Il punto di vista

Il punto di vista
Come gestire il punto di vista in narrativa

Questo guest post è stato scritto da Alessio Montagner.

È una delle basi della narratologia, l’abbiamo studiato tutti a scuola, eppure è ancora uno degli argomenti più discussi tra gli appassionati di scrittura. La gestione del punto di vista è infatti un’insidia anche per gli autori più esperti.

Oggi si favorisce la terza persona focalizzata sul singolo personaggio: basti pensare a La Strada di McCarthy. Ma non è sempre stato così: abbiamo autori come Martin, che cambiano POV di capitolo in capitolo, oppure testi come Guerra e Pace, dove il POV salta di testa in testa da una riga all’altra. Vediamo le varie possibilità.

Prima persona

La prima persona è stata usata in ogni tempo, ed è ancora valida. Ha il vantaggio di far conoscere molto da vicino il protagonista, ma implica anche il doversi limitare sempre alle sue conoscenze, il che può mal adattarsi a certe trame; inoltre, è facile sembrare falsi se il personaggio non ha una motivazione per narrare il passato senza spifferare subito il finale.

Per limitare questi difetti è possibile applicare varie tecniche. Narrare al presente rende il tutto più naturale, per esempio, e in teoria è possibile continuare a narrare in prima persona cambiando però personaggio di capitolo in capitolo per rendere più chiare certe vicende (anche se si rischia di ridurre l’empatia e creare confusione).

Seconda persona e altri esperimenti

Esistono alcuni testi, come Se Una Notte d’Inverno un Viaggiatore di Calvino, che sono narrati in seconda persona. Dovrebbe creare un filo diretto con il lettore, ma alcuni lo trovano troppo artificiale per far immergere realmente.

In teoria, si può narrare in qualsiasi persona e tempo, anche alla seconda plurale futuro prossimo. L’effetto può essere particolare, ma bisogna ricordare che la scelta deve essere diretta a un preciso scopo, non bisogna solo cercare la “stramberia”, la “trovata”.

Anche il comportamento della persona narrante può variare. Sarà ironico verso gli eventi? Nasconderà delle informazioni? Dirà delle bugie? Quest’ultimo è il narratore inaffidabile, e può esserci sia in prima persona (come nella Coscienza di Zeno), sia in terza (quando le affermazioni del narratore sono smentite dagli eventi).

Terza persona

Il narratore di terza può essere onnisciente o immerso. La variante immersa (la più usata, in quanto permette di creare più empatia) ha anche diversi livelli di immersione, e a seconda delle necessità si può passare dall’immersione lieve a quella profonda. Ultimamente si sta riprendendo anche il narratore “cinematografico”, che era comune a inizio Novecento.

1. Narratore onnisciente

Il narratore è onnisciente quando esprime qualcosa al di fuori dei personaggi, come un’anticipazione degli eventi, o un commento che nessuno della mente dei personaggi pensa. Se non fa questo, non è onnisciente, neppure se salta da un personaggio all’altro a ogni riga. Naturalmente anche un testo narrato al 99% in terza limitata può avere una intrusione, una frase “da onnisciente”.

Era il narratore più comune in passato, ma oggi è poco apprezzato: si ritiene che il narratore troppo intrusivo riduca l’immersione nel testo.

2. Terza cinematografica

È come la terza onnisciente, solo che il narratore rinuncia ai commenti e a tutto ciò che non è oggettivo. Si limita a descrivere gli eventi, senza esprimere i pensieri e le sensazioni dei personaggi, senza mai entrare nella mente di alcuno (già, niente “la maniglia era fredda”, niente “Tizio ricordava che…”, eccetera). Molti ritengono tale narrazione troppo fredda, troppo poco empatica, e non apprezzano l’abbandono di quell’esclusiva della narrativa che è la penetrazione nella mente del personaggio. Ciò nonostante, c’è chi ritiene la sua oggettività un punto a favore.

3. Immersione lieve

Per dirla in modo cinematografico, la telecamera viene incollata sulla testa del personaggio, e così: sappiamo ciò che pensa, sappiamo cosa percepisce con i cinque sensi, e ci limitiamo solo alle sue percezioni. La narrazione però rimane oggettiva. Ecco un esempio:

«Tizio entrò nel ristorante. Con espressione di disgusto notò che il bancone era coperto di polvere. «Cristo», pensò, «non puliranno da un mese.»

4. Immersione profonda

Qui invece la telecamera è proprio nel cervello del personaggio: non solo ci si limita alle sue percezioni, ma tutta la narrazione riflette la sua voce. Il risultato finale è molto simile alla prima persona. Ecco un esempio per evidenziare le differenze con l’immersione lieve:

Tizio entrò nel sudicio ristorante. Tutta quella polvere era un’offesa all’igiene: non spolveravano quel dannato bancone da almeno un mese, almeno.

Come mantenere saldo il punto di vista

Si ritiene che la massima intensità espressiva si ottenga mantenendo il punto di vista fisso su uno stesso personaggio: così si creerà un legame empatico più forte. Naturalmente ciò non è valido per tutte le storie, ma è bene tenere a mente alcuni “salti di POV” che spesso facciamo in modo involontario. Anche se le insidie sono tante, ecco quattro esempi comuni di POV mal gestito:

1. Sensazioni e pensieri fuori dal POV

Trillò il citofono. Guarda te se dovevano disturbare Tizio proprio mentre studiava. Si alzò dalla scrivania, sbuffò e sollevò la cornetta. «Sì, chi è?»

L’uomo dall’altra parte tossì: «Salve, sono venuto a portarle parole di verità. Lei legge il vangelo?»

L’unica risposta fu un “clic”: Tizio aveva riattaccato. L’uomo sospirò: dopo otto ore di porte in faccia aveva davvero bisogno di un Dio da bestemmiare.

Che pasticcio! A un occhio superficiale potrebbe addirittura sembrare tutto normale, ma attenzione: all’inizio il POV è su Tizio, ci basiamo solo su ciò che lui pensa e sente. Con “l’uomo dall’altra parte…” inizia a traballare. Con “Tizio aveva riattaccato” si passa all’onnisciente. E infine, con la frase finale, siamo sparati nella testa dell’uomo innominato. Bisogna riscrivere tutto, rimanendo nella testa o di uno o dell’altro.

2. Errata focalizzazione nei dialoghi

«Ehi, ciao!» disse Mario.

«Ciao!» gli rispose Luigi in tono baritonale. «Come va?»

«Bene» gli rispose Mario con voce da sopranista.

Non solo è già di suo il più orribile dei dialoghi, ma quel “gli rispose” all’ultima frase allontana il lettore da Mario (che nelle prime due frasi era il POV) per concentrarlo su Luigi. Come se non bastasse, il commento sul tono di voce di Mario allontana ancora di più, poiché se fosse lui il POV non dovrebbe pensare alla sua stessa voce. Anche se sembrano quisquilie, bisognerebbe correggere così:

«Ehi, ciao!» disse Mario

«Ciao!» gli rispose Luigi in tono baritonale «Come va?»

«Bene» rispose Mario.

3. Zoom improvvisi

I fedeli uscivano in massa dalla chiesa, ondata multicolore che passo dopo passo occupava la piazza, e tutti guardavano l’obelisco.

L’uso di un verbo di percezione come “guardavano” avvicina di colpo al soggetto, mentre all’inizio sembrava stessimo descrivendo una veduta a volo d’uccello. Anche se non vi è sembrato fastidioso, noterete che basta cambiare il verbo per rendere la frase molto più scorrevole.

I fedeli uscivano in massa dalla chiesa, ondata multicolore che passo dopo passo occupava la piazza e circondava l’obelisco.

4. Pensieri innaturali

Tizia aprì il rubinetto. Il flusso liquido tendeva al marrone: di sicuro la concentrazione di piombo doveva superare i 25 microgrammi per litro, infrangendo quindi la direttiva 98/83/CE.

Se Tizia ha appena finito di studiare diritto ed ha la testa così piena di leggi che non riesce a pensare ad altro va bene. In caso contrario, non solo dà più l’idea di un commento da narratore onnisciente, ma è anche un verboso infodump.

Che ne pensi?

Molti hanno in antipatia la gestione del POV: pensano che non sia importante occuparsi di cose che il lettore medio non nota neppure, né credono sia vero che un POV tenuto saldo sviluppi una maggior empatia. Eppure Gardner arriva a dire che la gestione del POV è la cosa più importante in assoluto. Tu che ne pensi? Tieni i tuoi punti di vista ben saldi, o preferisci le visioni d’insieme?

Il guest blogger

Sono uno studente, mi interesso alla letteratura da alcuni anni, e dall’anno scorso ho iniziato a buttare su carta, con scarsi risultati, qualche prosa. Il mio autore preferito è, nonostante tutto, D’Annunzio; il mio libro preferito, l’Eneide.

Categoria postPublicato in Guest post, Scrittura - Data post17 giugno 2014 - Commenti35 commenti

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Commenti
  • Tenar 17 giugno 2014 at 11:22

    Ho trovato il post molto chiaro ed esaustivo, se dovessi trovarmi a spiegare il POV mi piacerebbe utilizzarlo!
    A me, poi, la gestione del POV in tutte le sue sottigliezze affascina molto anche perché credo che sia una delle scelte che più determina il risultato finale

    • LiveALive 17 giugno 2014 at 11:28

      Se vuoi utilizzare il post per spiegare il pov, per me non c’è problema.
      Per il link al blog, mi da errore 404.

  • Tenar 17 giugno 2014 at 11:23

    … Adesso il link al blog dovrebbe andare

  • Tikkei 17 giugno 2014 at 11:33

    Spesso non commento, ma voglio ringraziare Daniele e tutti coloro che collaborano con lui, siete fantastici.
    Poi questo post è veramente esaustivo e chiaro!

    • LiveALive 17 giugno 2014 at 12:23

      Daniele Imperi è un grand’uomo, è il miglior blogger in circolazione, questo è risaputo e dimostrato da studi scientifici. Davvero, sono contento di poter collaborare… (solo, non devo esagerare: avrei tante cose da dire, ma non è il mio blog questo).

      • Daniele Imperi 17 giugno 2014 at 13:23

        Grazie, Alessio, ma non sono il miglior blogger in circolazione :D
        Però dimmi di questi studi scientifici :)

        Nei commenti puoi scrivere quanto vuoi, mica c’è un limite.

    • Daniele Imperi 17 giugno 2014 at 13:21

      Ciao, Tikkei, benvenuta nel blog. O benvenuto? :)

  • SAM.B 17 giugno 2014 at 11:56

    Sostenitrice convinta del POV saldo su un personaggio per scena o per capitolo… a rapporto!
    Non lo sono stata sempre, però. Fino a un sette, otto anni fa, al solo sentore di tecniche di scrittura arricciavo il naso. Poi mi hanno convinta a leggere qualche manuale e mi si è aperto un mondo.
    Di solito uso una terza persona immersa lieve; dove serve passo a quella profonda, ma cerco di limitarla perché tende a sfuggirmi di mano: nella testa dei miei personaggi ci sto comoda, ma – come per qualunque cosa – quando è troppo, scoccia. Invece di creare empatia rischio di opprimere chi mi legge.
    Il passaggio dall’uso del NO alla TPL è stata una faticaccia; ricordo i racconti scritti in quel periodo e corretti dai betareader: erano tutto un fiorire di commenti in rosso, annotazioni e richiami tipo “NO! Sei passata nella testa di un altro personaggio!” e via così.
    Adesso uso la TPL senza nemmeno fermarmi a pensare “qui devo scavare un po’ di più, qui devo mantenere un po’ di distacco”. La trovo impegnativa, ma molto più soddisfacente :)

    Quanto ai dialoghi, sono stati la mia bestia nera – e ogni tanto lo sono ancora oggi. Li trovo una delle cose più difficili da scrivere, specie quando non devono solo per far progredire la storia, ma anche caratterizzare i personaggi :-|

    • LiveALive 17 giugno 2014 at 12:19

      Io uso quasi sempre la limitata, ma, mi confesso, continuo a non ritenerla cosa così basilare. Sarà che mi piacciono più i grandi affreschi sociali che le esperienze umane… Però dipende dai casi. Per esempio, avevo in mente una scena con un nazista dove il narratore interveniva per riportare un test del 2008 dove si dimostravano le differenze genetiche tra le razze e l’inferiorità del qi delle razze non bianche. Lungi da me le idee razziste, io non credo a questo test… ma si capisce l’importanza dell’onniscienza in un caso limite come questo.

      • SAM.B 17 giugno 2014 at 15:43

        Io preferisco una lettura/scrittura più concentrata sui personaggi, senza che questo escluda ciò che sta intorno. Però la tua risposta mi fa venire in mente una delle poche volte in cui ho utilizzato il NO: volevo mostrare cosa succedeva in una città particolare, e l’ho fatto scrivendo frammenti di vita di personaggi qualunque. Un po’ alla King. Io, però, ho inserito questo sguardo d’insieme in un capitolo a parte ^^

    • Daniele Imperi 17 giugno 2014 at 13:24

      Io invece i dialoghi li trovo facilissimi da scrivere :)

  • Chiara Solerio 17 giugno 2014 at 12:29

    Sto scrivendo un romanzo in terza persona limitata con punti di vista che cambiano di scena in scena ma che ruotano prevalentemente intorno a tre personaggi. Non avevo mai considerato la differenza fra “immersione lieve” e “immersione profonda”, sebbene scriva da tanto tempo. Faro maggiore attenzione, d’ora in poi, cercando di portare immersione profonda con i personaggi principali e lieve con gli altri. Una domanda chiarificatrice: quando c’è immersione profonda si può comunque dire “tizio pensa che” o sarebbe meglio ometterlo? è un quesito che mi sono posta più volte, perché ci sono opinioni discordanti al riguardo. Grazie

    • LiveALive 17 giugno 2014 at 12:43

      Sulla base delle lezioni di Palahniuk, dovrei dirti che i verbi di pensiero come “tizio pensò che…” sarebbero da eliminare. Infatti, se non li metti, il lettore immagina il ricordo come se fosse suo; se usi il verbo, invece, lo allontani, perché il lettore sente che sta pensando un’altra persona che a sua volta pensa.
      però non prendere ciò come un dogma: studia tu le possibilità espressive dei verbi di pensiero a seconda dei casi specifici.

      Altra cosa, in immersione sarebbe d’uopo immergere l’io, e cioè togliere le frasi con il personaggio pov soggetto in favore di pure sensazioni. Non “Tizio tiene la mano sulla ringhiera e la sente fredda e liscia”, ma bensì: “la mano scorre sulla ringhiera: ottone freddo e liscio”. …che pense?

      • Chiara 17 giugno 2014 at 13:45

        Ottimo: alla prima rilettura allora ci farò caso. Con i protagonisti punto ad un’immersione profonda. Per fortuna non sono ancora molto avanti con il lavoro quindi non mi costerà troppa fatica.

        Mi piace come scrivi: leggo con molta attenzione i tuoi post, sembri una persona molto competente. Bravo! Mi spiace che tu non abbia un blog, perché lo leggerei con piacere :)

  • Moonshade 17 giugno 2014 at 13:12

    Ciao! Grazie del post così chiaro e ben fatto!
    Personalmente il pov in prima persona non mi piace tanto {sia da leggere che da scrivere: se ho un’antipatia peso per il/la protagonista, so già che dovrò trascinarmelo per chissà quanto!} e prediligo il terza persona. Scopro anche che io scrivo un “terza cinematografica” ibridato con una “immersione profonda”; immagino sia perché mi piace descrivere in modo chiaro e mi piace che ogni personaggino abbia la sua ‘impronta’ personale e si riconosca di turno in turno {ho più personaggi nello stesso libro}. Spero di non aver creato un paciugo improbabile!

  • Ivano Landi 17 giugno 2014 at 16:39

    Bella prova! In questo periodo nella blogosfera ne circolano di articoli sul tema, ma non così dettagliati.

    • LiveALive 17 giugno 2014 at 16:53

      In verità anche il mio articolo è incompleto (non dico, per esempio, che anche la prima persona può essere più o meno profonda), ma come introduzione va bene. In effetti, nonostante l’argomento del pov sia il più discusso dopo quello dell’SDT, non si trovano molti articoli soddisfacenti. Credo sia particolarmente importante la sezione sul come mantenere il pov ben ancorato, con degli esempi di errori: è una cosa che io non ho mai trovato.

  • maurap 17 giugno 2014 at 21:03

    Ottimi suggerimenti! Cercherò di farne tesoro, anche se mi sembra così difficile rispettare la distinzione tra narrazione con introspezione profonda e quella lieve. Intanto sono alle prese con un manoscritto per il quale prevedevo di utilizzare il PdV del coprotagonista, come in “Follia” di Mckarthy. Il narratore in questo caso non è il personaggio principale, ma neanche secondario visto che racconta la storia, conosce bene lo svolgersi degli eventi, ne sa i risvolti, parla in prima persona e anticipa quel tanto che basta per creare la giusta dose di suspence; eppure non sa niente dell’animo del protagonista, se non ciò che riesce a percepire dall’esterno. Ma forse tale PdV è più adatto per un giallo o un noir e meno per un romanzo di sentimenti. Non so decidermi. Accetto consigli. Grazie

    • LiveALive 17 giugno 2014 at 21:37

      Non preoccuparti, non devi rispettare le differenze tra immersione lieve e profonda. Le varie declinazioni della terza immersa costituiscono, assieme, una sola persona: puoi scrivere un paragrafo con immersione lieve e quello successivo con immersione profonda, e in alcuni casi puoi anche scegliere di scrivere in modo cinematografico.
      Sì, c’è chi crede che se uno sceglie l’immersione profonda, debba sempre scrivere così… Ma è poca gente: secondo me, non fanno altro che rendere la narrazione monotona.

      Riguardo l’uso del POV per la tua storia, dipende anche dal tuo scopo. Se tu scrivi qualcosa di genere da pubblicare, lo devi fare rispettando le aspettative di quella nicchia di lettori. Se invece ti interessa solo realizzare qualcosa di bello, in barba a ciò che si aspetta il pubblico, puoi ben andare contro il canone, senza pensare a come è il pov di solito in un romanzo giallo o rosa.
      Dici che è un romanzo di sentimenti. …ti dirò, io lo narrerei, naturalmente, con il POV del protagonista, cercando di immergermi per bene nella sua mente. Ciò nonostante, anche il Grande Gatsby è un romanzo sentimentale, e pure lì a narrare è il coprotagonista (per evidenti esigenze di trama, se sai come finisce…). L’importante è che anche il coprotagonista viva le sue emozioni, senza limitarsi a narrare solo le cose del protagonista, deve avere anche lui una vita. A tal proposito, ecco, una letta al Grande Gatsby dalla.

  • maurap 17 giugno 2014 at 22:16

    Grazie tante, appena posso lo leggo. Butto giù il primo capitolo del manoscritto in prima persona con POV del protagonista, come mi hai suggerito, poi vediamo come va. A presto

  • GiD 19 giugno 2014 at 18:16

    Bel Post. Essenziale e schematico. In giro si trovano parecchi articoli sul POV, ma una rispolverata all’argomento non fa mai male.

    L’unico appunto che vorrei farti è sull’esempio riportato parlando dell’effetto Zoom.
    E’ vero che nella prima frase c’è un problema da correggere (la zoommata troppo violenta), ma la soluzione che proponi stravolge la scena tagliando un elemento importante (le persone che guardano l’obelisco).

    Perciò

    “I fedeli uscivano in massa dalla chiesa, ondata multicolore che passo dopo passo occupava la piazza, e tutti guardavano l’obelisco.”

    dovrebbe diventare qualcosa come

    “I fedeli uscivano in massa dalla chiesa, ondata multicolore che passo dopo passo occupava la piazza, ogni testa rivolta verso l’alto, verso l’obelisco”

    In questo modo eviti la zoommata e mantieni comunque il dettaglio delle persone che guardano l’obelisco, invece di limitarsi a circondarlo.

    C’è da aggiungere anche che lo zoom è un errore solo quando è mal gestito. Se usato con misura e al momento adeguato, come a chiusura di scena/capitolo, lo zoom è un importantissimo strumento di regia.
    Ad esempio:

    “Lucia si strinse nel cappotto e uscì dalla chiesa, perdendosi tra la folla, divenendo presto solo un cappotto fra gli altri, una macchia rossa fra le tante sagome scure”

    Non è il massimo, ma rende l’idea di un zoom-out che, a mio avviso, non dà fastidio al lettore.

    • LiveALive 19 giugno 2014 at 19:17

      Sì, approvo il tuo esempio. Ammetto di non aver dato peso allo sguardo della folla: più di tutto mi interessava far vedere che il problema era racchiuso nel verbo. Ma in effetti, in un ipotetico testo, lo sguardo poteva essere importante, fa apparire l’obelisco come una sorta di pietra nera.

      Ammetto che lo zoom out non mi attira, ma bisognerebbe vedere la scena complessiva. Teoricamente, tenendo il punto di vista su un singolo personaggio, non dovrebbero essere possibili zoom, a meno che il personaggio non sia in ascensore, o non sia Man mano catturato da un particolare (o non stia usando la macchina fotografica per spiare dentro le finestre!).

      P.S.: il tuo nome non mi è nuovo…

  • GiD 20 giugno 2014 at 00:35

    Sì, teoricamente non si dovrebbe zoommare e basta, a meno che il narratore non sia onnisciente. Da lettore però mi è capitato di seguire senza problemi una narrazione in terza persona immersa (anche profonda) che di tanto in tanto, soprattutto nella chiusura delle scene, sfumava nella narrazione onnisciente.

    A dirlo così può suonare stano, ma mi ha convinto. Anche come scrittore mi è uscito fuori qualcosa del genere e ne sono rimasto soddisfatto. Resta comunque un accorgimento da usare con attenzione e, soprattutto, con parsimonia.

    p.s. Uso lo stesso nickname anche sul forum del Writer’s Dream, magari ti è familiare per questo.

    • LiveALive 20 giugno 2014 at 08:19

      Forse ti può interessare sapere che in alcuni testi ottocenteschi esiste anche la tecnica inversa. Prendi La Roba di Verga: si parte con la visione esterna di un personaggio, poi la narrazione passa al si impersonale, e infine arriva alla seconda plurale. Certo, Verga così mantiene l’onnisciente, ma volendo si può nell’incipit partire con la visione esterna e generale per poi entrare gradualmente nella testa di un personaggio, e nell’excipit l’esatto contrario. Non so che utilità possa avere, ma chissà, magari a qualcuno l’effetto piace.

  • GiD 20 giugno 2014 at 13:27

    Non c’è bisogno di andare a riprendere i testi ottocenteschi, comunque. Lo zoom, soprattutto in apertura e chiusura, viene usato spesso anche da autori contemporanei. Due dei miei autori preferiti lo adoperano di frequente.
    Terry Pratchett apre spesso le scene con una veduta larga, spesso una panoramica dall’alto o dell’ambiente, per poi zoommare sui personaggi.
    Francesco Dimitri, invece, a volte chiude la scena allontanandosi dal personaggio e sfumando nella narrazione onnisciente, creando appunto un effetto di zoom-out.

    A me come effetto piace, e in generale credo sia uno strumento con molte potenzialità comunicative. Va saputo usare, ovvio, ma rifiutarlo a priori mi sembra sbagliato.

    • LiveALive 20 giugno 2014 at 13:36

      Sono scrittori fantasy, vero? Mai letti. Non è il mio genere, molto difficilmente apprezzo scrittori “fantastici”. Se leggo Martin, è proprio perché di fantasy c’è poco. Credo comunque che sia più comune lo zoom out nel finale, che lo zoom in in apertura, a stampo manzoniano, vista tutta la paura che si ha oggi di non catturare l’interesse.

  • LiveALive 20 giugno 2014 at 19:42

    C’è un’altra cosa che voglio aggiungere, poiché mi sono accorto che è poco chiara.
    Le varie persone (prima, terza immersa, terza cinematografica…) non sono delle gabbie, non è che una volta scritta una frase in modo oggettivo dovete rimanere fino alla fine in terza cinematografica: in un libro è naturale avere sbalzi nel livello d’immersione.
    La frase espone un’azione con tono neutrale? Terza cinematografica. La frase esprime giudizi o pensieri che sono al di fuori della percezione del personaggio? Onnisciente. La frase espone un pensiero diretto, o espone con tono oggettivo la percezione di un personaggio? Immersione lieve. Il tono non è oggettivo, ma quello di un personaggio, con fusione tra narrazione e suoi pensieri? Immersione profonda.
    La domanda “che tipo di narratore abbiamo?” può ricevere risposta assoluta solo nella singola frase. Nel testo complessivo, ci sono infinite sfumature di immersione e oggettività. Una delle questioni principali infatti non è capire se serva una narrazione oggettiva o immersa, ma QUANTO immersa: sarà tutto con il tono del pov, o solo le frasi focali lo saranno?
    Più difficile, piuttosto, è capire chi esattamente sia il pov: nella singola frase, spesso, è impossibile. In genere la singola frase permette solo di capire se il narratore sta parlando da dentro o da fuori un personaggio. Esistono però molte frasi che sono ambigue, e non sempre è possibile capire al di fuori della scena complessiva se un pensiero è di un personaggio o di un narratore.

    Comunque, se uno deve iniziare a scrivere, io gli consiglierei di narrare in prima, al tempo presente. Dicono che è più difficile, ma non è vero: non c’è il problema del salto del pov, è più facile fondere narrazione e introspezione, e al tempo presente non c’è neppure il pericolo della cornice narrativa che crea il racconto di un ricordo. Dovessi scegliere la mia preferita, però, direi una terza ben immersa (sempre al presente): da alla narrazione un fascino particolare, e non vincola come la prima.

    P.S.: Daniele, stavo pensando: secondo te non è questo un articolo che starebbe bene nella dispensa dello scrittore?

    • Daniele Imperi 20 giugno 2014 at 20:07

      La dispensa dello scrittore va infatti aggiornata. Appena lo farò, inserirò anche questo post.

    • Nani 21 giugno 2014 at 02:11

      La prima, pero’, e’ parecchio riduttiva: serve un bel po’ di disciplina per rimanere nei suoi limiti. Ed e’ vincolante, perche’ tutto deve passare attraverso gli occhi del narratore. Forse dipende anche dal genere, dalla lunghezza di cio’ che si scrive. Non lo so, ma cosi’, da profana, mi sembra piu’ faticosa la prima che non un punto di vista flessibile che ti permette di saltare dentro e fuori a seconda dell’esigenza del momento.

      • LiveALive 21 giugno 2014 at 09:33

        Mah, per uno inesperto, secondo me, è meglio che si trovi ingabbiato così, piuttosto che avere un pov incerto e saltellante per tutto il testo. Per fare allenamento con la terza persona, meglio metterlo a scrivere racconti. Considera comunque che anche in prima persona il pov può cambiare (io steso ho scritto un libro -orribile – in cui i capitoli, pur narrati in prima, sono visti da pov diversi), quindi la visione non è necessariamente limitata.

  • Nani 21 giugno 2014 at 12:29

    Il problema e’ quando poi l’inesperto non riesce a rimanere coerente. Se io scrivo secondo il mio punto di vista e poi mi scordo del mio punto di vista per dare info che io non posso sapere o che posso sapere solo parzialmente, beh, e’ peggio, secondo me, che un pov saltellante dentro e fuori. Certo, se usi la prima persona cambiando personaggio di cap in cap e’ diverso, e’ un ottimo espediente, secondo me, per dare la visione d’insieme. E puo’ valere anche per la terza persona ad immersione profonda, che poi e’ molto simile a una prima persona. O no?

  • LiveALive 21 giugno 2014 at 13:08

    Al di là delle possibili variazioni di profondità d’immersione (che comunque, in una forma simile, ci sono anche in prima), sì, di fatto immersione profonda e prima sono uguali.
    È vero, per l’inesperto c’è il rischio di creare un personaggio incoerente, non rispettando il suo punto di vista, e c’è in effetti anche il rischio di fargli dire cose che non potrebbe sapere. È pur vero che ci sono tanti artisti nella storia che hanno usato punti di vista saltellanti (basti pensare al Tolstoj di Guerra e Pace), e si tratta di un “difetto” (difetto?) sul quale è più facile sorvolare rispetto al personaggio che dice cose incoerenti. Però, non so, credo comunque che per l’inesperto sia più naturale narrare in prima. In fondo, la prima si usa per molte più circostanze nella nostra vita: se teniamo un diario, o anche solo raccontiamo una cosa che ci è accaduta, lo facciamo sempre o in prima. Anche mentalmente, dovrebbe essere per l’inesperto più facile immedesimarsi così (basta che non esageri).

  • Come coinvolgere il lettore 28 luglio 2014 at 05:01

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