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Quando e perché scrivere una saga

Quando e perché scrivere una saga

Tempo fa abbiamo scoperto ben dieci motivi per non scrivere saghe. Anzi, quelli erano i motivi miei, nati da unʼinsofferenza sempre più crescente nei confronti delle saghe che, come una specie di epidemia, hanno invaso vari generi letterari, soprattutto il fantasy. Devo però confessare che dopo un poʼ sono tornato a leggerne qualcuna.

Spesso si tende comunque a confondere la trilogia con la saga e qui mi chiedo: quando si parla in realtà di saga? Quella di Shannara di Terry Brooks lo è senza dubbio, visto che 27 libri su 40 parlano di Shannara, come lo è lʼopera di Martin sulle Cronache del ghiaccio e del fuoco e anche Mondo9 di Dario Tonani.

Le ultime saghe che ho letto o iniziato a leggere sono quelle di Veronica Roth (Divergent, Insurgent, Allegiant e Four) e di Marion Zimmer Bradley su Avalon. Anche lʼopera di Walter Moers possiamo in un certo senso definirla saga, perché ogni romanzo è incentrato sul continente Zamonia, con personaggi che possono comparire qui e là nelle varie storie.

Ma noi, o meglio io, dovevamo parlare, anzi capire quando e perché conviene scrivere una saga.

Quando la storia lo richiede

Sì, secondo me deve essere prima di tutto la storia a suggerire una saga e non lʼautore. Ma possiamo anche affermare che sia il genere narrativo stesso a suggerirla, non trovate? Perché, chiedetevi, il fantasy stimola gli autori a scrivere saghe e i lettori ad aspettarsele?

Perché il fantasy è la narrazione di un mondo immaginario, irreale, magico, e risveglia lʼanimo avventuroso che risiede in ognuno di noi. Non importa che siate dei pantofolai: se leggete, soprattutto fantasy, siete incantati dalle terre sconosciute che lʼautore ha creato per voi e volete scoprirne ogni segreto.

Perché la storia richiede una saga? Esiste una storia fantasy che non la richieda? Sì, certo che esiste. Il mulino dei dodici corvi di Otfried Preussler, per esempio. Bel romanzo, ma è a sé stante, non mi aspettavo una trilogia né tanto meno una saga. Non potrei nemmeno, ora, visto che lʼautore ci ha lasciato due anni fa.

Ma alcune storie sembrano fatte apposta per essere inserite in un panorama narrativo più ampio. È forse lʼidea di base della storia che prelude a maggiori approfondimenti, a sviluppare nuove storie per indagare in quel mondo fittizio, di cui lʼautore per primo vuol conoscere ogni angolo.

Quando il primo libro ha venduto con successo

Se ripenso ai miei primi tentativi di scrivere fantasy, che ormai risalgono a circa tre decenni fa (…), a quel tempo ero partito in quarta e non mi ero limitato a progettare un singolo romanzo, ma intere saghe. Da qualche parte ho ancora gli appunti e ricordo che erano circa una quindicina di volumi, fra cui anche antologie di racconti.

Ecco un errore da non compiere: pensare in grande. Troppo in grande. Concentriamoci sul primo romanzo, il resto si vedrà.

Quando ho iniziato a lavorare alla storia di cui ogni tanto accenno, K., ho abbozzato anche i titoli di due ulteriori probabili romanzi, ma resteranno come semplici titoli finché non riuscirò a finire il primo, a farlo pubblicare a una casa editrice e a vederne i risultati.

Sul blog Gli Appunti di Mur possiamo leggere dati interessanti sulle vendite dei vari volumi di alcune saghe. Il consiglio di Giordana Gradara è di essere scrittori autoconclusivi.

Quando sono i lettori a chiedere la saga

Può succedere anche questo. È un caso strettamente legato al precedente: il romanzo fantasy ha venduto a tal punto, è stato apprezzato così tanto che i lettori si chiedono se e quando uscirà un secondo volume, se tante volte lʼautore ha pensato a una trilogia, se presto leggeranno altre avventure nel mondo che hanno amato.

Ma qui stiamo fantasticando alla grande, e non potremmo fare diversamente, visto che parliamo di fantasy.

Quando sei uno scrittore famoso

E quindi è molto probabile che venda tutto ciò che pubblichi. Anche questo punto è propedeutico ai due precedenti. Non sempre però. Magari un autore ha scritto romanzi di tuttʼaltro genere, tutte storie singole, e poi se ne esce con lʼinizio di una saga.

È il suo nome a fare adesso tutto il lavoro, a garantirgli vendite e pubblico interessato. Ma a noi, almeno per ora, questo punto non interessa. Dobbiamo fare ancora parecchia strada. Poi, se davvero dovesse capitarci la “disgrazia” di diventare famosi, possiamo anche concedere ai nostri lettori una saga da leccarsi i baffi.

Perché scrivere una saga?

Fin qui abbiamo parlato del momento opportuno per scriverne una. Ma per quale motivo dovremmo scriverla? Cosa ci spinge a creare una saga?

  • Creare aspettativa nei lettori: a me è capitato. Sapendo che il libro che stavo leggendo e apprezzando avrebbe avuto un seguito, sono rimasto in “trepida attesa” per diversi mesi, di solito un anno.
  • Avere nuove idee per scrivere: una saga prevede la creazione di un mondo da esplorare, come abbiamo visto, e questo suggerisce parecchie idee. Possiamo sviluppare meglio un personaggio secondario o approfondire una sottotrama.
  • Creare rumore online: perché no? Lʼattesa di un nuovo episodio di una saga genera un passaparola veloce in rete. Blog e siti letterari ne parlano e il nome dellʼautore si diffonde come la peste del ʼ600, ma senza mietere vittime.

E adesso la domanda che tutti si aspettano: secondo voi quando e perché bisognerebbe scrivere una saga? Le storie che state scrivendo si prestano a nuovi sviluppi?

40 Commenti

  1. Seme Nero
    9 aprile 2015 alle 06:29 Rispondi

    Hai scritto: quando la storia lo richiede. Avevo già maturato un mio pensiero a riguardo (ponderavo l’idea di farne un guest post, vedremo se è il caso di approfondire) e nello specifico direi che a creare i presupposti per la saga sia l’ambientazione. Il Fantasy si presta molto proprio per il lavoro di costruzione del mondo in cui andremo a muovere i nostri personaggi. Un po’ me lo vedo un bravo autore, dopo il gran lavoro per documentarsi e creare qualcosa di coerente nei suoi vari aspetti, geografia, flora e fauna, popoli e loro storia coi miti e leggende… e poi abbandonare il tutto dopo un singolo romanzo. Ci credo che gli venga voglia di scriverne ancora!
    Un esempio di buona ambientazione è secondo me quello della saga di Dune, che però è fantascientifica. Nell’introduzione del volume Frank Herbert parla della sua intenzione di creare un mondo arido, in cui perfino uno sputo non si spreca: ciò che può derivare da questo semplice particolare ha aperto svariati scenari.
    Non ho ancora scritto niente del genere, ma per il fantasy che sto ideando non credo ricorrerò a questo espediente. L’intenzione è quella di farne un autoconclusivo. Viceversa ho anche un’idea, sebbene non molto definita, per una serie, non fantasy, direi piuttosto horror. Grottesca. Mi piacerebbe creare qualcosa di ironico e coinvolgente. Magari sto già tentando di stuzzicare l’interesse, chissà. ;)

    • Daniele Imperi
      9 aprile 2015 alle 13:31 Rispondi

      Anche secondo me l’ambientazione favorisce la saga. Nel fantasy, se fatto bene, c’è un grosso lavoro creativo, quindi hai ragione: sembra tutto lavoro sprecato per una sola opera.
      Anche nella fantascienza succede lo stesso: guarda alla saga della Fondazione di Asimov.
      L’horror, invece, non ce lo vedo sotto forma di saga :)

  2. Giordana
    9 aprile 2015 alle 08:11 Rispondi

    Grazie Daniele per la citazione. Pensa che ho iniziato a leggere chiedendomi “chissà se rispondendo potrò linkare il mio articolo”, invece ci hai già pensato tu togliendomi dall’imbarazzo :)
    Dunque, come hai detto giustamente, al momento sono contraria alle saghe di un certo tipo (quelle che, in sostanza, impongono la lettura obbligata di tutti i volumi). La mia visione, però, è focalizzata sulla piccola e media editoria, che spesso rischia di pubblicare solo le prime parti di un’opera complessa, per ovvie ragioni di costi (crescenti) e di abbassamento dei ricavi. Che un secondo volume venda meno di un primo e un terzo di un secondo è fisiologico. Tra l’altro non mancano neanche esempi di saghe lasciate incompiute a opera di grossi editori, quindi mi sembra palese che ragionare su più di un volume, comunque, rappresenta un rischio.
    Questo non significa che non esistano saghe che apprezzo, o che pubblicherei, o che in effetti abbia pubblicato.
    Quando ne vale la pena? Quando l’ambientazione è talmente vasta o complessa da richiederlo. Quando l’arco narrativo su cui possiamo spaziare è molto esteso (vedi Avalon, di cui ammiro la struttura), quando abbiamo ottenuto un buon riscontro di pubblico con la prima opera, quando ci sono nuove idee non ancora sviluppate. Certo, però, è un rischio a fronte di un investimento di tempo molto consistente.

    • Daniele Imperi
      9 aprile 2015 alle 13:38 Rispondi

      La citazione era necessaria :D
      Interrompere una saga per via dei soldi è antipatico, perché rischi di perdere lettori del tutto.
      Secondo me l’autore per primo dovrebbe avere in testa un progetto ben delineato, che gli permetta di scrivere opere nuove.
      Io preferisco saghe come quella della Fondazione di Asimov, che sono quasi romanzi autoconclusivi, ma che ruotano attorno a un nucleo.

  3. Chiara
    9 aprile 2015 alle 08:52 Rispondi

    Non so se la storia che sto scrivendo si possa prestare a nuovi sviluppi. Forse sì, ma non subito: magari fra un decennio, quando potrei mostrare i personaggi “invecchiati”, alle prese con problemi diversi. A dire il vero però non ci ho mai pensato: è già difficile arrivare alla prima stesura di questo mio primo romanzo!

    A proposito di saghe, ho saputo che la trilogia “millennium” di Stieg Larsson (“Uomini che odiano le donne”, “La ragazza che giocava con il fuoco” e “La regina dei castelli di carta”) originariamente prevedeva dieci volumi. Il quarto uscirà il 27 agosto, ma sarà scritto da un altro autore, perché Larsson è morto… Sinceramente sono piuttosto curiosa, perché ho molto apprezzato i primi tre, ma temo che il cambio di penna rischi di impoverire l’intento originario, trasformando il tutto in un baraccone commerciale. Tu cosa ne pensi? Credi sia giusto che un’opera pensata da un autore sia portata avanti da un altro?

    • Daniele Imperi
      9 aprile 2015 alle 13:40 Rispondi

      Non mi piace quando altri continuano la storia di un autore. Se Larsson è morto, riposi in pace, che senso ha far scrivere le sue storie a un altro?
      No, è una cosa che non sopporto e che non permetterei coi miei scritti.

  4. Salvatore
    9 aprile 2015 alle 09:29 Rispondi

    Anch’io associo la saga inevitabilmente al fantasy, il perché non lo so: forse è una forma di abitudine, o forse dipende davvero dal genere, nel senso che si presta di più. Scrivendo, invece, mainstream, l’idea di scrivere una saga non solo non mi passa dalla testa, ma neanche sarebbe plausibile all’interno di quel genere. Verrebbe vista male come cosa…

    • Daniele Imperi
      9 aprile 2015 alle 13:42 Rispondi

      In altri generi forse si parla più di serie, di avventure, come nel caso di Sherlock Holmes, Poirot, Lupin, ecc.
      Anche secondo me nel mainstream non reggerebbe la saga.

  5. Giuse Oliva
    9 aprile 2015 alle 10:22 Rispondi

    Sto scrivendo il primo di una trilogia, è la storia che me lo chiede, altrimenti uscirebbe un libro di oltre mille pagine… :P

    So benissimo che per una sconosciuta come me è quasi un suicidio letterario, ma non importa. Voglio sviluppare questa storia e vedere dove mi porterà!

    • Daniele Imperi
      9 aprile 2015 alle 13:43 Rispondi

      E allora che sia un libro di oltre mille pagine :)
      Sarebbe un problema?
      I 3 romanzi sono conclusivi? O il primo lascia il lettore col fiato sospeso e l’attesa di leggere il secondo?

      • Giuse Oliva
        9 aprile 2015 alle 14:12 Rispondi

        Il primo è quasi auto-conclusivo, a eccezione dell’epilogo che mostra gli stessi personaggi dopo 10 anni, spero lasciando curiosità nel lettore, per continuare la lettura.
        Il secondo e il terzo, invece sono continuativi e quindi lasciano col fiato sospeso tra l’uno e l’altro.

        • Daniele Imperi
          9 aprile 2015 alle 14:26 Rispondi

          Beh, almeno il primo è autoconclusivo :)

          • Giuse Oliva
            9 aprile 2015 alle 14:28

            :P Ma sì!
            è autoconclusivo :P

  6. Danilo (IlFabbricanteDiSpade)
    9 aprile 2015 alle 12:11 Rispondi

    Letto con vivo interesse (chissà perché…) il tuo post, ivi compreso quello di Giordana e dato che ricordo bene gli articoli precedenti sui motivi per cui NON scrivere una saga, ci ho riflettuto sopra.
    Il successo e l’ascesa di Martin&Co nell’Olimpo degli scrittori ha generato tra i più o meno fan il consueto spirito di emulazione dell’eroe: niente di più di quanto accadde quando Pantani vinse il tour e tutti vollero la bici da corsa o quando l’Italia vinse i Mondiali dell’82 e ci fu il boom di bambini iscritti nelle scuole calcio che andavano agli allenamenti con la maglia di Paolo Rossi. L’eroe è il nostro mito e desideriamo tutti ripercorrerne i fasti, in qualche maniera. Il problema è che non tutti abbiamo nei polpacci la forza di Pantani nello scalare le montagne e la bici, quasi sempre, finisce in garage.
    Ma se il talento c’è, bisogna avere mente aperta e sensi all’erta, proprio per il motivo che tu hai ben descritto. Una storia e i relativi personaggi che la popolano necessitano di respiro, ma anche un alone di mistero che ne copra alcuni tratti per poterli raccontare successivamente: più un personaggio è complesso e ben delineato, più risulterà interessante. Dunque sono d’accordo col volare basso ed essere autoconclusivi, ma occorre -secondo me- seminare in maniera naturale (non invasiva o palese) riferimenti, sospensioni e collegamenti che stimolino e tengano viva la fiammella della curiosità.

    • Daniele Imperi
      9 aprile 2015 alle 13:49 Rispondi

      L’emulazione c’è sempre, specialmente nel fantasy.
      Sono d’accordo con quanto dici sul tenere la fiammella della curiosità viva e cercare di stuzzicare la curiosità. Resta però il fatto che deve essere la storia a richiedere un seguito, anzi a giustificarlo. Il rischio è di scrivere un doppione, altrimenti.

  7. LiveALive
    9 aprile 2015 alle 12:30 Rispondi

    Bisogna vedere quel è il confine che vogliamo mettere tra saga e semplice trilogia o simili. Direi allora che la trilogia si basa su un’unica trama, e la saga su più trame, e a dominare è l’ambientazione. Certo non è sufficiente: anche il singolo libro può contenere più trame (una volta era cosa comune; pensa anche solo all’Ariosto). Per Aristotele poi la forma perfetta era la quadrilogia, e anche qui bisogna vedere se si parla di una trama in quattro parti, o di quattro trame legate da “qualcosa”.
    È difficile fare una saga poiché per farla devi avere una ambientazione estremamente interessante; ma per quanti libri rimarrà interessante, il tuo mondo?

    • Daniele Imperi
      9 aprile 2015 alle 13:51 Rispondi

      Non sono sicuro della trama. La trilogia di Divergent, alla fine, prevede 3 trame diverse, ma i 3 romanzi sono uno il seguito dell’altro. Secondo me potevano stare benissimo in un unico romanzo in 3 parti. Ognuna però ha una trama diversa.
      Hai ragione sul mondo e l’ambientazione: devono essere interessanti, prestarsi ad altre storie, incuriosire.

  8. Cristina
    9 aprile 2015 alle 13:29 Rispondi

    Mi piacciono moltissimo le saghe e ne ho lette molte, come Il Signore degli Anelli o La Spada di Shannara, ed Harry Potter naturalmente.

    Non c’è solo il fantasy a generare saghe, ma anche il romanzo storico. Quando avevo iniziato a scrivere “La colomba e i leoni”, doveva essere un unico romanzo proprio per i motivi elencati nei post (bisogna volare basso, il romanzo corposo spaventa ecc.). Poi la storia mi si è dilatata tra le mani, ed è diventato sostanzioso e non scindibile nella sua struttura. Le vicende ruotano attorno al bacino del Mediterraneo, e coinvolgono eventi storici, crociate e guerre in un periodo temporale ampio. Si sono aggiunte nuove idee, ed è diventato una trilogia.

    C’è da dire che ogni romanzo è autoconclusivo, nel senso che risponde a quasi tutte le domande che pone, un po’ come Harry Potter in cui il “caso” specifico si risolve nel singolo romanzo, sebbene si rimandi il duello finale con Voldemort al settimo volume della saga.

    Ho parlato molto del mio romanzo per farmi capire… e perché a volte non si può studiare tutto a tavolino, che si sia autori conosciuti o meno. I romanzi sono organismi viventi, e quella è la loro bellezza!

    • Daniele Imperi
      9 aprile 2015 alle 13:55 Rispondi

      Ciao Cristina, benvenuta nel blog.
      Concordo sul romanzo storico: io ho letto diversi romanzi della saga o serie di Sharpe di Bernard Cornwell, non ancora conclusa (mi mancano 5 romanzi comprati, ma credo ne siano usciti altri).
      E penso anche io che non sempre si possa studiare la saga a tavolino, magari una seconda storia nasce dopo diversi anni.

  9. Eliana
    9 aprile 2015 alle 13:57 Rispondi

    Prima di leggere questo post, ho riletto quello di dieci motivi per cui NON scrivere saghe: mi era sembrato un articolo scritto perché avevi un dente avvelenato verso qualcuno o qualcosa (un lungo libro che ti aveva fatto perdere tempo magari? A me è capitato). Un articolo senza appello per chi cerca di ampliare il mondo che, secondo lui o l’editore, in un solo romanzo non ci sta o sarebbe sprecato.
    Prova a immaginare se Tolkien avesse dovuto condensare tutto in un solo romanzo. Non avrebbe avuto alcun senso. Ma erano altri tempi e Tolkien era un fior fiore di letterato, non è la media degli scrittori, tanto che è difficile trovare un altro esempio di tale livello e ampiezza. La ricchezza e la qualità del Silmarillion, libro peraltro neanche molto lungo, non si trova da nessun altra parte. Ecco il problema delle saghe attuali: l’abbassamento del livello qualitativo e la loro proliferazione, ce ne sono troppe e troppo scialbe, nonostante la lunghezza che tenta di sembrare qualità. Il primo esempio che mi viene in mente è Martin: ho letto il primo libro del Trono di Spade e ci sono rimasta male, dato che non è neanche autoconclusivo (come consiglia giustamente Mur a uno scrittore esordiente). Semplicemente non finisce. Non ha una storia nel “primo libro”, quindi non posso neanche biasimare Mondadori che taglia a caso per farne più soldi. Inoltre, mi è sembrato annacquato: servono così tanto tutti i personaggi che muoiono nel primo libro? (Fare sempre il confronto con Tolkien per la risposta).
    A mio modesto parere, questo articolo invece è l’altro lato della medaglia. L’ho apprezzato molto di più: un invito al giovane scrittore ad interrogarsi se la sua storia può essere una saga, non una condanna verso ogni tentativo in tal senso.
    Eliana.

    • Daniele Imperi
      9 aprile 2015 alle 14:36 Rispondi

      Ciao Eliana, benvenuta nel blog.
      Sì, in effetti quel post era proprio nato da considerazioni fatte a freddo in seguito a saghe troppo lunghe o che ho smesso di leggere.
      Il Silmarillion è unico, non facile da leggere – per stessa ammissione di Tolkien – un’opera superlativa.
      Su Martin hai ragione, ma non era un esordiente. Il suo primo romanzo è del 1977, mentre A Game of Thrones è uscito 19 anni dopo.
      È vero che il primo libro non ha una vera storia, come tutti gli altri. Saghe così a me non piacciono molto, perché posso perdere volgia di leggerle, come è successo con quella di Martin. Mi manca l’ultimo romanzo uscito e ormai, dopo tutti questi anni, non sono curioso di leggerlo.
      A me non è sembrato annacquato, però.
      L’articolo voleva essere proprio un cambio di punto di vista: vedere la questione delle saghe da un’altra prospettiva, forse più oggettiva.

    • LiveALive
      9 aprile 2015 alle 14:44 Rispondi

      Sono d’accordo con te solo in parte. Esistono libri che davvero “non finisco”, poiché lì davvero li si spezza solo per esigenze editoriali. Per esempio: i sette libri della Recherche sono in realtà un unico testo, ma era semplicemente troppo lungo per pubblicarlo così (e poi ci sono quelle volte in cui l’autore stesso non aspetta: basti dire che Boiardo ha pubblicato l’Orlando Innamorato prima di finirlo, prima di anche solo iniziare il terzo libro). Martin, se non sbaglio, non ha programmato tutta la storia, ma la sviluppa man mano per causa-effetto: non sapendo neppure lui dove sta andando, e neppure quanto davvero ci vorrà (infatti inizialmente, se non ricordo male, doveva essere solo una trilogia), è chiaro che pubblica quando arriva a un determinato punto, alla conclusione di un “ciclo”. In questo senso, il primo libro del Trono di Spade non mi sembra proprio proprio “non finito”: tutto il libro ruota a torno alla vita degli Stark a corte, e appena questa viene distrutta, finisce anche il libro; pure, tutta la vicenda di Daenerys ruota attorno al rapporto con Drogo,e appena questo muore finisce il libro. Certo: abbiamo ancora effetti, non è conclusa la vicenda; però siamo comunque arrivati a un punto in cui ci si può fermare, perché qualcosa è cambiato, il fuoco si è spostato.
      Il Trono di Spade è annacquato senza dubbio. Certo anche Tolkien ha i suoi detrattori, e conosco tantissimi che considerano pure lui “annacquato”, non per il numero di vicende e personaggi quanto per il perdersi dietro a particolari e questioni non legate alla sua storia (e il Sailmarillion c’è certo chi lo adora, ma pure chi non lo sopporta anche tra i tolkeniani). Ugualmente, una amica mi ha detto che pure Tolkien lo sentiva come “non finito”…

  10. Tenar
    9 aprile 2015 alle 14:30 Rispondi

    Io al momento ho aperti 5 “filoni narrativi”, ognuno con un corpus di personaggi e un’ambientazione definita (in realtà due di essi sono interconnessi). Il 90% dei racconti che scrivo rientra in una di queste cinque “saghe”, anche se ogni racconto è più o meno indipendente. Il protagonista de “la roccia nel cuore”, ad esempio, è presente anche in due racconti editi e, ovviamente, i miei Holmes e Watson sono sempre loro.
    Effettivamente il fantasy si presta di più alle saghe, perché devi immaginare non una singola storia, ma un mondo che, per sua natura, è pieno di storie.
    Da lettrice ammetto che mi piace ritrovare ambientazioni e personaggi, ma abbandono senza pietà le saghe quanto diventa evidente che la sorgente di buone idee si è esaurita.

    • Daniele Imperi
      9 aprile 2015 alle 14:38 Rispondi

      Tu devi sempre esagerare? Addirittura 5? :D
      A me piace poter infilare personaggi in vari racconti. Mi dà più l’idea di mondo, di creazione.
      Hai detto bene, nel fantasy crei non un mondo, ma un mondo pieno di storie. Il problema, ora, è tirare fuori solo le storie migliori da quel mondo ;)

  11. Grazia Gironella
    9 aprile 2015 alle 22:18 Rispondi

    Le saghe sono scomode per un autore sconosciuto, perché l’editore è poco motivato a pubblicare un libro che molto probabilmente resterà l’unico uscito per carenza di vendite. Certe storie, però, vanno raccontate così o niente. Io amo il fantastico, e devo dire che mi gusto molto l’attesa di ogni puntata. Mi affeziono ai personaggi e mi piace ritrovarli anno dopo anno. Senza esagerare! La lunghezza di alcune saghe è frustrante (penso per esempio alla serie della Ruota del Tempo, di Robert Jordan, che poi è morto lasciandola incompiuta).

    • Daniele Imperi
      10 aprile 2015 alle 08:00 Rispondi

      Io infatti ho letto solo il primo romanzo de La ruota del tempo e non sono motivato a proseguire la lettura degli altri. Tanto più che è anche incompiuta come saga. C’è da mettere in conto anche quel rischio: che l’autore muoia prima della fine :D

      • Grazia Gironella
        10 aprile 2015 alle 10:02 Rispondi

        C’è da dire che ha preso a mano la saga Sanderson, che è uno scrittore con i contro… insomma, molto bravo. Non so se l’abbia già terminata. Il cambio al timone disturba comunque, il che dimostra come leggere sia un’esperienza che va al di là della semplice storia raccontata..

  12. Giulio
    11 aprile 2015 alle 01:04 Rispondi

    Ciao a tutti.

    Perché scrivere una saga?

    Dico la mia.

    Perché una saga è ciò che più concede significato al senso del divenire. L’uomo è ancorato [stupidamente] al concetto lineare del tempo (grazie alla propaganda messa in moto dai poteri) e cioè passato/presente/futuro … altre civiltà concepivano il tempo circolarmente. Sì, sembra una boiata, ma non lo è, ma – detto questo, la saga è quella che meglio permette di dare vita e vivificare i concetti allegorici in un percorso che solo con il debito continuum può essere approfondito, ma anche disteso. In realtà – le saghe – si presta in maniera più potente nel riflettere la condizione umana in uno specchio o meglio, nella sua coscienza; le cosmogonie più sono distanti dalla nostra [stupida] realtà (però, solo a prezzo di essere ben congegnate) e più sanno guardare in realtà (bel gioco di parole) dentro la nostra anima. Le saghe permettono di prende una distanza maggiore dai nostri ego ipertrofici, e riescono quasi in maniera inconscia a nutrire le nostre più recondite speranze. In realtà il processo di identificazione, in una saga, è di solito una connessione con qualcosa di ancestrale. Anche se non è propriamente fantasy, la saga permette di allontanarci e quindi, solo in apparenza distanti (dalla mente sì); ma non dalla nostra anima. Ecco perché quando una saga funziona, trascende in maniera profonda nell’immaginario e soprattutto, nel nostro cuore.

    Quindi, concludendo (e sublimando), perché scrivere una saga?
    Perché insegna a guardarsi dentro con maggiore efficacia, e spinge l’autore a speciali elucubrazioni e il lettore, a speciali introspezioni.

    Scusate invece, un piccolissimo OT; ma come si mette un’immagine (se è permesso) a fianco del proprio nome?

    • Daniele Imperi
      11 aprile 2015 alle 08:32 Rispondi

      Messa così, allora la saga avrebbe un senso, anzi un significato molto profondo. Ma quanti sono davvero in grado di scrivere una saga con quei presupposti?
      Riguardo alla circolarità del tempo, nel romanzo che sto scrivendo c’è proprio quel concetto, ma non sapevo che altre civiltà vedessero il tempo in quel modo.
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      • Giulio
        11 aprile 2015 alle 19:05 Rispondi

        Certo che ha un significato profondo, il punto più che altro è capire a che frequenza lavori. La profondità in senso metaforico non è la precisa accezione in questo caso; si tratta di sensibilità e pubblico più o meno maturo a far il “CLICK” … che poi, di passaggio, oggigiorno, questo è un problema che andrà acuendosi esponenzialmente. L’omologazione degli spiriti è in atto.
        Tornando alla tua domanda, il punto è: in realtà sono pochi che possono permetterselo, se parliamo di qualità, perché, ci si parli chiaro, quello che doveva essere detto lo ha già detto Omero, il resto sono strascichi, di alto livello magari, ma strascichi rimangono. Non per niente i più grandi autori hanno conoscenze esoteriche e “trasbordano” dal mondo massonico e iniziatico molti concetti; in realtà non è nemmeno farina del loro sacco, sicuramente possono essere dei grandi linguisti e stilisti narrativi di livello eccelso….. ma non nascono dalla loro immaginazione, che è soltanto un prolungamento e un plasmare di qualcosa di preesistente.
        Tieni conto che il tempo lineare è una questione che si rifà ai paradigmi giudaico/cristiani. Greci ed orientali, per non parla delle antiche Americhe, vivevano la vita in “ordini” assolutamente distanti dai nostri. Mettiamola così: la nostra civiltà è lo scarto delle precedenti, né più né meno. Ecco perché un fantasy con tutti i crismi, si salda in maniera imperitura con l’anima dei lettori, perché fa appello alle coscienze; no alla Mente e neanche tanto al cuore.

  13. Francesca Lia
    11 aprile 2015 alle 01:26 Rispondi

    Non amo molto le saghe, perchè non mi piace lasciare i lettori sulle spine. Però, a forza di togliere e aggiungere, temo che il mio romanzo diventerà più di uno. Se ho bisogno di più spazio per sviluppare bene tutti i personaggi, i particolari della trama, l’ambientazione ecc. allora ben venga la saga. Per altri motivi credo che non lo farei. Però, se avessi voglia, potrei usare la stessa ambientazione per altre storie autoconclusive, più o meno scollegate dalla prima.

    • Daniele Imperi
      11 aprile 2015 alle 08:33 Rispondi

      Anche io preferisco scrivere e leggere anche storie autoconclusive sulla stessa ambientazione. Danno più libertà allo scrittore e permettono al lettore di leggere un romanzo e saltarne un altro senza problemi.

  14. Simona
    11 aprile 2015 alle 15:24 Rispondi

    Uno dei miei romanzi si è trasformato spontaneamente in una saga perché basato su un’idea che mi ha aperto la strada a molteplici utilizzi. Ho creato un’organizzazione segreta millenaria che ha lo scopo di studiare e risolvere i misteri dell’universo, dai viaggi nel tempo a quelli nello spazio, dai poteri della mente ai fenomeni paranormali. Ogni libro parla di un diverso membro della Legione Segreta (scienziati, inventori, cacciatori di streghe, avventurieri, archeologi) e intreccia la sua storia con quella di colleghi del passato. Questa formula mi ha permesso di sperimentare ogni volta nuove ambientazioni, sia geografiche che storiche. Il legame tra i vari episodi (comunque autoconclusivi) è l’organizzazione stessa che rivela poco a poco i suoi segreti al lettore, arruolandolo tra i suoi membri. Inoltre alcuni personaggi appaiono o vengono citati nelle avventure degli altri e nell’ultimo libro coinvolgerò tutti i precedenti protagonisti. Mi sono data, però, un limite di cinque libri per non restare legata a questo schema troppo a lungo ed esplorare nuove strade.

    • Daniele Imperi
      11 aprile 2015 alle 17:16 Rispondi

      Anche a me un’organizzazione del genere piace, alla fine non è proprio la classica saga e hai due vantaggi: scrivi sempre cose diverse e il lettore non è costretto a restare ancorato a tutti i romanzi.

  15. ldmarchesi
    16 aprile 2015 alle 14:31 Rispondi

    Nella mia mente vi è ora materiale per almeno 20 diverse storie, tuttavia solo 3 sono saghe per come le ho ideate (Una in 7 libri, 1 in 4 e una in 3)

    • Daniele Imperi
      16 aprile 2015 alle 14:57 Rispondi

      E queste saghe saranno i primi romanzi che vuoi pubblicare?

  16. Giorgiana
    9 giugno 2015 alle 17:52 Rispondi

    Io ho il difetto di ragionare a saghe. Il fantasy non solo è il mio genere preferito ma è anche l’unico in cui posso sentirmi a mio agio ed esprimere me stessa e inevitabilmente la mia mente sforna storie piuttosto lunghe e complesse… non potrei mai pubblicare un libro che si conclude così in sé stesso.
    Le motivazioni sul perché scrivere una saga mi hanno lasciato piuttosto perplessa.
    Insomma, Harry Potter frequenta sette cicli scolastici, giusto? Che poi ne abbia completati effettivamente sei non conta, (la Rowling a quel punto avrebbe potuto dilungare la ricerca degli Horcrux per altri 3 libri interi e mi sarebbe andato bene lo stesso), il punto è che io credo che la scrittrice si sia prefissata di fare sette libri fin all’inizio, non avrebbe potuto fare diversamente.
    Ora, di recente io ho sviluppato una trama (d’accordo, un abbozzo di trama…) fantasy che allo stesso modo è scandita secondo determinati cicli e seguendo tale logica ne risulterebbe una saga di 8 libri. Mi rendo conto da sola è un rischio, infatti mi sto spremendo le meningi in cerca di soluzione alternativa, ma ogni volta che ci provo mi sento come se provassi a riscrivere Harry Potter riassumendo due anni scolastici nello stesso libro, per poi saltarne il terzo e riassumere insieme il quarto e un pezzo del quinto… con questo, ci mancherebbe, non voglio dire che sto provando a emulare la saga della Rowling, ma è l’esempio più efficace per descrivere la mia idea di ciclicità e di scansione temporale, diciamo così..

    • Daniele Imperi
      9 giugno 2015 alle 18:06 Rispondi

      Secondo me sono motivazioni valide, ma non per uno scrittore emergente, che è meglio che punti su un romanzo singolo.

  17. Alex Schillizzi
    11 luglio 2015 alle 13:54 Rispondi

    Riguardo alle saghe… penso che un concetto importante nella costruzione delle saghe sia la seguente:
    – Uno scrittore (uno scrittore valido) che è intenzionato a realizzare una saga, e compone il primo, deve sì, realizzare un componimento fine a se stesso, ma penso che debba ancor più razionalizzare con uno sguardo al futuro, ossia a un’eventuale sequel. Ci sono scrittori che compongono un primo romanzo della saga, fine a se stesso, e fanno semplicemente in modo, che composto il secondo, propongono dei collegamenti col precedenti.
    Uno scrittore valido, è invece uno stratega, capace di lasciare piccoli frammenti, dettagli quasi insignificanti nel primo romanzo, ma che potrebbero rivelarsi necessari e opportuni per un’eventuale sequel. E ciò vale per ogni romanzo precedente al successivo.
    Io sto lavorando a un romanzo fantasy… e sono fermamente convinto di produrne una saga. Non è nella mia filosofia scrivere un romanzo fine a se stesso, e scriverne un seguito proponendo collegamenti al primo. Ma sto lasciando piccoli e insignificanti dettagli per la prima stesura, che potrebbero essere approfonditi, e rivelarsi interessanti o fondamentalissimi per il probabile sequel.
    Questa è una regola base… ciò differenzia un tipo di scrittore da un altro… una mentalità più espansiva e calcolatrice da un altra…
    Penso che sia una considerazione rilevante… per le SAGHE.

    • Daniele Imperi
      13 luglio 2015 alle 07:44 Rispondi

      Ciao Alex, benvenuto nel blog.
      Credo che dipenda dal tipo di saghe che vuoi scrivere. Harry Potter e Le cronache del ghiaccio e del fuoco sono collegati uno all’altro in modo cronologico, non puoi leggere uno dei romanzi a caso, ma devi seguirne l’ordine. Sharpe di Bernard Conrwell, invece, anche se conviene leggerlo in ordine, è una serie di romanzi storici che contiene solo piccoli riferimenti ad altre storie. Ma ogni romanzo è a sé.

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