere, far venire voglia di osservare anche solo una briciola di pane sul davanzale… è una riflessione romantica forse…

        • Daniele Imperi
          29 settembre 2017 alle 09:55 Rispondi

          In questo caso sì, anche una storia semplice, se ben scritta, ti cattura.

      • luisa
        5 ottobre 2017 alle 13:11 Rispondi

        Potrebbe essere “Va dove ti porta il cuore”, storia semplice che ha venduto 16 milioni di copie?
        a dire di alcuni critici letterari non ha un gran “valore” letterario, nonostante ciò la storia ha coinvolto anche lettori occasionali.
        Anch’io metto la storia al primo posto

        • Daniele Imperi
          5 ottobre 2017 alle 13:16 Rispondi

          Un titolo così non mi spingerebbe mai a comprare e leggere il libro. Ho appena letto l’incipit, narra in seconda persona… no, non fa proprio per me :)

  6. Serena
    29 settembre 2017 alle 08:42 Rispondi

    perdonate gli errori! tastiera ormai da pensione! mi è partito il dito su invio prima di rileggere!!!!

  7. Nani
    29 settembre 2017 alle 09:42 Rispondi

    Ciao, Luisa.
    Orwell, nel suo saggio: “Why I write”, e’ mooooolto ironico.
    Mi hai incuriosita e sono andata a cercare. Ho letto solo un’analisi super dettagliata di un bacchettone che spiegava parola per parola i paragrafi del saggio, ma l’idea che ne esce fuori e’ che Orwell ironizza su tutto, persino sull’importanza che aveva per lui l’impegno politico in letteratura e, allo stesso modo, sull’importanza del carattere estetico del testo. 1984 e La fattoria degli animali sono le sue due opere piu’ note e non si puo’ far a meno di sobbalzare al contrasto che tra la citazione riportata dall’articolo che hai letto e la scrittura di Orwell, o il suo intento letterario.
    Io, nel mio piccolo, credo fermamente che lo scrittore debba prendere la sua scrittura davvero sul serio, come fosse un lavoro, a prescindere se poi ci si possa campare o meno. E dico la sua scrittura, non il suo ruolo di scrittore, naturalmente. E’ una forma di rispetto, prima di tutto verso se stesso e verso l’opera (in senso lato), e poi per il pubblico che ti legge: che siano 4 gatti o milioni e milioni.
    Per questo mi fanno cadere le… ehm… scatole gli scrittori sciatti, quelli che non si curano di fare una buona ricerca, o che scrivono il primo pensierino che gli viene in testa senza darsi pena di trovare la forma migliore, perche’ magari e’ la trama che conta.
    Per quel che riguarda la realta’ e la finzione, mi e’ piaciuto molto la citazione “Truth in stranger than fiction, but it is because Fiction is obliged to stick to possibilities; Truth isn’t”. Ha una verita’ di fondo agghiacciante.

    • Nani
      29 settembre 2017 alle 09:45 Rispondi

      Caspita, volevo rispondere a Luisa, e mi ha messo in coda a Serena! Scusate il giu’ per su. :)

    • Daniele Imperi
      29 settembre 2017 alle 09:56 Rispondi

      Sì, quella citazione è molto forte, però come non essere d’accordo? :)

    • luisa
      5 ottobre 2017 alle 13:34 Rispondi

      Ciao Nani, alla fin fine cos’è il lavoro? Molti pensano che sia solo ciò che viene retribuito, secondo me no, la parola lavoro= qualcosa che fai anche se raramente ti piace, quindi per questo viene retribuito, altrimenti magari faresti altro, riuscire nella vita a fare ciò che ti piace e averne anche un guadagno economico penso sia il massimo, spesso ci facciamo piacere ciò che non ci piace. La citazione di Orwell la sento “mia” , ironia compresa :-)
      Anche un gioco (quindi divertendosi) può essere fatto seriamente, due parole che detesto, lavoro e dovere che ho sostituito con opus e impegno

  8. Grazia Gironella
    29 settembre 2017 alle 20:17 Rispondi

    La vita reale mi interessa, nelle storie, solo come mezzo per andare oltre. Per questo scrivendo sconfino quasi sempre nel fantastico/sovrannaturale. Del resto sarebbe spiazzante scrivere storie che non mi piacerebbe leggere. ;)

    • Daniele Imperi
      2 ottobre 2017 alle 07:06 Rispondi

      Una realtà alternativa, alla fine? :)

      • Grazia Gironella
        2 ottobre 2017 alle 18:29 Rispondi

        Non alternativa… non per me, almeno. Per me la realtà ha un lato sovrannaturale, che in realtà è solo naturale, ma noi fatichiamo a percepirlo perché siamo educati ad applicare i nostri sensi solo al lato materiale, tangibile.

  9. Renato Mite
    1 ottobre 2017 alle 13:59 Rispondi

    Secondo me il bello della narrativa è proprio quello di poter inventare, unire l’immaginazione a fatti che altrimenti sarebbero semplice realtà e così prevedere sviluppi anche irrealizzabili se non con la fantasia.
    La realtà fa parte di saggi e biografie, mentre la finzione, come ben dici, è l’essenza della narrativa.

    • Daniele Imperi
      2 ottobre 2017 alle 07:08 Rispondi

      La penso allo stesso modo. La narrativa dev’essere frutto dell’immaginazione, è andare al di fuori della nostra realtà per proporne un’altra.

  10. Barbara
    2 ottobre 2017 alle 09:49 Rispondi

    La vita reale è una sequenza di attività che risulterebbero maggiormente ripetitive e per lo più inutili ad un lettore. La narrativa fa selezione e mette insieme fatti di vita reale che costituiscono il meraviglioso di una storia. Poi ci sarebbe da ragionare sul “reale” e sulla “verosimiglianza”.
    E per conto mio anche le biografie sono romanzate, con particolari che estratti dal “reale” rendono più affascinante la storia. Ti raccontano sempre della vita avventurosa, e magari tacciono i difetti che rendevano questo o quel personaggio odioso.

    • Daniele Imperi
      2 ottobre 2017 alle 10:34 Rispondi

      In una biografia dovresti inserire i fatti più salienti, quelli che rendono la storia interessante, altrimenti diventa noiosa.

  11. Carmine
    15 ottobre 2017 alle 09:29 Rispondi

    Una considerazione provocatoria a suo modo: anche chi scrive la propria biografia tende a romanzare fatti e vicende semplicemente perché trasferisce emozioni e sensazioni del tutto soggettive all’interno di fatti altrimenti “ripetitivi” e banali. Per il resto scrivere significa comunicare qualcosa in un modo o in un altro.

    • Daniele Imperi
      16 ottobre 2017 alle 07:33 Rispondi

      Certo, dipende poi dalla persona che scrive la propria biografia: insomma, devi aver vissuto qualcosa che valga la pena raccontare.

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