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Quali lettori vogliamo?

Lettori ideali

Quante volte, prima di cominciare a scrivere una storia, ci siamo chiesti: a chi la stiamo raccontando? Io mai, a essere sincero. Quando scrivo, scrivo e basta. Sto finendo un racconto umoristico lungo da vendere in ebook, ma non mi sono chiesto per niente a quale lettore ideale sia rivolto. Forse solo a chi vuol farsi 2 risate.

Ho sbagliato, certo, ma ormai il danno è fatto. Per le prossime storie da scrivere mi porrò questa domanda, sono ancora in tempo.

Gli esperti del web lo dicono sempre, anche se si riferiscono alla scrittura di articoli per blog: scegli la tua nicchia, capisci a quale lettore rivolgerti, quale è il tuo pubblico di riferimento.

Ma in narrativa quanti seguono questo consiglio? Quanti si chiedono a chi è dedicata la storia che stanno scrivendo?

Ecco, forse dovremmo iniziare a porci questa domanda e forse il verbo “dedicare” è azzeccato. La dedica in un libro ha un valore affettivo per lʼautore, ma la storia non è forse dedicata anche a chi la legge?

Quali lettori vogliamo?

Per ogni storia che scriviamo cʼè un pubblico di lettori. A noi quali lettori interessano? Quale pubblico vogliamo per il nostro romanzo?

Pensare subito al pubblico ci fa risparmiare il lavoro di progettazione e scrittura della storia, perché ci fa restringere il campo di azione. Ci facilita anche quei compiti, perché sapremo dove indirizzare le nostre letture di consultazione e documentazione.

Letteratura per bambini

Scrivere una storia per bambini non è facile, lʼho già detto altre volte. Non ci ho mai provato finora, anche se mi piacerebbe molto. Disegnando anche, potrei fare tutto da me: testi e disegni, anche se il mio stile non è propriamente per un piccolo pubblico.

Che cosa comporta scrivere storie per i bambini? La conoscenza del genere, soprattutto, se vogliamo chiamarlo genere. Aver letto quindi parecchi libri per i bambini, per capirne il linguaggio e la tipologia di storie.

Non possiamo alzarci la mattina e dire: oggi voglio scrivere una favola per bambini. Prima di farlo dobbiamo chiederci: quanto conosco quel mercato? Quel prodotto, anzi?

Letteratura per ragazzi

Da adulto sto leggendo molti classici per ragazzi che nellʼetà giusta per leggerli ho saltato. Della letteratura moderna per ragazzi ho letto qualche romanzo in inglese e non credo che sia cambiata molto questa letteratura, almeno non nel campo del fantastico.

Ho in mente un paio di storie per ragazzi e sono nate proprio grazie alle tante letture che ho fatto da adulto.

Scrivere per ragazzi è più facile che scrivere per bambini? Forse sì, perché magari lʼautore ha più libertà nel linguaggio e nelle trame. O forse perché il linguaggio stesso e anche la lunghezza delle storie sono abbastanza vicini a quelli della letteratura per adulti (non nel senso di letteratura erotica e porno, si intende).

Lettori di genere

Esiste la letteratura di genere, quindi possiamo definire anche i lettori di genere: il pubblico che ama leggere storie dellʼorrore, storie fantasy e di fantascienza, gialli e polizieschi, storie western e dʼavventura.

Ci sono lettori che hanno bisogno di questo tipo di storie, perché ne amano le ambientazioni, i periodi storici, lʼestrema fantasia, o semplicemente perché è leggendo quel tipo di storie che si sentono bene, appagati, soddisfatti.

Non possiamo scegliere un lettore di genere con troppa facilità, perché il lettore di genere è molto probabilmente più esperto di noi – e più agguerrito, se sbagliamo storia, se lo annoiamo – il lettore di genere sa benissimo cosa vuole dalle sue storie e deluderlo è molto facile.

Scegliere un pubblico di genere significa:

  • conoscere il genere narrativo benissimo, non bene: aver quindi letto parecchi romanzi di quel genere e magari – se non soprattutto – anche il primo in assoluto apparso
  • conoscere gli autori più importanti di riferimento: perché se vanno così tanto, un motivo ci sarà
  • avere ben chiare in mente quali sono le regole di quel genere: perché ogni genere narrativo ne ha, ogni genere, per essere definito tale, risponde a determinate leggi

Lettori di mainstream

Questo ambiente mʼè quasi totalmente sconosciuto. Lo scorso anno ho letto solo 5 romanzi mainstream su 54 libri, ma nessuno parlava di problemi esistenziali né di malattie (non so perché quando parlo di mainstream gli attribuisco solo questi 2 tipi di storie. Perché sono prevenuto?). Forse scrivere di questo genere è più semplice che scrivere altro, non saprei.

Ma non credo ci siano regole da seguire, se non quelle basilari sulla narrativa. Una storia che funzioni.

Esistono lettori ideali di questo genere? Forse no, forse una storia mainstream può accontentare tutti. Ma nei commenti i lettori di mainstream potranno far luce sulla questione.

Lettori di nicchie tematiche

Chi compra i libri di Totti o le autobiografie dei calciatori? Ok, esistono anche nicchie serie, come i libri sui funghi, sulle ricette vegetariane, sul giardinaggio, sul collezionismo.

Uno scrittore che amo è Len Deighton che, oltre ad aver scritto ottimi romanzi di spionaggio, ha scritto anche saggi storici e 6 libri di cucina. Allʼetà di 86 anni sʼè messo a scrivere un libro sulla storia della penna stilografica e del motore di aeroplano. Altro che nicchie tematiche, qui…

Quali lettori vogliamo?

Ci avete mai pensato? Quanti di voi si sono posti questa domanda e quanti, come me, ancora devono porsela?

71 Commenti

  1. Kinsy
    3 febbraio 2016 alle 05:38 Rispondi

    Quando scrivo penso al lettore che leggerà il mio testo, cercando di immedesimarmi in lui per capire se quello che digito sulla tastiera sia comprensibile. Penso cioè ad un lettore medio. Non ho mai pensato, invece, al lettore di genere. Forse dovrei pensare al vero destinatario della storia, ma in realtà la storia la scriverei comunque anche sapendo di non pubblicarla.
    Una domanda: cos’è il mainsteram? Qualche mese fa ho fatto una (veloce) ricerca su internet, ma non ho capito bene di cosa si tratta.Potresti rispondermi con un post… ;-)

    • Grilloz
      3 febbraio 2016 alle 09:22 Rispondi

      Dovrebbe essere tutta la letteratura non di genere

    • Daniele Imperi
      3 febbraio 2016 alle 11:58 Rispondi

      Il mainstream è come dice Grilloz, la letteratura non catalogabile in un genere.
      Niente post, però, perché so solo questo :)
      Pensare al lettore medio è bene, però se scrivi letteratura di genere, allora deve essere un lettore medio di genere.

  2. Saimon
    3 febbraio 2016 alle 08:04 Rispondi

    Forse il genere per bimbi è l’unico in cui bisogna selezionare attentamente quello che si va a leggere per prendere spunto. Ne ho letti molti e nel leggerli a mia figlia mi toccava improvvisare per cambiare il finale oppure addirittura la storia in corso. Pollicino che per compiacere la madre povera ruba ad un pacifico gigante soldi e stivali (insegno a mia figlia a rubare), Hansel e Gretel che vengono abbandonati nel bosco dal padre remissivo perché costretto dalla moglie, loro matrigna (insinuo la paura dell’abbandono riferita ad una figura genitoriale che, al contrario, deve essere una sicurezza), mamma capretta che per liberare i suoi cuccioli apre la pancia dl lupo con un paio di enormi forbici (pericoloso per bimbi che hanno fratellini più piccoli mostrare un modo fantastico di usare strumenti casalinghi così pericolosi che potrebbero facilmente essere a portata di mano). I classici comunque primeggiano per bellezza e fantasia. Secondo me per scrivere quel genere di libri basta informarsi su qualche libro di pedagogia spiccia, qualche libro sul genere, saper disegnare e colorare e relativi programmi, infine meglio se si ha l’almeno un figlio (facoltativo o perlomeno non lo si faccia per tale scopo).

    • Daniele Imperi
      3 febbraio 2016 alle 12:01 Rispondi

      Non sono d’accordo sul censurare le vecchie favole. Sono sempre state lette ai bambini e non credo che si siano trasformati in ladri o in assassini. Io stesso ho letto da piccolo alcune delle storie che hai citato, ma non sono cresciuto come un deviato.
      Per scrivere libri per bambini non penso che devi saper disegnare, al limiti cerchi un illustratore. D’accordo però sulla pedagogia e altri libri per bambini.

      • Ulisse Di Bartolomei
        3 febbraio 2016 alle 20:08 Rispondi

        Salve Daniele

        Sono parzialmente d’accordo che avallare un furto in una favola, non comporti delle induzioni devianti. La mente può comprendere la necessità contestuali di un illecito, ma non si può essere certi che quella di un bambino lo “archivi” in quel modo. In qualche modo una situazione “normalizzata”, agisce come “sdoganamento” di una procedura, specialmente se l’infante vi viene a contatto in presenza di un genitore e di entrambi. Il bambino li percepisce sempre come un avallo, in mancanza di una loro opposizione. Il furto è una delle azioni che suscitano vergogna naturale, in quanto interrompono la condizione di fruire tramite la ricezione incondizionata e l’infante vi percepisce dell’imbarazzo… sinoacché non incontra un suggerimento giustificativo! Forse non mi si crederà, ma in Germania andai nell’ ’87 per capire il motivo per cui i tedeschi erano “così” e gli italiani… molto differenti. Non tutti, ma per non complicare… Le ragioni primarie del motivo che i bambini di una certa area geografica italiana, crescevano troppo spesso irrispettosi dei valori altrui, dipendeva che l’eloquio quotidiano dei genitori o degli adulti contingenti, era intensamente centrato sul dileggio degli altri e nel giustificare gli atti in loro danno. Lo stesso avviene quando il genitore svilisce la figura della donna: e molto difficile che un figlio maschio cresca rispettando le femmine. Se il padre le menziona spesso come prostitute (nella cultura meridionale è una prassi), gli sarà quasi impossibile collocare la donna in una scala del valore etico. In Italia in queste cose si è molto negligenti altrimenti delle pubblicità dove si invita un infante a mangiare in fretta un gelato o una madre rispondere con bugie “bonarie”, non verrebbero consentite. Comunque anch’io e consorte, controllavamo le favole…

        • Daniele Imperi
          4 febbraio 2016 alle 08:35 Rispondi

          Mah, secondo me basta che il genitore insegni al figlio l’educazione e spieghi che sta leggendo una favola, appunto, cioè qualcosa che non esiste.

          • Ulisse Di Bartolomei
            4 febbraio 2016 alle 13:00

            Buongiorno Daniele

            La mia esperienza di genitore mi “testimonia”, che il rapporto tra genitori e figli è abbastanza fiduciario sino all’età prescolare, poi il bambino comincia ad apporre dei distinguo tra il credito per i genitori e quello per gli insegnanti, dove ovviamente si inserisce il ruolo della comunicazione scritta. Se un genitore è costretto a far notare che seppure c’è scritto che si ruba (sebbene per aiutare), ma non va fatto e quella è una favola, il bambino rimane confuso, in quanto non capisce del tutto il senso di un fatto scritto che il genitore rifiuta e che peraltro glielo fa conoscere. L’educazione e l’esempio del genitore è relativa! Quando il figlio inizia a essere influenzato dai compagni di scuola, si trova a decidere se reagire a un furto a suo danno derubando altri ecc… o peggio, quando un insegnante ideologizzato gli giustifica il furto (ipotetico) attuato dalle “classi” svantaggiate, la situazione va facilmente fuori controllo… Quando i miei figli mi riferivano di furti subiti, cercavo di stemperarne le emozioni e gli ricompravo subito le cose per non suscitargli desideri di rivalsa. Poi ovviamente c’è caso e caso, ma la situazione giovanile in Italia è drammatica, in tale questione…

  3. Marco
    3 febbraio 2016 alle 08:08 Rispondi

    Non ho mai pensato al lettore, né ci penso. E questo spiega un mucchio di cose, immagino!
    Parto dall’idea che se penso alla storia, la curo, alla fine svolgo il miglior servizio possibile al lettore. Perché lui non sa quello che vuole, glielo devo dire io (come ripeto spesso).

    • Daniele Imperi
      3 febbraio 2016 alle 12:03 Rispondi

      Neanche io ci pensavo, ma quando m’è venuto in mente questo post, ho pensato di pensarci :D
      Non sono sicuro che il lettore non sappia sempre ciò che vuole.

  4. Grilloz
    3 febbraio 2016 alle 09:18 Rispondi

    Argomento interessante, forse il titolo un po’ forte :D (mia nonna usava dire che l’erba voglio…) avrei preferito un “per chi scriviamo” ;)
    Io penso che la maggior parte degli scrittori scriva per un lettore ideale che gli somiglia, un lettore a cui piaccia leggere le storie che piace leggere allo scrittore. Così lo scrittore scrive la storia che lui vorrebbe leggere.
    Io per quel poco che scrivo non mi pongo neanche il problema, non aspiro a diventare uno scrittore vero. Ma immagino che per chi invece ha queste aspirazioni la domanda sia fondamentale, ma penso che prima dovrebbe chiedersi che: lettore sono io?
    Poi ce chi invece scrive per un target ben definito, che sceglie a priori, magari dopo indagini di mercato, ma ho la sensazione, forse mi sbaglio, che questo tipo di scrittori non riesca a comunicare molto con la scrittura. Alla fine parla a gente che non capisce. Ricordo un gruppo di musica disco, credo degli anni ’90, formato da due ragazzi e una ragazza. Una volta in un’intervista l’intervistatore chiese quale musica li appassionasse, due risposero musica classica e il terzo hevy metal, già allora mi domandai quanto avrebbe dovuto essere frustrante, sebbene redditizio, comporre e suonare musica che ti fa schifo.

    • Federica
      3 febbraio 2016 alle 09:39 Rispondi

      È vero quel che scrivi sul lettore ideale: quando leggo un libro (narrativa, saggi) di uno scrittore con cui ho una certa affinità di gusti, di modo di pensare sicuramente quel libro mi piace di più rispetto ad altri, lo trovo più vicino a me.

    • Daniele Imperi
      3 febbraio 2016 alle 12:12 Rispondi

      Non ho inteso il verbo volere in senso forte :)
      Sono d’accordo che si scriva prendendo come modello se stessi come lettori. Io faccio proprio così. Non so se sia proprio giusto, ma tant’è.
      Le indagini di mercato non le faccio proprio, mi sembra assurdo.
      Certo che tra musica classica, heavy metal e disco ce ne passa…

      • Grilloz
        3 febbraio 2016 alle 13:31 Rispondi

        Lo so, però quando ho letto il titolo mi ha un po’ sviato, avevo pensato ad una sorta di “esclusione” dei lettori che non vogliamo, invece l’articolo parla di altro :)

  5. sandra
    3 febbraio 2016 alle 09:22 Rispondi

    All’ultimo corso di tecniche narrative ci è stato detto che non tenere conto dei narratari così come di altri 11 elementi è un grave errore e a un certo punto quando si navigherà in alto mare con la scrittura non averlo fatto avrà le sue conseguenze.

    • Daniele Imperi
      3 febbraio 2016 alle 12:13 Rispondi

      A me questo termine “narratari” proprio non mi entra in testa…
      Potresti parlare in un post di questi 11 elementi :)

    • Barbara
      3 febbraio 2016 alle 15:15 Rispondi

      Anche a me interesserebbe questa cosa degli 11 elementi… :)

  6. Federica
    3 febbraio 2016 alle 09:42 Rispondi

    So che sono fuori tema: ma che bella la foto con i micetti!!!! Troppo carini!!! :-D :-D

    • Daniele Imperi
      3 febbraio 2016 alle 12:14 Rispondi

      I social media manager dicono che non bisogna mettere le foto dei gattini e io le ho messe apposta :D

      • Federica
        3 febbraio 2016 alle 12:22 Rispondi

        Scusa, ma perché costoro dicono che non bisogna mettere foto di gatti???? Mah!!!

      • Barbara
        3 febbraio 2016 alle 15:18 Rispondi

        I social media manager dicono anche che non bisogna scrivere guest post, perchè Google poi ti penalizza (vecchia questione, ancora dibattuta)…ed io ho scritto un guest post. :)

        • Daniele Imperi
          3 febbraio 2016 alle 15:20 Rispondi

          Non è vero che Google penalizza i guest post, ma solo che li sta tenendo d’occhio per via di tanto spam e di tanti contenuti non validi creati come guest post. Io ne pubblico qui e Penna blu non ha avuto problemi da Google.

          • Barbara
            3 febbraio 2016 alle 15:49

            E’ quello che ho letto anch’io, nelle stesse parole di Matt Cutts. Ma si disquisiva sul fatto che un guest post “laterale” (per esempio, su webnauta un guest post da un seo sull’uso dei social ottimizzato per scrittori) sia deprecato da Google in quanto “link building”, mentre io sostengo che il valore sta nel “contenuto” di quel post, sia per webnauta che per il seo stesso (se vuole dimostrare di saper fare il suo lavoro). Stringi stringi: niente guest post. Per tutelare me, ovviamente….

        • Federica
          3 febbraio 2016 alle 15:34 Rispondi

          Già…«dicono»… «non bisogna»… Ma su che basi – reali e concrete – la foto con un soggetto come un gatto dovrebbe creare problemi? Perché, per quali motivi, è malvista?
          E se ci fosse stato un paesaggio, era da scartare anche quello? Era “sbagliato”?
          Non capisco.

          • Daniele Imperi
            3 febbraio 2016 alle 15:48

            Credo per il fatto che i gattini fanno presa e allora sembra un giocare facile, ma si riferiscono alle aziende che mettono foto del genere sulle loro fan page.
            Comunque i social media manager ne dicono tante e non tutte sono sensate :)

          • Daniele Imperi
            5 febbraio 2016 alle 08:14

            No, non conosco i book buddies programs.

        • Daniele Imperi
          4 febbraio 2016 alle 17:02 Rispondi

          Comunque sono recidivo, questa foto l’avevo usata proprio un anno fa:
          http://pennablu.it/abitudini-lettura/
          :D

          • monia74
            4 febbraio 2016 alle 17:04

            Ma sono l’unica che non ama i gatti…? Io ho storto un po’ il naso aprendo la pagina, ma siccome ti conosco poi mi sono buttata sul testo.
            Chi ha pregiudizi sul sesso degli autori, e chi sulle foto!! :D :D

          • Federica
            4 febbraio 2016 alle 18:38

            Recidivo!!! ;-) :-D
            A proposito di gatti e lettura, hai mai sentito parlare o letto dei “book buddies programs”?

          • Federica
            5 febbraio 2016 alle 10:11

            È un’idea nata negli Usa in un rifugio per animali.
            In sostanza è un modo per aiutare contemporaneamente i bambini con problemi di lettura e non solo ad aumentare la fiducia in sé e l’autostima e i gatti abbandonati e traumatizzati a riavvicinarsi all’uomo. In una stanza confortevole e dedicata allo scopo, i bambini leggono ad alta voce libri adatti alla loro fascia d’età in presenza dei mici e questi piano piano si avvicinano, si lasciano accarezzare.
            I bambini non si sentono giudicati e vivono un’esperienza molto positiva.
            È una forma di interazione, se vuoi anche di amicizia (da cui, penso, viene l’appellativo di book buddies, amici dei libri) che porta benefici ad entrambi.

            So che era un po’ fuori tema anche questa.
            Però fa pensare all’importanza dello scrivere, alla potenza dei libri che saranno tenuti in mano e letti dai lettori cui sono destinati.
            E anche alla potenza di una foto messa a corredo di un post!

  7. Salvatore
    3 febbraio 2016 alle 10:38 Rispondi

    Per vendere racconti a Confidenze io ho dovuto chiedermelo e credo, visti i risultati, d’essere anche riuscito a trovare il taglio giusto. Ho scoperto però un’altra cosa: che scrivo molto, molto meglio quando ho un’idea chiara del lettore e di cosa si aspetta. Nella mia mente imposto il racconto già nel modo in cui ritengo verrà apprezzato. :)

    • Daniele Imperi
      3 febbraio 2016 alle 12:16 Rispondi

      Per Confidenze dovevi farlo per forza. Ha un preciso tipo di lettori, che vogliono certe storie, quindi non puoi scrivere quello che ti pare.
      Non ho mai avuto un’idea chiara del mio lettore, per le varie storie, ma proverò a farlo :)

      • Salvatore
        3 febbraio 2016 alle 14:22 Rispondi

        E perché non provare a intendere la narrativa, tutta la narrativa, in questo modo? In fondo se ti dici: oggi io voglio scrivere qualcosa per gli amanti del cyberpunk, non fai già qualcosa di simile?

        • Daniele Imperi
          3 febbraio 2016 alle 14:40 Rispondi

          Sì, in effetti è vero. Se vuoi scrivere una storia per gli amanti del cyperpunk, sai bene su cosa devi puntare. Si dovrebbe fare sempre così.

          • Grilloz
            3 febbraio 2016 alle 14:43

            Quando poi la scrivete questa storia per gli amanti del cyberpunk fatemi un fischio eh? ;)

          • Daniele Imperi
            3 febbraio 2016 alle 15:04

            Per quanto mi riguarda devo prima leggere un po’ di storie cyperpunk, per scriverne una :)

          • Grilloz
            3 febbraio 2016 alle 16:20

            E cosa aspetti? c’è la trilogia dello Sprawl lì pronta :P

          • Daniele Imperi
            3 febbraio 2016 alle 16:24

            Di Gibson ho Neuromante, ma ancora devo leggerlo :)

          • Grilloz
            3 febbraio 2016 alle 20:25

            E’ il primo della trilogia, mi sembra un buon inizio ;)
            Il mio preferito è il terzo, Monnalisa cyberpunk

    • Grilloz
      3 febbraio 2016 alle 13:44 Rispondi

      Quanto hai dovuto forzarti e quanto invece ti è venuto naturale scrivere per un tipo di lettore/lettrice particolare?

      • Salvatore
        3 febbraio 2016 alle 14:23 Rispondi

        Dopo aver capito il taglio, cioè dopo aver sfogliato la rivista una volta, mi è venuto piuttosto naturale. :)

    • Kinsy
      3 febbraio 2016 alle 16:10 Rispondi

      Ho provato a mandare dei miei racconti a diverse riviste… chissà perché non ho mai pensato a Confidenze!

      • Daniele Imperi
        3 febbraio 2016 alle 16:13 Rispondi

        Riviste cartacee o digitali?

        • Kinsy
          4 febbraio 2016 alle 06:44 Rispondi

          Entrambi.
          Mai letto Inkroci? Credo ti piacerebbe.

          • Daniele Imperi
            4 febbraio 2016 alle 08:48

            No, mai sentita, ma già quel K mi fa storcere il naso :)
            Confidenze ti paga, ma non credo che lo faccia anche Inkroci, altrimenti non chiederebbe soldi per sostentarsi.

  8. sandra
    3 febbraio 2016 alle 14:31 Rispondi

    https://ilibridisandra.wordpress.com/2014/10/27/la-bussola-dello-scrittore-e-altro/

    Già fatto Daniele, quando frequentai il corso. Te l’ho linkato sopra. Grazie per l’interessamento, per me è una buona griglia di lavoro.

    • Daniele Imperi
      3 febbraio 2016 alle 14:41 Rispondi

      Grazie del link, mi leggo il post.

    • Barbara
      3 febbraio 2016 alle 15:25 Rispondi

      Letto anch’io :)

  9. monia74
    3 febbraio 2016 alle 14:58 Rispondi

    Il post ha preso una piega diversa da quello che ho pensato leggendo il titolo. Ti rispondo comunque in merito alla mia esperienza.
    Quando scrivo mi viene istintivo figurarmi un lettore, con nome e cognome, una persona che conosco, non necessariamente a me vicina (una era la maestra di mio figlio!). Ho fatto solo due bozze di romanzi, finora, e per entrambe questo nome mi è uscito spontaneo, anche se io mi sforzavo di immaginare come destinataria la mia beta reader (che quindi incarna le caratteristiche che il post descrive: conoscitore del genere, esigente, etc etc).
    Nonostante gli sforzi mentali, quando scrivevo i dialoghi, quando impostavo le scene, o quando dovevo inserire una scena violenta io avevo in mente un altro tipo di lettore, quindi ovviamente un altro tipo di aspettative e di giudizi.
    Credo in fondo di aver fatto la scelta giusta, che forse la beta reader non fosse proprio azzeccata per quel genere di libro e/o che io conoscessi o apprezzassi un particolare lato del carattere del mio lettore ideale che mi ha ispirato e stimolato ad essere più sincera, più cruda, più dark.
    Quindi non so… sono d’accordo in parte con quello che dici, perchè forse stiamo dicendo cose diverse. Un conto è conoscere il genere per cui scrivi per offrire un prodotto che emerga e si discosti dagli altri (sacrosanto) con l’obiettivo di non deludere in generale nessun lettore neppure il più esigente; altro conto (per me) è farmi ispirare nello stile e nella stesura immaginando un preciso lettore che annuisca o scuota la testa davanti al monitor.

    • Daniele Imperi
      3 febbraio 2016 alle 15:08 Rispondi

      Che avevi pensato leggendo il titolo?
      Immaginando il lettore non intendo scrivere con uno stile diverso dal solito, ma solo di tenere presenti le aspettative di quel lettore di quel preciso genere.

  10. monia74
    3 febbraio 2016 alle 15:19 Rispondi

    – A chi lo stiamo raccontando – : alla maestra di mio figlio, o al mio amico amante del fantasy. Anche se so che non saranno i lettori dei miei libri.
    So che mentre scrivo saranno loro a spronarmi a osare di più quando tenderei ad essere pacata, o a non essere eccessivamente sdolcinata quando serve contenere un po’ le scene. E’ come se avessi identificato una persona autorevole che mi faccia da contrappeso.

    E’ solo la mia esperienza.. magari poi è solo dovuta al fatto che non conosco ancora tanti lettori :) :)

  11. Chiara
    3 febbraio 2016 alle 17:06 Rispondi

    Il romanzo che sto scrivendo è un main-stream e mio obiettivo è fare in modo che possa essere apprezzato sia dagli uomini sia dalle donne. Dovrò lavorare molto per sfatare i pregiudizi, essendo i lettori un po’ diffidenti verso le autrici.
    Penso però che alcune tematiche creino una cesura generazionale: dubito che una persona troppo anziana possa apprezzare la mia storia, perché il mondo rappresentato può essere distante. Invece i miei coetanei troveranno molto di loro.

    • Daniele Imperi
      3 febbraio 2016 alle 17:24 Rispondi

      Io sono diffidente verso le autrici che scrivono rosa :D
      Ho apprezzato molto Rachel Joyce, che ha scritto un bellissimo romanzo mainstream. Come vedi, non ho questi pregiudizi.
      Sulla distanza generazionale credo tu abbia ragione.

      • Chiara
        4 febbraio 2016 alle 08:20 Rispondi

        Il problema è che un’autrice sconosciuta rischia di essere etichettata come “rosa” anche se non lo è. Non parlo di uomini come te, che hanno letto molto e conoscono l’ambiente, ma di persone un po’ più… diciamo arretrate! :)

        • monia74
          4 febbraio 2016 alle 10:40 Rispondi

          Boh, vai a sapere cosa pensa la gente. Non credo che esistano questi pregiudizi. Harry Potter chi l’ha scritto? Ti pare un rosa? Comunque esistono anche gli pseudonimi.

          • Daniele Imperi
            4 febbraio 2016 alle 10:47

            Harry Potter infatti è firmato con lo pseudonimo J.K. Rowling (e non con il suo vero nome Joanne Rowling), proprio a causa dei pregiudizi sulle scrittrici :)

  12. Tenar
    3 febbraio 2016 alle 17:22 Rispondi

    Quando scrivo scrivo in primis per me, cioè cose che io vorrei leggere. Questo, credo, un po’ determina in mio target, cioè gente che ha più o meno i miei stessi gusti di lettura (il fatto che io abbia circa 80 anni mentali risulta evidente ad esempio quando incontro i miei lettori). Non credo che riuscirei davvero a scrivere per un pubblico diverso. Racconti sì, romanzi ne dubito.
    Ovviamente, il fatto che io sia la prima dei miei lettori fa sì che stimi molto il lettore e che cerchi di trattarlo con rispetto.

    • Daniele Imperi
      3 febbraio 2016 alle 17:25 Rispondi

      Anche io scrivo per me, viene più naturale. Forse anche io ho 80 anni mentali, se non di più :D

  13. Elena
    3 febbraio 2016 alle 17:34 Rispondi

    Non ho mai scritto pensando a quali lettori potesse interessare cosa avessi da dire. Scrivo per passione, ho la spinta o fuoco che mi brucia dentro e devo, in qualche modo, lasciarlo libero, lasciare che trovi una sua dimensione. Ho sempre scritto quello che mi passa per la testa, forse in modo selvaggio, senza regole e senza troppe costruzioni. Non riesco ad accontentarmi, scrivo sin da quando bambina inventavo storie per poi strappare i fogli, perché quello che scrivevo non corrispondeva al mio ideale di perfezione. E di perfezione nella scrittura ne esiste ben poca, si può sempre trovare un miglioramento. I lettori possono essere tutti e nessuno; coloro che si lasciano intrappolare da righe interessanti, da una scrittura che travolge e non annoia. Credo sia questo il miglior presupposto dal quale partire. Interessare il lettore, sempre e comunque, e se poi non rientra nel lettore specifico, ancora meglio, vuol dire che ciò che è stato scritto, ha lasciato il segno. Seguirò ancora questo blog è davvero interessante. Complimenti

    • Daniele Imperi
      3 febbraio 2016 alle 17:54 Rispondi

      Ciao Elena, grazie e benvenuta nel blog.
      Non riuscire ad accontentarsi è comune a molti. Da una parte è un bene, così migliori, dall’altra forse nuoce un po’ all’autostima.

  14. la mori
    4 febbraio 2016 alle 11:59 Rispondi

    L’ho pensato subito che la foto coi gattini era provocatoria: ho seguito un corso di Content Marketing ed è proprio vero che i gattini sono il primo esempio del “non dovete”. Io comunque sono una gattofila e la foto dei gattini ha subito intenerito il mio cuoricino :D

    • Daniele Imperi
      4 febbraio 2016 alle 12:03 Rispondi

      Sì, mi riferivo infatti alle varie regole sull’uso delle immagini. Secondo me i gattini si possono usare se riesci a contestualizzarli. Forse in quei corsi si riferiscono a chi ne abusa.

  15. Rodolfo
    4 febbraio 2016 alle 13:45 Rispondi

    Un ottimo articolo Daniele. Io sono sempre più convinto che anche lo scrittore di libri fiction, debba iniziare a comportarsi e ad adottare le strategie di scrittori di libri no fiction. Iniziare, prima di scrivere la prima riga, a domandarsi qual è la tua nicchia? Quali sono i suoi interessi/desideri? Dove si trova il mio pubblico di riferimento (cosa che sarà utile in seguito per la promozione).

    Ciao.

    • Daniele Imperi
      4 febbraio 2016 alle 14:06 Rispondi

      Grazie. Penso anche io si debba fare così, ma finisce sempre che prendi a scrivere e basta. Io neanche più penso al genere narrativo, a meno che non sia proprio esplicito nella mia idea.

  16. Juana
    5 febbraio 2016 alle 13:15 Rispondi

    Punto di vista interessante, quello che hai esposto in questo articolo. Certamente chiedersi a priori non solo a che genere appartiene la storia che si sta per scrivere, ma anche a chi ci si vuole rivolgere, non e’ facile. Finora non ho mai provato. Di solito scrivo per me stessa, per avere su un file o su carta qualcosa che a me per prima piaccia leggere. So che non condividi del tutto questa visione, ti seguo da un po’, ma appartengo a quella cerchia di persone che vedono la scrittura come la valvola di sfogo della propria vena creativa e i cui effetti della stessa sono piu’ terapeutici di una seduta di meditazione.
    Quale possa essere il lettore ideale di cio’ che scrivo, non lo so. Forse, alla fin fine, non e’ rilevante, se ci si e’ messi al computer per far fare stretching al cervello e divertirsi creando qualcosa di nuovo.

    • Daniele Imperi
      5 febbraio 2016 alle 13:28 Rispondi

      Ciao Juana, benvenuta nel blog.
      Non è proprio vero che non condivido quello che fai, diciamo che a me non interessa scrivere se non per far leggere. Cioè, io scrivo per pubblicare. Però, ovviamente, quello che scrivo deve prima piacere a me.
      La seduta di meditazione a me annoierebbe a morte :)
      Il tuo lettore ideale devi scoprirlo se vuoi pubblicare quello che scrivi.

  17. Simona C.
    6 febbraio 2016 alle 19:13 Rispondi

    Non penso a un tipo di lettore mentre scrivo né mi impongo di rispettare i canoni di un genere, anzi mi piace mescolarli. Quando revisiono, invece, immagino quali critiche muoverebbe mio fratello, il lettore più esigente del mondo perché ha sulle spalle migliaia di letture più di me in svariati generi. Allora comncio a riordinare le idee :)

    • Daniele Imperi
      8 febbraio 2016 alle 09:12 Rispondi

      I canoni vanno rispettati se vuoi scrivere di un genere preciso. Anche a me piacere mescolarli spesso.

  18. Mauro
    7 febbraio 2016 alle 12:18 Rispondi

    Ciao Daniele, quant’è difficile rispondere a questa domanda. Intanto partiamo da un presupposto oggettivo: nella maggior parte dei casi si scrive per essere letti. Sei d’accordo?
    Detto questo, scrivere per una nicchia, significa avere molti vincoli nell’uso delle parole, nella scelta del tono di voce e nella pianificazione editoriale. Credo sia la scelta che devi prendere se hai intenzione di fare profitto col tuo blog, libro, ebook che sia.
    Scrivere per se stessi invece (per migliorarsi, per sperimentare, per imparare) comporta meno “paletti”, ma raggiungere obbiettivi economici sarà più difficile (ma credo non impossibile). Senz’altro, scegliendo quest’ultima strada, ti diverti di più! :-)
    Sempre bello leggerti, a presto.

    • Daniele Imperi
      8 febbraio 2016 alle 09:20 Rispondi

      Ciao Mauro, certo scriviamo per essere letti.
      Scrivere per una nicchia di lettori: ecco una bella idea per un post, grazie :D

  19. Mauro
    8 febbraio 2016 alle 09:34 Rispondi

    ;-) non credo ti manchino idee per nuovi post!

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