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Raccontare una storia

Strutturalisti o no?

Raccontare una storia

 

Quando strutturi bene il tuo racconto, l’ascoltatore vorrà sapere cosa accade dopo. Johnny Dzubak, “How to Tell a Great Story” in «The Art of Charm»

Quando ho parlato dell’arco drammatico in una storia, è stato subito chiaro come io la pensi: una storia deve avere una sua struttura, altrimenti non è una storia. Introduzione, svolgimento e conclusione come nei temi scolastici, i famosi 3 atti, che possono anche essere 5 o più.

Ma 3 o 5 poco importa, in ogni caso c’è una struttura dietro la storia, uno schema, una sequenza ordinata degli eventi. Tutti abbiamo letto dei fumetti nella nostra vita – lo spero, almeno. Ebbene, il fumetto è chiamato anche arte sequenziale (cfr. Will Eisner).

Perché è una sequenza di vignette – di scene! – che segue un certo ordine. Ma anche la narrativa è arte sequenziale. La scrittura creativa è un’arte.

Quando una storia non è una storia

Qualche anno fa una lettrice del blog mi chiese un parere su alcuni racconti che aveva scritto. Non mi piace dare pareri del genere, perché sono solo un lettore (e perché poi mi tocca accontentare chiunque me ne chieda), ma erano testi molto brevi e accettai di leggerli.

Erano pensieri, come le risposi. Non storie. Pensieri scritti di getto. Non c’erano personaggi, non c’erano scene, non c’era ambientazione, non c’erano eventi, fatti, problemi. Erano solo parole scritte in un flusso di coscienza che non portava a nulla.

Non che siano inutili, scrivere ciò che viene in mente come sfogo fa bene sia all’umore sia alla scrittura. Ma per scrivere una storia non basta. Per scrivere una storia ci vuole una struttura, fra le altre cose.

L’ordine emozionale degli eventi

Ogni storia ha un nucleo emotivo e quel nucleo emotivo è come il narratore sente gli eventi che sta descrivendo. Johnny Dzubak, “How to Tell a Great Story” in «The Art of Charm»

Per raccontare una storia possiamo usare un ordine cronologico o un ordine che segua una nostra logica (cfr. Fabula e intreccio), ma quest’ordine dev’essere soprattutto un ordine emozionale.

Dzubak sostiene che lo scrittore debba per primo sentire la sua storia, provare quindi emozioni su ciò che sta narrando, su ciò che accade, sull’ambiente. Se non prova tutto ciò, è difficile che possa far provare emozioni ai suoi lettori.

L’ordine emozionale è un ordine di eventi che porta a un crescendo della tensione, della suspense, che arriva a un picco massimo (il climax), per poi far scendere il lettore e dargli una meritata tregua.

Il climax è l’orgasmo della storia.

È il punto di massima emozione. Una storia non è molto differente dalle montagne russe: monti nella tua vettura e inizi pian piano a salire, finché comincerai a provare emozioni e sensazioni sempre più intense, finché salirai sempre più in alto e tutto ti sembrerà perduto, per poi vedere la tua vettura ridiscendere e rallentare e lasciarti scosso, anche turbato, ma comunque soddisfatto.

Quella sarà un’esperienza che si ricorderà. Una storia è la stessa e identica cosa: dev’essere un’esperienza da ricordare.

Cormac McCarthy e le storie che portano al suicidio

Le parole che disse una volta McCarthy sulla scrittura di un romanzo sono forti, ma è difficile dargli torto. Nella sua carriera ha scritto pochi romanzi, ma ognuno di quei romanzi è una pugnalata al cuore.

Non vale la pena, secondo McCarthy, scrivere storie che non ti portino al suicidio. Ma che cosa ha voluto dire esattamente?

Quelle parole non si ricollegano forse a quanto detto prima riguardo all’emozione che deve sentire lo scrittore? E nei romanzi di McCarthy non manca l’emozione, si avverte la cura che gli ha dedicato, si avverte quanto egli sentisse ciò che stava scrivendo.

Potessimo tutti raccontare una storia come la racconta McCarthy, saremmo tutti scrittori da premio Pulitzer. Non possiamo scrivere come lui, perché noi siamo noi e lui è lui, ma possiamo scrivere sentendo ciò che scriviamo.

La narrativa degli schemi

La narrativa deve avere degli schemi, altrimenti non sarebbe narrativa e, anche se la vita non deve avere schemi, dal momento in cui noi la esprimiamo sotto forma di narrativa, deve averli; deve dare senso. Scarlett Thomas, Il nostro tragico universo

Chiunque ami scrivere dovrebbe leggere questo romanzo (e anche tutti gli altri dell’autrice), perché la protagonista è una scrittrice e la storia contiene molti validi consigli sulla scrittura creativa. Forse Scarlett Thomas ha voluto scrivere questo romanzo per nascondervi dentro una sorta di manuale di scrittura, o forse ha solo messo in pratica il suo lavoro nel caratterizzare la sua protagonista.

La vita non ha schemi, non potrebbe averne. È solo una sequenza di fatti più o meno casuali. Scarlett Thomas ha ragione: scrivere una biografia e scrivere della vita di un personaggio sotto forma di romanzo sono due cose diverse. Nel secondo caso abbiamo bisogno di uno schema, di dare un senso al tutto.

“La narrativa deve avere degli schemi, altrimenti non sarebbe narrativa”: quanti storceranno il naso a questa tesi? Eppure lo schema, una struttura, non solo facilita il compito allo scrittore, ma lo facilita anche al lettore, che riesce a seguire la storia nel giusto ordine, senza distrarsi, senza cadere in confusione, sentendo pian piano salire la tensione, seguendo la vicenda mentre si chiede cosa accadrà, finché tutto si risolverà nel bene o nel male.

La narrativa dell’ordine

Ogni storia è in realtà una sequenza di eventi che ha bisogno di esser raccontata nel giusto ordine. Johnny Dzubak, “How to Tell a Great Story” in «The Art of Charm»

E quell’ordine prevede una struttura, uno schema, prevede un lavoro progettuale, in cui ogni evento della storia e ogni personaggio non sono lasciati al caso, ma scelti e decisi per specifiche funzioni.

Strutturalisti o no?

E voi come vi sentite? Siete strutturalisti, siete abituati a definire schemi e strutture per le vostre storie?

70 Commenti

  1. franca
    26 gennaio 2017 alle 07:39 Rispondi

    Le mie storie sono rivoli che nascono improvvise, incanalandosi fra le brecce, aggirando sassi e cercando un modo per scorrere senza farsi troppo trattenere dalla terra. Sono storie che durano il tempo si uno scroscio. E’ per questo forse che scrivo solo racconti e non mi riesce invece un romanzo. Mi manca la struttura. Però ho paura che toglierebbe freschezza alle parole, ordinandole.

    • Daniele Imperi
      26 gennaio 2017 alle 13:56 Rispondi

      Non è detto che la struttura tolga freschezza alle parole. Ordini la materia, non le parole.

  2. Serena
    26 gennaio 2017 alle 07:44 Rispondi

    Io ho pronto l’articolo che ti ho fatto leggere a dicembre sulla struttura “migliore amica di uno scrittore” 😊 Settimana prossima lo pubblico!

    • Daniele Imperi
      26 gennaio 2017 alle 13:56 Rispondi

      Oh, era ora! :D

    • Andrew Next
      26 gennaio 2017 alle 14:40 Rispondi

      Passa il link che son curioso anche io!

      • Daniele Imperi
        26 gennaio 2017 alle 14:50 Rispondi

        Devi pazientare, io ho letto quell’articolo il 15 dicembre e la signora si degna di pubblicarlo dopo un mese e mezzo :D

  3. Grilloz
    26 gennaio 2017 alle 08:37 Rispondi

    Ogni storia ha una struttura, poi può essere scritta di getto o essere pianificata in modo dettagliato prima o semplicemente abbozzata sotto forma di idee generiche (insomma le possibilità e le metodoloie sono infinite ;) ) Ci sono scrittori più istintivi e scrittori più razionali, non credo ci sia un metodo universal valido per tutti, ognuno deve trovare la sua strada.

    • Daniele Imperi
      26 gennaio 2017 alle 13:59 Rispondi

      Sì, ognuno deve trovare la sua strada, ma devi essere davvero bravo a riuscire a scrivere un romanzo lungo senza una struttura preimpostata.

      • Grilloz
        26 gennaio 2017 alle 14:07 Rispondi

        Beh, secondo me devi essere davvero bravo per scrivere un romanzo lungo :P

        • Daniele Imperi
          26 gennaio 2017 alle 14:20 Rispondi

          Eh, sì, sono d’accordo :D

  4. Chiara (Appunti a Margine)
    26 gennaio 2017 alle 08:49 Rispondi

    Io penso che l’esistenza di una struttura (sono d’accordo con te: è fondamentale) non escluda la possibilità di scrivere di getto. Di questo, tra l’altro, parlerò anche nel post di stasera, con un invito a tutti i blogger. La mia trama è definita ormai da molto tempo, ci sono gli atti e c’è la struttura. Però, la prima stesura, è valida quando esce come un enorme, primo pensiero. Pur nell’ambito della progettazione iniziale, le parole offrono infinite possibilità. Ed è solo lasciandole fluire che possiamo creare un testo emotivamente coinvolgente, secondo me.

    • Daniele Imperi
      26 gennaio 2017 alle 14:01 Rispondi

      Si scrive sempre di getto, non è possibile fare altrimenti :)
      L’emotività può restare anche nella seconda stesura, a meno che tu non riscriva da capo la storia.

      • Chiara (Appunti a Margine)
        26 gennaio 2017 alle 14:14 Rispondi

        Certo che può restare! Anzi: deve. :)
        Ma solo se la prima stesura è sentita e “di getto” può esserci, secondo me.

  5. Martin Rua
    26 gennaio 2017 alle 09:16 Rispondi

    Bel post.
    Condivido il pensiero di chi ha scritto che le due cose non si escludono a vicenda: struttura e istinto (chiamiamolo così) possono e spesso devono convivere. Senza un minimo di struttura il lavoro rischia di uscire raffazzonato, con capitoli che vagano erratici nella vicenda.
    C’è però anche il libero arbitrio del personaggio da tenere in considerazione: una volta creato, un personaggio non è un qualcosa che si possa sempre (sempre) imbrigliare al proprio volere.
    A un certo punto vive di vita propria.
    E allora, pure rimanendo tra i paletti posti dal proprio schema, il personaggio spesso ci spinge in direzioni inaspettate. Rendendolo, se vogliamo, più affascinante per lo scrittore e, si spera, anche per il lettore.

    • Daniele Imperi
      26 gennaio 2017 alle 14:03 Rispondi

      Grazie.
      Sono d’accordo, la struttura impone dei paletti, ma come guida. Poi per forza qualcosa dovrà cambiare, perché non sai mai dove ti porteranno le parole che scrivi.

    • Chiara (Appunti a Margine)
      26 gennaio 2017 alle 14:22 Rispondi

      Pienamente d’accordo. Anche io dico spesso che i personaggi fanno quello che vogliono, e spesso mi sento rispondere: guarda che comandi tu. Non è vero: comanda il mio inconscio. Dentro di me ci sono tante cose che non so, e i miei personaggi me le mostrano.

      • Daniele Imperi
        26 gennaio 2017 alle 14:49 Rispondi

        Comandi tu nel senso che sei tu che scrivi, ma alla fine sono le stesse azioni che fai compiere ai personaggi a obbligarti, in un certo senso, verso altre direzioni.

  6. Tenar
    26 gennaio 2017 alle 09:35 Rispondi

    È la nostra mente che ragiona attraverso strutture, quindi più una storia è strutturata e più è comprensibile. Non è che si debba per forza essere comprensibili, leggevo l’altro giorno un articolo sull’ultimo romanzo di Joyce in cui non si capisce nulla, neppure in quale lingua sia scritto. È solo che non tutti possiamo essere Joyce. Io mi accontento di essere comprensibile, se ci riesco.

    • Daniele Imperi
      26 gennaio 2017 alle 14:06 Rispondi

      Vero, è la nostra mente, quindi non possiamo scrivere andando contro la nostra natura.
      Qual è l’opera di Joyce? Quella mal tradotta come “Le gesta di Stefano”? Ho quindi sulla scrivania “Ritratto dell’artista da giovane” alias “Dedalus”, spero sia comprensibile, altrimenti, Joyce o no, lo mollo.

      • Tenar
        26 gennaio 2017 alle 17:52 Rispondi

        Finnegans Wake. Lo stanno traducendo ora e devo dire che dai commenti non mi è venuta per niente voglia di leggerlo, ma mai dire mai.

        • Daniele Imperi
          27 gennaio 2017 alle 08:16 Rispondi

          Darò un’occhiata all’anteprima quando uscirà.

  7. Maria
    26 gennaio 2017 alle 09:45 Rispondi

    Ciao Daniele,
    allora ti chiedo, per le storie divise in più libri, come credi venga intrecciata la storia? Interamente in cinque fasi, o in cinque fasi per ogni libro?
    Prendiamo ad esempio Games of Thrones (qui i colpi di scena si susseguono), quale credi sia la struttura? E soprattutto, quanto si può deviare dalla struttura ‘canonica’?

    • Daniele Imperi
      26 gennaio 2017 alle 14:11 Rispondi

      Ciao Maria,
      bella domanda. Potrei rispondere “non ne ho idea”, non avendole mai scritte :D
      Ho letto di quella serie i primi 4 romanzi, poi m’è passata la voglia. In quel caso la questione è un po’ diversa. Si tratta di romanzi in cui convivono più storie (quella degli Stark, dei Lannister, ecc.), però, se non ricordo male, c’era una sorta di struttura in ognuno. Considerali però come sono stati pubblicati in originale e non spezzettati come ha fatto la Mondadori (altro motivo che mi ha fatto passare la voglia di leggerli).

      • Maria
        26 gennaio 2017 alle 17:55 Rispondi

        Eh si, io sto leggendo infatti i “libroni” degli oscar mondadori che mi sembra siano ri-editati come quelli originali!

  8. Barbara
    26 gennaio 2017 alle 11:04 Rispondi

    Ciao Daniele, bellissimo articolo. Concordo con te, credo che strutturare la storia sia fondamentale. Se non avessimo uno scheletro, come faremmo a reggerci in piedi? Comunque, il tuo post mi ha ricordato una citazione di George R.R. Martin. Diceva che gli scrittori si suddividono in giardinieri e architetti e alla fine lui si considerava più uno scrittore giardiniere (qui la citazione completa: https://www.goodreads.com/quotes/749309-i-think-there-are-two-types-of-writers-the-architects). Per quanto sia interessante il suo punto di vista, credo che gli architetti vincano sui giardinieri.
    Buona giornata!

    • Daniele Imperi
      26 gennaio 2017 alle 14:15 Rispondi

      Ciao Barbara, grazie. Ho appena letto il pezzo, interessante. Forse è per questo che Martin ci ha messo una vita a scrivere ogni romanzo, specialmente gli ultimi :)
      Per me la citazione ha un errore di fondo, perché l’architetto può lavorare solo in quel modo e così il giardiniere.
      Un romanzo non è una casa né un albero. Penso che uno scrittore debba essere architetto nella struttura e giardiniere nelle parole.

  9. Elena
    26 gennaio 2017 alle 11:05 Rispondi

    Trovo sbagliata la contrapposizione tra strutturalismo e scrittura di getto. Nulla vieta di scrivere di getto (che per me è un valore quasi assoluto) e organizzare questo flusso di pensieri in una storia che abbia capo e coda (e con in mezzo qualcosa che accada, davvero).
    Non c’entra niente ma leggendo questo post mi è venuta voglia di riprendere un racconto di mare cui sono molto legata, con una struttura chiara ma piuttosto breve, e farne un romanzo.
    Insomma, sei stato un’ispirazione, anche se sei un montanaro :)

    • Daniele Imperi
      26 gennaio 2017 alle 14:17 Rispondi

      Secondo non puoi scrivere ogni tipo di romanzo di getto senza avere in mente una struttura. La struttura ti semplifica il lavoro.
      Felice di averti dato l’ispirazione per un racconto di mare :D

  10. Maria Teresa Steri
    26 gennaio 2017 alle 11:35 Rispondi

    Credo che il discorso dell’ordine emozionale e quello sulla struttura debbano convivere in armonia per creare una storia che sia piacevole da leggere e al tempo stesso coerente da un punto di vista logico. Io scrivo con una struttura che creo man mano che scrivo, per me scrivere di getto non ha più senso da parecchio tempo. Però penso anche che organizzare la struttura in anticipo sia un’operazione non priva di rischi, perché si può finire facilmente col perdere l’ispirazione o la connessione emotiva con la storia.

    • Daniele Imperi
      26 gennaio 2017 alle 14:19 Rispondi

      In che senso crei la struttura mentre scrivi?
      Dipende poi a che livello strutturi la tua storia, se sei troppo dettagliato, sarà facile, credo, perdere l’ispirazione.

      • Maria Teresa Steri
        26 gennaio 2017 alle 14:49 Rispondi

        Nel senso che la struttura si modifica man mano che scrivo, all’interno di una certa cornice iniziale. Sono d’accordo che pianificare troppi dettagli uccida l’ispirazione.

  11. Andrea
    26 gennaio 2017 alle 13:17 Rispondi

    Credo che tutti siamo strutturalisti, chi in maggior misura chi meno. Anche chi scrive di getto è stato preceduto da una propria struttura inconscia.
    Poi ci sono quei geniacci che svolgono l’atto con una tale semplicità, spontaneità e velocità da non rendersi conto dell’ordine strutturale di ciò che scrivono.

    • Daniele Imperi
      26 gennaio 2017 alle 14:19 Rispondi

      Sì, anche Stephen King e Bernard Cornwell scrivono così, e le loro storie funzionano benissimo.

  12. Barbara
    26 gennaio 2017 alle 14:42 Rispondi

    Strutturalista. Scrivo di getto, che tanto poi con il copia-incolla riorganizzo la struttura. Quel che io so, quel che posso dire al lettore, quel che devo posticipare, quel che devo nascondere fino alla fine. E d’accordo con McCarthy: penso che le emozioni di chi scrive vadano dirette a chi legge. Se il primo non prova niente, dall’altra parte non arriva niente. In ufficio mi dicono spesso: “Hai gli occhi che ridono….cosa stai scrivendo??” :D

    • Daniele Imperi
      26 gennaio 2017 alle 14:51 Rispondi

      Dicci, dicci: cosa scrivi in ufficio anziché lavorare? :D
      Sei una strutturalista che scrive di getto, bene. Il copia-incolla ti aiuta fino a un certo punto, però.

  13. Andrew Next
    26 gennaio 2017 alle 14:47 Rispondi

    Il fiume modella gli argini, gli argini guidano il fiume.
    La frase non è mia, ma racconta bene il processo della scrittura… e ci si può vedere dentro un sacco di altra roba, ma il punto è proprio questo. Avere un progetto aiuta a scrivere meglio, ma se il progetto è migliorabile te ne accorgerai sicuramente mentre scrivi.

    A.V.

    • Daniele Imperi
      26 gennaio 2017 alle 14:52 Rispondi

      Oh, e questa citazione da dove l’hai presa? Da qualche saggio di Kirezia? ;)
      Vero sul miglioramento. Avevo la trama del mio “R.”, ma poi l’ho migliorata.

  14. Roberto
    26 gennaio 2017 alle 15:50 Rispondi

    Ci provo a fare schemi, mi aiutano; ma devo spesso lasciarmi andare anche alle parole, perchè poi è dale parole che torvo le trade.

    • Daniele Imperi
      26 gennaio 2017 alle 15:51 Rispondi

      Direi che un misto fra schemi e lasciarsi andare vada bene :)

  15. sabizen
    26 gennaio 2017 alle 20:07 Rispondi

    Molto interessante il tuo post. A me che piacciono molto i racconti, porto sempre nel cuore Raymond Carver o Lydia Davis o altri scrittori bravi nel racconto, appunto: in poche pagine, a volte in poche righe, anche se sembra che una storia vera e propria non ci sia, in realtà c’è e anche di più. Comunque. Oggi combinazione rileggevo John Gardner ” il mestiere dello scrittore”
    e cito :) “In quasi tutta la buona narrativa, la struttura di base – pressoché inevitabile –
    della trama è: un personaggio principale vuole qualcosa, persegue il suo obiettivo
    malgrado le opposizioni (compresi forse i suoi stessi dubbi) e così giunge ad una
    vittoria, ad una sconfitta o al niente di fatto. In un romanzo i pro e i contro del
    progetto del personaggio acquistano complessità (ciascun fattore, pro o contro,
    drammatizzato da personaggi minori, intrecci secondari, e così via), ma la
    struttura, comunque venga camuffata, rimane”.

    • Daniele Imperi
      27 gennaio 2017 alle 08:17 Rispondi

      Grazie. Ho letto quel libro, Gardner aveva ragione :)

  16. Elisa
    27 gennaio 2017 alle 15:17 Rispondi

    sono d’accordo sull’importanza della struttura. Hai riportato 3 esempi struttura che hanno tutti un concetto alla base: un’implicita coerenza interna. Che può essere legata all’organicità della trama, ai sentimenti che suscita la storia (ho capito che dovrò leggere anche McCarthy ;) ), al messaggio che lancia.
    A volte la voglia di raccontare e di mettere tutto (proprio tutto quello che ci passa per la testa) fa perdere in termini di ordine e coerenza.
    Cmq McCarthy ha ragione: se non piango e non mi emoziono da sola difficilmente lo potranno fare gl altri. Penso, inoltre, che, come accade nella vita, le emozioni forti scaturiscano da vicende importanti, non certo da sciocchezze. Si tratta, quindi, di vicende complesse che fortiori hanno una struttura complessa, anche “solo” a livello emotivo.
    Si, sono strutturalista! Anche se sui generis…. ;)

    • Daniele Imperi
      27 gennaio 2017 alle 15:45 Rispondi

      Attenta a McCarthy, ché dà assuefazione :D
      Scrive roba tosta, e ha uno stile particolare, quindi non piace a tutti.
      La coerenza interna ci vuole, hai ragione, e la struttura ti aiuta in questo.

  17. Grazia Gironella
    31 gennaio 2017 alle 21:02 Rispondi

    La struttura ha un impatto forte nel rendere la storia, ma non è cosa da poco applicarla in modo discreto perché non sembri artificiosa al lettore. E’ comunque un aspetto importante, su cui vale la pena di riflettere.

    • Daniele Imperi
      1 febbraio 2017 alle 08:58 Rispondi

      Ho pensato anche io che possa risultare artificiosa, forse l’abilità sta nel non far capire al lettore che ci sia una struttura :)

  18. Monia
    1 febbraio 2017 alle 16:43 Rispondi

    Prologo: c’era un volta una tizia che voleva scrivere un commento breve.

    Cose su cui la suddetta tizia non è del tutto d’accordo: la necessaria necessità del climax, l’assenza di schemi nella vita, l’interpretazione della frase di McCarthy (per quanto mi piaccia come credo sia interpretata qui, l’ho sempre vista diversamente e adesso, a rifleggerla, credo la vedrò in modo ancora diverso, penso di interpretarla come un “ehi ragazzi, se proprio dovete scrivere, se proprio non avete niente di meglio da fare, se proprio non ci riuscite a guarire da questo male, allora, accidenti, voi i vostri lettori li dovete infettare, guastare fin nel midollo, far venire loro voglia di annientarsi per potersi sciogliere tra le pagine e diventare inchiostro o l’angolo di un foglio”)

    Cose su cui la succitata tizia è molto d’accordo: il caso non esiste, soprattutto nella narrativa, abbiamo davvero un incredibile bisogno di dare un senso a tutto, scrivere “solo” pensieri e non storie e una fase piuttosto comune. Per alcuni resta una fare, per altri diventa la vita.

    • Daniele Imperi
      2 febbraio 2017 alle 08:17 Rispondi

      Sul climax mi trovi d’accordo: Suttree di McCarthy non ne ha uno, per esempio. Ma chi sa scrivere un romanzo come quello?

      • Monia
        2 febbraio 2017 alle 10:52 Rispondi

        Non lo sappiamo.
        Il bello è anche questo: potrebbe camminare proprio qui, vicinissimo a noi, uno straordinario talento e noi potremmo non saperlo, adesso, addirittura potremmo non saperlo mai oppure scoprirlo presto.

        • von Moltke
          29 maggio 2017 alle 08:29 Rispondi

          Sempre che poi non pubblichi con uno pseudonimo… :D

  19. angelo
    24 febbraio 2017 alle 14:07 Rispondi

    Sono del tutto d’accordo con te (e tra parentesi è sempre un piacere leggere i tuoi post).
    Venendo alla domanda, io non credo sia possibile scrivere senza pensare alla struttura, ad un accenno di struttura, ad uno straccio di struttura. Non dico che sia necessario programmare il lavoro come un orologiaio, dipende dalle caratteristiche di ogni “scrittore”, ma un’idea del cammino da percorrere ci deve essere, anche se poi può variare lungo la strada. Questa è una banalità, ma poi tra l’inizio e la fine del lavoro ci sta tutto, sicuramente un impegno appassionato e maledetto, con momenti di tensione estrema e altri di esaltazione, disperazione, ricerca accurata e magari noiosa, studio della forma e degli effetti che si vogliono raggiungere in momenti particolari del libro, rilettura, tagli, correzione, rilettura e correzione ancora fino alla nausea e soprattutto un piano di lavoro che “costringa” ad andare avanti, perché la creatività e magari il talento sono una condizione necessaria, ma tutt’altro che sufficiente.
    Poi ci sono i geni, ma sono persone completamente fuori dagli schemi comuni.

    • Daniele Imperi
      24 febbraio 2017 alle 14:26 Rispondi

      Grazie Angelo. Sì, ci sono i geni, come dici, so che alcuni scrivono senza sapere dove andare a finire e sono scrittori famosi. Io non ci riesco, ho bisogno di seguire una struttura.

      • angelo
        24 febbraio 2017 alle 14:34 Rispondi

        Era implicito che anche per me è lo stesso. Ma capisco che ci sia chi la vede diversamente, anche se bisognerebbe vedere quali risultati riescono ad ottenere, perché alla fine il banco di prova è quello. Ciò che invece non capisco sono le persone che non accettano che lo scrivere sia per certi aspetti un lavoro come altri, che richiede studio, sacrificio, impegno e voglia. Che poi, come diceva Enzo Baldoni a proposito del suo lavoro come pubblicitario, “in fondo è una figata, molte meglio che lavorare!”

  20. Loris
    26 maggio 2017 alle 02:59 Rispondi

    Provo a chiederti qualcosa che forse c’entra poco con l’argomento:
    usando i verbi al passato è giusto legare passato remoto con imperfetto?
    Frase a esempio:
    si sedette sul divanetto a dondolo sulla veranda sul retro che dava sul fiume.
    O sarebbe più giusta così:
    si sedette sul divanetto a dondolo sulla veranda sul retro che diede sul fiume.

    • Daniele Imperi
      26 maggio 2017 alle 07:10 Rispondi

      Ciao Loris, benvenuto nel blog.
      È giusta la prima frase. Se scrivi “che diede sul fiume”, significa che al momento della storia quella veranda non dava più sul fiume.

      • Loris
        27 maggio 2017 alle 01:52 Rispondi

        Anche dava, potrebbe significare che c’era e poi non c’è più. Casomai è più giusto scrivere “da sul fiume”, tenendo conto che si sedette è passato remoto quindi più distante nel tempo, allora anche dare dovrebbe essere nello stesso periodo.
        E ripensandoci, la stessa frase ha anche una ripetizione?
        si sedette sul divanetto a dondolo sulla veranda sul retro che dava sul fiume.
        Sulla e sul, forse è migliore dire: sulla e poi nel retro?

        • Kukuviza
          27 maggio 2017 alle 07:35 Rispondi

          L’imperfetto indica una azione o una condizione continuativa. Il passato remoto indica una azione di durata più breve e che poi si conclude.
          Non si sta “sulla” veranda bensì “nella” veranda.

          • Loris
            28 maggio 2017 alle 01:04 Rispondi

            La continuità dell’imperfetto diciamo che l’ho capita, ma quello che non mi torna (o forse mi spiego male) perché devo mettere l’imperfetto piuttosto che il passato remoto. Cioè, voglio intendere: è così sbagliato usare nella stessa frase solo il passato remoto?
            Sedette – diede piuttosto che sedette – dava.
            In quanto alla veranda sono d’accordo: sulla veranda, ma io appunto toglierei la ripetizione sul retro (nel retro)…

            • Kukuviza
              28 maggio 2017 alle 09:01 Rispondi

              In una frase puoi usare anche 200 passati remoti, non è quello il problema. Non li puoi usare in questa frase, con il soggetto veranda che dà su un fiume. La veranda faceva questa azione in maniera continuativa e per molto tempo. L’azione è molto lunga. In questo specifico caso, al di là della consecutio rispetto all’azione del soggetto che si siede, con una struttura come una veranda, in ben pochi casi si possono usare tempi diversi dall’imperfetto. Si dice:”qua sorgeva una catapecchia”. Si potrebbe dire:”Quella catapecchia sorse in una notte” ma in questa frase è specificato che l’azione non è molto lunga né è continuativa nel tempo (e tralasciando che il significato di “sorgere” non è esattamente uguale nelle due frasi).

              • Loris
                28 maggio 2017 alle 22:44 Rispondi

                Ti ringrazio (permettimi di darti del tu) per le esaurienti risposte. In effetti usando il passato remoto vorrei far capire che l’azione ebbe un suo tempo definitivo e così si concluse, appunto nel passato.
                Ieri ho letto un’altra frase:
                Mentre si allontanava ancora dai suoi compagni mi strinsi addosso la vestaglia e mandai giù le ultime gocce di Back Bush dal bicchiere sul comodino.
                Che, seguendo la mia idea, io avrei scritto:
                Mentre si allontanò ancora dai suoi compagni strinsi addosso la vestaglia e mandai giù le ultime gocce di Back Bush dal bicchiere sul comodino.
                Allontanava (ancora in movimento) – Allontanò (lo fece a suo tempo). Io che leggo mi immagino la stessa scena. Ma è davvero così scorretta?

                • Kukuviza
                  28 maggio 2017 alle 22:51 Rispondi

                  “Mentre si allontanò” non si può sentire. Sbagliatissimo proprio :)

                  • Loris
                    29 maggio 2017 alle 00:48 Rispondi

                    Perché è sbagliatissimo?
                    (Lui) si allontanò
                    oppure (lui) mentre se ne andò via ancora dai suoi compagni mi strinsi addosso la vestaglia e mandai giù le ultime gocce di Back Bush dal bicchiere sul comodino.
                    Io toglierei ancora, metterei una virgola in più ma lascerei andò via. Non la vedo così brutta:
                    mentre se ne andò via dai suoi compagni, mi strinsi addosso la vestaglia e mandai giù le ultime gocce di Back Bush dal bicchiere sul comodino.
                    Suona male?

                    • Daniele Imperi
                      29 maggio 2017 alle 07:37

                      Perché il “mentre” significa azione continuativa, quindi ci vuole l’imperfetto.
                      Se invece usi “quando”, allora rappresenti un momento trascorso.
                      “Mentre si allontanava, io mi strinsi addosso la vestaglia”.
                      “Quando si allontanò, io mi strinsi addosso la vestaglia”.
                      Sono due concetti diversi. Nel primo caso le 2 azioni avvengono in contemporanea (lui che si allontana e io che stringo la vestaglia), nel secondo invece io mi stringo la vestaglia dopo che lui s’è allontanato.

                    • Loris
                      31 maggio 2017 alle 00:45

                      Grazie Daniele per la risposta del 29 maggio, ho capito il concetto. Allora ne approfitto e scrivo queste due frasi, con le due modalità:
                      –Mi trovai immerso nel traffico della Tosco Romagnola, presso Fornacette e vicino al bivio con via della Botte, quando all’improvviso, un ragazzo a cavallo di una bicicletta da corsa mi attraversò la strada. Rischiai d’investirlo, ma riuscii a evitarlo perché ebbi una prontezza di riflessi che neanche io mi riconobbi.–
                      Direi tutto al passato remoto. Se voglio raccontare una storia passata è così improponibile?

                      Ora la riscrivo in questa maniera:
                      –Ero alla guida nel traffico della Tosco Romagnola, presso Fornacette e vicino al bivio con via della Botte, quando all’improvviso, un ragazzo a cavallo di una bicicletta da corsa mi attraversò la strada. Rischiavo d’investirlo, ma sono riuscito a evitarlo perché ho avuto una prontezza di riflessi che neanche io mi riconoscevo.–
                      Va meglio? Potrei rendere l’idea di una cosa trascorsa tempo fa?
                      Io preferisco riconobbi (mi era già successo tanto tempo fa) a riconoscevo (mi era già successo ma mi rimane un po’ di dubbio nel periodo).
                      Grazie ancora

                    • Daniele Imperi
                      31 maggio 2017 alle 07:15

                      Nessuna delle due è corretta.
                      “Mi trovavo immerso” o, a scelta, “Ero alla guida” e poi “rischiai di investirlo” e “riuscii a evitarlo”.

            • Kukuviza
              28 maggio 2017 alle 09:16 Rispondi

              Riguardo alla ripetizione, forse toglierei “sul retro”. Al limite quella informazione può essere data in un’altra frase.

    • Grilloz
      26 maggio 2017 alle 07:11 Rispondi

      Giusta la prima, Dipende dalla consecutio temporum.
      Magari può esserti utile questa pagina: http://aulalingue.scuola.zanichelli.it/benvenuti/2010/11/11/ripassiamo-limperfetto/
      dove spiega:
      Il tempo imperfetto si usa per:
      ⇒ esprimere, raccontare un’azione che si ripeteva abitualmente nel passato: l’anno scorso andavo in piscina tre volte alla settimana.
      ⇒descrivere condizioni o stati (atmosferici, fisici, emotivi) e raccontare situazioni nel passato: la giornata era bella, splendeva il sole, ma faceva freddo; quando ero piccola avevo lunghi capelli biondi.
      ⇒esprimere nel passato azioni in svolgimento, interrotte da altre espresse al passato prossimo: leggevo un libro, quando è arrivata Maria; mentre venivo a scuola, ho incontrato tuo fratello.

      • Loris
        27 maggio 2017 alle 02:01 Rispondi

        Grazie per il link, ma non ho trovato quello che sto cercando.
        Il mio problema è legato al passato remoto, quindi ben più lontano che prossimo o imperfetto. Nella pagina non lo spiega.
        Sempre in quella pagina, trovo ingiusto dire volevo quando bisogna fare una richiesta. Trovo più gentile e giusto dire vorrei.
        Buongiorno, volevo del pane.
        Buongiorno, vorrei del pane. A me suona decisamente meglio la seconda.

        • Kukuviza
          27 maggio 2017 alle 07:46 Rispondi

          L’imperfetto in questo caso è una forma colloquiale, molto usata tra l’altro, e non è meno gentile del condizionale.
          In ogni caso, in questo contesto, non si dice “trovo ingiusto” bensì “trovo scorretto”. “Ingiusto” ha un altro significato.

          • Loris
            28 maggio 2017 alle 01:07 Rispondi

            Vero, molto usata nel parlare. Io la trovo… un po’ scorretta. Mi dà il sapore di un tempo passato.
            Per ingiusto, ahimè, (colpa della tastiera?).

  21. Loris
    28 maggio 2017 alle 01:12 Rispondi

    Allora è così brutto scrivere tutto un libro usando il passato remoto, o forse è preferibile usare passato remoto e imperfetto, magari nella stessa frase?

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