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Dal racconto alla rappresentazione scenica

Riflettendo con Guido Morselli

Se la mia ipotesi regge, bisognerebbe dire che trasferito dalla pagina all’azione mimica il fatto dell’espressione si modifica sostanzialmente, per cui un attore che seguisse in tutto e per tutto, per render la mimica di un personaggio, la descrizione che ne è data nella pagina di un racconto, sarebbe freddo o incolore o convenzionale. (Specialmente convenzionale, credo: perché nell’azione mimica il gesto ha esigenze di tipicità, di novità, che non ha in un racconto; nel quale in un certo senso il lettore si accontenta di più – sempre riguardo al gesto – che non faccia lo spettatore a teatro). La parola scritta è più sintetica, ma appunto perciò essa generalizza, «genericizza». Un «corrugò le ciglia», un «strinse le labbra» riferito a un personaggio che manifesta malumore, sorpresa sgradita, ecc., ci basta in un racconto: ma a teatro l’attore deve darci col suo volto qualcosa di ben più complesso, e anzitutto, di più preciso, di più personale.

Ecco, in questa considerazione di Morselli, una delle grandi differenze fra opere letterarie e opere – chiamiamole così – sceniche, siano esse teatrali o cinematografiche. Se da una parte è vero che il cinema tende a sintetizzare l’opera letteraria, dall’altra è pur vero che la trasposizione rende il lavoro ben più complesso, proprio perché visivo.

Da lettori ci accontentiamo, dice Morselli, del poco che ci offre lo scrittore. Una descrizione di poche parole basta a rendere l’idea dell’ira, della felicità, del dolore, emozioni che così in fretta non può concedersi il cinema per rappresentarle.

Ciò si capisce, è vero, anche rispetto ad altri elementi che nel racconto sono accessori, ma non lo sono nella rappresentazione scenica. Con tutti i particolari che il Manzoni ci dà della vigna di Renzo, un «regista» che dovesse ricostruire quella scena sul terreno, dovrebbe sopperire largamente con la sua fantasia, troverebbe nel testo moltissime e gravi lacune. Onde si può dire che un romanzo (anche composto da uno scrittore meticoloso quale fu il Manzoni) è sempre soltanto un impreciso canovaccio per chi si accinga a trasportarne la vicenda sulla scena (sia pure cinematografica).

Come viceversa, in termini di sviluppo psicologico di una situazione, la più realistica delle rappresentazioni, o per meglio dire la più letteraria, la più intimista (e quindi la meno teatrale o cinematografica), è qualcosa di ben superficiale rispetto al racconto scritto da cui sia ricavata. – Tutto ciò significa che si può proclamare sin che si vuole l’unicità fondamentale delle arti, ma tra i linguaggi che esse parlano rimangono differenze, e incomunicabilità, altrettanto fondamentali. E ciò che è arte per l’una non lo è per l’altra, o non ne raggiunge il segno; e reciprocamente.

Diario di Guido Morselli, 19 ottobre 1947

In quest’altro brano, preso dalla stessa giornata, Morselli ci parla di descrizioni ambientali, altro limite fra letteratura e cinema. Ciò che lo scrittore descrive anche in tre pagine, un regista dovrebbe lavorare molto per ricreare quell’intera scenografia.

Ci sono quindi delle differenze fra i linguaggi, dice ancora Morselli, che rendono le due arti, letteratura e cinema, uniche, ognuna contraddistinta da propri elementi artistici, che si discostano nell’altra o perfino non emergono.

Ecco, dunque, grazie a queste osservazioni di Morselli, come finalmente possiamo considerare ogni romanzo trasposto in pellicola: come una nuova forma d’arte che forse solo l’anima del romanzo ha potuto mantenere, ricreandone il corpo, la materia, secondo le sue regole.

4 Commenti

  1. blufagor
    18 agosto 2013 alle 14:22 Rispondi

    Parola che diventa corpo. D’accordo con te, Daniele… E quanto sudore. E sangue. Ma è arte. Sempre e comunque come lo scrivere: diverso tipo di fatica.Grazie.

  2. Giuseppe Vitale
    19 agosto 2013 alle 11:25 Rispondi

    Il teatro, come anche il cinema, procedono per lo più con ancora maggior sintesi rispetto alla scrittura. Ciò avviene per ragioni tecniche e produttive. Un mio amico scrittore, tal Francesco Niccolini, per esempio mi dice che l’arte nella quale ha avuto la possibilità di non fare economia delle sue idee è il fumetto dove si può far succedere e quindi illustrare ogni cosa senza chiedersi come e quanto costerà. Nel cinema persino i grandi produttori iniziano a stringere la borsa. A teatro poi bisogna fare i salti mortali per riuscire a raccontare con mezzi poverissimi ciò che magari qualche volta vorremmo vedere con un gran bell’allestimento.
    Il rapporto poi tra ciò che è stato scritto e la mimica di un attore è, ancora una volta, dominato dall’economia, del gesto in questo caso. Perché sia efficace la comunicazione teatrale di solito non ha bisogno di molto. Spesso basta poco, l’essenziale. Me ne sto accorgendo in questo periodo che sto lavorando ad un racconto. Dal testo scritto sto passando alla narrazione. All’inizio procedevo con una serie di azioni che ora con l’aiuto della regia stiamo sintetizzando, tagliando, limando.

  3. Dal racconto alla rappresentazione scenica | Te...
    19 agosto 2013 alle 11:29 Rispondi

    […]   […]

  4. Lucia Donati
    22 agosto 2013 alle 16:52 Rispondi

    La differenza tra sceneggiatura e romanzo/racconto.

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