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Come e quando creare parole in narrativa

DizionarioTempo fa avevo scritto un post intitolato Non inventatevi le parole, che aveva suscitato commenti sfavorevoli alla mia tesi. In quel caso mi riferivo a casi specifici, ossia a parole inventate per ignoranza di chi scrive. In realtà mi è capitato di leggere racconti in cui l’autore dichiarava che aveva inventato quella parola, ma senza una logica o, meglio, senza offrire al lettore una spiegazione.

In questo articolo parlo invece di come e quando uno scrittore può – e magari deve! – inventare parole nuove. Non è assolutamente un passo indietro da parte mia, sono sempre convinto che non si debbano inventare parole quando ne esistono per il concetto che vogliamo esporre.

Quando inventare parole in narrativa?

Mi viene spontaneo rispondere: in una storia di fantascienza, poiché lo scrittore è portato a introdurre strumenti e mezzi di tecnologia che non esistono attualmente e quindi è naturale che senta la necessità di coniare nuovi termini.

Naturalmente esistono anche altri casi, come per esempio un thriller medico in cui viene scoperta una nuova malattia o un nuovo virus. O un fantasy, se dobbiamo introdurre parole di una lingua inventata.

Negli esempi su esposti è realmente necessario inventare parole nuove in narrativa, poiché concorrono a completare l’atmosfera, a rendere più dettagliata la storia, a creare inoltre curiosità nel lettore.

Come inventare parole in narrativa?

Fantasia e creatività devono essere al servizio di un metodo rigoroso e tecnico, secondo me. Per creare parole nuove io mi baso sulla conoscenza della mia lingua e sulle altre lingue. In breve, non invento parole di sana pianta, senza una logica dietro, ma cerco di renderle più naturali e credibili possibile.

Lo scrittore ha a disposizione delle fonti per creare parole nuove:

  1. prefissi e suffissi
  2. greco e latino
  3. lingue moderne

Studio di prefissi e suffissi

Alcune parole sono semplici da creare. Per esempio, parlando di mezzi di trasporto, possiamo sfruttare i prefissi eli- (cfr. “elifurgone” in Ubik di Philip K. Dick), o aero- (possiamo introdurre un aeroveicolo in un nostro racconto), spazio- (cfr. “spazioporto” in molte opere di Asimov). O anche robo- (ricordate il film Robocop?) e psico- (cfr. “psicostoria” sempre in Asimov).

Un prefisso è una particella che si aggiunge alla radice di una parola per crearne un’altra, composta. E così possono nascere elispie, aerosospensioni (che ho creato per il mio racconto Zombi Safari), robosintesi (creata per il mio racconto sulle piante robot), eminecrosi (sempre nel racconto Zombi Safari), termotuta, criocapsula, ecc.

Oltre ai prefissi possiamo sfruttare i suffissi, come per esempio in androide, umanoide, parole ormai comuni, ma che sono state coniate a partire da una esistente. Esistono anche esempi in cui prefissi e suffissi si sposano, come nella parola bionica, che vede l’unione della particella bio-, per biologia, e del suffisso -nica, da elettronica.

Un suffisso è una sorta di desinenza che si aggiunge alla radice di una parola. Mi sono così divertito a creare la parola dendroidi, ossia robot simili ad alberi, così come gli androidi sono simili all’uomo. E in un pianeta lontano coperto solo da acqua possiamo trovare forme di vita medusoidi.

Conoscenza del greco e del latino

Credo che sia fondamentale, anche se non tutti hanno frequentato il liceo classico. La nostra lingua ha un enorme debito nei confronti del greco e del latino, derivando principalmente dal latino, ma con moltissime parole coniate da una o due del greco antico.

Si possono utilizzare termini latini in storie horror, fantasy, ma anche di fantascienza, per introdurre concetti nuovi, ma che partono da altri esistenti. In Ubik si parlava di moratorium. Ma possiamo anche scrivere di fastidium, per indicare una sorta di malessere interiore che colpisce l’uomo. Il fastidio, che sembra un termine così semplice e usuale nel nostro linguaggio comune, preso nella sua forma antica, fastidium, si trasforma in una malattia psicosomatica in una storia fantasy, ma anche in un romanzo storico, perché no?

L’uso del greco ci aiuta nella costruzione di termini scientifici, come per esempio cosmofobia, la paura dei viaggi spaziali. In alcuni casi non è difficile costruire questo genere di parole, perché uno o due dei termini che le compongono sono ben conosciuti. Nel dizionario, poi, i prefissi sono spiegati e online è possibile trovarne un elenco.

Uso delle lingue moderne

Specialmente nella fantascienza è uso comune introdurre termini inglesi per concetti e mezzi futuristici. Così possiamo salire a bordo di un flyer e sfrecciare fra le vie della città. O sparare con un laser gun contro alieni inospitali.

Lo scrittore prende vocaboli da altre lingue, l’inglese soprattutto, e li fa propri per la sua storia. Li rende in corsivo e questo accentua la particolarità di quei termini e li fa spiccare nel testo, per attirare l’attenzione del lettore.

Si tratta di espedienti che funzionano in narrativa e rendono l’ambientazione più originale. Ci si aspetta, in fondo, che in futuro ci siano altri vocaboli stranieri. In italiano possiamo usare termini inglesi e questo rende tutto più “futuristico”. Forse scrivendo in inglese l’effetto è meno evidente.

Come e quando avete inventato parole nelle vostre storie? Che metodi avete usato?

8 Commenti

  1. Lucia Donati
    30 ottobre 2012 alle 10:59 Rispondi

    Molto spesso, in effetti, per creare neologismi ci si è rivolti al latino o al greco, in tutti i campi. Prefissi e suffissi sono molto utili. Anche voci di origine straniera si possono utilizzare. Nei prossimi giorni un mio post su latinismi, grecismi ecc. forse potrà interessare.

    • Daniele Imperi
      31 ottobre 2012 alle 09:33 Rispondi

      Infatti, visto che sono stati usati per la lingua “ufficiale”, tanto più deve e può usarli uno scrittore.

  2. Romina Tamerici
    30 ottobre 2012 alle 22:29 Rispondi

    Ho scritto un post sui neologismi poco tempo fa. Lì ho spiegato la mia posizione su questo tema spinoso. Ora non mi ripeto e mi permetto di mettere il link (http://tamerici-romina.blogspot.it/2012/09/neologismi.html).

    Purtroppo non conosco il latino e il greco.

    • Daniele Imperi
      31 ottobre 2012 alle 09:34 Rispondi

      L’avevo letto e ti avevo detto la mia posizione. Non ha senso inventare neologismi quando esistono nel dizionario i corrispettivi.

  3. Il meglio del 2012
    31 dicembre 2012 alle 05:02 Rispondi

    […] Come e quando creare parole in narrativa: lo scrittore ha necessità di inventare parole per le sue storie. Vediamo in che modo. […]

  4. CreAttiva
    21 gennaio 2014 alle 10:43 Rispondi

    Dipende. Nei miei progetti fantasy gioco con l’italiano, ma solo ora che studio linguistica penso ad applicare regole grammaticali alla formazione dei nomi.
    In casi estremi mi avvalgo di greco e latino. Per esempio sono passata da un fuorviante “spiritello” a “simpate” e poi “sinhilare”, perché la razza che designa ama scherzare ma non per questo risulta sempre simpatica :-D

  5. Andrew Next
    8 maggio 2016 alle 11:04 Rispondi

    Avevo una città “perduta” che avevo battezzato Darkmore, nome che pensavo fosse il massimo dell’originalità… poi google mi ha smontato.
    Allora mi sono accorto che il traduttore di google ha decine di lingue a disposizione ed è diventata Daikin-Jadam, più o meno lo stesso in arabo.
    Il metodo non è certo originale, già Kipling dava ai personaggi del libro della jungla i nomi in hindi traslitterati in inglese, ma è dannatamente efficace!

    • Daniele Imperi
      9 maggio 2016 alle 06:29 Rispondi

      Anche io controllo su Google quando invento dei nomi :D
      Come hai creato quella parola in arabo? C’è qualche strumento online?

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