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Le radici dell’ecopunk

Ecopunk

Lo scrittore, regista, artista e attivista Dekker Dreyer – che nel suo sito sostiene di aver coniato il termine Ecopunk per il suo romanzo The Tea Goddess – fa risalire le radici del genere a opere come The Day of the Triffids di John Wyndham.

Si tratta di un romanzo post-apocalittico, pubblicato nel 1951, che parla di una piaga, una cecità a livello mondiale che porta allo sviluppo di una specie aggressiva di piante. In quest’opera l’autore pone l’attenzione sulla sopravvivenza da parte dei sopravvissuti, che non possono condurre un’esistenza nutrendosi di cibo in scatola trovato nei negozi di Londra né usare aratri trovati in discariche, ma dovranno imparare a costruirli da sé. C’è quindi un futuro apocalittico che costringe i sopravvissuti a un contatto diretto con la natura.

Una seconda opera citata da Dreyer è uno dei più famosi romanzi di Harry Harrison, Make Room! Make Room! (Largo! Largo!), pubblicato nel 1966. La storia è ambientata nel 1999 e mostra un pianeta arrivato a 7 miliardi di persone, sovraffollato e carente di risorse. Uno dei temi sociali del romanzo è il controllo delle nascite e lo sviluppo sostenibile.

I punti in comune di questi due romanzi sono quindi un futuro che forza gli uomini a confrontarsi con l’ambiente e a trarne nutrimento in modo consapevole. Fantascienza, dunque, come ogni sottogenere del filone “punk”, ma con una sorta di morale.

Un moderno ecopunk

Il romanzo di David Mitchell, Cloud Atlas, contiene una storia che ha il sapore ecopunk, quella di Zachry, l’ultima del sestetto. Siamo in un futuro post-apocalittico e i Valligeri vivono a stretto contatto con la natura, in un obbligato ritorno al passato. Non c’è più tecnologia, eccetto quella dei Prescenti.

Diverso è il caso de La strada di Cormac McCarthy, altra storia post-apocalittica, in cui però l’ambiente sembra morire ogni giorno assieme agli ultimi sopravvissuti.

5 Commenti

  1. KINGO
    28 febbraio 2013 alle 10:22 Rispondi

    Non conoscevo il termine ecopunk, quindi ringrazio Daniele che come al solito è riuscito a insegnarmi qualcosa di nuovo. Però devo dire che il genere lo conoscevo già; volendo riassumerlo si potrebbe dire che tratta della sopravvivenza di pochi individui in una situazione di “regresso”, in seguito ad una catastrofe che non ha distrutto tutto il genere umano ma che ha lasciato grandi stravolgimenti.
    Personalmente non credo al regresso, non mi affascina neanche un po’. Troppo inverosimile, è una fantascienza molto fanta e poco scienza. Mi sembra che questi scrittori appartengano al gruppo dei nostalgici dell’età delle caverne, ma purtroppo QUEL CHE SI SA NON SI PUO’ FARE A MENO DI SAPERLO, e questo è un concetto base della scienza.
    In generale amo molto i romanzi apocalittici o distopici che mostrano le possibili difficoltà del futuro, ma non sopporto quelli che mettono in scena un regresso tecnologico o culturale. Talvolta ho persino l’impressione che siano sponsorizzati da alcuni gruppi ambientalisti, o religiosi, o da qualsiasi setta fanatica che voglia propagandare il suo credo.
    Ho amato molto Matrix perché si tratta di una distopia che mostra i pericoli in cui rischiamo di incorrere se continuiamo ad utilizzare ciecamente la tecnologia, e per lo stesso motivo adoro Io Robot di Asimov. La vera sfida che uno scrittore di fantascienza dovrebbe lanciare è quella di gestire il progresso, non quella di sopravvivere a un improbabile regresso.
    Perché l’apocalisse, che ci crediate o meno, è già adesso.

  2. Daniele Imperi
    28 febbraio 2013 alle 16:39 Rispondi

    L’ecopunk non credo si basi su un rifiuto della tecnologia, ma solo su un giusto equilibrio fra tecnologia e ambiente. Quindi nessun regresso, ma un progresso con un rispetto maggiore verso la natura.

  3. KINGO
    28 febbraio 2013 alle 16:52 Rispondi

    Certo, sicuramente chi scrive questi romanzi ha come obiettivo quel che dici tu, però nelle storie si parla sempre di regresso. Tu stesso nel post hai scritto, parlando di Cloud Atlas, “vivono a stretto contatto con la natura, in un obbligato ritorno al passato. Non c’è più tecnologia, eccetto quella dei Prescenti”

    • Daniele Imperi
      28 febbraio 2013 alle 17:07 Rispondi

      Sì ho detto che ha il sapore ecopunk, per via del ritorno alla natura, ma in effetti non è proprio ecopunk. Credo che bisogna avere entrambe le cose, tecnologia, ma sostenibile. Risorse alternative che non danneggino l’ambiente.

  4. È distopico l’ecopunk?
    27 marzo 2013 alle 05:00 Rispondi

    [...] parlato il mese scorso delle radici dell'ecopunk, citando alcune opere da cui l'autore Dekker Dreyer fa risalire questo genere. Erano opere [...]

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