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Quella sera al Sepolture – Un racconto noir

Quella notte al Sepolture

«Non fa male.»

«Sta’ buono, adesso.»

«Davvero, non fa male.»

«Ok, ma sta’ tranquillo. Ho chiamato l’ambulanza, arriveranno presto.»

«Non potranno fare niente, lo sai.»

«Sei diventato un dottore, Emi?»

Una risata roca fu la risposta. Emi chiuse gli occhi per un attimo, come se tenerli aperti gli costasse fatica. «Devi promettermi una cosa.»

«Cosa?»

«I bambini. Devi promettermi che ti occuperai dei bambini.»

«Certo che lo faccio», rispose Laszlo. «Appena si rifaranno vivi. Possono stare nel mio locale, c’è posto. Finché non gli trovo una sistemazione più decente, intendo.»

«Naturalmente. Grazie, Laszlo. Alla fine sono riuscito ad ammorbidirti, hai visto?» Emi rise ancora, ma la risata si trasformò in una tosse convulsa.

«Sei un fottuto finocchio, lo sai?»

«Già», rispose l’altro. «Ti ricordi quando mi hai chiamato così?»

«Certo che me lo ricordo», rispose ridendo Laszlo. «È stato qualche giorno fa.»

Nel vicolo semibuio calò il silenzio. I rumori della notte sembravano attutiti, come se non volessero disturbare i due uomini. Il suono di una sirena giunse da lontano, li sfiorò appena e svanì presto nel nulla.

 

 

Otto giorni prima.

 

Il bambino era sudicio. Dopo aver rovistato per un’ora fra la spazzatura dei secchioni, sotto la pioggia che cadeva continuamente dal pomeriggio, quell’esserino magro, coi vestiti sdruciti di una taglia più grande, si arrese. Allargò la busta di plastica e guardò dentro. Resti della pulitura di qualche ortaggio, pomodori e sedano per la maggior parte. E gli avanzi di un panino, presi poco prima su un marciapiede. Una cena magra, quella che avrebbe diviso con la sorella, ma almeno avrebbero messo qualcosa nello stomaco.

A passo svelto per il freddo, il piccolo Tommaso tornò indietro, verso il vicolo in cui l’attendeva Lara, una bambina poco più giovane di lui. In realtà non erano fratelli, ma i due avevano deciso di adottarsi a vicenda. Vivevano lì, in quella stradina buia e privata usata di rado, nel retro di un locale, dove ogni tanto, una o due volte a settimana, qualcuno gli lasciava un piatto di pasta o della pizza.

I bambini sapevano chi era il misterioso benefattore. Era il padrone di quello strano posto dove entrava gente che spaventava solo a guardarla.

Tommaso raggiunse il vicolo ma, prima di girare l’angolo, attese nel buio. Anche se sapeva che loro due si nascondevano proprio là dietro e non li aveva mai importunati, al bambino quell’uomo faceva paura.

Secondo Lara era un morto che, stanco di stare sottoterra, aveva deciso di tornarsene in vita. Tommaso, invece, era convinto che fosse una specie di demone. Su una cosa, però, i due bambini concordavano: il volto dell’uomo non era umano.

Era il volto della Morte.

 

C’era silenzio nel vicolo. Forse, pensò Tommaso, il locale era ancora chiuso. Si guardò attorno per l’ultima volta e poi sgattaiolò verso l’ammasso di casse e scatoloni da imballaggio buttati alla rinfusa in terra a formare una specie di rifugio. Si infilò là sotto e sparì nel buio.

«Sono io», disse all’oscurità.

Trovò Lara rannicchiata a tremare dal freddo. L’abbracciò e i due se ne restarono così, stretti uno all’altra a scaldarsi, ascoltando la pioggia ticchettare sul legno e i rumori della città affievolirsi verso il silenzio della sera.

 

Il locale era chiuso.

L’insegna diceva che quello era il Sepolture, uno dei dark pub più macabri della città. Se volevi impianti oculari o transdermali, tatuaggi estremi, placcature della pelle o perfino bordature genitali, quello era il posto giusto. Ma ai due che si stavano avvicinando la body modification non interessava.

Erano venuti per l’uomo chiamato il Morto.

Laszlo Nemet, ungherese, arrivato in Italia dieci anni prima, maestro nell’arte di modificare il corpo. Il volto come un teschio, scarnificato attorno alle labbra fino a metà mandibola, con impianti e tatuaggi che avevano stravolto il viso e impresso all’uomo una nuova identità.

La serranda del Sepolture era tirata giù, ma i due conoscevano la seconda entrata sul retro. Sotto la pioggia che cadeva, inzuppati fino al collo, si infilarono nel vicolo.

Puzzo di urina e roba organica che marciva. Resti di cibo e cartaccia per terra. Mucchi di casse e scatoloni ovunque.

«Questo posto è una merda», disse uno dei due.

«Chi se ne frega, bussa», ordinò l’altro.

Tre rintocchi e poi silenzio.

Dietro di loro, ben nascosto nel ciarpame, Tommaso strinse più forte la bambina, che cominciò a tremare anche di paura.

Non ti fa niente, non ti fa niente.

La cullava, carezzandole di quando in quando i capelli, sussurrandole parole di conforto per tranquillizzarla.

Se ne vanno presto. Non sono venuti per noi.

 

L’uomo bussò ancora. Un rumore, da qualche parte là dentro. Passi, uno strusciare annoiato sul pavimento.

«Chi è?», disse una voce dall’interno. «Il locale è chiuso, stasera».

«Apri, stronzo», fu la risposta.

I due sentirono Laszlo bestemmiare, poi una chiave girò nella serratura e la porta si aprì.

«Cazzo, ogni volta che ti vedo mi fai paura, lo sai?»

«Che vuoi, Mimmo? Ho già pagato.»

Mimmo Mancone, braccio destro di Alfredo Fontini, capo della banda che gestiva il racket del quartiere. Assieme al suo compare, Giulio Nicolini detto Nico, andavano a riscuotere di locale in locale. Laszlo aveva avuto a che fare con i metodi che usavano i due.

«Dacci due birre e te lo dico.»

Mentre Laszlo riempiva i boccali, i due sedettero a un tavolo. Mimmo nel frattempo si accese una sigaretta. «Allora, Morto», cominciò, sputando fuori il fumo, «il signor Fontini sta cercando uno che dovrebbe venire da te, uno che vuol farsi scorticare la pelle.»

«Scarnificare», lo corresse Laszlo, mentre portava le birre al tavolo. «Si chiama scarificazione la… »

«Chi cazzo t’ha chiesto come si chiama?», lo interruppe Mimmo. «Arrivano dei coglioni nel tuo locale, sniffano qualcosa e tu li scortichi col coltello. E quelli ti pagano pure.»

«È un po’ che non viene nessuno a farsi incidere. Sto facendo solo qualche tatuaggio.»

«E infatti ho detto che dovrebbe venire questo tipo, non che è venuto.» Mimmo bevve un sorso di birra, si pulì la bocca con la manica della giacca, poi tornò a guardare Laszlo. «Quando verrà, tu ci chiamerai. Chiaro?»

Lazslo annuì. I due uomini di Fontini non gli avevano mai chiesto informazioni del genere. Si chiese cosa ci fosse sotto. Finora se l’era cavata pagando il pizzo, prendendo un po’ di botte quando ritardava i pagamenti, regalando pinte di birra a volontà e un giorno trovando la sua auto bruciata. Era la prima volta che doveva fare la spia su un cliente.

«Come lo riconosco?», chiese.

«Oh, questo è facile, Morto.» Mimmo vuotò il boccale, aspirò una lunga tirata dalla sigaretta e guardò Laszlo dritto nel fondo delle sue orbite disegnate sul volto. «Verrà a farsi incidere una mappa sulla schiena.»

 

 

Due giorni dopo.

 

L’uomo che entrò nel Sepolture, quel pomeriggio, sembrava fuori di sé. Indossava un impermeabile lucido, che copriva un corpo in sovrappeso, un paio di anfibi neri e portava una sciarpa al collo. Gli occhi avevano un’ombra di eyeliner che li rendeva più profondi. Braccia e mani erano ornate con bracciali e anelli di bigiotteria, mentre un grosso crocefisso stilizzato pendeva dal collo largo e ben rasato. L’uomo spalancò la porta e si diresse verso il bancone, dove una ragazza magra e vestita con un top di pelle e una minigonna cortissima passava di malavoglia lo straccio sul pavimento.

«Cerco il signor Nemet», esordì.

La ragazza alzò appena gli occhi, storse la bocca e continuò a lavorare. «Non c’è», disse. «Chi lo vuole?»

«Mi chiamo Emi e abito al piano di sopra.»

«Emi?», la ragazza sollevò un sopracciglio, mentre squadrava l’uomo come se venisse da un altro pianeta.

«Emilio. Emi è il mio nome d’arte. Vorrei parlare col signor Nemet, quando posso trovarlo?»

«Non lo so», rispose la ragazza. «Più tardi dovrebbe venire per fare un tatuaggio, prima che apre il locale.»

«Va bene, grazie. Ripasso.»

L’uomo uscì. La ragazza attese qualche secondo, poi prese il cellulare e chiamò un numero della rubrica. Due squilli e dall’altra parte risposero.

«È appena venuto uno, dice che abita qui sopra.»

«E che voleva?»

«Non so lo, ha detto che torna più tardi.»

«Ok, grazie. Ci vediamo fra poco.»

La ragazza attaccò e continuò a passare lo straccio.

 

 

Più tardi.

 

«Tu sei un fottuto finocchio! Ecco quello che sei.»

«Calmati, Laszlo.»

«Sì, si calmi, signor Nemet», disse l’uomo che si faceva chiamare Emi. «Io sono venuto qui perché lei non ha risposto a nessuna delle mie lettere.»

«Tu sei venuto a ficcare il naso! Che vuoi da quei bambini? Portarteli in camera?»

Emi sbarrò gli occhi. «Le consiglio di stare attento a quanto dice, signor Nemet, la calunnia è ancora un reato nel nostro paese.»

«E allora che vuoi?»

«Gliel’ho scritto e detto. Fate troppo chiasso, la notte. Insonorizzi il locale. E faccia qualcosa per quei due bambini.»

«Non ho soldi per il locale. E i bambini non sono miei.»

«Una volta sono corsi a nascondersi nel vicolo. Forse vanno a dormirci, in mezzo a tutto quel pattume che tiene là dietro.»

«Li avrò visti un paio di sere. Perché non chiami gli assistenti sociali e te la sbrighi da solo, questa faccenda?»

«L’ho già fatto, ma sono venuti di giorno e non hanno trovato nessuno.»

«E allora non rompere, finocchio. Adesso togliti dalle palle, ché aspetto un cliente.»

«Buona sera», disse freddamente Emi. Poi si voltò e, rosso in faccia dalla rabbia, uscì dal locale.

Laszlo bestemmiò.

«Non dovevi trattarlo così.»

«Ma hai sentito che pretese?»

«Intendo come l’hai chiamato. Non c’era bisogno di ribadire che… »

«Che era un finocchio? Ma chi se ne frega. Sai chi m’è venuto a trovare, l’altro giorno? Quelli di Fontini.»

«Ancora?»

«Sì, ma stavolta cercano uno. Hanno detto che verrà qui per una scarificazione.»

«Cazzo.»

«Già. Io devo avvertirli, poi ci pensano loro.»

 

 

Quella sera.

 

L’uomo seduto al tavolo se ne stava a leggere il menu senza decidersi a ordinare. Erano da poco passate le 21 e al Sepolture c’erano solo pochi clienti, tre amici che stavano finendo di bere la loro birra e l’uomo dai capelli lunghi che tergiversava.

Manu passò più volte da lui, ma senza chiedergli nulla. Quel tipo la inquietava. Era come se fosse fuori posto, se non appartenesse al loro mondo. Non riuscì neanche a capire di che nazionalità fosse e confidò le sue riflessioni a Lazlo.

«Magari è quello che cerca Fontini», disse il Morto.

«Che farai?»

«Quello che m’hanno detto di fare», rispose. «Mica voglio beccarmi una pallottola.»

I tre ragazzi uscirono dal locale.

Manu tornò a guardare l’unico cliente rimasto.

Fuori, la notte era giunta presto in quella giornata invernale senza pioggia. Qualcosa si mosse sotto il cumulo di scatoloni e casse nel retro, ma dentro il locale nessuno udì nulla.

Non ti fa niente, non ti fa niente.

L’uomo coi capelli lunghi posò il menu e guardò verso il bancone. Laszlo restituì lo sguardo, chiedendosi chi fosse e cosa volesse quel tipo. Poi l’uomo si alzò e venne verso di lui.

«Mi hanno detto che sei il migliore per le scarificazioni», esordì. «E il lavoro che hai fatto sulla tua faccia è un portfolio più che credibile.»

Laszlo osservò meglio il cliente. Era alto e vestiva con una sorta di saio nero. Ai piedi portava anfibi in goretex e uno strano medaglione pendeva dal collo. Nulla di cui sorprendersi. Chi frequentava il Sepolture, specialmente se interessato a impianti transdermali o a placcature della pelle, non era certo un tipo comune. Ma quello, Laszlo non sapeva spiegarsi perché, li superava tutti. Anche il linguaggio era differente. Non parlava come i trucidi che venivano a chiedere i suoi servizi.

«Vieni sul retro», disse Laszlo. «Il laboratorio è lì.»

Manu li vide allontanarsi e sentì l’inquietudine aumentare.

 

«Questo è il disegno», disse l’uomo. «Lo voglio sulla schiena.»

A quelle parole Laszlo si irrigidì. È lui, pensò. È l’uomo che cerca Fontini. Si chiese perché il boss del quartiere fosse così interessato a quell’uomo e che cosa rappresentasse la mappa. Ma non erano affari suoi, Laszlo lo sapeva fin troppo bene. Come sapeva cosa succedeva a chi metteva il naso nelle faccende di Fontini.

Prese il foglio che gli porse il cliente e diede un’occhiata.

Era una mappa.

La mappa di cui aveva parlato Mimmo.

Laszlo la osservò con attenzione. Era un disegno che non aveva mai visto. Un nome, o almeno così pareva, campeggiava su una specie di cartiglio. Sembrava una cartina fantasy, ma diversa dalle altre che aveva tatuato. I nomi dei luoghi – anche se non riconobbe montagne, città, fiumi – erano scritti con caratteri sconosciuti. Ricordò che anni prima una ragazza s’era fatta incidere una frase in lingua Quenya usando i caratteri Tengwar. Ma quei simboli erano differenti e sembravano inventati di sana pianta.

«È molto complesso», disse Laszlo. «Ma non è un problema. Ci vuole qualche seduta.»

«Non ho tempo», disse l’uomo. «Devi finire il lavoro stanotte.»

«Allora è meglio iniziare adesso», disse Laszlo. «Ma ti costerà un bel po’.»

«L’avevo messo in conto.»

«Ok, sdraiati sul lettino. Torno subito.»

Uscì.

 

«Che facciamo?», chiese Manu.

«Chiamo Mimmo», rispose Laszlo. «Se vengono a sapere che quello è stato qui e io non l’ho avvertito, ci ammazzano a tutti e due.»

Compose il numero sul cellulare. Dopo uno squillo Mimmo rispose.

«Che hai per me?», domandò.

«È qui», disse Laszlo.

«Arrivo.»

 

 

Mezz’ora dopo.

 

Tommaso osservò il pezzo di carta caduto all’uomo col saio. L’aveva visto uscire da una finestrella del laboratorio, spiccare un balzo fin sulla sommità del muro del vicolo – il bambino aveva sempre pensato fosse troppo alto quel muro per scavalcarlo così – e poi saltare giù. Tommaso s’era incuriosito e aveva trovato il coraggio di uscire dal nascondiglio e prendere quel foglio. E adesso lo osservava alla luce di una candela, nel fondo di quel cumulo di casse e robaccia.

Dal locale giungeva una musica ad alto volume, ma non bastava a coprire le voci che si sentivano da fuori. I due fratelli, però, non ci fecero caso, estasiati dai disegni e dalle scritte in una lingua sconosciuta che avevano di fronte.

«È una mappa del tesoro?», chiese Lara.

«Mi sa di sì», rispose Tommaso. «L’ha persa uno che è scappato via.»

Un rumore, là vicino da qualche parte.

Lara strinse il braccio a Tommaso.

Non ti fa niente, non ti fa niente.

Il bambino nascose la mappa in una tasca della giacca. Abbracciò la sorella.

Se ne vanno presto. Non sono venuti per noi.

Passi, nel buio attorno a loro.

Poi una luce li abbagliò.

 

«Dov’è?»

Mimmo, entrando, si diresse verso Laszlo, mentre Nico attese sulla porta. Il locale era vuoto, ma la musica era ad alto volume. Manu stava sistemando alcune bottiglie di birra e Laszlo piantonava la porta che dava al laboratorio.

Rispose all’altro con un cenno della testa, indicando dietro di lui.

Mimmo avanzò fino alla porta, la spalancò ed entrò.

«Qui dentro non c’è nessuno», disse, «quello c’ha preso per il culo».

 

I bambini si schermarono gli occhi con la mano, cercando di individuare la fonte di quella insolita luminosità. Lara strinse ancora più forte il fratello.

«Ciao, piccoli». La voce non sembrava malvagia. «Credo che voi due abbiate qualcosa che ho perduto». La luce si affievolì e l’uomo sorrise a due paia di occhi che lo osservavano terrorizzati.

Tommaso lo riconobbe: era quello fuggito dal laboratorio.

«Perché sei scappato, prima?», gli domandò il bambino.

«Perché qualcuno là dentro m’ha tradito.»

«È stato quello con la faccia da morto?»

L’uomo annuì. «Sì, proprio lui», rispose. «Adesso posso riavere la mia mappa?»

«Ma è una mappa del tesoro?», domandò Tommaso.

«No, ma i luoghi che mostra sono il tesoro più grande che esista.»

Da fuori le voci si fecero più alte. La musica si smorzò.

L’uomo si voltò istintivamente in quella direzione, poi tornò a rivolgersi ai bambini. «Qui è pericoloso restare», sussurrò. «Per me e per voi. Dobbiamo andarcene, non c’è più tempo. Tommaso, prendi per mano tua sorella e dà l’altra a me.»

La luce si spense.

Tommaso si chiese come si fosse accesa prima. Stava per domandarsi anche come facesse l’uomo a conoscere il suo nome, quando udì uno sparo e tutto attorno a lui si fece subito dopo incerto. Si sentì stranamente leggero. La mano di Lara minacciava di stritolargli la sua.

Poi cadde in una specie di sonno confuso, pieno di sogni bizzarri e suoni mai conosciuti prima.

 

 

Nel frattempo, al Sepolture.

 

Laszlo entrò, raggiunto subito anche da Nico. «Era qui», disse. «Non può essere fuggito, c’è solo quella piccola finestra che dà sul retro e…»

«E te lo sei fatto scappare sotto il naso, idiota!», urlò Mimmo. «Forza, usciamo.»

Uscirono tutti e tre dalla porta del retro.

«Qui non c’è», disse Giulio.

«E non può essere nemmeno scappato in strada, i ragazzi l’avrebbero fermato.»

«Allora ha scavalcato il muro.»

«E come ha fatto, scemo? Sarà alto quattro metri. Che c’è dietro quelle casse?»

«Niente», rispose Laszlo. «È solo roba che ho accantonato lì», aggiunse, temendo per i due bambini che sapeva essere nascosti là dietro.

«Va’ a controllare, Nico», ordinò Mimmo al compagno.

Nicolini stava per muoversi, quando da dentro il locale giunsero delle voci. «Chi cazzo è?»

«Non lo so», rispose Laszlo. «È un locale aperto al pubblico, se non te ne sei accorto.» Ma rimpianse subito dopo di aver sfottuto Giulio. L’uomo gli assestò un pugno su un fianco, facendogli sputare il fiato e piegandolo in due.

«Fa’ meno lo stronzo e va’ a vedere chi è che rompe.»

Laszlo respirò a fondo e, massaggiandosi il fianco, rientrò nel locale.

Dentro vide Emi parlare con Manu. E questo che cavolo vuole, adesso?, pensò.

«Lei», disse Emi vedendo Laszlo e puntandogli un dito contro. «Le ho detto più volte di questa maledetta musica.»

«Non è il momento adatto, dammi retta.»

«È ora di finirla, signor Nemet», continuò Emi a voce alta. «Io…»

«E questo chi cazzo è?» Mimmo Mancone, sentendoli discutere, era entrato.

«Un vicino di casa», rispose Laszlo.

Mimmo estrasse la pistola e la puntò contro Emi. «Chiudi quella bocca, finocchio, e esci sul retro», ordinò. «Pure tu», disse poi a Laszlo. «Tu, invece, fai la brava bambina e chiudi il locale. Ti dico io quando riaprirlo.»

Emi sbiancò, ma seguì Laszlo fuori senza dire più una parola. Manu tirò giù la serranda.

 

«Là dentro ci si nascondeva qualcuno», disse Giulio quando gli altri uscirono. «Ho visto avanzi di cibo e giocattoli.»

«I bambini…», si lasciò sfuggire Emi.

«Che bambini?», chiese Mimmo. «Di quali bambini parli?»

«Sono due piccoli senzatetto, che ogni tanto si rifugiano qui nel retro.»

«Allora forse hanno visto tutto.»

«Non credo, Mimmo», provò a dire Laszlo.

«E come fai a dirlo? Eh? Hanno visto dov’è scappato il tuo cliente e magari pure quella mappa.»

«Mimmo, cerca di ragionare», disse Laszlo. «Se pure quello è riuscito a scavalcare il muro, come possono esserci riusciti due bambini? Vengono qui ogni tanto, chissà dove avranno deciso di passare la sera, oggi.»

«Ha ragione il Morto», disse Nico.

«Dove li trovo quei bambini?»

«Lasci stare quei bambini, non c’entrano nulla con le vostre storie!», urlò Emi.

«Non t’immischiare, finocchio», disse Mimmo, armando il cane della Beretta.

«Le ripeto, signor Mimmo, sono dei bambini e non credo abbiano visto qualcosa.»

«T’ho detto non t’immischiare e soprattutto non fare il mio nome.»

«Ma sparagli, a questo ciccione, Mimmo, che cazzo aspetti?»

«Sta’ zitto, Nico, non farmi incazzare di più.»

«Signor Mimmo, io credo che possiamo arrivare a un accordo, se lei…»

Mimmo sparò. Emi fu proiettato indietro e una macchia rossa gli inzuppò la camicia all’altezza dell’addome.

«Ma che cazzo hai fatto, bastardo?» Lazslo si avvicinò a Emi, gli sollevò la testa, poggiandola sulle sue gambe e gli premette la ferita con l’altra mano.

«L’avevo avvertito, stronzo. E adesso torniamo a noi due. Dove sono i bambini?»

«Vaffanculo, Mimmo.»

«Non hai la stoffa dell’eroe, Lazslo. Hai solo quella del pezzente che sei.»

«Cazzo, Mimmo, lo sparo si sarà sentito fino in centro. Perché non hai usato il silenziatore?»

«Nico, se non chiudi quella bocca, il prossimo sarà per te.» Mimmo si voltò verso il compagno e il suo sguardo bastò all’altro per farlo tacere. Poi tornò a rivolgersi a Laszlo. «Ci rivedremo, Morto. Contaci. Il signor Fontini non lascia mai le sue questioni non risolte. E questa, stronzo, è una questione in sospeso.»

Mimmo ripose l’arma nella fondina all’interno della giacca e si allontanò. A Giulio occorse qualche secondo per rendersi conto che l’altro se ne stava andando. Lanciò uno sguardo accigliato a Laszlo e poi corse dietro al compagno.

Laszlo prese dalla tasca il cellulare e compose il 118. Risposero subito. Diede l’indirizzo e descrisse l’accaduto, parlando però di un tentativo di rapina. Presto sarebbe arrivata l’ambulanza, promise la donna che rispose alla chiamata. E con l’ambulanza anche la Polizia o i Carabinieri.

Emi mosse il capo e aprì gli occhi. Guardò Laszlo. «Non fa male», disse.

 

Continua…

L’uomo venuto dal nulla

Le fiamme salivano contro il cielo buio in una piramide rabbiosa di energia, ondeggiando e tremando come in preda a una febbre divoratrice. Dal mucchio di casse e scatole giungevano scoppiettii di legna che si spezzava, arrendendosi alla furia del fuoco.

Sdraiato a terra, la testa ancora poggiata sul corpo inerte di Laszlo, Emi aveva visto Nico incendiare tutta quella robaccia accatastata alla rinfusa.

Il rifugio dei bambini.

Perché non sono usciti da là sotto?, si chiese, mentre le lacrime scendevano silenziosamente in quella notte di violenza.

Le immagini tornarono a colpirlo, scene che l’uomo non aveva mai vissuto prima. Mimmo che intimava ai due bambini di uscire, Nico che tornava dentro ma non riusciva a vederli, pur sentendone la presenza, Laszlo che inveiva contro Mimmo e il calcio della pistola che si abbatteva sulla sua testa, la rabbia di Mimmo Mancone, infine, che ordinava al compare di bruciare il nascondiglio.

Le urla che Emi sentì – erano urla, le ho sentite, era lei, era la piccola che urlava dal fondo della disperazione – annientarono le ultime difese della sua coscienza e svenne.

 

Fra 15 giorni su questo schermo.

19 Commenti

  1. Loredana Gasparri
    20 febbraio 2014 alle 16:17 Rispondi

    …devo aspettare 15 giorni per il seguito? Oooohhhhhh, che prova!!!!

    • Daniele Imperi
      20 febbraio 2014 alle 17:00 Rispondi

      Ti è piaciuto? Neanche sono sicuro di voler pubblicare il resto :)

      • Loredana Gasparri
        23 febbraio 2014 alle 17:04 Rispondi

        Come sarebbe, che non sei sicuro di voler pubblicare il resto? Scherzi, vero? Ho capito, è una prova di nervi, una Candid Camera per chi commenta.
        Io posso dirti che SONO SICURA DI VOLER VEDERE PUBBLICATO IL RESTO (sì, sto usando il maiuscolo per sottolineare con forza il mio pensiero. Altrimenti non so come farti arrivare il mio messaggio) :-)

        E so che anche tu vuoi pubblicare il resto!! :-D

        • Daniele Imperi
          24 febbraio 2014 alle 10:36 Rispondi

          Grazie Loredana,
          significa che a me questo racconto non piace molto. Ma proverò a portare avanti il seguito.

  2. Laura Tentolini
    20 febbraio 2014 alle 21:39 Rispondi

    Ritmo, dialoghi, ambiente…
    Sono senza fiato!
    Ma dove li trovi certi personaggi?
    … mi fanno impressione solo a pensarli…
    Noi tifiamo per i buoni, vero?

  3. Fabrizio Urdis
    21 febbraio 2014 alle 08:31 Rispondi

    Bel racconto Daniele,
    anch’io come Loredana Gasparri aspetto il seguito… non fare scherzi! :)

  4. Mila
    21 febbraio 2014 alle 11:39 Rispondi

    Il noir non è un genere che preferisco, ma devo dire che per leggere questa storia mi sono alienata per qualche minuto da tutto il resto.
    Peccato dover aspettare 15 giorni per sapere come va a finire :)

    • Daniele Imperi
      21 febbraio 2014 alle 12:19 Rispondi

      Grazie Mila :)
      beh, mi fa piacere, neanche a me piace proprio tanto come genere. Vedremo come andrà a finire :)

  5. Anna
    21 febbraio 2014 alle 14:52 Rispondi

    Mi unisco subito al coro di approvazione: vogliamo sapere cosa succede dopo!
    E se i lettori esclamano tutti questa stessa frase, significa che hai fatto centro :D

  6. pieru
    22 febbraio 2014 alle 19:24 Rispondi

    Devi continuare PER FORZA :)

  7. Marcello
    25 febbraio 2014 alle 11:21 Rispondi

    Pure io mi sono alienato per leggere tutto! E’ diverso dai tuoi racconti a cui sono abituato. Per ora non so dirti altro.
    Ma vorrei leggerne il seguito.

    Minchia e un mio omonimo fa la parte del mafioso! Figata :)

    Saludos!

    • Daniele Imperi
      25 febbraio 2014 alle 11:30 Rispondi

      Grazie, Marcello :)

      Il personaggio tuo omonimo è stato creato prima che ci conoscessimo, pensa.

      • Marcello
        25 febbraio 2014 alle 13:20 Rispondi

        eheh grande :)
        vediamo un po’ che combina nel seguito :)

        Saludos!

  8. Claudia
    15 ottobre 2014 alle 00:19 Rispondi

    Bravo Daniele,
    questi sono i racconti a me più affini. Una buona lettura prima di andare a nanna.
    E il seguito? Alla fine hai rinunciato a postarlo?

    • Daniele Imperi
      15 ottobre 2014 alle 08:12 Rispondi

      Grazie, Claudia :)
      Il seguito ho iniziato a scriverlo, ma poi ho lasciato perdere. Vorrei riuscire a finirlo, però.

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