Scrivere è comunicare

Il blog per scrittori, blogger e copywriter

La questione del punto di vista

La questione del punto di vista

Come sappiamo, la scelta del punto di vista determina lo svolgersi della nostra storia e anche lo stile narrativo, la presentazione dei personaggi, la descrizione delle scene e la formulazione dei dialoghi. Scegliere il punto di vista significa determinare chi narrerà la storia o, meglio, di chi si servirà lo scrittore per raccontarla.

C’è stato un tempo in cui amavo scrivere in prima persona. Si dice che gli autori alle prime armi usino la prima persona perché più semplice da gestire e infatti erano i miei primi tentativi di scrivere storie. La prima storia in assoluto che ho scritto era addirittura come flusso di coscienza, che a me neanche va tanto a genio.

In realtà la prima persona non è affatto semplice, proprio per via delle sue tante limitazioni. Ma in alcuni casi non se ne può fare a meno. Dave Zeltserman, un autore che ho scoperto quest’anno, ha detto, in merito alla sua trilogia nera (Piccoli crimini, La vera storia di Kyle Nevin e Killer):

«Ho deciso di raccontare le imprese dei miei “bastardi usciti di prigione” in prima persona perché sono tutti e tre totalmente inaffidabili. Se non li avessi fatti parlare con la propria voce ci avrebbero raccontato solo un mucchio di balle.»

E in quel caso aveva ragione, perché le oltre 800 pagine del volume sono state davvero una lettura piacevole, veloce, emozionante anche. Il lettore si è potuto immedesimare nel criminale. Non sarà il massimo, d’accordo, ma se ti piace leggere storie poliziesche e noir, allora ti piace anche entrare nella mente di quei “bastardi”.

Le ultime storie che ho scritto – e quelle in stesura – sono abbastanza varie come punti di vista:

  • UDPD: è in prima persona
  • VV: terza persona, immersione lieve (penso)
  • LUC: narratore onnisciente
  • R: terza persona, immersione lieve e profonda
  • In PU, invece, romanzo formato da 6 storie, ci sono 3 storie in prima persona e 3 in terza.

Il dubbio sul punto di vista mi è venuto proprio mentre scrivevo R. All’inizio era una terza persona con immersione profonda, ma poi ho visto che questo in un certo senso mi limitava e allora sto alternando l’immersione profonda alla lieve. Ma comunque il punto di vista non è focalizzato su un unico personaggio. E ora spiego perché.

Il focus sul personaggio e le sue limitazioni

Mi sono subito accorto che in R. focalizzarmi su un unico personaggio, il protagonista, era molto limitante. Il problema è che nel romanzo esistono due protagonisti, di due “categorie” diverse, che agiscono spesso separati. Come potevo puntare tutto su uno?

Nel mio caso il lettore deve immergersi anche nella mente e nella vita dei membri della seconda categoria, non solo in quelle degli altri. Deve vivere il loro dramma.

Come gestire un intreccio con il punto di vista su un unico personaggio che non compare sempre nella storia?

La prima persona e l’anticipazione degli eventi

Come dicevo prima, la prima persona da una parte ci semplifica le cose, perché siamo noi autori i protagonisti della nostra storia e scriviamo ciò che osserviamo e viviamo di persona. Ma dall’altra ha le sue limitazioni, perché il narratore sa già tutto, conosce la storia nei dettagli – altrimenti come potrebbe raccontarla? – e non credo che riesca sempre a trasmettere al lettore la suspense.

Spesso mi dà la sensazione che il narratore anticipi i fatti della storia. Anzi, in alcuni casi è così. Il narratore anticipa qualcosa e poi passa a raccontarla nel dettaglio.

Scordiamoci di saltare da un personaggio all’altro con la prima persona. Il narratore-protagonista è sempre presente. O vi sono capitate situazioni diverse?

Il narratore onnisciente e le sue libertà

Alcuni dicono che si stia perdendo l’uso del narratore onnisciente, che andava di moda nei tempi andati, ma in realtà in molti romanzi letti di recente (opere moderne) ho trovato questo tipo di narrazione.

Nei romanzi I vendicatori e Desperation di Stephen King il narratore era onnisciente, se non ricordo male. Ma anche ne Il prefetto di Alastair Reynolds, in alcuni degli ultimi romanzi letti di Philip K. Dick, in quelli di Scarlett Thomas e di Harry Harrison.

A me non ha creato problemi. A me interessa la storia e che sia scritta bene. E che mi coinvolga. E riesce a coinvolgermi anche il narratore onnisciente.

Dunque, quale punto di vista per la nostra storia? Come vi regolate? E soprattutto avete le stesse mie sensazioni riguardo alle varie soluzioni?

44 Commenti

  1. salvo
    29 settembre 2016 alle 09:17 Rispondi

    È vero, la prima persona è limitante perché il protagonista dovrebbe essere sempre presente ma il nuovo capitolo aperto dell’antagonista o dal personaggio secondario può essere un buon escamotage per non snaturare la regola durante l’assenza del protagonista. Difficile da attuare e pericoloso, ma può essere fatto. C’è da dire anche che con la prima persona la storia deve svolgersi in un arco temporale limitato e anche questo è un limite ma anche qui sarà l’autore a programmare la storia.

    • Daniele Imperi
      29 settembre 2016 alle 13:17 Rispondi

      Se uso la prima persona, allora la mantengo per tutta la storia. Forse ho capito cosa intendi, ma preferisco così.
      Sull’arco temporale sono d’accordo: ma considera che dura in pratica al massimo come la vita del protagonista, che quindi può andare avanti anche per oltre 80 anni.

  2. Salvatore
    29 settembre 2016 alle 09:22 Rispondi

    Una cosa che potresti fare è alternare i capitoli in cui esporre il punto di vista del personaggio che ne è protagonista. Un capitolo a testa. Tuttavia, anche se si sceglie un unico punto di vista – in fondo il protagonista della storia deve essere uno – non significa che non si possa approfondire la psicologia e le ambizioni degli altri personaggi. Lo fa molto bene, secondo me, Rowling in Harry Potter. Lei adotta il punto di vista di Harry, perché è lui il protagonista della storia, ma noi conosciamo molto bene anche i desideri, le paure e le “opinioni” degli altri personaggi.

    Anch’io ipotizzo che la prima persona sia, da un punto di vista linguistico, più semplice da gestire per un novizio. Tuttavia la prima persona, eseguita ad arte, è invece molto difficile, molto più della terza, perché richiede due cose fondamentali: 1. una immersione completa e profonda nel personaggio; 2. una voce narrante incredibile e credibile. Qualcuno, non ricordo chi, tra gli scrittori famosi (o famigerati) consiglia di lasciare perdere la terza persona proprio per questi due motivi…

    • Elena
      29 settembre 2016 alle 09:32 Rispondi

      Ho fatto qualcosa di simile a quanto suggerisci. Ho dovuto individuare una prima e seconda parte perché il punto di vista ma soprattutto il focus ne avevano bisogno. Ma non sono sicura che mi piaccia

    • Daniele Imperi
      29 settembre 2016 alle 13:18 Rispondi

      Su R. infatti sto facendo così: alterno i capitoli del protagonista con altri. In Harry Potter però non mi sembrava così immersiva la terza persona.
      D’accordo che la prima sia molto difficile se fatta bene, ma io alla terza non rinuncio :)

  3. Elena
    29 settembre 2016 alle 09:30 Rispondi

    Ciao Daniele, anche io ho cominciato con la 1 persona. Poi mi sono accorta che per le mie storie funziona meglio il narratore onniscente. Scrivo romanzi che in effetti hanno il sapore,impianto e l’allure del passato ma soprattutto hanno una caratteristica : la coralita. Non potrei descrivere i personaggi se non usassi questo punto di vista. Ma recentemente, avendo appena finito il mio ultimo romanzo, il mio lettore beta preferito mi ha messo in discussione proprio la scelta del punto di vista. Sembra che si fosse affezionato a un personaggio che non è diventato il protagonista principale. Attualmente per me il cruccio più grande sta proprio nella descrizione dei personaggi e nel “tirare fuori” i protagonisti. Ma anche le scene e il contesto psicologo ne risentono. Svevo docet.
    Se avete suggerimenti,….. Grazie :)

    • Daniele Imperi
      29 settembre 2016 alle 13:21 Rispondi

      Ciao Elena, quindi scrivi romanzi corali?
      In quel caso ci vuole per forza il narratore onnisciente.
      Tirare fuori la personalità dei personaggi penso sia una delle cose più complicate.

      • Elena
        29 settembre 2016 alle 19:11 Rispondi

        È così Daniele, in effetti scrivo romanzi corali. Non me ne sono resa conto subito, ma al secondo (e ultimo) é stato chiaro. Ma è un lavoro complesso anche se bellissimo. Occorre disegnare un volto, una parlata, un corpo che si muove nello spazio, un carattere… Un colore persino… I vostri personaggi hanno un loro colore?

        • Daniele Imperi
          30 settembre 2016 alle 08:27 Rispondi

          Immagino che sia difficile. Un colore? In che senso?

  4. Elisa
    29 settembre 2016 alle 09:37 Rispondi

    Buongiorno,
    questo è un problema che mi affligge ogni volta che comincio a scrivere qualcosa. Personalmente, l’unica soluzione che ho trovato a riguardo e che probabilmente vale solo per me è stata quella della “spontaneità”, nel senso che scelgo il tipo di narratore per una determinata storia in base a come mi sento più a mio agio per quella determinata storia.

    • Daniele Imperi
      29 settembre 2016 alle 13:22 Rispondi

      Penso che fai bene, anche io agisco così. Mi viene spontaneo usare un certo tipo di narratore.

  5. Stefania Crepaldi
    29 settembre 2016 alle 10:04 Rispondi

    Il punto di vista, assieme alla trama, è l’aspetto della scrittura narrativa più difficile da progettare e da spiegare. Ma una volta scelto, il punto di vista deve essere rispettato. Il narratore onnisciente secondo me non cadrà mai di moda. Quello che è fuori moda è il narratore onnisciente alla Manzoni, che sa tutto, prevede tutto e giudica tutto. Proprio il giudizio è l’aspetto più fastidioso. Ma ad oggi moltissimi scrittori usano il narratore onnisciente senza farlo diventare un saputello e io apprezzo molto anche quel tipo di storie.
    Per quanto riguarda la prima persona, è vero, a volte è limitante, soprattutto quando si sceglie di raccontare una trama complessa con molti personaggi. Un’autrice che ha affinato l’arte della prima persona è Laurell K. Hamilton con il ciclo di Anita Blake. Non so se qualcuno la conosce. Io consiglio di leggerla fin dal primo romanzo della serie per rendersi conto di come sfruttare al meglio le opportunità della prima persona: è arrivata al ventiquattresimo romanzo scritto con lo stesso stile senza risentirne in alcun modo.

    • Daniele Imperi
      29 settembre 2016 alle 13:24 Rispondi

      Neanche per me cadrà di moda il narratore onnisciente. Sul narratore alla Manzoni io metterei qualche riserva: potresti scrivere un romanzo come tributo a certi classici e allora ci sta bene, perché fatto apposta.
      Non conosco quell’autrice. Prima di leggerla, però, vedo che tipo di storie scrive :)

  6. Bonaventura Di Bello
    29 settembre 2016 alle 10:22 Rispondi

    Nella mia esperienza, basata soprattutto su ‘interactive fiction’ (ipernarrativa, prima o poi magari ne parliamo, se ti va) il POV si è dovuto a volte confrontare con il tempo della narrazione, oltre che con il fattore di ‘onniscienza’. La prima persona, per esempio, si presta molto bene a una narrazione al presente, ma costringe il lettore all’interno del ‘campo di coscienza’ del protagonista. L’ostacolo può essere aggirato usando la prima persona per più personaggi, alternandoli nella narrazione, come nell’esempio che hai menzionato. Personalmente, preferisco la prima persona sia da lettore sia da scrittore, soprattutto nella narrativa focalizzata su un protagonista principale e sul suo arco di trasformazione parallelo a quello della storia stessa.

    • Daniele Imperi
      29 settembre 2016 alle 13:52 Rispondi

      L’ipernarrativa è un tema interessante :)
      La prima persona su più personaggi alternati non mi piace. Nel mio esempio parlavo sempre di 3°.
      Nella fantascienza, per esempio, a me la prima persona non piace. In Embassytown di Mieville è stata usata e non m’è piaciuta.

      • Bonaventura Di Bello
        29 settembre 2016 alle 14:17 Rispondi

        Quando vuoi lo possiamo affrontare, il tema dell’iper-narrativa. ;-)
        A proposito di fantascienza, ieri ho finito di (ri)leggere “La Pietra Sincronica” dove appunto la storia è narrata dal POV del protagonista, in prima persona, e mi è (ri)piaciuto.
        Credo che in fondo sia una questione di gusti soggettivi, il che rende difficile trovare una soluzione (come autore) che accontenti tutti o una fantomatica ‘larga fetta’ del pubblico dei lettori. Come molte altre cose relative alla narrativa, del resto. :)

  7. Elisa
    29 settembre 2016 alle 11:37 Rispondi

    non esiste un punto di vista meglio di un altro o uno più limitante di un altro. Esistono però rischi nell’uno e nell’altro caso.
    Il narratore onniscente è come un gigantesco albatros che vede tutto dall’alto e tutto conosce. Può quindi spaziare da una scena ad un’altra, assumere contemporaneamente e quando ne ha più voglia i diversi punti di vista dei personaggi facendo conoscere al lettore le loro diverse intenzioni e psicologie. Ma il narratore onniscente deve essere abile nel gestire tutto il teatrino, pena l’artificiosità e la poca credibilità del tutto.
    Narrare in prima persona sembra facile, ma nasconde insidie. In primis è necessario che ciò che vien fuori dalla tua penna (o bocca) deve essere credibile: uno scrittore che narra le gesta e gli stati d’animo di un serial killer senza aver mai provato nemmeno nella fantasia il desiderio di uccidere rischia di scrivere una corazzata potemkin mai vista… E c’è chi lo fa… E il lettore se ne accorge…
    In ogni caso non è detto che chi narra in prima persona non possa assumere anche i punti di vista degli altri personaggi. Ma bisogna esser abili… Abili nel trasporre i pensieri e le emozioni del narratore ma abili anche nel far si che questi non sia troppo soffocante e dia voce (per voce sua) agli altri interlocutori.
    In entrambi i casi – non c’è niente da fare – bisogna essere fini psicologi, almeno per la maggior parte dei generi romanzeschi e per i racconti, mentre per il fantasy (e sue varie declinazioni) non so.
    Una cosa è certa: se non “imbrocchi” la voce narrante il tuo romanzo/racconto sarà un fallimento completo. Hai fatto bene, Daniele, ad aprire questo post. Nella maggior parte degli scritti degli aspiranti scrittori ciò che noto è proprio un punto di vista assai debole. Quello di chi vuol raccontare qualcosa ma conosce poco la cosa, è incerto sul come e soprattutto è lontanissimo dal perchè.

    • Daniele Imperi
      29 settembre 2016 alle 13:58 Rispondi

      L’esempio del serial killer si sente spesso e in parte sono d’accordo. Un pacifista convinto che odia la violenza non potrebbe mai scrivere in prima persona di un assassino, per me.
      Sono d’accordo che il pdv vada azzeccato, altrimenti ne risente tutta la storia.

      • Nani
        29 settembre 2016 alle 16:30 Rispondi

        Allora io non ho speranze di essere creduta. Il mio romanzo conta sei narratori in prima persona che raccontano i fatti di una guerra. Sono tutti guerrieri. Il primo di loro, un soldataccio della peggior specie, bestemmia ogni due parole, parla di strategie e tattiche militari, descrive assedi e battaglie campali con l’animo di uno che vede queste cose quotidianamente. Vi immaginate me, mamma di sue bambine innamorate del color rosa, di cuoricini e gattini, che l’unica battaglia che combatte e’ quella contro i pidocchi del basilico (e non c’e’ verso, vincono sempre loro!), a raccontare con la voce di questo soldataccio?
        Il fatto e’ che io non le racconto certe cose, io le trascrivo. Il soldataccio ha il suo carattere, il suo vissuto, la sua storia lontana da me anni luce, e io non faccio altro che ascoltare quello che il personaggio ha da dire e riportarlo. Alla fine, anche un pacifista potrebbe ben comprendere le spinte e le pulsioni del suo serial killer, senza condividerle, certo. Dipende dal suo grado di empatia, dalla capacita’ che ha di immedesimarsi senza identificarsi troppo col personaggio, secondo me. E’ per questo, forse, che io li amo tutti, i miei personaggi, ma non mi tiro mai indietro quando c’e’ bisogno di farli fuori. Se quello e’ il loro destino, chi sono io per cambiarlo?

        • Daniele Imperi
          29 settembre 2016 alle 16:43 Rispondi

          6 narratori in prima persona? :|
          Tu però ami quel tipo di storia e quelle storie anche, quindi ti riesce più facile.

          • Nani
            29 settembre 2016 alle 17:41 Rispondi

            Tranquillo, non si parlano addosso, mantengono bene i ranghi, loro. Sono pur sempre militari. ;)
            E chi ti ha detto, poi, che ho sempre amato queste storie? Se devo essere sincera, ho iniziato ad amarle mentre ci studiavo sopra, per il romanzo. Le battaglie mi annoiavano a morte fino a quando non ho dovuto capire come si sarebbero dovuti muovere i miei personaggi in esse. Adesso se un romanzo storico sull’antichità non ha la sua bella battaglia narrata a puntino non lo considero nemmeno un romanzo storico. :D

            • Daniele Imperi
              30 settembre 2016 alle 08:26 Rispondi

              Be’, alcuni romanzi storici, specialmente quelli sull’Antica Roma, devono avere le loro battaglie, perché erano ordinaria amministrazione. Io le trovo molto difficili da scrivere, anche se non ci ho mai provato. Però ho letto belle descrizioni nei romanzi di Bernard Cornwell e Harry Harrison.

  8. Maria Teresa Steri
    29 settembre 2016 alle 11:58 Rispondi

    Il narratore onnisciente non riesce a coinvolgermi, quindi lo scarto a priori. Hai fatto bene a modificare il punto di vista se pensi che usare quello di altri personaggi possa arricchire la narrazione, in effetti in alcuni casi le limitazioni hanno un notevole peso. Certo non è facile decidere, credo che a furia di scrivere, quindi con l’esperienza, si riesca a individuare la prospettiva più adatta. Io sto pensando di modificare il pdv del mio primo romanzo, perché ora mi sembra completamente sbagliato, forse ci scriverò un post prossimamente. Però mi rendo conto che sarà un lavoraccio…

    • Daniele Imperi
      29 settembre 2016 alle 14:00 Rispondi

      A me coinvolge il narratore onnisciente, magari dipende solo dagli autori o dalle esigenze del lettore.
      Cambiare pdv di un intero romanzo sarà sì un lavoraccio, buon lavoro :D

  9. Roberto
    29 settembre 2016 alle 13:10 Rispondi

    Sì, forse la prima persona è come dici tu. Io sono passato dalla terza alla prima, nello stesso romanzo che sto scrivendo, per evitare l’ingerenza del punto di vista dell’autore, in cui ero incappato…
    Però, devo dire che con la prima persona mi sto divertendo molto, perché vivo il romanzo come se ci stessi dentro… forse è un po’ puerile, da parte mia… ma, con le indicazione di una brava editor riesco ad andare in profondità e non incappare in certe trappole.

    • Daniele Imperi
      29 settembre 2016 alle 14:02 Rispondi

      La sensazione della prima persona è proprio quella. Io penso di usarla se scrivessi noir o spionaggio. Ma anche in alcuni romanzi storici ci sta bene.

      • Roberto
        29 settembre 2016 alle 19:10 Rispondi

        Il mio è una sorta di fantasy :D mi fa evadere dalla realtà verso il sovrannaturale e questo già basta ad appagarmi.

  10. Andrea
    29 settembre 2016 alle 20:24 Rispondi

    Anche per me è stato lo stesso. Non ho scritto molte storie, anzi a dire il vero non ho scritto molto in generale, però ricordo che i miei primi approcci erano in prima persona. Sarà una banalità ciò che sto per dire, ma credo sia anche una banalità vera: ogni storia possiede delle caratteristiche che si sposano meglio ad un certo punto di narrazione piuttosto che ad un altro. Quindi credo, come penso saprai e come penso sappiano i partecipanti del blog, che non c’è un narratore migliore ma uno più efficace per quello specifico romanzo. Sto infatti scrivendo (anzi, stavo scrivendo) un romanzo dove il vero protagonista non è nessun personaggio, ma il mondo fantastico in cui vivono, o meglio i poteri da loro utilizzati, o ancor meglio la maniera di utilizzo degli stessi. E credo che per questa storia non esista miglior persona se non la terza, o anche un tipo di narrazione onnisciente.
    Scusate l’informazione ovvia, ma ogni tanto ripetere aiuta, forse più a me che ad altri :)

    • Daniele Imperi
      30 settembre 2016 alle 08:28 Rispondi

      La penso allo stesso modo sulla narrazione. Nel tuo caso anche per me l’onnisciente è la soluzione giusta.

  11. Marco
    29 settembre 2016 alle 20:36 Rispondi

    Io non scelgo il punto di vista: si presenta da sé, e non ci posso fare niente. Non riesco a sedermi alla scrivania e a programmare: “Questa storia sarà in prima persona”. Di certo è un limite mio, ma mi sembrerebbe una forzatura per me inammissibile. Ho anche provato, in passato, a passare dalla terza alla prima, o viceversa, per provare. Ho desistito. Non funziona, almeno per me.

    • Daniele Imperi
      30 settembre 2016 alle 08:29 Rispondi

      Vero, spesso anche per me è così: lo individuo subito.

  12. Luisa
    30 settembre 2016 alle 01:20 Rispondi

    Boat- Land … fantastico :-)
    Esiste una seconda persona?

    • Daniele Imperi
      30 settembre 2016 alle 08:31 Rispondi

      Una seconda persona come narratore? Qualcuno lo ha fatto (Calvino), ma la trovo veramente illeggibile.

  13. Matteo Rosati
    30 settembre 2016 alle 08:20 Rispondi

    Io in genere preferisco la terza persona alla prima, sia nei libri che leggo che in quelli che scrivo. Per la scelta del tipo di narratore procedo “per sottrazione”; immagino cioè il tipo narratore che sa tutto e che è libero di dire qualsiasi cosa, e poi sottraggo in questo modo: “per questa storia non voglio che la presenza del narratore sia troppo ingombrante, quindi non interpellerà mai il lettore (come invece fa Manzoni)”; “voglio che il carattere dei personaggi emerga da quel che dicono e fanno, quindi il narratore eviterà di fare lo psicologo”, e così via.

    • Daniele Imperi
      30 settembre 2016 alle 08:33 Rispondi

      Anche questo metodo della sottrazione mi sembra che possa funzionare. Ho ragionato più o meno allo stesso modo per una delle storie che sto scrivendo.

  14. Anna
    30 settembre 2016 alle 15:39 Rispondi

    A me la prima persona piace molto, e anche narrare con il flusso di coscienza, lo trovo liberatorio di tutta quella creatività che ho dentro. Poi mi capita che nella rilettura e riscrittura tutto si modifichi e anche il punto di vista. Ho amato e amo molto J. Safran Foer e il suo libro Ogni cosa è illuminata spazia tra diversi punti di vista e racconti. Un genio, per me della narrazione; ad essere una piccola cellula della sua penna!

    • Daniele Imperi
      30 settembre 2016 alle 16:53 Rispondi

      Ho letto un romanzo di fantascienza quasi tutto in flusso di coscienza e è stato difficile da digerire. Brevi brani stanno bene, ma poi dipende anche dai gusti e da come si scrive.

  15. Renato Mite
    4 ottobre 2016 alle 14:24 Rispondi

    Io mi regolo in base alla storia. In Apoptosis avevo assolutamente bisogno del punto di vista onnisciente, nel romanzo Aporia che sto revisionando ho usato la prima persona per far immedesimare il lettore in uno dei due investigatori. In entrambi i casi, però, non credo che la suspense ne abbia risentito. Anzi, in Aporia la prima persona mi permette di non sapere cosa succede all’altro investigatore in un punto della storia per creare suspense.
    Per quanto riguarda altri autori, in questo momento sto leggendo Pilgrim di Terry Hayes che usa una prima persona molto coinvolgente anche se a volte sembra peccare di onniscienza.

    • Daniele Imperi
      4 ottobre 2016 alle 14:35 Rispondi

      Aporia è il seguito del primo? In quel caso il cambio del pdv potrebbe spiazzare il lettore.

      • Renato Mite
        4 ottobre 2016 alle 14:37 Rispondi

        No, Aporia è un’altra storia, è un giallo sui generis e vorrei fosse solo il primo di una serie particolare.

  16. Eleonora Proserpio
    5 ottobre 2016 alle 19:01 Rispondi

    La prima persona non riesco proprio ad usarla. Nemmeno nei racconti brevi ispirati ad episodi della mia vita.
    Magari comincio con la “prima” , ma poi finisco inevitabilmente a scivolare nella “terza”.
    Scrivere in terza persona mi fa sentire più libera. È come se fosse una questione… di pudore.

    • Daniele Imperi
      6 ottobre 2016 alle 08:28 Rispondi

      Ciao Eleonora, benvenuta nel blog. Alla questione del pudore non avevo pensato, ma in realtà, se scrivi in prima persona, il lettore potrebbe essere portato – o comunque ne avrebbe la sensazione – a pensare che l’autore stia scrivendo una sorta di autobiografia.

  17. Filippo
    18 marzo 2017 alle 01:12 Rispondi

    Nell’ultimo romanzo che sto scrivendo ho deciso di usare la prima persona a raccontare tutto al presente. In totale ho in mente tre protagonisti che si alternano tra loro, scambiandosi reciprocamente i propri punti di vista. Quindi la stessa scena vista è descritta in tre modi differenti. Di solito uso la narrazione in terza persona, ma in questo caso ho deciso di cambiare strategia. Chissà che cosa ne verrà fuori!

    • Daniele Imperi
      18 marzo 2017 alle 08:34 Rispondi

      Potrebbe venir fuori qualcosa di interessante. Alla fine del romanzo ti renderai conto se ha funzionato.

Lasciami la tua opinione

Nome e email devono essere reali. Se usi un nickname, dall'email o dal sito si deve risalire al nome. Commenti anonimi non saranno approvati.